SIMBOLI ZOOMORFI NELL’ORNAMENTAZIONE POPOLARE

simbolo zoomorfo, Lunigiana

Gli esempi di raffigurazioni animali negli oggetti della cultura popolare lunigianese sono veramente scarsi: il contadino delle nostre valli, avvezzo ai duri lavori della campagna e della selva, valutava gli oggetti in rapporto alla loro utilità e funzionalità prima ancora che alla bellezza estetica, da ciò deriva – laddove esistono – un’apparente monotona ripetitività dei motivi decorativi usati sull’intaglio del legno ancora più che sulla lavorazione della pietra, dove i lapicidi esprimevano una più ampia gamma di motivi.

Una tale oggettiva povertà di temi decorativi, che si riducono per lo più a intagli geometrici, aveva indotto il medico antropologo spezzino Giovanni Sittoni a dare un giudizio riduttivo sull’estro creativo della gente di Lunigiana, sollecitando la reazione dell’etnologo Giovanni Podenzana che controbatteva questa tesi privilegiando, nella sua ricerca sul campo di oggetti per la raccolta museale spezzina, manufatti che esprimessero un valore artistico. In quegli anni, tra la fine dell’Ottocento e il primo ventennio del Novecento era ancora possibile trovare oggetti decorati, per lo più doni di fidanzamento o utensili destinati a un uso femminile, ma questa relativa facilità poteva trarre in inganno: quelle spole da telaio, quei cofanetti, quegli “aguaroli” – i decoratissimi sostegni per i ferri da calza erano sì d’uso comune e acquistati nelle fiere, ma quasi mai erano realizzati localmente. Piccoli scrigni intagliati con motivi di foglie di ippocastano, utensili per la filatura e la tessitura, arcolai con le gretole ricoperte di incisioni con motivi diversi in una sorta di horror vacui, oggetti per la cucina, bastoni, erano diffusi nelle case delle campagne ma spesso venivano acquistati da artigiani ambulanti della Val Gardena che giravano i mercati e le feste paesane vendendo il frutto del loro lavoro invernale di abilissimi intagliatori del legno.

Gli ambulanti gardenesi avevano nel loro vasto campionario esposto nelle gerle o negli zaini lignei da colporteur anche piccole sculture raffiguranti animali, dai camosci alpini ai cavallini di ogni misura, cani, orsi, mucche, capre, oltre a bambole dagli altri mobili e a piccoli giocattoli dipinti a forma di bambino che a Vignola sostituiranno, con la stessa funzione, le primitive sculture di neonati in fasce o in culla note come pipìn (V. R. Piccioli, La metamorfosi di un simbolo. Note preliminari sugli ex voto di Vignola e sul loro significato). Queste figure di animali o non si sono conservate o non hanno suscitato nel tempo l’attenzione dei museografi perché non si trovano in nessuna collezione museale; ciò fa ipotizzare che in Lunigiana queste merci non avessero particolare interesse per le persone delle campagne che forse le ritenevano una spesa superflua e che preferivano investire i pochi denari nell’acquisto di un utensile o di uno dei tipici cofanetti intagliati per conservare le sementi o i pochissimi gioielli di famiglia.

Simbolo zoomorfo, Lunigiana

In realtà la creatività negli oggetti d’uso dei nostri contadini non era assente ma si esprimeva con motivi semplici e ricorrenti e non con moduli figurativi, senza grandi variazioni del gusto nel corso delle diverse epoche: intagli a “denti di lupo”, losanghe, croci latine o greche, cuori, motivi vegetali stilizzati, il tipico motivo della margherita a sei o più petali, una delle tante varianti della ruota solare, segno diffuso in ogni cultura attraverso i secoli.

Simbolo zoomorfo, Lunigiana

Nell’ornamentazione popolare della Lunigiana capita rarissime volte di imbattersi in raffigurazioni zoomorfe, e quelle poche, ottocentesche, riproducevano il motivo del gallo o del serpente (o quello dell’uccellino, assimilabile al simbolo del gallo). Due animali dalla forte valenza simbolica, archetipi, non a caso in contesti simbolici autenticamente tradizionali non si trovano raffigurati animali domestici, mai una mucca, mai  un asino o un cane o un gatto, o araldici, tranne sporadici esempi non indicativi, come la pietra reimpiegata raffigurante  la testa di rozzo felino (leone?) nel borgo di Bagnone, la testa di delfino sporgente dal muro di una casa nello stesso paese, le protromi feline sopra i portali del paese di Camporaghena, da ricondurre forse a influenze legate a ricordi dell’emigrazione in sud America, o Ie due misteriose teste di pantera che emergono dagli angoli del campanile della chiesa di Corvara, in Val di Vara.

