di Giulivo Ricci
[………] il termine Lunigiana, nato proprio nel Medioevo, indica, storicamente e perciò si parla di Lunigiana storica — quello che è l’intero odierno territorio della provincia di Massa Carrara, gran parte della provincia della Spezia, piccoli lembi della provincia di Lucca. Ovviamente la Lunigiana trae il suo nome da Luni, città fondata dai Romani, colonia cioè “dedotta” come si usava dire in linguaggio latino, da coloro che si apprestavano, nella seconda metà del secolo secondo avanti Cristo, ad avviarsi a diventare i padroni del mondo allora sconosciuto.
Il termine ” Lunigiana ” , in realtà, ultimamente ha subito come un’ emarginazione, e va convalidandosi, anche in relazione ad una nomenclatura accolta in testi legislativi statali e regionali, oltre che nella pubblicistica, la tendenza a considerare Lunigiana quasi esclusivamente l’alta e la media valle del fiume Magra in provincia di Massa Carrara, quella terra che, più correttamente, dovremo chiamare Lunigiana interna, dovendosi a mio avviso cercare di conservare alla Lunigiana la qualificazione di regione storica travalicante i limiti amministrativi dell ‘una o dell ‘altra provincia.
Anche la Lunigiana ha il suo Medioevo, questo periodo storico che i nostri libri di testo convenzionalmente fanno cominciare nel 476 dopo Cristo, nel momento della formale caduta di un impero romano da decenni disgregato, e terminare nel 1492, quando la scoperta dell ‘America e importanti invenzioni, unite al profilarsi e all ‘affermarsi di nuove individualità nazionali e statali, aprono all ‘umanità i nuovi orizzonti dell ‘ età moderna.
Come conosciamo questo? Quale documentazione, sulla quale innestare una nostra elaborazione, può aprirci la possibilità di una conoscenza sistematica e ordinata ? Meglio ancora: esiste una documentazione, non soltanto scritta ma archeologica ed etnografica, tale da rischiarare quei cosiddetti secoli bui?
Perché, in effetti, [……] l ‘utilizzazione del documento, il richiamo allo stesso, sono, e non può essere altrimenti, la base materiale effettiva di ogni seria ricerca, quando non si voglia fondarla soltanto su una congerie di nozioni sistemate in qualche modo da altri ovvero elaborati da altri con varie metodologie e, talora, per tesi precostituite.
Certo, l ‘uso del documento non é facile e una sua utilizzazione che non sia puramente paleografica e fine a sé stessa, ma diventi elemento, probante e critico insieme, entro il contesto Iargo della vita di un popolo.
I documenti, nella storia più antica della Lunigiana Medievale, nell ‘ alto Medioevo, sono rari, il tempo, seppur vi furono, ce li ha sottratti, e soltanto col secolo IX le tenebre si Fanno meno fitte.
Dal secolo V al secolo VIII é possibile procedere ad una ricostruzione relativa, fondando il ragionamento su non numerosi accenni contenuti generalmente in atti riguardanti argomenti e ambiti territoriali più vasti, all’ interno dei quali la Lunigiana, e Luni massimamente, in qualche modo avevano parte o connessione o attinenza.
Luni non era stata cosa da nulla, durante 1a repubblica e poi l’ impero romano; non poteva, quindi, crollare d’un colpo nel 476, quasi che con questa data convenzionale d’un tratto una vita pulsante cessasse di battere.
Certo, subì quelle che chiamiamo le dominazioni barbariche, la prima di una certa durata, quella degli ostrogoti, purtroppo poco conosciuta e che ha lasciato anche nella toponomastica scarse tracce.
Probabilmente al quinto secolo risale la costituzione della Diocesi di Luni, mentre una comunità cristiana sembra essere attestata a Luni almeno due secoli innanzi. La iniziale penetrazione, invece, del Cristianesimo nella valle media e alta del Magra ed i suoi progressi rimangono piuttosto oscuri.
Certo ancora nel secolo VIII sopravvivevano paganesimo e arianesimo, contro i quali intrapresero e condussero la loro attività le missioni cattoliche. La più nota testimonianza e, al proposito, quella fornitaci dal frammento d’un epitaffio conservato a Filattiera e riguardante un missionario di nome Leodgar, vescovo di Luni secondo alcuni, gastaldo secondo altri, semplicemente un missionario secondo altri ancora.
Per tornare agli ostrogoti, diremo che, al termine della ventennale guerra detta appunto gotica, la quale ridusse la penisola in condizioni spaventose di rovine e di lutti, i bizantini vincitori rivitalizzarono Luni e le sue terre entro quella che fu chiamata la” Provincia Maritima Italorum “ , in sostanza quella “provincia lunense” che compare nella famosa “Cosmographia” dell ‘Anonimo Ravennate.
Anche la toponomastica testimonia ampiamente la permanenza e la profondità del dominio bizantino a Luni e nella Lunigiana. Nell’ alta Val di Magra il caposaldo politico — militare fu Surianum, Sorano, Filattiera, insomma, ove resti significativi si conservano ancora.
E si noti che se i Longobardi occuparono nel 588 gran parte dell’ Italia settentrionale e centrale, la Liguria con Luni cadde soltanto intorno al 640 sotto i colpi di Rotari.
Nell ‘arco di altri cinquant’anni la Lunigiana vide numerosi e forti gli insediamenti presidiari bizantini sia lungo l’Appennino tosco—emiliano per fronteggiare la pressione della Longobardia, sia sulle Apuane e tra queste l’ Appennino, per contrastare l ‘offensiva proveniente dal grande centro longobardico di Lucca.
La dominazione longobardica, durata oltre cento anni, nonostante qualche momentaneo recupero bizantino, ha lasciato essa pure larghe tracce toponomastiche ed anche archeologiche. La Lunigiana longobardica non ebbe una sua autonomia, non costituì un ducato ma rimase unita a Lucca. E quest ‘unione perdurerà anche sotto il successivo dominio carolingio, nell ‘ordinamento della [.].
Proprio nel momento del trapasso dell ‘ impero carolingio per quanto ci concerne, al regno italico, nell ‘884, Adalberto I, conte e marchese di Toscana, fonda alla confluenza del torrente Aulella nel Fiume Magra una chiesa ed un’abbazia, lì dove qualche tempo innanzi aveva fatto costruire un castello: è l’abbazia di S. Maria, poi di S. Caprasio del ‘Aulla.
L’iniziativa di Adalberto I è importante, ma più importante per noi è il fatto che di essa è rimasta la documentazione scritta, quell’ atto di fondazione dell ‘Abbazia di Aulla che Ludovico Antonio Muratori, uomo i cui meriti in questo campo non saranno mai compiutamente e degnamente ricordati, ha pubblicato nelle sue “Antichità Estensi ” .
Come più volte é stato scritto, questo atto notarile getta un fascio di luce sulle tenebre che, nella seconda metà del secolo IX, coprono la Val di Magra.
Esso ci offre il destro per un primo spunto tra quelli che, oggi, vorremmo sviluppare.
Anzitutto, dobbiamo considerare che castello e abbazia vengono fondati dal marchese Adalberto I — uomo che nella Storia d’ Italia di quel periodo, così travagliata e convulsa, ebbe una parte notevole — in un luogo particolare , nel punto cioé in cui la valle del Magra, che prima si é allargata in varie convalli, si chiude, divenendo ovviamente un passaggio obbligato e un guado d’enorme importanza.
Castello e abbazia sono costruiti in luogo che, è detto, prima era deserto, ma questa constatazione, seppur fu esatta, sembra doversi riferire al territorio delimitato ed esiguo della confluenza dei due corsi d’acqua, che infatti non hanno nome, tanto che l’atto adalbertino lo indica come compreso tra la Magra e l’Aulella.
Si noti che non é scritto Aulella, ma Aulla, e (se questa é la pronuncia) Aulla é il fiume, é un idronimo, almeno cosi sembra, anche se su questa questione il dibattito é più che aperto tra gli specialisti locali e quelli noti in campo nazionale. Diremo solo che siamo riusciti, fino a questo momento, a trovare documentata la voce Aulella soltanto a partire dai primi decenni del 1 .600.
Ma non é su quest ‘aspetto, pur interessante e seducente, poiché potrebbero farsi agganci col toponimo Apuano e con la Liviana Audena, che vogliamo soffermarci.
Dicevamo che la fondazione adalbertina era avvenuta in luogo deserto, ma, tutto ci autorizza a formulare la ipotesi, e dire ipotesi solo deriva a ritegno precauzionale, che poco più a monte, in quel territorio che è compreso tra le alture dette della Bercara e la confluenza del torrente Tavarone nel Magra — un’ altra confluenza — fosse esistita nel periodo tardoantico e sopravvissuta fino intorno al Mille almeno, una corte, la corte di Cuscugnano una corte che prendeva il nome dalla grande famiglia romano—lunense dei Cosconii, della quale presso il Museo Civico della Spezia é conservata una lapide con epigrafe funeraria, attribuibile al secolo III dopo Cristo, e significativa per figurazioni. che sembrerebbero attestare l ‘adesione nascosta di quella famiglia al Cristianesimo.
Questa tenuta fondiaria testimonia anzitutto I ‘espansione della colonizzazione romana, nel caso, da Luni, ma si deve porre attenzione al fatto che, almeno secondo la Tavola di Velleia, il Municipio di Lucca giungendo a confinare con quelli di Piacenza, di Velleia e di Parma, doveva abbracciare — cosi almeno nel secondo secolo dopo Cristo — quasi tutta 1a valle del Magra oggi compresa nella provincia di Massa Carrara, talché l ‘espansione dei coloni lunensi dovette riguardare tutta la fascia litoranea con infiltrazioni, in taluni punti , difficilmente individuali, verso l’interno.
Naturalmente potrebbero essere avvenuti, tra la fine del 2° e il 5° secolo, dei mutamenti nelle giurisdizioni, ma é comunemente accettata l’ idea che soltanto dopo l’ invasione longobardica si consolidino quei confini che poi definiranno il Comitato Lunense, in gran parte coincidenti con quelli diocesani.
La toponomastica, in ogni modo, attesta inequivocabilmente l’avvenuta colonizzazione agricola romana.
Tornando alla Corte di Cuscugnano, diremo che in un atto del Codice Pelavicino — questa raccolta di documenti del Capitolo e dell’Episcopato Lunensi di estrema importanza che, pur dovendosi considerare di parte, riesce a colmare in molta parte l’ t enorme Iacuna che altrimenti sarebbe rimasta aperta dal secolo X al XIII – in un atto della seconda metà del secolo XII la voce Cuscugnano come ha annotato Ubaldo Formentini, non appariva più che come ricordo toponomastico, poi scomparso anche in quell ‘eccezzione ,mentre altre che nel medesimo atto sono contenute, e riferibili alla medesima corte, come “mercato subtanum” (che presuppone un “mercatum supranum” ) , permangono, volgarizzate, ancor oggi; mercato soprano, mercato sottano piana di mercato.
Non può esservi dubbio che, se mai esiste, come noi riteniamo, una tenuta fondiaria di coloni romani, sicuramente, come ci dicono alcuni privilegi imperiali anteriori al mille, ebbe vita, alla confluenza del Tavarone nella Magra e nelle colline vicine, il “palatium”, la “pars dominica”, il centro direzionale, diremo oggi , un grande organismo agrario e giuridico medievale, il quale, quindi, precedette I’ Aulla di Adalberto e confermerebbe, se ve ne fosse bisogno, tanto essa evidente, l’importanza dal punto di vista viario e strategico, di Aulla.
Quelle corti, quell ‘economia curtense di cui è cenno nei nostri libri di testo, quei mansi di cui le corti si compongono, e tutto il sistema feudale che alle corti si riallaccia, anche qui da noi ebbero vita, si svilupparono, si trasformarono e morirono; e ne furono protagonisti, nelle vesti di signori ma, generalmente, di elementi subalterni soggetti a inenarabili fatiche, i nostri antenati.
Accanto, o succeduta in qualche modo alla corte di Cuscugnano, é I ‘abbazia benedettina di Aulla, di cui il tempo ha cancellato quasi materialmente le tracce, poiché la medesima chiesa parrocchiale ex—abbaziale di Aulla ha subito profonde modificazioni.
Sappiamo chi furono e quanto furono benemeriti i benedettini anche nel campo della cultura, sappiamo forse un po’ meno che le abbazie non furono soltanto luoghi di convivenza di monaci dediti alla preghiera, e al più, ad un lavoro umile e limitato. Per quanto ci concerne, l ‘abbazia dell ‘Aulla fu un altro grande organismo agrario, con possessi che abbracciavano quasi totalmente le terre poste alla confluenza dei torrenti Civiglia, Taverone e Aulella nel fiume Magra e lungo le valli di questi torrenti, fino a Comano, fino in Garfagnana, fino nell ‘alta valle del Taro.
Questa enorme azienda presupponeva tutta un ‘organizzazione e un concetto di conduzione, una capacità diremo imprenditoriale.
Questa forza economica indurrà i monaci, nell ‘affievolirsi dei vincoli politici e religiosi, dopo il Mille, a rivendicare una sua diretta dipendenza dalla Santa Sede —di qui la lotta senza esclusioni di colpi contro il Vescovo—Conte di Luni e accostarsi ai Malaspina— e parallelamente, la tendenza ad esercitare, in forme feudali, il dominio temporale sul borgo che un diploma dell imperatore Federico II sembra suggellare, proprio quando ormai, per altro verso, il monastero sta per avviarsi al tramonto, avendo perduto entrambe le battaglie, un tramonto che ai primi del 300 può dirsi definitivo, anche se l ‘istituzione, in qualche modo, sopravviverà fino alla Rivoluzione Francese.
Tra il 1100 e il 1 200 si era fatta sentire riel borgo, al di là del capitolo monaci, l’ influenza del Vescovo di Luni, cui si accostano i “consules burgi Avu1e et maior pars fi delium ecclesie eiusdem burgi”, nel mentre, come abbiamo avvertito, gli Abati si legano ai Malaspina, determinandosi una dinamica sociale che non fa assumere peraltro alla vita del borgo ai suoi abitanti le caratteristiche proprie del sistema comunale.
I burgenses, già soggetti agli abati per vincoli adombrati nell ‘atto adalbertino dell ‘884, evolvono bensì fino a rappresentare, nel 1 202, l’ intera comunità aullese, tanto che la unica terra di Lunigiana indicata esclusivamente come “populus” sarà nel noto lodo di Truffa e Ubaldo la terra di Aulla, mentre di tutte le altre terre la rappresentanza é data da “domini et populus” , da “populus et mil ites” da “consules, milites et populus”.
Lungi da noi 1a tentazione di voler interpretare quel “populus Avule” come indizio certo di un orientamento a prevalenza democratica nel senso che noi diamo a questa espressione . nessuno deve dimenticare che ci troviamo in pieno regime feudale con una estratificazione politica, giuridica e sociale complessa, con un’aliquota della popolazione tuttora soggetta a legami e a gravami oggi inimmaginabili.
Purtuttavia quell’indicazione “populus Avule” non può essere trascurata, anche se, lo ripetiamo, non può considerarsi come elemento valido a configurare l’ avvento al potere della borghesia, in quanto 1a particolare posizione di Aulla, le aspre contese tra Abati, Vescovo e Malaspina, e poi, Pisani e Lucchesi, e permettevano un affiorare alla storia di quella classe sociale, ne relegavano I ‘influenza ai margini della lotta più ampia incentrata sul possesso di un centro viario fondamentale.
La lotta sociale sembrava fluire quasi soltanto al livello, come ora si dice, del puro dato mercantile, senza assurgere a momento di appropriazione del potere da parte di questa nuova classe di mercanti, di artigiani, di livellari, di ex coloni, di modo che potremmo parlare di un ordinamento sui generis assimilabile a quello precomunale, con sue peculari caratterizzazioni.
Questa conclusione ci porta al secondo degli spunti: quello dell ‘esistenza di città in Lunigiana e dello svilupparsi di ordinamenti comunali.
I nostri libri di testo incentrano l ‘attenzione sui grandi Comuni, Milano, Firenze e, poi, altri Comuni della Lega Lombarda, dove l ‘antagonismo sociale genera forme superiori di ordinamento fino all’ involuzione delle medesime e al passaggio ad altri regimi, comuni che elevano, come Milano e quelli della Lega, la loro lotta a momento supremo di scontro con l’ Impero, espressione di un potere centrale e lontano e nello stesso tempo incombente, della libertà e delle libere iniziative, soffocatore dell ‘emergere alla Storia delle nuove energie e delle nuove classi.
Anche la Lunigiana ebbe i suoi Comuni, Pontremoli e Sarzana, ai due estremi del territorio, con frazioni antagoniste assimilabili ai guelfi e ai ghibellini, ma con fisionomie diverse e diversi sviluppi.
E’ corrente il discorso che nella Lunigiana mancò sempre, dopo la decadenza di Luni, un centro urbano esercitante una larga funzione egemonica estendentesi gran parte del territorio comitale.
La stessa Sarzana, organizzatasi in comune, di poco riuscì a valicare con la sua giurisdizione l ‘immediato contado e a conquistare le caratteristiche e la fisionomia compiuta del comune cittadino.
Piuttosto, fu il comune signorile di Pontremoli a svincolarsi da quasi tutte le pastoie feudali, almeno in un certo grado del suo sviluppo, e a travalicare di molto, lungo le valli all’ interno, 1 ‘angusta cerchia delle mura del borgo.
Se si escludono il caso dell’ Aulla e questi centri e, anche per essi, con le limitazioni accennate, tutti gli altri borghi rurali o rimasero fermi al consorzio signorile attestato nei documenti dal noto vocabolo “domini” ovvero videro svilupparsi il dualismo dei “domini “ e del “populus “ , ove quest ‘ultimo rappresentò l’emergere alla storia delle classi popolari a tutela dei loro diritti e per conquistare migliori condizioni, in una Iotta che generalmente non si pose come rivendicatrice di poteri di sovranità ma s ‘acquietò nell ‘appagamento di bisogni e di aspirazioni economiche invece che politiche, pur se talora la rappresentanza nel consolato lascerebbe intendere anche nell ‘elemento popolare una volontà di dominio, là dove troviamo che, accanto al console “de dominis” convive il console ‘de populo’.
Certo, il volerci intrattenere, ad uno ad uno, su tutti i borghi e i castelli, e sui loro signori locali, ovvero sui marchesi ed i vescovi—conti che li dominarono e, talora, sul condominio esercitato dagli uni e dagli altri di questi ultimi, e su tutte le differenti forme, misure ed entità nelle quali castellani e burgensi riuscirono a manifestarsi, é cosa difficile e, in ogni modo, lunga e complessa, per 1a varietà dei casi e delle condizioni, delle costituzioni, dello stato sociale.
Così come cosa interessante, ma egualmente complessa, sarebbe il voler studiare il sorgere degli innumerevoli borghi, la loro genesi, cioè, lungo vie di comunicazioni o di posizioni geografiche eminenti, talora fuori delle mura castellane, borghi feudali ove artigiani e operai, piccoli mercanti ma soprattutto ex—servi della gleba, contadini affrancati, si sono raccolti come a un rifugio e hanno via via tradotto in diritti, concessioni e le posi z Ioni raggiunte, fino ad esercitare entro certi limiti un’ influenza precomunale e, poi, sia pure a loro modo, comunale.
A Sarzana elementi caratterizzanti sono la presenza e l ‘autorità del vescovo, situazione invero non dissimile da quella di alcune delle grandi città che studiamo nei manuali di storia, e l’ esistenza di un “comune burgi” I ‘odierna Sarzana, e di un “comune castri” il castello di Sarzanello e il loro essere, ad un certo punto, 1a capitale dello Stato del vescovo di Luni, estendente il dominio temporale nell ‘ampia plaga che conosciamo.
Questa sua condizione, peraltro, come abbiamo accennato non valse a far assumere al comune di Sarzana quella funzione di centro cittadino cui sembrava, per certi indizi, destinato o per l ‘inesistenza di un antagonismo economico — sociale postulante un ‘espressione politica attiva e aggressiva o per le interferenze oltre che del vescovo signore, di potenze estranee come Pisa, Lucca e Genova ove la dinamica sociale e le lotte per la supremazia politica si estrinsecavano in una direttiva di espansione commerciale e di penetrazione politica di aperto antagonismo con le mire espansionistiche delle altre città.
Quest interferenza e, talora, dominio esterno, si verificarono anche a Pontremoli, posta ai piedi dell ‘Appennino, in posizione strategica, cosi come egual posizione strategica, sia pure di diversa natura, era quella di Sarzana; vicina al mare e al Fondo della valle del Magra.
E Parma, e Genova, e Milano, oltre che Lucca, non potevano non tendere a controllare Pontremoli; e gli imperatori, Federico I, Federico II, e altri dopo di loro, concessero a quel borgo privilegi e garanzie.
Divampò a Pontremoli la lotta politica e le posizioni guelfe e ghibelline vi ebbero campo e occuparono due distinte posizioni, l ‘una intorno al Pignaro e al vecchio borgo, l ‘altra nel basso, tra il Magra e il Verde, dove poi Castruccio Castracani, espressione del ghibellismo, affermerà il suo dominio con la fortezza che tuttora si conserva nel suo nome e che era parte soltanto di un più vesto apparato difensivo.
GIULIVO RICCI, Spunti sul Medioevo in Lunigiana, Istituto Lunigianese dei Castelli , Massa, 26.3.1977
L’immagine di introduzione alla pagina è tratta dal sito: Turismo in Lunigiana