LA LEGGENDA DEL MONACO ASSASSINO DEL PASSO DEL CENTO CROCI

Tra le montagne che separano la Val di Vara dalla Val Taro, il Passo del Cento Croci ha rappresentato per secoli una delle vie di comunicazione più importanti — e più temute — tra la Liguria, l’Emilia e la Lunigiana. Su questo antico tracciato, frequentato da pellegrini, mercanti e viandanti diretti verso Zeri, Pontremoli e le valli dell’Alta Lunigiana, si tramanda ancora oggi un racconto oscuro, a metà tra cronaca e leggenda popolare.

Secondo un’antica testimonianza risalente al Cinquecento (1), la vicenda affonda le radici nel 1469, quando le comunità di Varese Ligure, Caranza e della Val Taro fecero edificare un rifugio per l’accoglienza dei viandanti che attraversavano il valico. Ma dietro l’apparente opera di carità si celava una storia ben più inquietante, che ancora oggi alimenta l’immaginario e le tradizioni orali di queste terre di confine.

In breve: il rifugio, guidato da un rettore soprannominato “il Monaco”, divenne col tempo il covo di un assassino che derubava e uccideva i viandanti, gettandone i corpi in un pozzo. Il macabro segreto fu scoperto grazie ai cani dei pastori, attirati dal fetore dei cadaveri — ma quando la cosa stava per essere denunciata, il Monaco fuggì di notte con il bottino, facendo perdere le proprie tracce per sempre.

Di seguito il testo originale della leggenda, così come tramandato:

“Mossi gli huomini di Varese, il quale incominciava ad habitarsi, insieme con quelli di Carranza, Val de Taro et altri circostanti, dalla compassione di tante misere persone, come erano quelle che nel predetto monte morivano, unitamente edificarono in detto luoco un hospedale con assai commode habitazioni, dotandolo di molti luochi, et possessioni, et facendolo habitare da uno, chiamato il Monaco; ma non so però se fosse monaco, benché credo che fusse religioso, e che con esso habitassero altri religiosi, li quali, oltre le grandi elemosine che li erano fatte, godevano tutte quelle terre e possessioni, delle quali era dotato; le quali ancora al presente godono ingiustamente coloro che hanno non dirò impetrato ma usurpato, le quali assai più honestamente e ragionevolmente dovrebbero esser del povero hospedale di Varese, il quale pure anticamente pose la ruina, overo il scelerato effetto che fece il scelestissimo monaco con suoi compagni contro li mal arrivati e peggio alloggiati forestieri. Furono godute da esso nostro povero hospedale per alquanti anni, e perciò l’hospedale di Varese era detto di S.ta Croce per le rendite, le quali erano state ridotte per suoi bisogni come quello ch’era stato edificato in cambio di quello di Cento Croci. Et acciò la cosa possi restare più chiara a’ posteri, vi dico che, essendo il predetto hospedale di Cento Croci, o di S.to Michele, in gran devotione, e dotato di assai maggiori possessioni e luochi di quello ha al presente, essendoli stati usurpati dalla malitia delli huomini molti luochi, haveva per la commodità che continuamente faceva a’ passeggeri e generalmente a tutte le persone che vi capitavano, acquistò un nome molto famoso, e perciò era molto frequentato e visitato da molte persone con larghissime limosine; e tanto quanto crescevano li danari per elemosina dati tanto cresceva il desiderio di havere; per il che il Rettore di esso, nominato il Monaco (il quale era pure della Terra nostra di Varese di una casa, alla quale per honestà io tacerò il no-me) più avaro che al grado suo religioso non si richiedeva, pensò una cosa rea e sceleratissima cosa per arricchire, né molto pensandovi, sì come si deve credere, il Diavolo per consigliero, come quello che mal volontieri vedeva farsi tanto bene in quello luoco, il spinse a prendere subito il mal suo pensato consiglio. Fece questo indiavolato huomo un pozzo molto profondo dalla parte di levante discosto dall’hospedale passi cinquecentoventuno, siccome ho fatto misurare in luoco, coperto da cespugli, cese e pruni, il qual pozzo al presente resta a canto alla strada, la quale in quel tempo passava su la porta del detto hospitale. Hor fatto il sceleratissimo huomo questo, subito, che li capitava alcuno sfortunato forastiero, parendoli huomo da denari, aiutato da suoi, il svenava, e poi spogliato il portava nell’horribil pozzo. Né possendo il divino giudicio d’Iddio comportare una così horribil cosa, permise che, dopo la morte di dodeci persone, la cosa si venne a scoprire sotto la forma che intenderete. Erano soliti gli huomini di quelli tempi tenere gran numero di cani mastini per difensione de loro bestiami, de quali tenendo gran somma per gli abondanti pascoli erano sempre in pericolo delle fere. Questi mastini partendosi da luochi circonvicini venivano a schiere su la bocca del fetente pozzo, et urlando a gara, stavano tutto il giorno; né si sa se fussero ivi tratti dal giudicio di Dio, o dal fetore de putridi corpi. Là pastori, li quali vedevansi abbandonare contro la loro natura da’ cani, non sapendo che imaginarsi, raccontato il caso a’ suoi, si misero in animo di vedere che cosa fusse questa; per il che si misero a seguire li cani per la folta selva, da quali furono condotti sopra il scelerato pozzo e visto questo horribile spettacolo, né sapendo che pensare, subito attoniti e smarriti, corsero all’hospedale per notificarli quello havevano veduto. Il monaco con suoi mostrò di meravigliarsi; ma la notte poi vistosi scoperti tutti si fuggirono, salvando con la trista e scelerata vita la per loro tanto mal guadagnata robba, benché poco tempo di questo andassero allegri. E così venne questo luoco tanto infame che niuno si ritrovò che volesse habitarli; per il che, mancando di habitatori, l’entrate furono usurpate in gran parte da gli huomini, li quali visto il grave danno, che di già riusciva a poveri, pensarono dopo questo effetto di molti anni di fare un altro hospedale; ne parendogli che potesse star meglio come nel Borgo di Varese, si designarono farglielo. E mentre che l’uno non si habitava e l’altro ancora non era fatto, governavano l’entrate sotto questo modo: eleggevano tre huomini de primi della terra, li quali scodevano l’entrate, le quali in gran parte per lo scelerato effet-to erano mancate, distribuendole poi a’ poveri bisognosi e pellegrini, forse sempre con speranza di fare il designato hospedale, overo fare anco habitare quello di Cento Croci da miglior sorte di huomini; ma la cosa gli andò assai fallata, percioché da cortigiani delli Signori gli fu fatto disegno, né molto tempo passò che mettendo da parte e la vergogna e la coscienza, se l’usurporono; il che causò e di nuovo causa gran danno a’ poveri di Dio, perché quello, che li dispensava nell’hospitio de pellegrini e nel bisogno de’ poveri, si vede al presente esser divorato da ingorde e crude arpie, le quali si può dire siano venute per disturbare non le mense di Fineo, ma le mense de’ poveri del signor Iddio. Il che ha causato che molta di queste maledette, spiacevoli e velenose arpie siano insieme con li proprii figlioli e facoltà an dati in rovina, permettendolo colui, le care pecore del quale restavano con gravoso danno. Ma non volendo fare il correttore delli altrui misfatti, tacerò ritornando al crudo pozzo, la bocca del quale anco al presente si vede, nomato poi sempre da tutti il Carnaggio: l’anno di nostra salute 1559 io il tornai a rivedere e lo trovai assai più pieno di quello l’haveva visto sei anni avanti, ma non però tanto pieno, che ancora non fusse sotto di due piedi. Per la sceleratezza dunque del crudo maleficio questo pozzo poi sempre sino a’ tempi nostri si è nomato, come di sopra si è detto, il Carnaggio, del quale poi in processo di tempo li Forcheschi si servirono per sepoltura, come a suo luogo si dirà.”

(1) Relatione dell’origine et successi della terra di Varese descritta dal r.p. Antonio Cesena l’anno 1558, in Studi e documenti di Lunigiana VI, edito da Accademia Lunigianese di Scienze Giovanni Capellini, La Spezia, 1982

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