DON G. MATTEO FARFARANA

…….Anche se sullo sfondo c’erano le grandi vicende della storia nazionale, non erano esse a destare l’attenzione di chi ha lasciato testimonianza sulla vita della gente dei paesi, i parroci in primo luogo. Certo che a Pontremoli, e a Valdantena in particolare, era ancora vivo il ricordo di quando, nell’aprile 1848, giunta la notizia dell’insurrezione di Milano e dei disordini a Parma, fu costituito un governo provvisorio con l’avv. Bianchi, Bologna, l’avv. Reghini, il rettore di San Colombano, don Giovan Matteo Farfarana, e il dott. Ruschi. Fu dichiarata la decadenza del Duca di Parma ed un corteo guidato proprio da don Farfarana, originario di Versola di Valdantena, sventolante la bandiera tricolore, il 27 aprile chiese ed ottenne l’allontanamento del presidio militare parmense, mentre il vescovo Orlandi celebrava il Te Deum (13). Poi si rammentavano l’entusiastica accoglienza riservata a Vincenzo Gioberti (14) e la soddisfazione per il ritorno dell’ex Lunigiana Parmense alla Toscana, il cui Granduca Leopoldo, a luglio, era stato ricevuto con tutti gli onori a Pontremoli (15). Un fuoco di paglia: già nella primavera 1849 tutto ritornava come prima e Carlo II di Borbone era di nuovo signore dei pochi sassi della Provincia di Pontremoli. Sono anni contraddittori: da un lato c’è la simpatia di molti pontremolesi per Carlo, frequentemente presente nel capoluogo, dall’altro ci sono le epurazioni nei confronti dei maggiori attivisti dei moti del 1848, con don Farfarana spedito al confino nel seminario di Fidenza, da dove potrà, però, fare ritorno già nel 1851 per l’intercessione del vescovo…….

Tratto da: Giulivo Ricci, Zeri Guida Storica, edito da Amministrazione comunale, 1982 p. 44



La famiglia Farfarana è tuttora presente a Versola. Quanto al parroco di S. Colombano, nelle Carte di Emanuele Celesia, è definito “quel feroce apuano d. Matteo Farfarana che da una mano brandisce il crocifisso, dall’altra l’archibugio e aspetta i nemici senza paura“.

Tratto da: Una famiglia di Valdantena in Sudamerica fra Ottocento e Novecento – Tito Vespasiano Lisoni ai vertici della Repubblica cilena  di Giulio Armanini, in Archivio Storico per le Province Parmensi, Deputazione di Storia Patria per le Province Parmensi, Quarta serie, vol. LXVI, anno 2014,



………….La banda cittadina si recò più volte all’albergo, il paese fu illuminato, alcuni cittadini vollero prestare al Gioberti una guardia d’ onore, e fu infine costituita una deputazione di cittadini perché si recasse ad esprimere all’ illustre personaggio l’ammirazione del pubblico pontremolese e la sua gioia di averlo ospite. La deputazione era composta del Gonfaloniere Cav. Luigi Bocconi, del Capitano della Guardia Civica Giulio Parasacchi, del Parroco di S. Colombano Don. G. Matteo Farfarana, di Antonio Bologna e dei Dottori Domenico Giumelli e Raffaello Reghini.

La deputazione presentò al Gioberti “quella iscrizione che esposta al pubblico nelle feste del Settembre 1847  lo proclamava come potente iniziatore di riforme” , iscrizione che non mi è stato possibile rintracciare.

Mentre la deputazione esponeva al celebre filosofo il sentimento dei Pontremolesi, il popolo, in folla, sotto le finestre dell’albergo, acclamava e salutava il Gioberti, invitandolo ripetutamente a pronunziare qualche parola…….

Tratto da:  MANFREDO GIULIANI, Gioberti a Pontremoli nel 1848, Giornale Storico della Lunigiana, Vol. 3, 1911



……..Tra questi ultimi comparisce don G. Matteo Farfarana, allora Rettore della importante parrocchia urbana di San Colombano, sacerdote di temperamento fiero e battagliero, di carattere intransigente , ancora ricordato per aver sollevate le popolazioni specialmente dello zerasco, quando nel territorio della Lunigiana Granducale si minacciava una insurrezione armata allorchè, dopo la morte di Maria Luigia, sul finire del 1847, in esecuzione dei deliberati del Congresso segreto di Firenze del 1844, per gli accordi intervenuti tra i Duchi di Modena, di Parma e il Granduca di Toscana, il Pontremolese (alta val di Magra) doveva essere annesso agli Stati di Carlo II di Borbone, Duca   di Parma…….

Tratto da: Un elenco di persone sospette nei registri della gendarmeria borbonica di Pontremoli – Corriere Apuano 29.9.1979



Ma, oltre il ricordo delle campane e del turibolo, delle cotte finissime dalle belle trine e delle stole a ricami argentei e turchini, dei camici di lino e dei piviali di damasco smagliante e del fulgore che si spandeva nella chiesa nelle grandi festività, mi accompagna tuttavia il ricordo di don Farfarana, parroco di San Colombano.

Il quale era un vecchio prete alto e asciutto, di sentimenti liberalissimi e di puri costumi, duro per sé e, come occorreva, per gli altri; parlatore sobrio, ma elegante, avendo lo spirito nutrito di buoni studi, e assai arguto.

Con noi chierici parlava poco e anche con i sagrestani e i curati che frequentavan la chiesa; ma tutti, pur temendolo, lo amavano.

Infestavano a quei tempi la parrocchia due famiglie di eretici: i Bologna, del cui capo, signor Francesco, intesi che una mattina avesse sparato il fucile contro il nido sonoro delle campane di San Colombano perché gli davan noia, e i Giumelli, rappresentati dall’empio e venduto al diavolo avvocato Giovanni.

Ora avvenne che un pomeriggio festivo, durante i Vespri, il cane dei Giumelli entrò in chiesa, portando lo scompiglio fra i devoti. Il volto pallido di don Farfarana si abbassò allora verso noi chierichetti.

Ma che cosa accade, insomma?

È entrato in chiesa il cane dei Giumelli… spiegammo.

Ma con un gesto largo e misericorde, don Farfarana disse al sagrestano:

Lasciatelo stare, è l’unico maschio di casa Giumelli che venga in chiesa!

Ah come fu triste il giorno che dal campanone si sgranarono inattesi perché non si sapeva che don Farfarana fosse malato – i tredici lenti rintocchi che annunciavano l’agonia del parroco di San Colombano!

Se fosse stato di venerdì dopo pranzo, ognuno si sarebbe fatto il segno della croce senza più dimandare, perché a Pontremoli, da venti secoli, Nostro Signore Gesù Cristo continua a morire tutti i venerdì, per la felicità degli uomini, fra cupi rintocchi. Ma era un altro giorno e di mattino e ognuno si domandò: – Chi muore?

Moriva don Farfarana; e morì pianto da tutti, verso sera, mentre dalla sua casa usciva, con faccia compunta e con le ampolline dell’olio santo nascoste sotto una pezzuola di lino bianco, ricamata, il prete che gli aveva somministrato l’estrema unzione; e gli andava innanzi un chierico ah! perché non ero io quel chierico? – con la croce d’argento, e dietro gli veniva un altro chierico col secchiello di rame dell’acqua benedetta.

Io non sapevo darmi pace. Mi pareva impossibile che un uomo così savio e pio avesse potuto morire. Non era egli forse già abbastanza lontano dalla vita?

Mi proposi di andarlo a vedere un’ultima volta; e, poiché don Farfarana abitava nello stesso palazzo dove abitavano i Tellini, nel palazzo dei conti Galli, a due passi da noi, aspettai che annottasse, scesi con un pretesto in bottega e, di lì, mentre il babbo stava parlando con un avventore, uscii sulla strada, e via, su per la vasta scala che conduceva all’appartamentino di don Farfarana, all’ul-timo piano.

Giaceva il sacerdote sovra un letto nero, tutto bianco nel volto e nel camice, fra quattro altissime torcie. Aveva le palpebre chiuse come quando meditava, le labbra sottili e smorte come quando diceva le orazioni, le mani ceree, diafane come quando benediceva la folla all’ite missa est, la testa canuta, e, sulla fronte candida, spianata, pura quasi per dar risalto a tutto quel biancore insisteva una mosca, nera, immobile.

Per la prima volta, don Farfarana mi appariva quasi sorridente: lui ch’era stato così severo!

Mi fermai qualche istante, rattenendo il respiro. Mi feci il segno della croce. Mi inginocchiai, mormorando fra i singhiozzi, una preghiera. Scappai giù per la scala col cuore in tumulto.

M’ero trovato per la prima volta a faccia a faccia con la morte.

Tratto da: Luigi Campolonghi – Pontremoli, una cittadina italiana tra l’80 e il 900, Marsilio Editore  

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