di Ubaldo Formentini.
Il jus compascendi che noi conosciamo presso i Liguri Genuates nel periodo della loro federazione col Popolo Romano, quando cioè ancora conservavano l’autonomia del diritto privato, si presenta, nel noto testo epigrafico del 117 a. C. (1), in una configurazione manifestamente preistorica, quale relitto di una costituzione a base comunistica rimasta in vita, nella sfera di particolari esigenze ed interessi, in una società già avviata alla piena realizzazione del diritto privato di proprietà (2).
Il seme del compascuo si scopre in uno dei caratteri che lo distinguono, secondo la interpretazione datane dai giuristi romani, dall’ager publicus, nel non essere cioè suscettibile d’occupazione (3), il che significa che il jus era sorto quando nessuna forma di limitatio agrorum era ancora praticata, quando. anzi neppure l’idea di un nesso permanente fra l’uomo singolo e la terra era concepibile.
Questo arcaico diritto aveva regolato le associazioni effimere nascenti dagli incontri casuali o dai convegni periodici di gruppi vaganti in modo da garantire le primarie necessità esistenziali dell’orda; riguardava, con l’uso in comune del pascolo (pecus pascere… ne quis prohibeat neve quis viam faciat…). la ripartizione dei prati artificiali preparati per la raccolta del fieno (faenisicium), regolata sull’uso dell’estate prossima passata, cioè in base ad una usucapione annuale che ben riflette le condizioni del primitivo nomadismo dei partecipanti; la facoltà di provvedersi legna da ardere e materiali da costruzione per i propri ricoveri (ligna materiamve sumant utanturque).
Nel regime della colonizzazione stabile, talune consuetudini e taluni rapporti della vita nomade durarono, specie riguardo all’eterna vicenda dell’alpeggio e dello sverno delle mandrie. Nel tracciare la propria limitatio collettiva, la comunità dovette lasciare una parte dell’agro circoscritto sotto l’imperio dell’antica legge che, non trovando una tutela adeguata nei nuovi organi giuridici, rimase affidata a sanzioni religiose, considerandosi forse queste porzioni di terra, secondo un concetto comune al diritto preistorico, ma rivivente anche nel Medio Evo, « proprietà del dio supremo dei Liguri montani, il dio delle alte vette, adunator di nembi, Peninus (4). Nella tavola di Veleia che è, con la tavola della Polcevera, un testo storico di diritto ligure, la formula “fundus… cum jure Apennini” (5), per la stessa costruzione della frase, è da riferirsi al jus compascendi, la cui caratteristica essenziale rilevata dai gromatici e dai giuristi romani è appunto quella di pertinens ad fundos; il jus Appennini è dunque, nel monumento giuridico dei Veleiati, il compascuo designato con la formula sacrale dell’arcaico diritto indigeno (6).
Il nesso economico, giuridico, religioso del jus compascendi è il germe della costituzione politica dei Liguri, sia nella struttura cellulare del conciliabulum, sia nelle più vaste coniurationes interpagensi rivelateci da nomi di popoli d’ampio dinamismo territoriale come Veleiates, Apuani, Friniates ecc.
Che queste grandi unità avessero negli acrori montani i loro centri amministrativi e sacrali possiamo assumere come un dato generale (7).
Delle tre guglie che acuiscono l’aereo profilo ed alleviano la mole immane del massiccio settentrionale delle Apuane, una porta, nel suo nome di Monte Sagro, l’indizio manifesto d’una antica dedicazione al culto, e se nessun segno visibile di ciò offre la massima vetta, nel suo versante a mare la cima dei Fantiscritti porta scolpita nel vivo marmo una edicola con una triade divina, opera certamente romana e dedicata da coloni romani di Luni, tuttavia per la posizione del bassorilievo e l’identificazione, in esso, della divinità presidente con Jupiter (8), – assicurata, nonostante la grande usura del marmo, se non altro. dal modo di portare il pallio avvolto alla parte inferiore del corpo, lasciando il torso ignudo, comune a questo ed al Giove figurato in uno dei frontoni fittili dei templi tuscanici di Luni (10)- riflettente il culto indigeno prestato alla massima divinità in summo vertice. Quanto alla composizione integrale della Triade, che si completa con le figure di Ercole e di Bacco, chiaramente indicati dai loro attributi (11) abbracciati paternamente alle spalle dal dio supremo, in atto di comunione mistica, tali numi, in veste di grandi divinità primordiali a regnanti col Padre, piuttosto che dalla cultura mitologica di curiales lunesi dell’età imperiale, sembrano uscire dal substrato ligure-etrusco della religiosità locale (12).
