IL VIAGGIO DEL PELLEGRINO NELLA TRADIZIONE LUNIGIANESE

di Riccardo Boggi

Non è agevole trovare legami certi tra gli avvenimenti storici e la tradizione: la trasmissione di informazioni orali comporta inevitabilmente contaminazioni, anche se si parla di fatti recenti. Così ci si può ragionevolmente chiedere se abbia significato, all’interno di un volume che raccoglie saggi dedicati a documenti e pietre che ancora parlano, indagare nella memoria collettiva e nella ritualità del pellegrino contemporaneo per rintracciare una qualche continuità con quel passato che ha visto attraversare la Val di Magra dai pellegrini medievali. Con queste riserve si può dire che il riferimento al pellegrinaggio antico compare nella tradizione orale, anche se talvolta è inconsapevole.

A Filattiera raccontano una storia che narra di un peccatore al quale un confessore impone una penitenza «impossibile»: ascoltare tre messe nella stessa notte di Natale a Gerusalemme, a Roma, in San Jacopo di Galizia. Il peccatore chiede l’aiuto del diavolo che, trasformatosi in cavallo, lo porta a Gerusalemme, a S. Jacopo in Galizia e appena in tempo per «sentire” l’ultima messa in S. Pietro a Roma. Il racconto si chiude con la sconfitta del diavolo-cavallo che avendo perso un peccatore batte con rabbia lo zoccolo sul pavimento di San Pietro, lasciandovi un’impronta (1). Benché la novella di Filattiera citi le tre mete principali dei pellegrinaggi medievali, chi oggi la racconta coglie tra le tre località non già una relazione «rituale» tra tappe di un viaggio di fede, ma più semplicemente una relazione spazio-temporale: S. Jacopo e Gerusalemme sono semplicemente luoghi lontanissimi da Roma, anche se entrambi distanti in egual misura dal centro della cristianità.

L’andare a S. Jacopo doveva comunque essere sentito dai lunigianesi come un fatto di straordinaria importanza, se non altro per come ne parlavano personaggi che passavano per queste terre, Giovanni Antonio da Faie ci lascia questa oscura memoria: «Del dito mexe e mileximo (luglio 1430) vene un cavaliere de santo Johanni da Rodi in del pavexe, con una bola de podere asolvere a colpa e a pena chomo el papa: aceto de tre pechati: el viagio de Santo Jacopo e Castrita (2)

Del passaggio di pellegrini parlano anche altre tradizioni: a S. Benedetto di Talavorno ricordano che li abitavano frati che ospitavano viandanti, a Zeri e in Val di Vara è ancora viva la leggenda che parla di un diabolico monaco del Passo delle Centocroci che assaliva e uccideva i viandanti e di cui ha scritto prete Cesena nelle sue memorie di Varese Ligure del 1588 (3).

Nella vicina Garfagnana San Pellegrino e S. Viano sono due facce di un medesimo culto giunto col flusso dei pellegrini diretti a Roma e in Terrasanta e quel santuario era una delle mete dei pellegrini lunigianesi (4).

Se la memoria popolare conserva deboli tracce di quel peregrinare per le terre di Lunigiana che dovette rappresentare un flusso continuo di genti provenienti e dirette da e per le più importanti tappe della cristianità, va segnalato come la tradizione locale, ancora viva, dia grande importanza alla pratica del pellegrinaggio verso santuari della vallata, ma anche verso S. Pellegrino in Alpe (Garfagnana) e Montenero di Livorno. Probabilmente è nel persistere della ritualità del salire al monte, dell’affrontare un viaggio di penitenza verso una meta dove è accaduto un fatto prodigioso, che si può ritrovare un legame tra i pellegrini medie vali e quelli che ancora oggi raggiungono i santuari lunigianesi.

I santuari mariani sono quelli che richiamano il maggior numero di fedeli: a quelli del Gaggio e del Monte di Mulazzo era idealmente legato quello di Montenero e non è raro sentir dire che le tre Madonne sono tre sorelle alle quali si doveva annualmente far visita.

Madonna del Gaggio, Lunigiana
Madonna del Gaggio

Il tema di fondo del pellegrinaggio resta quello del viaggio verso una meta lontana, che si raggiunge a piedi per far penitenza. Ancora oggi al Monte e al Gaggio c’è chi compie un tratto di strada a piedi, ma fino a pochi decenni fa gran parte dei pellegrini arrivavano al Gaggio portando una pietra come espiazione dei peccati. Qualcuno ancora attraversa la navata del santuario del Gaggio in ginocchio.