Simbolo zoomorfo, Lunigiana

Il gallo è un simbolo al quale viene riconosciuta una valenza positiva e solare; per il canto che annuncia il levare del sole è stata attribuita ad esso la capacità di combattere le cattive influenze notturne e un ruolo di psicopompo, che annunciava e conduceva l’anima del defunto nell’altro mondo, dove essa apriva gli i occhi a una nuova luce. Quando era raffigurato su un punto elevato esprimeva i il suo ruolo di vigilante, protettore e guardiano della vita, riprendendo l’antico simbolismo germanico e in genere delle tradizioni nordiche, di vigilanza  guerriera: il gallo era infatti raffigurato in queste tradizioni sulla cima di un frassino, albero cosmico con virtù protettive e non a caso osserviamo spesso la sua raffigurazione sulle banderuole di ferro al culmine dei campanili delle chiese dove simboleggia la supremazia dello spirito nella vita umana, l’origine celeste dell’illuminazione salvifica. In  alcune tradizioni, assieme all’aquila e all’agnello, è anche emblema del Cristo per l’associazione con il simbolismo solare: luce e resurrezione. Ma certamente tutte queste derivazioni colte dovevano essere estranee all’orizzonte della cultura popolare dove si riconosceva generalmente al gallo un valore positivo e di protezione e lo si raffigurava non a caso su strumenti del mondo quotidiano femminile della tessitura e della filatura, a rappresentare un richiamo alla luce e alla fiducia per la sicurezza con cui annuncia il levarsi del giorno.

Il serpente è un archetipo dalla forte ambivalenza di animale sia infero e negativo che protettore e positivo. E’ il “vecchio dio” primevo che si ritrovava in tutte le cosmogonie prima che venisse detronizzato dalla religione, che lo ha legato al demonio ponendolo definitivamente sotto una luce negativa, mentre in tutte le tradizioni antiche, anche nel mondo romano, era la creatura che “anima e conserva”.

Il serpente, quando è raffigurato su oggetti della cultura contadina non è mai una figura neutra: anche se l’uso delle immagini sugli strumenti da lavoro non è frequente in Lunigiana e limitato a oggetti ben precisi come per esempio i manici di falce, esistono sempre le due funzioni, simbolica e decorativa, che non si escludono a vicenda; nel corso del tempo non emergono adattamenti a canoni di gusto diversi e perdura invece la funzione magico-protettiva, come se il significato dell’immagine poggiasse su una formula universalmente valida, pur con lievi variazioni legate all’ambiente e al contesto al quale l’oggetto era destinato e – ovviamente – alle intenzioni e capacità espresse dall’esecutore. Nel caso del serpente esso è spesso riferito all’ambito della significazione simbolica religiosa che associa la sua immagine (o quella del drago) a quella della Vergine Immacolata che col suo piede calpesta il serpente-demonio. Ma se consideriamo alcuni manufatti popolari come l’antico reggilume proveniente da Ugliancaldo e oggi conservato al Museo Etnografico della Spezia per il quale non è comprovabile né proponibile un’origine legata a usi cerimoniali o rituali religiosi, né l’intervento di un artigiano fornito di cultura classica o teologica che ne abbia guidato la decorazione, ecco che in presenza dell’immagine del serpente diventa difficile usare un codice univoco e bisogna andare a cercare altrove e più profondamente i significati di una scelta, perché la stessa raffigurazione poteva non trasmettere al contadino analfabeta lo stesso concetto famigliare al teologo o all’erudito. Nel caso del reggilume infatti la scena raffigurata oltre a un intento decorativo con l’immagine del serpente che sale avvolgendosi lungo l’asta verso l’uccellino posto sulla sommità, ha sicuramente una funzione protettiva sia per la presenza del serpente su un oggetto che illuminava Ie tenebre e che nella cultura contadina era visto come un essere benevolo, guardiano della casa e della famiglia – a volte ornava anche Ie culle borghesi in ferro battuto – sia per quello che l’uccellino tiene nel becco: un pendente di vetro, parte di un vecchio lampadario, ma che in quel contesto vuole imitare, surrogandolo, il più prezioso pendente in cristallo di rocca, materiale naturale che insieme al corallo forma la diade protettiva e antimalocchio per eccellenza.

Simbolo zoomorfo , Lunigiana

Parlare di “arte popolare” nel caso di oggetti caricati di valori simbolici non sempre è appropriato: nelle società tradizionali il prodotto del pensiero e della mano non vuole mostrare soltanto abilità tecnica, il più delle volte non esiste dicotomia tra oggetto e simbolo e la raffigurazione combacia sempre con il mondo ideologico in cui l’oggetto la esternerà divenendo comprensibile a coloro che conoscevano e condividevano lo stesso linguaggio. Escogitare modi, anche nella decorazione, per neutralizzare il Male e attirare il Bene, urgenza sentita in società in cui l’esistenza aveva sempre un forte rischio di precarietà, è cosa ben diversa dal decorare. Un pensiero “magico” mai pienamente efficace eppure sempre tentato e mai scoraggiante accompagna quasi sempre le decorazioni, come nel caso della “margherita a sei petali” che nulla ha di floreale ma rimanda ad antichissimi miti solari e che scolpita sulla spalliera “di testa” del letto matrimoniale, o sulle fiancate delle culle di Bratto, proteggeva il divenire nella vita della coppia e del neonato.

Rossana Piccioli, Simboli zoomorfi nell’ornamentazione popolare, tratto da Almanacco Pontremolese 2022, edito e curato da Centro Lunigianese di Studi Giuridici

Rispondi

Scopri di più da Museo Virtuale dell'Alta Lunigiana

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere