LA LOTTA ANTIFEUDALE DEL COMUNE DI PONTREMOLI NELLA SECONDA META’ DEL XII SECOLO

di Giuseppe Benelli.

Nella storiografia pontremolese hanno particolare importanza le lunghe lotte che videro protagonisti i comuni di Piacenza e Parma da una parte dell’Appennino e il piccolo comune pontremolese dall’altra. Queste lotte s’inseriscono, durante il XII secolo, come momenti fondamentali della politica antifeudale dei comuni per la liberazione dei loro territori circostanti. Con metodica opera, infatti, i comuni che volevano assicurarsi l’esistenza, i mercanti che cercavano d’ampliare e tutelare i loro commerci, i proprietari urbani che intendevano difendere i possessi fondiari, sottomettevano in vario modo i feudatari circostanti, facendone dei cittadini o dei fedeli; demolivano i loro castelli, rendendo possibile ai cittadini l’assorbimento e la tutela di molta parte della ricchezza fondiaria; affrancavano le strade al traffico, dando piena libertà alle relazioni economiche fra la campagna e il centro urbano. Allo stesso modo, nella guerra antifeudale che coinvolse Piacenza, Parma e Pontremoli, le due città emiliane miravano a dare respiro ai loro territori e ad aprirsi i valichi meridionali ai liberi traffici verso il mare e l’Italia centrale; mentre il comune di Pontremoli aveva come scopo di rompere l’assedio dei Malaspina, che occupavano il territorio circostante, per avere via libera alle città lombarde e al mercato marittimo di Genova.

L’inizio di queste lotte tra piacentini, parmigiani e pontremolesi è legato ad un documento, le cui copie si trovano nel Registrum magnum e nel Registrum parvum dell’Archivio comunale di Piacenza, che presenta i seguenti dati cronologici: “Die lune quinto chalendarum Iunii Indicione X “e “ Anni domini millesimo centesimo secundo, mense suprascripto I). Nel documento si legge che Giovanni Faba, console del comune di Brescia, Opizzo di Ugone, legato della stessa città, e Lanterio de Curte, Tazio de Mandello ed Eriprando Giudice, consoli del comune di Milano, fanno precetto ai legati di Parma da una parte e ai legati di Piacenza e Pontremoli dall’altra di concludere la pace fra le loro rispettive città. L’atto si svolge « in castro Creme », dove a tale scopo si erano recati in rappresentanza dei parmigiani Alberto Tebaldi, console del comune di Parma, Alberto Rossi e Oldeberto, legati della stessa città; in rappresentanza dei piacentini Alberto Antico e Rufino de Maltraverso, consoli di Piacenza, e Manfredo Rondano, legato della medesima città, e in rappresentanza dei pontremolesi Achilfo, console e legato di Pontremoli. I rappresentanti dei tre comuni in guerra tra loro ricevono l’ordine di starsene in pace e di perdonarsi a vicenda, né più ricordare i danni patiti, le discordie, i prigionieri, gli ostaggi e le distruzioni dei castelli; di fare giurare la pace agli uomini preposti entro la metà di giugno, « specialiter ab unoquoque cive suo vel burgensium de Pontremulo qui erit etatis annorum decem et octo usque ad annum septuagesimum »; infine “alia die post medium ipsum mensem”, cioè in un altro giorno dopo la metà del mese di giugno, di ritrovarsi a Crema per confermare la pace secondo gl’impegni presi coi milanesi e i bresciani (2).

La data del documento ha tratto in inganno parecchi studiosi di storia pontremolese. Bernardino Campi (1656-1716), il maggiore dei cronisti pontremolesi, nelle Memorie storiche della Città di Pontremoli all’anno 1102, “alli 28 di maggio », inserisce il documento, che cita dal Registrum Parvum Comunis Placentiae, per dimostrare che «i pontremolesi, in quei tempi, erano popoli liberi e, come tali, godevano la loro libertà (3). Niccolò Maria Bologna nelle Notizie istoriche di Pontremoli, inserite dal Targioni-Tozzetti nelle Relazioni d’alcuni viaggi fatti in diverse parti della Toscana, si serve del documento datandolo 28 maggio 1102 per dimostrare che i pontremolesi nell’anno 1077 non potevano essere sudditi di Ugo e Folco, figli del marchese Azzo II, progenitore della illustre casa estense (4).

Anche il Compendio Istorico della Provincia di Lunigiana data il documento al 1102, nonostante citi nella riga precedente la storia di Piacenza del Poggiali (5). Cristoforo Poggiali, infatti, nelle Memorie storiche di Piacenza avverte per primo l’errore dell’anno, ritenendo che il notaio che trascrisse la carta “l’abbia fatta diventar più vecchia di poco meno che d’un centinaio di anni, con omettere per inavvertenza, nel trascriverne le note, un septuagesimo, ovvero un octagesimo, o altro numero di simil fatta” (6). E le ragioni che lo inducono a questo sono “ il vedere che la carta, la quale in esso Registro a questa immediate precede, è dell’anno 1199 e dell’anno 1193 quella che immediate la seguita; che nel presente anno 1102 non avevano i Piacentini guerra alcuna co’ Parmigiani, o non trovasi almeno memoria, che l’avessero, nelle Cronache antiche di queste due Città, che non così presto incominciò Piacenza a reggersi co’ suoi propri Consoli, siccome apparisce da infinite altre Carte autentiche, spettanti ai primi quattro, o cinque lustri di questo Secolo, nelle quali nessuna menzione di essi Consoli fatta ritrovasi, che Lanterio della Corte, Tazio da Mandello, ed Eriprando Giudice, nomi-nati in essa Carta, come Consoli di Milano nell’anno presente 1102, sostennero quella carica nell’anno 1172, ovvero nel seguente, siccome nella Storia della sua Patria ci fa sapere Tristano Calco; che l’Alberto Tebaldi, o di Tebaldo ivi pur nominato, come uno de’ Consoli di Parma nell’anno suddetto, lo fu nell’anno 1181, siccome imparasi dalla Cronica Parmigiana, messa in luce dal citato Muratori, e forse anche nel 1184, per quanto ricavasi da Bonaventura Angeli; e che l’Alberto de Antico, e il Ruffino de Maltraverso ivi medesimo mentovati come Consoli di Piacenza, sono probabilmente l’Albertus de Andito, e il Ruffinus Traversatus, il primo de’ quali sostenne il Conso lato in Piacenza negli anni 1166 e 1168, e il secondo nell’anno 1182, i quali possono benissimo aver retta insieme per qualche mese quella carica, in qualcuno degli anni sopraccennati, quantunque negl’imperfettissimi nostri Cataloghi non si veggano registrati (7). Insomma tutti questi elementi portano il Poggiali a riferire il documento a qualche anno, fra la metà, e il fine di questo Secolo dodicesimo» (8).

Nonostante le circostanziate e caute argomentazioni del Poggiali, Ireneo Affò nella Storia della città di Parma data il documento senza alcun dubbio al 28 maggio 1173 (9). Dopo aver detto che tra i consoli di Parma dell’anno 1173 compare Alberto di Tebaldo, citato nel nostro documento, l’Affò scrive “Minacciando frattanto il Barbarossa di tornare in Italia per vendicarsi de’ Lombardi, stavano a cuore della Lega due punti troppo necessari alla universale difesa, cioè la vicendevole pace delle Città nostre, e la costanza di tutte nella intrapresa risoluzione Il primo era purtroppo in pericolo per cagion nostra, mentre suscitate le vecchie contese, ed unitisi i Piacentini e i Pontremolesi a contrastarci forse alcuni Villaggi e Castelli tra Val di Taro e Pontremoli, nè sofferendolo i Parmigiani, erasi fra le parti dato cominciamento ad una guerra, che danni e ruine recava, e division tenendo fra questi popoli, debilitava il potere di tutta l’Alleanza “(10).

Riguardo al criterio per stabilirne la data l’Affò argomenta in questo modo: «Il Signor Preposto Poggiali fu il primo ad accorgersi della falsità delle date; e se come pose mente ai nomi de’ Consoli Milanesi, tra i quali realmente Tristano Calco annoverati quest’anno conobbe i prelodati tre, così osservava, che l’atto incomincia Die Lune quinto Kalendas Juni, vale a dire in Lunedi giorno 28 di Maggio, sarebbesi tosto accorto, che sendo nel 1173 caduta la Pasqua nell’ottavo giorno di Aprile, venne appunto a succedere il 28 di Maggio nel Lunedì di Pen-tecoste. “ (11). «Nè varrebbe l’opporre, che Galvano Fiamma mette que’ tre Consoli creati cogli altri compagni sotto il 1172, per dedurre che più non fossero in carica l’anno appresso. imperciocchè sapendosi che i Bresciani non eleggevano punto i Consoli della Repubblica reggitori al cominciar dell’anno, ma bensì per la solennità di San Pietro, e dovendosi per ogni buon ordine credere tenuta simile usanza anche dai Milanesi loro alleati», ne deriva che i tre consoli di Milano erano ancora in carica il giorno 28 di maggio 1173 (12).

Il discorso dell’Affò trova come punto di validità principale ciò che già il Poggiali scriveva dei tre consoli di Milano, senza però che per il Poggiali bastasse a stabilire con certezza la data del documento. Le notizie precise, infatti, attorno all’organo principale del comune non sono tali e tante da consentirci una conclusione così certa. E’ vero che a Milano non potevano eleggersi al consolato quelli che erano stati consoli nell’anno precedente, era cioè necessaria la vacatio di almeno un anno, ciò nonostante i nomi dei consoli di Milano ritornano, dopo intervalli più o meno lunghi, dimostrando che alla dignità consolare potevano aspirare solo poche persone, che gli elettori, come gli eletti, erano quasi sempre gli stessi e che la vita cittadina non subì nel secolo XII quelle alternative che nel secolo successivo furono prodotte dalle lotte fra le varie classi sociali. Non solo, dunque, sono frequenti gli esempi di consoli che per lunghissimo tempo appaiono periodicamente in carica, ma è certo che nel 1173 a Milano l’anno consolare inizia il primo gennaio come l’anno civile (13). C’è inoltre da aggiungere che il numero dei consoli a Milano era piuttosto elevato come ci attesta l’iscrizione dell’anno 1171 sopra Porta Romana, che riporta il numero dei dieci consoli che hanno riedificato le mura della città (14).

Tuttavia la datazione dell’Affò, accompagnata dalla sua argomentazione, ha avuto tanta fortuna da condizionare tutta la storiografia lunigianese successiva. Eugenio Branchi nella Storia della Lunigiana feudale, parlando del marchese Opizzo Malaspina, “ uno dei personaggi più interessanti nella storia d’Italia de’ tempi suoi », scrive che nel 1173 inviò “ il figliuolo Morello in soccorso de’ Parmigiani che erano in guerra co’ Piacentini e Pontremolesi per ragione di alcuni villaggi tra Val di Taro e Pontremoli », e aggiunge con l’Affò: « ma dispiacendo alle lombarde Città collegate contro Federigo, e specialmente a Milano e a Brescia, che si contendesse là dove era bisogno di concordia e di unione per la comune salvezza, autorevolmente interpostesi, fu dopo poco conclusa la pace» (15).

Anche Giovanni Sforza, uno dei massimi studiosi di storia pontremolese ed autore dei tre volumi di Memorie e documenti per servire alla storia di Pontremoli, punto di riferimento continuo per chi si occupa della storia di Pontremoli, fa sua la tesi dell’Affò e fissa la data del documento al 28 maggio 1173, anno in cui fa cominciare le lotte tra Parma e Piacenza per avere Pontremoli, « la chiave dei due valichi che dalla Lombardia conducevano in Toscona” (16). I due valichi sono quello del Bratello, che per la val di Taro e Bardi conduceva a Piacenza, e quello della Cisa, che per Berceto e Fornovo giungeva a Parma. L’interesse – scrive lo Sforza – spingeva Piacenza ad amoreggiare con Pontremoli, per padroneggiare il Bratello e chiudere la Cisa all’emula spingeva Parma ad accarezzare Pontremoli, onde sbarrato il Bratello, la sola Cisa restasse libera ai suoi commerci» (17).

L’inserimento del documento nella storia dello Sforza non trova una chiara giustificazione da parte dello storico: dopo aver detto genericamente che i motivi delle lotte erano” forse alcuni villaggi e castelli, che le emule città si disputavano in Valditaro», e che “in quelle contese venne a mescolarsi, per quanto sembra, anche Moroello Malaspina”, parla del congresso di Crema in cui i milanesi e i bresciani ordinano ai parmigiani, ai piacentini e ai pontremolesi di fare la pace e di “ritrovarsi poi essi legati a Crema stessa il 16 di quel mese di giugno a obbedire agli ordini della lega» (18). Per poi saltare al 1182, anno in cui sono documentati con certezza i rapporti di amicizia tra piacentini e pontremolesi.

Sulla linea dello Sforza la storiografia locale ha fatto della datazione del documento al 1173 un luogo comune. Di recente il volume di Nicola Zucchi Castellini, Pontremoli dalle origini all’unità d’Italia, afferma: 2Già nel 1173 i Pontremolesi combattono in Val di Taro a fianco dei Piacentini, contro i Parmigiani. Milanesi e Bresciani impongono ai contendenti una pace che sarà solo una tregua» (19).

La possibilità di giungere ad una datazione certa del documento, che si riferisce ad un momento tanto importante dei rapporti tra Pontremoli e il nord d’Italia, è data dalle relazioni con un atto del 15 luglio 1192, avvenuto anch’esso in castro Creme », le cui copie si trovano nel Registrum magnum e nel Registrum parvum dell’Archivio comunale di Piacenza (20). In esso si dice che Adobato Butraffo, console del comune di Milano, essendo venuto nel castello di Crema per trattare, a nome del suo comune e di quello di Brescia, la questione dei parmigiani, piacentini e pontremolesi, fa dichiarazione che al giorno fissato per il convegno delle parti contendenti si presentarono i piacentini, a nome anche dei pontremolesi, ma non i parmigiani. Si afferma chiaramente, infatti, che «Placentini pro se et pontremolensibus in quindecima post festum sancti Petri proxime preteriti, sicut eis per mediolanenses et brixienses iniunctum fuit, ante nostram presentiam se representaverunt paratos obedire et adimplere omnia nostra precepta que facere velimus tam de pace quam de aliis negociis »; e dopo aver atteso tre giorni, i parmigiani “nec omnino venerunt nec nuntios miserunt nec eciam sacramenta pacis nobis scientibus fieri fecerut». Il documento è rogato come il precedente da “ Lanfrancus sacri palatii notarius” e due tra i testimoni, Vicino Poiani e Giovanni Ardengi, figurano anche nell’atto precedente (21).

Le relazioni tra questo documento e quello che abbiamo analizzato risultano così evidenti. Nel primo documento i rappresentanti del comune di Brescia e di Milano ingiungono ai legati di Parma, Piacenza e Pontremoli di fare la pace tra le loro rispettive città entro la metà del mese di giugno e di ritrovarsi sempre a Crema dopo la metà di giugno, « parati mandatis >> dei bresciani e dei milanesi. Nel secondo documento si legge che piacentini, a nome anche dei pontremolesi, si presentano come era stato convenuto nel castello di Crema davanti al console di Milano, rappresentante anche del comune di Brescia, “die una quintodecimo intrante mense iulii», pronti ad ubbidire agli ordini dei milanesi, ma,” cumque ibi trium dierum spatio moram fecissemus », i parmigiani non si fanno vedere.

Da un simile confronto consegue che la data del primo atto va spostata al 1192 e che con tutta certezza fu omesso per errore << nonagesimo », per cui si deve leggere Anni Domini millesimo centesimo (nonagesimo) secondo ». Senonchè il « Die lune quinto chalendarum Iunii», cioè il 28 maggio del 1192 cadde in giovedì e non in lunedì, come già aveva rilevato l’Affò, per cui c’è da ritenere che anche qui si ebbe un’omissione, fu scritto cioè « quinto in luogo di « quintodecimo chalendarum Iunii», il 18 di maggio che nel 1192 cadde precisamente di lunedì. Del resto portare indietro al 18 maggio la data di quest’atto, risulta anche più consono al termine stabilito al 15 giugno successivo per il giuramento di pace da prestarsi dagli uomini di Parma, Piacenza e Pontremoli (22). C’è da aggiungere inoltre che proprio dalla Storia della città di Parma dell’Affò si ricava che nell’anno 1192 uno dei consoli di Parma è quell’Alberto di Tebaldo che compare nel documento (23).

Lo Sforza dunque sulla linea dell’Affò non pensò di mettere in relazione i due documenti, che pure figurano vicini nella raccolta del terzo volume delle sue Memorie, tratto in inganno sicuramente anche dalla traduzione che ha fatto di “alia die post medium ipsum mensem», giorno in cui parmigiani, piacentini e pontremolesi dovevano incontrarsi a Crema, con il 16 del mese di giugno (24). Tuttavia solo col cambiare la data del documento al 1192 si capiscono gl’interessi delle forze presenti negli atti e gli avvenimenti che si svolsero nel tratto della regione appenninica compresa tra Parma, Piacenza e l’alta val di Magra, in cui si accampavano in contrasto il comune pontremolese e i marchesi Malaspina. Infatti le vicende storiche della lotta antifeudale nella seconda metà del XII secolo trovano nella precisa datazione del nostro documento un elemento di maggior chiarificazione e confermano ulteriormente i legami tra i due atti.


Il primo documento che conosciamo, col quale iniziano nella storia di Pontremoli le relazioni con le città « lombarde », è del 15 marzo 1182. L’atto parla di una convenzione tra piacentini e pontremolesi stipulata presso il castello di Bardi: i consoli di Piacenza, Malnepote e Oberto Scurpio, e i consoli di Pontremoli, Alberto nipote di Rustico e Alfredo, impegnano le loro rispettive città a proteggersi nelle persone, negli averi e nei loro territori, fatta salva per entrambi la fedeltà all’imperatore e per i piacentini anche alla Lega Lombarda. Tale concordia doveva essere rinnovata e giurata solennemente ogni dieci anni dalle due parti (25)

Una simile convenzione tra i due comuni separati dall’Appennino non è dovuta a vicende di lotte faziose o di guerre tra città rivali estrinseche alla storia regionale. Il fatto, circonstanziato nella realtà geografica e incluso nel processo storico, è espressione di una precisa aderenza agli interessi delle due parti. Per assicurare la forza d’espansione della città, i piacentini dovevano necessariamente procurare al comune la libertà del territorio appenninico, sottraendo alle signorie feudali l’alta valle del Taro, per aprirsi la via al mare e all’Italia centrale. A sua volta il piccolo comune pontremolese non poteva che appoggiarsi a quella vigorosa potenza cittadina per fronteggiare gli stessi nemici feudali, che dai loro domini nell’alta val di Magra tentavano di isolare il suo angusto territorio.

Nella seconda metà del XII secolo, infatti, quando Federico I Barbarossa tentava in forme molteplici di ristabilire l’autorità imperiale in Italia, anche il feudo di signoria – il feudo patrimoniale avente come suo contenuto il potere signorile emanante da una fortezza o irradiantesi su una più vasta dominazione territoriale fu spesso utilizzato per rinnovare, sulla base di preesistenti legami vassallatici di dinastie comitali e marchionali, un esplicito raccordo giuridico fra l’impero e i poteri signorili. Fu questo il significato “ feudale di certa politica del Barbarossa con i marchesi di Monferrato, con i marchesi d’Este e con i marchesi Malaspina: con essi Federico fu largo d’investiture nomine feudi per fare convergere intorno all’impero le autonomie signorili, allo scopo d’intensificare il controllo imperiale sul nord d’Italia.

Così col diploma imperiale del 1164 Federico confermava a Opizzo Malaspina l’investitura in val di Magra di Zeri, Montelungo e del castrum di Belvedere, e al di là dell’Appennino di Compiano, Bedonia, Valdena e altre località della val di Taro (26). Quest’atto, che veniva a convalidare i possessi dei Malaspina nel territorio appenninico, se rappresentava un ostacolo alla libertà d’espansione del comune di Piacenza, per il piccolo comune di Pontremoli metteva in pericolo la sua stessa sopravvivenza. Proprio dal progressivo disgregamento del gentilizio Obertengo, che aveva favorito il movimento di affrancamento e di autonomia del governo dei vicedomini e dei vassalli, era potuto sorgere nella parte più settentrionale della Lunigiana quel centro attivo di libera vita economica e civile che aveva dato origine al comune di Pontremoli. Il raccogliersi e fortificarsi tra i monti della val di Magra dei Malaspina, sempre più respinti dalle forze cittadine della valle del Po e del genovesato, creava un pericolo mortale per il comune pontremolese (27). Nè il privilegio concesso dall’imperatore agli uomini di Pontremoli nel 1167, che riconosceva e sanciva di diritto tutte le franchigie già conquistate di fatto, poteva dare tranquillità alla vita del comune (28).

Con i Malaspina, infatti, si presentava minacciosa e stringente la controffensiva della restaurazione imperiale Ai pontremolesi non rimaneva che difendersi, cercando a mezzogiorno solidarietà e alleanza col vescovo di Luni, minacciato dai Malaspina nei suoi domini temporali, e col comune di Lucca, forte centro antifeudale e lontano sbocco delle vie connesse ai valichi appenninici, a settentrione entrando nell’orbita delle alleanze delle città lombarde Il patto di alleanza del 1182 tra Piacenza e Pontremoli va inserito in questo preciso contesto storico, durante la tregua dei sei anni tra l’imperatore e i comuni lombardi, dopo la battaglia di Legnano (1176)

Con la pace di Costanza, negoziata a Piacenza e conclusa nel giugno del 1183, venivano riconosciuti senza riserve l’alta sovranità dell’impero, ma in modo tale che non interferisse con la libertà e lo sviluppo dei comuni. Il privilegio della pace (dal punto di vista giuridico aveva ragione Federico a parlare di privilegio, non potendosi trattare di pace tra un sovrano e i suoi sudditi) concedeva ai comuni gli iura regalia, riconosceva gli usi da tempo esercitati, sia riguardo al fodro che ai beni fiscali e alla giurisdizione civile e penale. Le città acquistavano il diritto di levare eserciti, di fare alleanze, di cingersi di mura, mentre cessavano d’aver valore tutti i provvedimenti imperiali presi in odio a luoghi e persone della Lega lombarda.

Legato a questa nuova fase di pacificazione è il patto del 14 luglio 1183 tra i comuni di Piacenza e Cremona, che vede coinvolto Pontremoli. Si tratta di un vero e proprio accordo commerciale tra i consoli di Piacenza e i rappresentanti di Cremona, tra cui figurano per la prima volta i «consules negociatorum Cremone”, nel quale veniva garantita «plenam fiduciam omnibus hominibus Cremone euntibus per terram et districtum Placentie, Pontremulum in personibus et rebus tam in eundo quam redeundo et stando» (29). Il documento è della massima considerazione perchè attesta la grande importanza delle vie attraverso la Lunigiana, dal momento che Cremona, legata a Parma da un vincolo cinquantennale, trattava con Piacenza pur d’assicurarsi il passaggio al mar Tirreno. Inoltre per la storia di Pontremoli è una riprova degli stretti legami tra il comune pontremolese e la città piacentina: infatti, pur non comparendo nessun rappresentante dei pontremolesi alla firma dell’atto, avvenuto nel consiglio di Piacenza, i consoli piacentini garantivano che qualunque offesa fosse commessa ai danni dei cremonesi nel territorio pontremolese, doveva essere emendata e il danno risarcito.

Un’ulteriore conferma della salda alleanza tra piacentini e pontremolesi, che spesso finiva per assomigliare ad un’accomandigia del comune pontremolese, ci è data dall’atto del 5 agosto 1183, registrato a Pontremoli “in casa Tanchredini de Apullia». In esso Musso di Pontolo e suo figlio Armanno, alla presenza dei consoli di Pontremoli, Baiamonti e Filippi, e di altri rappresentanti del comune, giurano d’osservare i precetti di Piacenza per quanto riguarda la località di Pontolo in val di Taro (30). Come pure sono testimonianze dell’amicizia tra piacentini e pontremolesi i tre atti dell’agosto 1184, in cui i signori di Compiano,  i burgensi della val di Taro e i Platone prestano giuramento di fedeltà ai consoli di Piacenza alla presenza degli uomini rappresentativi del comune di Pontremoli (31).

L’alleanza continua anche nell’estate del 1188, quando registriamo il primo scontro armato tra Piacenza e Pontremoli, da una parte, e Parma e il marchese Moroello Malaspina dall’altra, per il controllo dei passi appenninici (32). Con i piacentini e i pontremolesi si schiera apertamente Milano, particolarmente impegnata in quegli anni a salvaguardare le vie del traffico commerciale, coi parmigiani e i Malaspina scende in campo Cremona, che dopo il rovescio subito nel 1186 rientra nel gioco delle forze politiche lombarde. All’attacco dell’esercito parmigiano rispondono i contingenti piacentino-milanesi comandati dal console di Piacenza Oberto Ognazi, mentre il podestà di Valditaro, accorso in aiuto, riesce coi pontremolesi a disperdere parmigiani. Scrive lo Sforza “Quaranta de’ maggiori e migliori cavalieri di Parma son presi, menati a Pontremoli e incarcerati; perdono la tromba, che qual trofeo di vittoria è pur recata a Pontremoli. Molti sono i morti, più assai i feriti, da tremila vagano dispersi e fuggiaschi per boschi e luoghi deserti, e son per ogni dove inseguiti, feriti, uccisi, e la più parte catturati da Pontremolesi, che fanno largo bottino d’armi, di cavalli e di vesti (33).

La guerra, che minacciava di divampare in un più vasto conflitto con i nuovi soccorsi giunti da Cremona e l’alleanza di Parma con Reggio e Modena, fu composta dal nuovo pontefice Clemente III, il quale delegò due cardinali ad appianare le divergenze fra piacentini e parmigiani. Il documento della pace, che viene stipulato ai primi del 1189, dice che Pietro, cardinale di S. Cecilia, e Soffredo, cardinale di S. Maria in via Lata, fanno giurare la pace ai consoli di Parma, al podestà di Piacenza e ai marchesi Moroello, Opizzone e Alberto Malaspina. In particolare prescrivono a Moroello di far pace, anche a nome dei suoi fratelli Opizzone e Alberto, coi piacentini e i suoi alleati, “specialiter autem Pontremulensibus». Cosa che Moroello fa promettendo di alutare i piacentini contro tutti, fatti salvi i giuramenti con pavesi, cremonesi e parmigiani, e concedendo tutte le proprietà di val dı Taro e della val d’Ena per la somma di quattromila lire piacentine, con la riserva di far giurare lo stesso impegno ai fratelli (34).

Alla morte di Federico Barbarossa (9 giugno 1190) la situazione politica italiana mutava notevolmente. Enrico VI aveva bisogno dell’appoggio della Chiesa, che disponeva dell’investitura imperiale e lo poteva aiutare nella conquista del regno di Sicilia, per questo era costretto ad essere largo di concessioni a chiese e vescovi lombardi. Oltre a ciò intendeva bilanciare con particolari concessioni la potenza delle città lombarde, piuttosto che promuovere l’egemonia di Milano. Queste concessioni imperiali, deprimendo le forze conservatrici e rafforzando i nuovi ceti, diventavano un potente strumento per affrettare quella patrimonizzazione del feudo che i comuni perseguivano da più di un secolo. L’esercizio della potestà sovrana, infatti, era stato concesso alle città con la pace di Costanza, ma non poteva attuarsi se non in una progressiva limitazione delle sovranità signorili, fino al loro completo assorbimento da parte dei comuni. Il feudo con la sua particolare prerogativa dello imperium doveva sparire, per rimanere solo il dominium che i comuni erano disposti a riconoscere e a tutelare.

Con questo spirito Enrico VI concedeva nel 1191 ai piacentini “ regalia in civitate placentina, et extra per totum districtum, que tenent vel soliti sunt tenere, si que sunt que non contineantur in concessionibus factis secundum tenorem privilegiorum pacis Lombardie»; e s’impegnava ad aiutarli nel mantenere, difendere e recuperare ogni loro possesso e diritto, in cambio dell’aiuto per la conquista delle terre della contessa Matilde. Anche in questa occasione Pontremoli è a fianco dei piacentini e sta particolarmente a cuore alla città di Piacenza se ottiene nel diploma imperiale di essere espressamente citata nella seguente forma: « Puntremulenses quoque ad peticionem placentinorum in nostram gratiam et protectionem et defensionem recipimus “ (35).

Da simili regalie derivavano le ragioni di scontento in seno a quelle famiglie che, in virtù di precedenti concessioni imperiali, si reputavano sovrane nei loro feudi e che vedevano sempre più erodere il loro potere. Legato a nuove discordie, nate da questo stato di malcontento, è l’atto dei preliminari di pace fra i piacentini ed i pontremolesi da una parte, e i parmigiani, i  « grondolenses » e la famiglia degli Oldeberti dall’altra. Nel documento, stipulato nel corso del 1191, si dice che i piacentini debbono nominare come suoi rappresentanti due milanesi e i parmigiani due reggiani per rivendicare i loro possessi in val d’Ena e in val di Taro. Per quanto concerne Grondola, devono cessare i contrasti tra pontremolesi e i grondolenses, “quod par debet esse inter eos, et fina de omnibus maleficis et demisque iris datis hinc inde, et si que possessiones rerum immobus suntalane hinc inde restituantur” (36)

Grondola era una forte posizione che dominava lungo il fiume Verde le strade del Borgallo e del Bratello e verso la Magra la via del Montebardone. “Per comprendere bene l’importanza del castrum di Grondola – scrive il Giuliani – non bisogna considerare solamente il castello, del quale rimangono le ultime rovine, che sorgeva sul poggio aguzzato dalla erosione, quasi a picco sulla stretta gola del Verde. Grondola era invece un’ampia fortezza che s’allargava dal Verde verso la Magra, dominando non solo i valichi e le vie del Verde, ma anche il valico e la via di Montebardone. Di questo genere erano infatti i castelli medioevali montani d’importanza militare, nei quali la forza del castrum centrale era completata da tutte le fortificazioni del territorio, cioè turres, cimae, fortitudines, steccati, fossati, argini ecc, di tutto quanto insomma nel territorio poteva acquistare valore e capacità di offesa e di difesa (37).

I Malaspina ne avevano fatto un caposaldo contro l’espansione dei comuni, in particolare contro l’oppidum di Pontremoli (38). Di qui le continue lotte tra gli uomini di Pontremoli e i “grondolenses”, che qui compaiono per la prima volta (39). Tra costoro la pace doveva avvenire nel seguente modo: « Grondola permanente in suo statu, quod factum est inter Placentinos cum illis de Parma et consuetudines Pontremulensium, quas seliti sunt abere in Grondola, habeant”. Tuttavia il tentativo non fu coronato da grande successo, se dopo circa un anno si rinnovavano i preliminari di pace tra parmigiani, piacentini e pontremolesi. Quest’opera di pacificazione va vista come energica reazione di Piacenza e della sua alleata Milano a difesa delle vie di comunicazione contro l’insidiosa politica di Enrico VI.

I due documenti del 1192, di cui abbiamo trattato nella prima parte di questa ricerca, rientrano nella politica milanese-piacentina di questo preciso momento storico. Allorchè Brescia, alleata di Milano, infliggeva il 7 luglio 1191 a cremonesi e bergamaschi uniti la celebre sconfitta della Malamorte, Enrico VI interveniva a salvare le sue protette, Cremona e Bergamo, e ad imporre la pace, conclusa dai suoi messi il 14 gennaio 1192. Nel frattempo l’imperatore promuoveva una lega di città che si contrapponesse alla Lega lombarda: vi aderivano Pavia, Cremona, Lodi, Como e Bergamo Quale fosse il significato di questa lega si vide subito ai primi del 1192, quando con un attacco concentrico bergamaschi, pavesi e lodigiani irrompevano nel contado milanese (40)

Da questo stato di tensioni nasceva il tentativo compiuto da Milano e Brescia il 18 maggio 1192 per pacificare Parma, Piacenza e Pontremoli. Esso era l’espressione della politica milanese tendente a proteggersi, in un momento tanto delicato, le vie di comunicazione verso il sud, attraverso i territori piacentini e pontremolesi, dopo che abbiamo visto la reazione feudale rivendicare con l’aiuto di Parma gli antichi possedimenti dell’Appennino tosco-emiliano. Che poi il tentativo di pacificazione fallisse per la volontà dei parmigiani che non si presentarono all’incontro del 15 luglio 1192, si può chiarire con gli avvenimenti successivi. Parma, che aveva sempre tenacemente appoggiato le rivendicazioni malaspiniane nel territorio appenninico per aprirsi un libero accesso al mare, mirava in questa circostanza a creare difficoltà a Milano in favore della lega delle cinque città lombarde, alla quale il 9 giugno l’imperatore aveva aderito apertamente.

Tutto ciò avveniva in un momento in cui Enrico VI faceva pressioni su Brescia per allontanarla dall’alleanza con Milano. Dopo alcune settimane di trattative, infatti, il 26 e 27 luglio 1192, l’imperatore concedeva ai bresciani un ampio e particolareggiato privilegio con cui confermava le regalie e precisava il loro ambito territoriale. Non è un caso, infatti, che il 15 di quel mese di luglio Brescia non inviasse suoi uomini al convegno di Crema, ma delegasse il console di Milano a rappresentarla. Col privilegio l’imperatore obbligava i bresciani ad abbandonare l’alleanza con Milano e ad aderire alla nuova lega. Ad accrescere l’isolamento dei milanesi, si univa ai loro nemici nel 1193 il marchese di Monferrato, la cui inimicizia rendeva malsicure le vie che da Genova conducevano in Lombardia. Ma la potenza militare di Milano si vide in quell’occasione: il 31 maggio i milanesi sbaragliarono a Lodi Vecchio lodigiani, cremonesi e pavesi, mentre successivamente sconfiggevano ed umiliavano le cinque città nemiche (41).

L’imperatore Entico, che intanto s’apprestava ad una nuova spedizione nel regno di Sicilia, rimandava a tempi migliori una rivincita su Milano e stabiliva una tregua tra le città lombarde. Trusardo di Kestenburg, suo vicario in Italia, convocava il 12 gennaio 1194 una dieta a Vercelli, dove induceva i milanesi ed i cremonesi coi loro rispettivi alleati a promettersi vicendevolmente pace. Dal documento si coglie il duplice spiegamento delle forze in conflitto da una parte Milano, Brescia, Piacenza, Novara, Alessandria, Asti, Crema, Pontremoli, Gravedona, Domaso e Chiavenna; dall’altra Cremona, Pavia, Lodi, Bergamo, Como, Parma, il marchese di Monferrato e i marchesi Malaspina. L’atto di mediazione del vicario imperiale stabiliva una tregua immediata, la liberazione dei prigionieri ed accoglieva il principio della libertà di transito sulle vie di terra e di acqua, principio per cui sì strenuamente si era battuta Milano. Alcune clausole parlano infatti << de stratis aperiendis et mercatis ducendis tam per aquam quam per terram »; è sintomatico altresì che per Milano giurino anche i consules negotiatorum, che più direttamente erano interessati alla garanzia di un libero transito di uomini e merci sulle vie fluviali e terrestri (42).

Il 20 aprile 1194 il legato imperiale Trusardo rinnovava ai contendenti delle due parti di osservare sotto il vincolo di giuramento le concordate condizioni di pace, « exceptis Parmensibus et marchione Muruello et fratre eius Alberto >>> (43). Quest’ultimi infatti erano posti al bando dell’impero per essersi rifiutati di posare le armi, « perché –  scrive il Branchi – sembrava che in quel momento, favoriti dalla fortuna, fossero per prevalere sui nemici, in quanto che in fatto riuscì allora a Parma, con l’ajuto verosimilmente dei ricordati Marchesi, rícuperare Borgo San Donnino e Bargone, che indi a poco per altro riperse >>> (44). Verso la metà di luglio lo stesso imperatore, trovandosi a Pisa per assicurarsi l’appoggio della flotta nell’impresa normanna, intimava ai Malaspina e ai parmigiani di cessare ogni ostilità e di rimettere le prtese coi piacentini e i pontremolesi al giudizio di arbitri (45).

Così il 7 di ottobre dello stesso anno in Pontremoli, « in domo Aldebertini de Aldebertis et fratrum », i consoli di Piacenza, Giovanni di Malamena e Guglielmo Scorpio, incaricavano il messo Cimolello di farsi loro procuratore per ricevere dal marchese Alberto Malaspina il giuramento d’osservare la pace, che suo fratello stava per fare coi piacentini e pontremolesi (46). Il giorno 11 di ottobre, “in burgo Felenterie aput portam ipsius bargi, in domo… coram domino Monruello marchione” (dove sembra d’intendere in Filattiera, forse nella stessa abitazione di Moroello, fondatore del ramo dei Malaspina dello spino fiorito), il marchese Alberto alla presenza del Cimolello s’impegna a rispettare la pace che il fratello Moroello farà coi piacentini e i pontremolesi (47).

Il 6 novembre 1194, infatti, in Piacenza il marchese Moroello e suo figlio giuravano pace con i piacentini e i pontremolesi, rimettendo tutti i danni subiti “a tempore pacis facte mediantibus Cardinalis preter de dampnis et maleficiis que contingerunt post preceptum quod vobis et nobis dominus imperator fecit in pisanis partibus”. Promettevano d’aiutare e difendere gli uomini di Piacenza e Pontremoli nelle terre malaspiniane, tanto lungo le strade che fuori; di non fare guerra alle due popolazioni, nè dare il passo a chi volesse portar le armi contro di esse. S’impegnavano, infine, a non permettere che venissero riedificati i castelli di Pietracorva e di Grondola, salvo parere contrario dei piacentini. Dal canto loro piacentini e pontremolesi garantivano di stare in pace coi marchesi Malaspina e con gli uomini della loro parte; di rimettere i danni subiti e di aiutarli nel loro stesso modo. In particolare i rappresentanti di Piacenza assumevano l’impegno di dare ai Malaspina una casa conveniente in città, di restituire il feudo di Felino, che il loro padre Opizzo teneva, “solvendo eis qui tenent peccuniam quam pro Marchionibus solverunt creditoribus pro eo feudo”; infine di distruggere il castello di Pietracorva e a non ricostruirlo (mentre non nominano il castello di Grondola) (48).

Da questa pace risulta che il castello di Grondola era andato distrutto e che i Malaspina s’impegnavano a non ricostruirlo, né a favorirne la ricostruzione. Dei diritti dei pontremolesi, che in forza delle consuetudines avevano sempre rivendicato il poggio di Grondola, non si fa parola. L’anno successivo, 17 dicembre 1195, il marchese Alberto Malaspina, anche a nome del nipote Corrado, vendeva al podestà di Piacenza per il prezzo di 215 lire piacentine il poggio di Grondola e ogni altro poggio che si trovi “in curte Grondule”; a patto che nessuna rocca vi si potesse costruire, se non di comune accordo tra le due parti. E se i parmigiani o altri volessero ricostruire il castello di Grondola o edificarne uno nella stessa corte, i Malaspina avrebbero aiutato i piacentini ad impedirlo. Infine il marchese Alberto, dopo aver ordinato a Enrico di Montecucco di consegnare formalmente la corte di Grondola al podestà di Pontremoli, Jacopo Calvi, delegato a riceverla da parte dei piacentini, giurava fedeltà al comune di Piacenza e s’impegnava a non fare lega con nessuna delle città lombarde (49).

I Malaspina, dunque, erano costretti a vendere Grondola ai piacentini, divenendone vassalli per conto del comune di Piacenza. In tal modo Piacenza, con la sua decisa e vigorosa azione, non solo era riuscita ad entrare in possesso dell’alta valle del Taro nel 1189, ma ora s’impadroniva anche di Grondola, assicurandosi una posizione dominante sull’Appennino tosco-emiliano. A raggiungere tale obiettivo l’aveva aiutata l’alleanza del piccolo comune di Pontremoli, la quale per la disparità delle forze era finita il più delle volte ad assomigliare ad una accomandigia. Ma la caduta di Grondola in mano ai piacentini doveva ben presto separare gl’interessi politici dei due comuni. Crollata la potenza malaspiniana nell’alto Appennino, dalla val Staffora alla val di Taro, e divenuti cittadini e vassallı di Piacenza i marchesi Alberto e Corrado Malaspina, la politica piacentina prendeva un diverso indirizzo. Pontremoli, infatti, non rimaneva che un piccolo centro dell’alta val di Magra ormai inutile all’opera d’espansione del comune piacentino; i Malaspina, invece, non solo non rappresentavano più un ostacolo per Piacenza, ma anzi, come signori ancora potenti in Lunigiana e padroni delle comunicazioni lungo la val di Magra, assicuravano alla città padana la via al golfo lunense e a Lucca.


GIUSEPPE BENELLI, La lotta antifeudale del comune di Pontremoli nella seconda metà del XII secolo, in Archivio Storico per le Province Parmensi, a. 1981

(1)         Copia del principio del XIII secolo si trova nel Registrum magnum c. 149, dell’Archivio comunale di Piacenza, copia del XIII secolo, trascritta dalla precedente, nel Registrum parvum, c. 105, dello stesso Archivio Ctr I. AFFÒ, Storia della città di Parma. Parma 1793, vol. II. pp. 381-382-G SFORZA, Memorie e documenti per servire alla storia di Pontremoli, Lucca 1887. vol. III, pp. 244-246: C. MANARESI, Gli atti del Comune di Milano fino all’anno MCCXVI Milano 1919, pp. 253-254: A. CORNA F. ERCOLE A. TALLONE. Il Registrum magnum del Comune di Piacenza, Torino 1921., pp. 319-320.

(2)         Il documento è rogato da Lanfranco, “sacri palatu notarius”, e la copia è autenticata dalle sottoscrizioni dei seguenti notai: Sartorio de Sarturanno, Giovanni de Monte Alberto de Travazano e Giovanni Carmangiario

(3) B. CAMPI, Memorie storiche della Città di Pontremoli, Pontremoli 1975, p. 72. II Campi è impreciso sui nomi dei consoli e non parla dell’intervento di Milano e di Brescia.

(4) N.M. BOLOGNA, Notizie istoriche di Pontremoli, in G. TARGIONI TOZZETTI, Relazioni d’alcuni viaggi fatti in diverse parti della Toscana, Firenze 1777, Tomo XII, pp. 229-230 Il Bologna cosi argomenta: “Perciò in si breve tempo non sarebbe riuscito ai Pontremolesi di sottrarsi dall’obbedienza dei suddettu Ugo e Folco o de’ loro discendenti, i quali possedevano tante terre e castella in Lunigiana. Inoltre, essendo essi ribelli, come in fatti tali sarebbero stati, non avrebbero potuto intraprendere brighe con due popolazioni così ragguardevoli, massime non potendo mai avere forze bastanti per contendere colle dette due città, ed insieme guardarsi le spalle da loro padroni, i quali non si deve credere che in tali circostanze volessero tenere le mani a cintola»; Ibidem, p. 230. Tutto il ragionamento del Bologna, basandosi sull’autenticità del documento al 1102, poggia, come vedremo, sopra una falsa premessa

(5) Compendio Istorico della Provincia di Lunigiana, Parma 1780,  P 134

(6) C. POGGIATA, Memorie storiche di Piacenza, Piacenza 1757, vol. IV, P32

(7) Ibidem, pp. 32-33.

(8) Ibidem, p. 33.

(9) 1 Arro, op cit, vol II, pp 381-382.

(10) Ibidem, pp 252-253.

(11) Ibidem, pp 254-255

(12) Ibidem, pp 255-256

(13) C. MANARESI, op. cit., p. XLI.

(14) Ibidem, p. XLI

(15) E. BRANCHI, Storia della Lunigiana fendale, Pistoia 1897, vol. 1. p81

(16) G. Sforza, op. cit, Firenze 1904, vol. 1, pp. 109-111.

(17) Ibidem, pp 109-110.

(18) Ibidem, pp. 110-111. Nel volume terzo delle Memorie, dove lo Sforza riporta il documento che ci interessa, alla data Anno Domini millesimo centesimo secundo, l’autore scrive in nota: E’ un manifesto errore del copista; e il documento appartiene all’anno 1173, come dimostra nel modo più evidente l’Afíò a pag. 254 e seg del vol. II della sua Storia della città di Parma. G. Sforza, op cit, vol. III, p. 246

(19) N. ZUCCHI CASTELLINI, Pontremoli dalle origini all’unità d’Italia Milano 1976, p. 11. Anche in uno studio precedente, Il Comune di Pontremoli e la sua espansione territoriale, lo Zucchi Castellini aveva scritto: “Nel 1173 i Pontremolesi alleati a Piacenza, combattono in Val di Taro contro Parma che sostiene, nella resistenza opposta all’avanzata piacentina nell’Alto Taro, Malaspina, gli Ena, i Platoni ed altri consorti”; in Archivio sto nico per le Province parmensi, Parma 1966, vol. XVIII, p. 189.

(20) Copia del principio del XIII secolo nel Registrum magnum, с. 138 dell’Archivio comunale di Piacenza, copia del secolo XIII trascritta dalla SFORZA, op cit, vol. II. pp. 258-259: C MANARESI, Op. cit. pp. 254.255 precedente nel Registrum parvum, c. 95. dello stesso Archivio. Cfr. G A CORNA-F. ERCOLI A. TALLONE, op cit, pp. 291-292

(21) La copia e autenticata da “lohannes de Sparoaria sacri palatio notarius”.  Il primo a mettere in relazione i due documenti è stato il Manaresi, cfr. C. MANARESI, op cit, p. 253.

(22) Ibidem, p.253. Sull’indicazione del Manaresi la data viene accettata anche in A CORNA F. ERCOLE A TALLONE, op. cit. p. 319 Tuttavia la storiografia pontremolese ha continuato a ripetere la datazione dello Sforza

(23) l’ Affò, op. cit, vol. III, pp. 56 L’Affò nella sua storia non cita il documento del 15 luglio 1192.

(24) G Sforza, op cit, vol. I, p. 111.

(25) Ibidem, vol. III, pp. 246-248. A. CORNA-F. ERCOLE-A TALLONE op cit, pp. 233-234

(26) Cfr. G DREI, Le carte degli archivi parmensi del sec. XII, Roma 1950, vol. III. n. 322, M. GIULIANI, La via del Borgallo, il Pagus Vi gnolensis e il Castrum Grundulae, in Archivio storico per le Pro Vince parmensi, Parma 1954, vol. VI, p. 63, N ZUCCHI CASTELLINI,Il Comune di Pontremoli e la sua espansione territoriale, op. cit. pp. 189.190 Lo Zucchi Castellini scrive che Obizzo Malaspina aveva ottenuto nel 1164 dal Barbarossa un diploma destinato a dare un titolo giuridico al suo progetto di una grande signoria malaspiniana che, a cavallo dell’Appennino, avrebbe dovuto estendersi dal Tortonese alle foci della Magra, Ibidem, P 190

(27) Che i possessi malaspiniani nell’alta Lunigiana fossero d’importanza vitale per il comune di Pontremoli, lo dimostra il controllo che esercitavano sulle vie di comunicazione: Zeri dominava la via per il genovesato Montelungo quella della Cisa, mentre il Castrum di Belvedere sorgeva sopra un erto colle, di fronte alla pieve di Vignola a controllo della via del Borgallo. Cfr. M. Giuliani, Note di topografia antica e medioevale del Pontremolese, in Archivio storico per le Province parmensi, Parma 1935, vol XXXV, Estratto, In, Il Castello di Zeri e le comunicazioni antiche e medioevali della regione del Göttero, in Archivio storico per le Province parmensi, Parma 1959, vol. XI. Estratto, In, La via del Borgallo, id Paga Vignolensis e il Castrum Grundulae, op cat, pp. 51-77

(28) Cfr. G. SFORZA, op cit., vol. III, pp. 243-244, A. CORNA F. ERCO LEA TALLONE, op cit, p. 179. Che il privilegio imperiale non conferisse tranquillità al comune pontremolese, lo dimostra il repentino schierarsi di Pontremoli a fianco della Lega lombarda contro Federico, al quale nel settembre del 1167 impediva il passaggio per il territorio pontremolese Appena Federigo arriva a Villafranca – scrive lo Sforza –  e si apparecchia  a entrare nel suburbio di Pontremoli gli è da questi negato il passo e non potendoselo aprire colla forza, chè del fiorente esercito altro non li restano che pochi uomini sgomenti e infermi, da volta, e si abbandona alla fede di Obuzzo Malaspina, il quale, per le sue terre, quasi fuggiasco, lo mena alla marina, e di là per valli e monti e ignoti sentieri e dirupi lo riduce in salvo a Pavia, G SFORZA, op. cit, vol. I, pp 106-107.

(29) A. CORNA-F. ERCOLE-A. TALLONE, op cit, pp. 47-48. Sull’importanza di questo documento si veda U. GUALAZZINI, La mercadandia nella vita cremonese, in Inventario dell’ Archivio storico camerale, Milano 1955, PP. XXVII-XXXV

(30) G. STORZA, op cit, vol. I, pp. 124-125, A CORNA F. ERCOLE-A TALLONE, op. cit., p. 220. Lo Zucchi Castellini scrive. “Al giuramento sono presenti con Giovanni conte di Bardi i consoli di Pontremoli e numerosi personaggi che, se anche non tutti singolarmente identificabili, possono ritenersi componenti del Comune nella nuova associazione fra il ceppo degli Adalberti e i ceppi signorili del contado. Tra tutti, accanto agli Adalberti si possono riconoscere i rappresentanti della famiglia che aveva tenuto il castello di Piolo, Monaco da Saliceto con i figli Alberto e Plebano progeniri dell’illustre famiglia pontremolese dei Villani ed il Trincadini, personaggio predominante al quale i Piacentini si affidano e che sembra guidare la politica dei Pontremolesi “ N ZUCCHI CASTELLINI, Il Comune di Pontremoli e la sua espansione territoriale, op cit, p 193

(31) Due atti sono del 5 agosto 1184 e avvengono in val di Taro, nel primo i signori di Compiano giurano d’adempiere tutti i precetti dei consoli di Piacenza e tra i testimoni compare Alberto di Rustichello di Pontremoli, nel secondo, alla presenza di Guiscardo di Pontremoli e del suddetto Alberto di Rustichello, certi burgensi della val di Taro giurano fedeltà ai consoli di Piacenza A. CORNA F. ERCOLE-A TALLONE, op cit, pp 158-160. Il Terzo atto si svolge “in valle Tari propre castellum quod dicitur Platonum” il 10  Agosto 1184 e figurano “ Filipi, Giselli, lacobs, Aldeberti de Pontremulo” come testimoni al giuramento di fedeltà di Gerardo di Platone ai consoli di Piacenza. Ibidem, pp. 162-163.

(32) Cfr. G. SFORZA, op. cit, vol. I, pp 111-112: G. FRANCESCHINI. La vita sociale e politica nel Duecento, in Storia di Milano, Milano 1954, PP 126-127.

(33) F. SFORZA, op cit, vol. 1, p. 112.

(34) Cfr. G. STORZA, op cit vol. III, pp. 248-250, A CORNA, F. ERCO LE, A TALLONE, op cit, pp. 256-258 Lo Sforza data il documento in modo sbagliato al 1188, Febbraio 8. Dall’atto risulta che il podestà di Piacenza è Jacopo Mainerio di Milano anche questo dimostra i rapporti d’amicizia tra i comuni piacentino e milanese Cfr. C. POGGIALI, op cit., vol IV, p 222

(35) Cfr. G. SFORZA, op. cit., vol III, pp. 251-254, A. CORNA-F ERCOLE A. TALLONE, op cit, pp 203-205. La concessione delle regalie e la protezione ai pontremolesi si ripetono in tre documenti imperiali diversi .Il primo è datato 21 gennaio 1191 ed è quello che abbiamo citato; in esso compare la scritta “Cumque Rome coronati fuerimus renovabimus hoc privilegium “.Infatti il secondo documento è del 5 giugno 1191, concesso a Napoli dopo l’incoronazione a imperatore avvenuta a Roma il 15 aprile di quell’anno Cfr Ibidem, pp. 55-57 1l terzo non è datato, ma si ritiene che debba essere dei primi mesi del 1192: Poggiali lo data 12 febbraio e con lui concorda lo Sforza (C. POGGIALI, op cit, vol. V. pp. 6-8: G SFORZA, op cit, vol II pp. 254-256), è datato invece 21 gennaio 1191 in A CORNA-F ERCOLE A TALLONE, op cit, pp 256 258

(36) Cfr. G. Sforza, op cit, vol III. Pp.256-258 In A CORNA,  ERCOLE A TALLONE,op. cit.pp. 185-186, il documento è datato 25 marzo 23 settembre 1191

(37) M. GIULIANI, La via del Borgallo, il Pagus Vignalensis ed Castrum Grundulae, op cit., p. 65.

(38) Il castrum non compariva nel diploma imperiale del 1164 concesso a Opizzo Malaspina Per il Giuliani il fatto si spiega perché “forse allora aveva minore importanza ed era nelle mani di vassalli come altre forti posizioni dei Malaspina nella valle del Taro, infeudate agli Ena e agli Oldeberti”. Cfr M. GIULIANI, La vie del Borgalio, il Pagus Vignolenus eid Castrum Grundulae, op cit., p. 64

(39)I “grondolenses” sono probabilmente da intendersi proprio i vassalli dei Malaspina. , “non potevano certo essere gli abitanti organizzati di una comunità politica autonoma”Cfr. N ZUCCHI CASTELLINI Il Comune di Pontremoli e la sua espansione territoriale, op cit. p. 191 Del resto i cronisti pontremolesi attribuiscono la signoria di Grondola alla famiglia dei Filippi, il cui rapporto coi Malaspina è asserito dal Ferrari e la cu futura azione politica nell’alta val di Magra li vedrà sempre sostenitori dei Malaspina Cfr. P. FERRARI. Un ramo dei Buonaparte a Pontremoli  , in “Quaderni della Giovane Montagna”, Parma 1937, n 14

(40) Cfr G. FRANCESCHINI, op cit, pp. 128-129

(41) Ibidem, p. 129, A. Bosisio, Dalle origini alla caduta della signoria viscontea (1426), in Storia di Brescia, Brescia 1961, vol. I, pp. 639.640. L’energica reazione di Milano contro la politica d’Enrico VI si spiega come difesa vitale delle vie del commercio. Scrive il Franceschini. Chignolo Po, così come Vigevano e Rivoltella d’Adda e Crema, prima che un problema di potenza, erano un problema d’esistenza, per Milano. Secondo calcoli prudenti,  Milano sui primi del ‘200 superava già le novantamila anime. Il prodotto della decima, imposta al contado, pagata in cereali, aggiunto a quella quantità che si poteva acquistare nel territorio, non era certo sufficiente al sostentamento d’un così grosso centro di consumo. La parte mancante bisognava acquistarla con lo scambio di merci e servizi. L’attività commerciale di Milano risponde anzitutto ad una necessità di vita. G FRANCESCHINI, Op cit, p. 129

(42) Cfr. C. MANARESI, op. cit, pp. 257-259; A. CORNA-F. ERCOLE-A TALLONE, op cit, pp 287-288; G. SFORZA, op. cit, vol. III, pp. 259-260. Il testo dello Sforza presenta alcune interpretazioni sbagliate

(43) Cfr. C. MANARESI, op. cit, pp. 259-261, A. CORNA-F. ERCOLE-A TALLONE, op. cit, pp. 177-179, I. Arro, op. cit, vol. III, pp. 8 e segg. p. 302 p9 (44) E BRANCHI, op. cit., vol. I, p. 109. Cír. 1. Arrò, op. cit., vol. III.

(45) Cfr. C. POGGIALI, op. cit., vol. V. p. 23.

(46) Cfr. A. CORNA-F. ERCOLE-A. TALLONE, op. cit., p. 205, G. SFORZA, op cit, vol. III, p. 261.

(47) Cfr. A. CORNA-F ERCOLE A. TALLONE, op cit, pp. 205-206, G. SFORZA, op cit, vol. III, pp. 261-262 Lo Sforza invece di « in burgo Felenterie” ha letto “in burgo Selenterie”

(48) Cfr A. CORNA-F. ERCOLE A TALLONE, op cit., pp. 310-313. G. SFORZA, op cit., pp. 262-267 Nello stesso giorno il marchese Moroello e suo figlio Guglielmo promettevano al podestà di Piacenza che Corrado, figlio del Marchese Malaspina Opizzone, quando avesse raggiunto l’età di 18 anni  (allora ne aveva 14), avrebbe firmato la pace come era stata stabilita tra gli  stessi marchesi, i piacentini e i pontremolesi A. CORNA F.ERCOLE A TALLONE op. cit. pp. 34/341

(49) Cfr. Ibidem, pp 313-314; G SFORZA, op. cit, vol. III, pp 267-268 11 18 marzo 1198 Corrado Malaspina, all’età di 18 anni, confermava la vendita di Grondola e la pace che Moroello e suo figlio Guglielmo avevano fatto coi piacentini e i pontremolesi Cfr. A CORNA-F. ERCOLE A TALLONE op cit, pp. 171-172

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