Il tema dell’espiazione e della richiesta del perdono è vivissimo al santuario della Madonna del Monte, dove si va per chiedere la perdonanza (5).

Nel santuario il pellegrino lasciava e lascia un’offerta: a S. Genesio di Filetto si portava grano che veniva messo all’asta per il mantenimento della chiesa; oggi si lascia danaro, ma la finalità è la stessa.

E proprio il pellegrinaggio verso san Genesio ha conservato fino agli anni ’60 almeno una caratteristica del viaggio mediaevale: l’attraversamento “guidato” della Magra, per sfuggirne le insidie. E’ noto come l’attraversamento della Magra abbia costituito per secoli un problema cruciale nell’organizzazione della rete viaria: ancora nell’ottocento si traghettava con la barca tra Mulazzo e Villafranca, tra Aulla e Podenzana, tra Caprigliola e Albiano. Non che non si fossero costruiti ponti come ci narrano antichi cronisti quali il Da Faie, ma spesso la furia di piene improvvise li abbatteva. Così nel 1310 si decise di costruire un nuovo ponte tra Caprigliola e Albiano, proprio perché la piena aveva travolto alcuni pellegrini (6).

Traghettare il fiume era una delle necessità del pellegrino, e il traghettatore esigeva una tariffa, proprio come fino agli anni ’60 chiedevano gli uomini del podere dei Poggi (Villafranca) che in occasione della fiera di san Genesio segnalavano con bastoni e stracci colorati il percorso più facile per passare la Magra e improvvisavano passerelle di tavole nei tratti più ampi del guado.

Un’altra necessità del pellegrino era quella dell’assistenza: non è il caso di citare la rete di «spedali» (altri lo hanno fatto in questo volume), ma certamente va segnalata la tradizione di ospitalità della nostra zona di cui è emblematico esempio la nicchia di pietra che nelle case montane ospitava, vicino alla porta d’ingresso, la secchia di rame con il mestolo e l’acqua potabile, cosicché – ricordano a Bratto – i viandanti potessero bere.

Assistenza e carità sono ancora temi attuali nel pellegrinaggio: la schiera dei mendicanti che nel passato frequentava le mete dei pellegrinaggi lunigianesi si è certamente ridotta a sporadiche presenze, ma ciò non toglie che il pellegrino avverta come obbligo il fare la carità a chi tende la mano.

Un altro elemento che caratterizza il viaggio al santuario è quello del “ricordo”, da portare a casa come segno tangibile di un dovere compiuto come oggetto ritenuto capace di proteggere il pellegrino dalle avversità della vita. Così se da S. Jacopo i pellegrini portavano a casa come prova del compimento della loro fatica la tradizionale conchiglia, dai piccoli santuari della Lunigiana si riportava talvolta un’erba (l’erba della Madonna del Monte) che si appendeva a mo’ di benedizione al capo del letto,  oppure un frammento del castagno su cui apparve la Madonna del Gaggio  (il vescovo fu costretto a far chiudere il castagno in una teca, per poterlo conservare) o, ancora, un frammento di faggio che i pellegrini della Valdantena di Pontremoli prendevano a S. Pellegrino in Alpe per metterlo come ingrediente essenziale negli amuleti contro il malocchio. Non lontani da questo orizzonte magico-religioso sono i ricordi di plastica e metallo che i pellegrini acquistano anche nei santuari lunigianesi e appendono nelle auto e nelle case.

Una considerazione può esser fatta circa l’attrazione che esercitano santuari lunigianesi: non basta il ricordo di una miracolosa manifestazione del sacro a perpetuare la tradizione del pellegrinaggio. Il santuario dell’ Annunziata di Pontremoli, nato sul luogo di una miracolosa apparizione, a due passi dal fiume, accresciuto per opera della Comunità di Pontremoli, già meta di pellegrini provenienti da tutta Italia e gestito da potenti monaci agostiniani che lì ebbero uno dei loro più ricchi conventi, oggi non esercita più attrazione se non tra i pontremolesi.

Credo non sia azzardata l’ipotesi che nel proseguire della fortuna di un santuario abbia un qualche ruolo un richiamo alla sacralità antica del luogo: la vetta del Monte di Mulazzo già sede di un antico culto di san Michele, posta sulla via del contrabbando del sale tra Liguria e Pontremoli, il monte del Gaggio (toponimo longobardo), la selva di  Filetto, con le sue caratteristiche di bosco sacro avvalorate dal rinvenimento di statue stele preistoriche.

Località, tutte, che per la lontananza dai centri urbani, o per la vivacità del  momento economico (fiera di S. Genesio), ma anche per l’attualità del messaggio mariano come nella leggenda del Monte di Mulazzo, dove si prende la «perdonanza» nel luogo in cui Maria apparve

A rendere giustizia a un uomo fuggito dalla Liguria per esser stato ingiustamente accusato di omicidio, località tutte – dicevo – che conservano un forte richiamo simbolico. Al contrario non è rimasta infatti, che una debole traccia di cappelle e piccoli santuari dove nel corso dei secoli furono registrate miracolose apparizioni: la maestà della Barcara di Aula, la maestà di Soliera,  l’oratorio di Castiglione del terziere, la maestà del castello di Groppoli. Tutte queste località registrarono un afflusso di pellegrini che si è rapidamente esaurito.

Singolarmente, ma ancora una volta il luogo è suggestivo, lungo la statale della Cisa sopravvive una forma di devozione popolare presso la cappella della Madonna degli Angeli di Caprigliola. Decine di fiocchi rosa e azzurri sono legati alla cancellata a ringraziamento di parti felici, a protezione dei neonati. A due passi dalla cappella un antico oratorio, già tappa di viandanti, e metà di un pellegrinaggio di metà agosto ed una pietra conserva l’impronta di un cavallo. Ancora una volta la leggenda parla di un cavaliere assalito dai briganti, tratto in salvo dal cavallo (questa volta non è il diavolo) che prodigiosamente scavalca il fiume e lascia l’impronta come segno tangibile del prodigio operato per intercessione di Maria (7).

Forse è proprio lì, sulla strada battuta dai pellegrini diretti a Roma e a S.  Jacopo, in una modesta cappella con l’immagine della Madonna degli Angeli, che potremmo trovare il filo della continuità dei pellegrinaggi medievali in Lunigiana, col discreto alternarsi di abitanti della zona, di Parma e della Spezia che affidano ad un fiocco di raso le loro aspettative per i neonati, affrontando magari in auto il viaggio del pellegrino.

Così si può dire che il tema del viaggio come metafora della vita, delle prove e delle difficoltà che si debbono superare, sopravvive nel labirinto medievale di Pontremoli come reperto che ricorda il transito dei pellegrini medievali, ma è ancora ben presente nella tradizione lunigianese.

Del resto un’altra fonte orale lunigianese -questa volta una preghiera del mattino raccolta a Rivazzo di Castevoli – cosi si interroga sul senso della vita:

Carbon sotto la lengua, o da viv o da mort si deve

apprendere che strada lunga l’è mai questa?»

Forse la stessa lunga, difficoltosa strada che in secoli lontani nomi celebri e folle anonime hanno battuto in terra di Lunigiana, verso san Jacopo, Roma, Gerusalemme.


Riccardo Boggi, Il viaggio del pellegrino nella tradizione lunigianese, in Il Pellegrinaggio medioevale per Roma e Santiago de Compostella, a cura di Giulivo Ricci, edito dall’Assessorato alla scuola ed alla cultura del comune di Aulla e dal Centro Aullese di ricerche e studi lunigianesi, 1992,


  1. P.M. Bellucci, Componimenti di letteratura tradizionale lunigianese, Villafranca Lunigiana, 1974  pagg. 41-47
  2. Gio. A. da Faie, Uno scrittore lunigianese del ‘400, Pontremoli, 1971, p. 49
  3. Relazione dell’origine e dei successi della terra di Varese, descritta dal r.p. Antonio Cesena l’anno 1558, 1982, p. 9
  4. A.C. Ambrosi, La leggenda di San Viano in Garfagnana ed i santuari di Abri nella Lunigiana etnica del Levante, Memo, in Studi Lunigianesi, anno VI-VII, 1976 – 1977, Pontremoli 1978, pp. 117-151rie dell’Accademia Lunigianese, 1961
  5. R. Boggi, il pellegrinaggio in Lunigiana nella storia e nella tradizione, in Studi Lunigianesi, anno VI-VII, 1976-1977, Pontremoli, 1978, pp. 117-151
  6. Archivio di Stato di Firenze, Archivio della Repubblica, Signori, Missive, Minutario F.l., M.N. Conti, Le carte anteriori al 1400 nell’archivio malaspiniano di Caniparola nel Repertorio del 1760, Pontremoli 1988, p. 63, doc. n. 434
  7. G. Ricci, Un inventario nella Lunigiana del Cinquecento, Pontremoli, 1973, pp. 195-208

L’immagine di introduzione alla pagina è tratta dal sito: santuariomadonnadelmonte.it

Rispondi

Scopri di più da Museo Virtuale dell'Alta Lunigiana

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere