di Mario Ferrari
Lo principe dei nuovi Farisei,
Avendo guerra presso il Laterano,
E non con Saracin nè con Giudei,
Ché ciascun suo nimico era cristiano……
C’è forse, in questo passo di Dante, l’involontaria spiegazione di uno dei più affascinanti misteri dell’Alto Medioevo italiano. Chi erano quei Sarazin (o Sarasin) di cui le leggende dell’Italia nordoccidentale popolano non solo promotori e golfi, non solo le strade di valico, ma persino le forre più sperdute, le caverne, le sterili vette di certe montagne liguri e piemontesi? Cosa stavano a fare i figli del deserto infuocato in quelle fredde solitudini, in quelle cupe foreste grondanti umidità, in quelle valli immerse nell’ombra delle nuvole? Perché la leggenda parla, sì, di scorrerie; ma parla anche di insediamenti stabili e prolungati per secoli. Le scorrerie si spiegano con la presenza dei musulmani: essi cercavano schiavi che erano, allora, una merce pregiata, e gli abitanti delle aree più povere ed isolate erano, per i razziatori, una preda più facile. Ma certi stanziamenti secolari in luoghi lontani dal mare, dalle strade, dalle terre coltivate, da ogni fonte di traffico e di ricchezza, si possono spiegare solo ammettendo che i sarazin ivi insediati non fossero, in realtà, saraceni, ma una gente diversa dagli Arabi che dall’VIII al X secolo avevano poste sul nostro litorale le loro stazioni da dove partivano per razziare l’entroterra.
Dante che, nei versi citati, scrive come se l’umanità la si potesse tutta classificare nelle tre categorie di Cristiani, Giudei e Saracini, ci induce a supporre che, ancora a suo tempo, venissero inclusi nella generica categoria di Saracini tutti quei suoi contemporanei che non erano nè Cristiani nè Giudei. E’ noto, che per tutto il periodo delle crociate, ed anche dopo, i Saraceni, sebbene rigorosamente monoteisti e nemici intransigenti di ogni forma di idolatria, furono dai Cristiani chiamati “Pagani». Nulla di più probabile, dunque, che talvolta sia accaduto il contrario: sia accaduto, cioè, che dei pagani fossero stati chiamati saraceni, sarazin: che a Roncisvalle la retroguardia dei Franchi sia stata distrutta dagli Arabi, oppure da montanari baschi (chiamati « Saraceni perché ancora pagani) è, del resto, questione sempre aperta (1).
Dobbiamo allora supporre che il paganesimo nelle aree più povere ed arretrate dell’Italia settentrionale abbia resistito tanto a lungo? Forse si.
Sulla sopravvivenza del paganesimo rurale nell’Alto Medioevo abbiamo scarse testimonianze storiche. I contemporanei consideravano i riti pagani quello che oggi si direbbe” un fenomeno di sottosviluppo », e le autorità preferivano parlarne il meno possibile. Lo stesso termine di « pagano » aveva il significato dispregiativo che avrebbe poi assunto quello di «villano». Esso, infatti, significa, etimologicamente, abitante di un « pago», cioè di una di quelle comunità preromane che perpetuarono la loro arretrata cultura fra le maglie della nuova struttura municipale imposta da Roma (2). Quando il municipium romano si cristianizzò, con ciò abbandonando la sua tolleranza religiosa, i rozzi abitanti dei paghi rifiutarono, o più semplicemente trascurarono, di adeguarsi al nuovo indirizzo della cultura egemone. Rimasero fedeli ai loro culti preromani, che forse presero vigore dalla decadenza che aveva colpito, durante le invasioni barbariche, le municipalità romanizzate; culti che, comunque, si trascinarono assai a lungo nei secoli successivi (3).
Testimonianze di riti preromani, ancora praticati, si trovano, del resto, in documenti epigrafici nell’area ligure, sino all’VIII secolo dopo Cristo. Un’epigrafe esistente a Filattiera in Lunigiana, datata dal quarto anno del regno di Astolfo (752 dopo Cristo), testimonia che ancora a quell’epoca i pagani locali erano così forti da costituire un pericolo per la vita delle autorità incaricate di imporre la nuova fede e di spezzare gli idoli (4). Il cognome Pagani è ancora diffuso in quella zona, ed assai oltre l’VIII secolo le leggende locali ci dicono di gruppi umani viventi nelle foreste, in località dove sono state trovate tracce sicure di “castellari» liguri, in grotte dove nessun vero saraceno avrebbe mai accettato di abitare, ma che sono ancora considerate antiche dimore di sarazin. Costoro, secondo la leggenda, sarebbero stati ometti di piccola taglia ma forti, selvatici ed astuti, che uscivano di notte dai boschi per rubare nei campi (5). Nella catena dell’Orsaro, oggi fra Toscana ed Emilia ma etnicamente in area ligure, si indica ancora una valle alpestre in cui sarebbe la tomba dell’ultimo sarazin.
Si accoppiano a queste leggende quelle delle “Mnada » (evidentemente “menadi”), file di donne discinte che gli uomini delle comunità cristianizzate vedevano in certe notti di luna, correre tenendosi per mano ed ululando nelle radure delle foreste, e talvolta persino nei deserti borghi notturni (6).
Queste testimonianze non fanno pensare agli austeri seguaci di Maometto che, fossero stanziali o razziatori di passaggio, erano, comunque, un popolo di conquistatori, arrivato ad una cultura ed a livelli tecnici assai superiori a quelli raggiunti dagli Europei del tempo. Ciò che dei Sarazin e delle Mnada narrano certe leggende locali fa pensare, piuttosto, a popolazioni primitive condannate dal loro isolamento ad un riflusso verso forme di arretratezza preistorica, e che scomparvero del tutto allorché il feudalesimo, avendo spostato il fulcro della civiltà occidentale dalla città in decadenza al borgo murato, trasformò l’ambiente primitivo in campi e selve di castagni (7). La distruzione dell’habitat originario comportò la distruzione dei resti delle popolazioni autoctone non romanizzate che vi si erano rintanate insieme ai resti della più grossa fauna selvatica. Non è necessario pensare ad un deliberato sterminio dei primitivi, che avrebbe certo lasciato una maggior traccia nella storia o nella leggenda (8). Gli Europei di quei tempi erano, tutto sommato, più umani dei loro discendenti che sterminarono i Pellirosse. Si trattò, probabilmente, di un lento processo di emarginazione-assorbimento quale subivano, in quegli anni, altri gruppi di pagani dell’Europa centrorientale che rifiutavano la cristianizzazione imposta dai loro re convertiti. Si sa che l’Ungheria fu cristianizzata fra tenaci contrasti, solo nel Mille e la Lituania, addirittura nel XV secolo. L’Europa è più giovane di quanto si creda, e la sua cultura, pur risalendo a modelli greco-romani, ha raggiunto tutti i suoi angoli solo dopo il primo millennio dell’èra cristiana. La diffusione del cristianesimo non era, dunque, ancora totalmente compiuta al tempo in cui l’Islam dilagò nell’area mediterranea. E’ abbastanza comprensibile che, per i Cristiani di quei secoli, il grande nemico che veniva dall’Oriente ed il povero primitivo sopravvissuto nelle antiche foreste europee, fossero accumunati in un’unica qualifica comprendente tutti coloro che non adoravano Cristo e non erano nemmeno riconducibili alla ben individuata categoria dei “ Giudei ». Questo “terzo genere”, questi “diversi », venivano indistintamente bollati con un’unico epiteto ostile che fu, talvolta, quello di “Pagani” erroneamente esteso ai saraceni, tal’altra fu quello di “Saraceni “ esteso, altrettanto erroneamente, a gruppi che per le sedi ed i comportamenti loro attribuiti dalla leggenda non potevano essere saraceni musulmani (9). L’ipotesi che costoro altro non fossero che gli avanzi di popolazioni celtoliguri sfuggite alla romanizzazione e, quindi, alla successiva cristianizzazione del mondo romanizzato, diventa, a questo punto, la più probabile.
MARIO FERRARI, Ipotesi sui “Sarazin”, pubblicato in Archivio Storico per le Province Parmensi
(1) J.A. DE LUNA, in Enciclopedia italiana, XXX, Roma 1936, voce «Roncisvalle», p. 96, e gli AUTORI citati ivi.
(2) Sulla coesistenza di pagus ligure e municipium romano, e sul conseguente dualismo limitaneo, vedasi E. SERENI, Le comunità rurali dell’Italia antica, Roma 1971, pp. 337 e segg., 420, 496 e segg.
(3) M. GIULIANI, Leggende pontremolesi, in Archivio per l’etnografia e la psicologia della Lunigiana, Vol. III, Fasc. I e II, La Spezia, 1914, pp. 20 e segg.; L. BRAGONI, La chiesa di S. Giorgio, etc., in Filattiera, origini e storia, Filattiera, 1980, p. 25.
(4) EPIGRAFE DI LEODEGAR, secondo la ricostruzione di U. MAZZINI in Giornale storico della Lunigiana, Vol. X, fasc. II, La Spezia, 1919, p. 90.
(5) M. GIULIANI, loc. cit.; P. FERRARI, Il Castellaro di Monte Castello, etc., in Archivio storico per le Provincie parmensi, Vol. XXVI, Parma, 1927, p. 48, Estr. p. 14, il quale A., per altro, ritiene musulmani i sarasin di Monte Castello.
(6) C. CASELLI, Lunigiana ignota, La Spezia, 1933 pp. 18 e segg.. pp. 202 e segg. L’area della leggenda corrisponde a quella di maggior diffusione di resti e toponimi liguri.
(7) E. SERENI, Storia del Paesaggio agrario italiano, Bari, 1972, pp. 110 e segg.
(8) P. FERRARI, op. cit. p. 16, accenna ad una leggenda della valle della Capria (Filattiera), secondo cui gli ultimi Sarasin di Monte Castello sarebbero stati sterminati dai Cristiani, ad eccezione di uno che ebbe salva la vita perchè insegnò ai suoi persecutori a fare la ricotta. Secondo l’A., leggende analoghe si trovano “anche in altri luoghi dell’alta Val di Magra». E’ probabile che, come sottoprodotto della lavorazione del formaggio, la ricotta fosse considerata spregiativamente “saracena», allo stesso modo che certi semi commestibili inferiori vennero definiti “granoturco» o « grano saraceno” pur non provenendoci dai musulmani.
(9) U. FORMENTINI, Scavi e ricerche sul limes bizantino, etc. in Archivio storico per le province parmensi, Vol. XXX, Parma, 1930, p. 32, Estr. p. 12-27. L’A. identifica i così detti Sarasin con indigeni ancora pagani che prestavano servizio per l’Impero d’Oriente lungo un limes nelle cui opere difensive si mescolano elementi di architettura miliare bizantina con arcaiche sopravvivenze dei castellari liguri. La pratica di arruolare milizie indigene a presidio di territori marginali è, del resto, rimasta in vigore in tutti gli imperi coloniali sino al nostro secolo. All’ara di Sarasin (aia dei Saraceni) di cui parla l’A. (p. 25) corrisponde nell’estrema area sudorientale dell’espansione ligure, e precisamente sui Monti Rognosi in comune di Anghiari un’aia dei Saraceni forma e dimensioni analoghe, che A. FATUCCHI (Janus. Sulle tracce del culto del Sole, etc, in Atti e memorie dell’Accademia Petrarca di Lettere, Arti e Scienze di Arezzo, Vol. XLII Nuova Serie, anni 1976-79, Estr. p. 5) interpreta nel senso di «spiazzo dei pagani”, e riporta “probabilmente al medioevo, quando ancora perdurava se non l’usanza, almeno il ricordo di riti pre-cristiani». Ma credo che l’uso del termine Saraсеnо come sinonimo di Pagano faccia pensare ad una persistenza del rito ancora ai tempi in cui già era nota la presenza mussulmana, cioè, come minimo, al finire dell’VIII secolo. Anche C. CASELLI, op. cit., p. 64, a proposito dei toponimi Castello dei Sarasin, e Grotta o Tana dei Sarasin, da lui rilevati in agro di Pracchiola (Pontremoli) avanza, sia pure in forma dubitativa, l’ipotesi che il termine indicasse non già una popolazione saracenica, ma gente primitiva o una popolazione pagana ».
L’immagine di introduzione alla pagina è tratta da Wikipedia e riguarda “Emissari saraceni ritratti nelle Chroniques de Saint-Denis (XII-XV secolo)”