Cercheremo ora, sui grandi baluardi che fiancheggiano il Sagro da ogni lato, l’orma delle transumanze, la traccia delle comunità pastorali che si collegavano a catena attraverso gli alti valichi; tracce di cui sarebbe vano sperare una documentazione positiva, ma che risultano tuttavia dai ricordi della millenaria lotta che, disgiunte, quelle comunità combatterono sopra l’antico campo comune. …
Nei Registri Vaticani delle decime del 1297 e del 1299, da cui abbiamo la prima notizia sulla costituzione territoriale delle pievi di Lunigiana, appare che le due pievi di S. Vitale del Mirteto e di Massa comprendevano ciascuna un” vicus “nell’alta valle del Frigido, centri a loro volta di vari casali e posteriori parrocchie. La prima, risalendo la riva destra del fiume, fino alle sue scaturigini, abbracciava il circuito della cura di Buta, nome scomparso ma che, in base al posteriore Estimo lunense del 1470-71, è da collegarsi con la parrocchia di S. Pietro al Forno di Massa (13), luogo chiamato anche in vecchi documenti col nome di Rocca Frigida.

Il Forno, centro industriale relativamente recente dovuto all’impianto di una ferriera avvenuto fra i secc. XIII e XV (14), fu dunque, certamente, una filiazione del più antico nucleo pastorale di Buta.
La pieve di Massa risaliva l’altra sponda del Frigido sulle propaggini delle Apuane, avendovi quale suffraganea la chiesa di S. Gemignano dell’Antóna, citata la prima volta nei predetti Registri l’anno 1297, ma già vetusta a questa data come mostrano le sue strutture romaniche visibili attraverso i molteplici rimaneggiamenti dell’età del Rinascimento e moderni. L’Antóna, situata fra la zona del bosco e quella degli alti pascoli, là dove la valle interna del Frigido si amplia e si sublima nel grandioso semicerchio marmoreo dell’Altissimo. della Tambura e del Sagro, rimase un comune a sè anche nell’ordinamento del Ducato di Massa, comprendente la vicinia del Forno con la quale continuò a formare un’unità naturale nonostante la separazione portata dall’ordinamento delle pievi, nel quale si mantenne forse il segno di una attributio avvenuta in seguito alla conquista romana, onde l’organismo preistorico a cui apparteneva la comunità dell’Antona fu intenzionalmente disgregato dai vincitori e distribuito ai nuovi nuclei coloniali formatisi nell’area della adsignationes, rappresentati appunto dalle posteriori pievi di Massa e di S. Vitale del Mirteto.
Il solco del Frigido dava il passo ad una via di grande tragitto che, partendo da Massa o meglio, nell’antichità, dalla mansione ad Taberna frigida sulla Aemilia Scauri (15), risaliva il fiume biforcandosi: uno dei due tronchi valicava lo spartiacque delle Alpi Apuane alla foce di Vinca (m. 1422) ed entrava, per il Lucido, nell’ampia valle dell’Aulella tributaria della Magra; l’altro superava l’alto passo della Tambura (m. 1620) versando nella valle superiore del Serchio. Questa bifida strada ebbe funzione permanente nella organizzazione politica ed economica delle tribù interne dei Liguri, nelle loro relazioni con la costa, nella loro strategia. Dovettero scendere dalla via del Frigido gli Apuanı che, nel 193, saccheggiarono l’agro lunense e pisano e, per lo stesso cammino, sul braccio di Buta e di Vinca, furono inseguiti nel 175 dal console Publio Mucio, che li raggiunse e li battè sull’Aulella (15).
Gli oppida Ligurum dei due versanti furono legati da comunanze di pascoli nelle alte giogaie su cui confinavano: una sentenza resa nel 1179, nella curia marchionale di Massa (16), in controversia fra gli uomini dell’Antóna ed i popoli di Vinca e Cervaria (antico castellare le cui rovine sovrastano l’attuale villaggio d’Aiola nella valle del Lucido) ne è testimonianza rara di grande valore, sia per la data nella quale l’esistenza del compascuo è riconosciuta, sia, intrinsecamente, perchè il documento, essendo emanazione di un tribunale feudale, ci presenta il condominio dei pascoli e del bosco, praticato fra le parti in causa, in una forma arcaica del tutto estranea al regolamento usuale delle comunaglie nel regime curtense; ed è poi conferma dell’eccezionale tenacia di quella vetustissima istituzione il sapere che, trascorsi tre secoli e più, la questione arbitrata nel 1179 rimase in vita nei suoi preistorici termini, pur essendo sostituiti gli uomini dell’Antóna da quelli del Forno, certamente avendo avuto causa dei primi quali eredi in loco della preistorica comunità pastorale di Buta; ed è questione che nel 1511 vediamo, non senza curiosità, sottoporsi, quale caso di diritto internazionale, al giudizio e alle provvidenze politiche di Niccolò Machiavelli, segretario del Comune Fiorentino sotto la cui sovranità territoriale stava ormai da più tempo una delle parti in conflitto, il gruppo cioè di Vinca e Cervara (18).
Il secondo braccio della via del Frigido è un sentiero naturale, una via eterna nella preistoria e nella storia dei Liguri. Fu la via a mare dei gruppi abitanti l’alta Garfagnana e l’Appennino reggiano e modenese, una delle linee di congiungimento fra le due grandi famiglie dei Friniates e degli Apuani. Nel Medio Evo si unirono per il suo [sol…] ( e per i passi della Versilia di cui parlerò più oltre) tutti i gentilizi feudali che tenevano insieme la parte più orientale della Lunigiana costiera, la Garfagnana e la Versilia, diramati dall’unico ceppo dei visconti di Luni. Nel 1749 il duca di Modena Francesco III, volendo congiungere la sua capitale e i territori dell’alto Modenese e della Garfagnana che appartenevano al suo stato con la marina, seguì passo per passo si può dire, la millenaria pista ligure: la via Vandelli, come fu chiamata dal nome del suo costruttore, fu portata a Massa nel 1750. Pur rimanendo inutilizzata come via rotabile per troppo pendenza e per difetti di costruzione (19).
Al passo della Tambura convenivano gli uomini dell’Antóna, del versante marittimo, con quelli di Vagli, del versante del Serchio. La tradizione popolare e dotta della Garfagnana respinge dal proprio seno la comunità pastorale di Vagli, attribuendole singolarità di costume, lingua e persino caratteri fisici diversi (20); in realtà queste particolari caratteristiche del gruppo di Vagli si accomunano a quelle che un’analoga tradizione urbana massese attribuisce agli uomini dell’Antóna; ma non si tratta di nessuna singolarità di razza, bensì di un fenomeno d’attardamento e di conservazione dovuto al comune isolamento pastorale dei due gruppi, della cui parentela sono un segno le comuni particolarità del linguaggio ed il fatto non trascurabile che gli abitanti di Vagli usassero fino ai tempi moderni il vestito femminile della Lunigiana orientale nella forma sopravissuta nel contado di Sarzana (21).
Sebbene manchi una documentazione diretta di comunanze di pascoli fra gli uomini dell’Antóna e quelli di Vagli, l’esistenza di questi rapporti si può dedurre dalle tracce d’un compascuo a cui parteciparono con questi ultimi gli uomini della Cappella (l’antico vicus della Vesidia da cui figliò la moderna città di Serravezza), nell’alpestre conca di Arni, alla quale dovevano convenire, come suggeriscono la topografia e l’uso attuale, per il passo del Vestito, anche i pastori dell’Antóna.
La valle di Arni solo nel secolo scorso divenne un centro industriale raggiunto da strade carreggiabili, in seguito all’apertura delle cave dell’Altissimo. In origine questa conca, chiusa dalle vette del Sumbra dall’Alto di Sella, dell’Altissimo, fu la sede d’un villaggio periodico di pastori, avendovi gli nomini di Vagli e della Cappella due gruppi di capanne distinti, ma su terreno indiviso e di comune utenza. Allorchè vennero a fronteggiarsi in questa conca il Granducato di Toscana ed il Ducato Estense, si creò, nei rapporti delle due antiche comunità federate venute a sottomettersi rispettivamente ai due stati predetti, un violento antagonismo di cui abbiamo una vivace rappresentazione nelle lettere di Ludovico Ariosto governatore estense della Garfagnana e, come tale, necessario patrono del gruppo di Vagli (22); la questione era viva ancora nel secolo scorso, finchè nell’anno 1855 le commissioni modenese e toscana, nel tracciare i confini dei due stati, non divisero formalmente l’antico compascuo delle due piccole comunità rivali.
Simili contese, derivate da un analogo dissolvimento di antiche comunanze, sono attestate su altro fronte, fra la medesima comunità di Vagli e quella di Corfigliano affigliata alla grande tribù pastorale del m. Pisanino a cavaliere delle valli del Serchio e dell’Aulella. Sui dorsi del Pisanino la lotta si manifesta con particolare furore nel secolo XVII. La speciale natura delle pene che si infliggono l’un l’altro i contendenti, la precipitazione da una rupe usata sistematicamente dagli uomini di Vagli, la crocifissione praticata dai loro avversari (23), più che documentare la ferocia dei contendenti sembrano denunciare la sopravvivenza di arcaici riti giudiziari intesi a reprimere violazioni di rapporti sacrali.
D’altro lato, chiudendo il cerchio, i pastori del Pisanino e del Pizzo d’Uccello, attraverso i più ardui passi delle Apuane, si univano a quelli di Vinca, lasciando il segno dell’antica loro comunanza nelle secolari controversie di pascolo fra i comuni di Minucciano, Vinca ed Ugliano che furono oggetto d’una pacificazione generale il 16 aprile 1274 e, non mai sopite, diedero luogo a nuovi regolamenti, nel 1552, più tardi ancora, nel 1665 (24), trovandosi di fronte, come nei casi precedentemente esposti, due stati sovrani, il Fiorentino ed il Lucchese, fra i quali tal parte del primitivo ager compascuus era andato diviso.
Abbiamo così ricostituito indiziariamente una formazione conciliare a catena accerchiante le più alte vette del sistema settentrionale delle Apuane, dal Pisanino all’Altissimo, la quale ci presenta lo schema rappresentativo di una tipica coniuratio ligure.
A quale momento della preistoria, e della protostoria ligure appartengono queste istituzioni giuridiche e politiche? Vengono dalla antichissima civiltà dei Ligures mediterranei, o sono le espressioni del mondo politico assai più recente dei Liguri ario-europeizzati? A questo riguardo converrà interrogare gli avanzi archeologici del territorio sopra delimitato e sovratutto quelli che si uniscono alle strade costituenti i tratti d’unione fra i diversi gruppi, giacche queste strade, oltre stabilire il normale collegamento tra le comunità del circolo sopra descritto, rappresentavano anche i cammini delle transumanze, in quanto la regione costiera del Massese e della Versilia, a cui confluivano. fu certamente usata nell’Antichità, come lo è tuttora, per lo sverno delle mandre.
La voce di Tombara, presso Pariana nella valle del Frigido, denuncia la presenza d’una necropoli di cui non conosciamo che una sola tomba, nella solita forma delle tombe a cassetta, caratterizzata e datata al III-II secolo da due coppe etrusco-campane (25). In località Celinièa, sempre nei dintorni di Pariana, è uscita una tomba di carattere del tutto diverso, sebbene indubbiamente ligure (26); le dimensioni insolitamente monumentali della cassetta, la forma a boccale del cinerario, contraddicente alla forma rituale dei depositi liguri, un vaso accessorio con rosette e festoni a rilievo, ne fanno un unicum nell’archeologia ligure del Ferro; la mancanza di armi, di fronte alla ricca dotazione d’arnesi di guerra (lance, spada e cinturone) del vicino sepolcro di Tombara, la collocano poi in un orizzonte storico diverso da questa: è certo anteriore all’inizio delle guerre romano-liguri. Una fibula in argento che rappresenta una variazione del tipo ad arpa a doppia spirale, con sferette sull’arco, unita ad altri oggetti d’argento di cui si ritrovano altri esemplari in tombe d’Ameglia e di Genicciola, testimonia un’industria locale, la quale continua nell’età di Tombara con un altro tipo di fibula, a cucchiaio, pure assai diffusa in Lunigiana, industria che può essere proprio localizzata nella valle del Frigido pensando ai filoni argentiferi, di cui è ricco particolarmente il massiccio della Tambura. Resta a sapersi se per impulso proprio, o sotto quale influenza esterna (che potrebbe essere testimoniata dal tipo straniero del deposito di Celiniča) si sia sviluppata questa industria ligure.
Un terzo e più profondo strato della ricca zona archeologica di Pariana è costituito da un ripostiglio di armi e utensili che è stato assegnato all’età villanoviana od alla piena età del bronzo (27); si tratta però di una manifestazione estranea alle tribù pastorali che abitavano le montagne imminenti, da riferirsi invece ad una popolazione caratterizzata dall’uso del falcetto eneo e d’una fiocina a cinque denti, popolazione cioè tipicamente rivierasca di contadini e marinai.
Sull’ulteriore corso della via del Frigido, lungo il braccio che saliva al valico della Tambura, troviamo, nel versante meridionale, il sepolcro di Resceto, del quale ho dato recentemente notizia (28), già manomesso prima della scoperta, mostra gli avanzi d’una tomba infantile secondo il rito dell’ ἐντυχρισμός, unica finora nella Liguria Orientale; una patera etrusco-campana accomuna questo deposito al precitato sepolcreto di Tombara ed a quelli della Versilia di cui diremo. Nel versante del Serchio, lungo la stessa via, troviamo la tomba del Renaio presso Vagli di Sotto, topograficamente importante sebbene povera e mancante di sicure indicazioni cronologiche (29). Proseguendo recto itinere verso uno dei più antichi passaggi del Serchio, fra i castelli altomedievali di Capriglia sulla destra, di Bacciano sulla sinistra, la strada entrava poi nella regione delle necropoli vetustissime di Villacollemandina e di S. Romano.
La via della foce di Vinca non offre testimonianze archeologiche dell’età del ferro sul suo percorso lungo le valli del Lucido e dell’Aulella, ma, raggiungendo nel territorio di Minucciano l’area dei pascoli del Pisanino, trova una tomba ad incinerazione incertamente classificabile in quanto all’età, ma sicuramente riferibile al mondo ligure (30). Nella Versilia numerosi sepolcreti si avvicinano alla zona della Cappella e di Arni, sebbene in gran parte noti soltanto per testimonianze letterarie; alcune tombe sono di età romana, altre d’incerta datazione, la sola che sia stata scientificamente esplorata è assegnatas al III-II secolo d. C. da una coppa etrusco-campana (31).
Da questi dati archeologici mi sembra risultare che l’ordinamento demo-territoriale da noi intravisto risalga all’età in cui gli Apuani rifluirono sull’Appennino dalla pianura emiliana sotto la spinta degli invasori italici della valle orientale del Po. Sulla questione se a questo elemento debba attribuirsi solo una influenza meccanica esterna nel determinare la costituzione protostorica dei Liguri, o non anche un apporto intrinseco nel senso che ad esso propriamente fossero appartenuti i concetti giuridici fondamentali che si rivelano nella costituzione stessa, i dati archeologici da noi raccolti sono lungi dal fornire una testimonianza decisiva. Personalmente io sono portato a confermare l’opinione espressa in proposito nel mio vecchio studio sulle, origini di Genova, che il tipo di colonizzazione rivelato, dalla tavola genuate sia quello dei popoli ario-europei.
L’orda ligure che ha lasciato la sua impronta nell’ordinamento giuridico-economica del compascuo nella valle della Polcevera e sulle Apuane non è lo sciame matriarcale mediterraneo, ma la tipica compagnia d’eguali delle migrazioni italiche.
L’unità generale da noi circoscritta non ha continuazione dell’ordinamento territoriale della regione; facendo riferimento al sistema plebano, vediamo che i singoli castellari di Antóna, Buta, Vinca e Cervaria, Gorfiliano, Minuciano, Vagli, La Cappella appartengono a pievi diverse (32).
Ciò dipende unicamente dalle circostanze, dai casi e dai momenti diversi della conquista e della romanizzazione. Nel territorio imminente al littorale tirrenico, che era stato il campo delle più lunghe e fiere campagne della guerra romano-ligure, i vincitori non potevano lasciar sussistere l’ordinamento demico che era stata la base della organizzazione militare dei vinti (33).
Giacchè, seguendo il destino di tutti i gruppi seminomadi venuti a trovarsi sui margini d’una superiore civiltà, gli Apuani divennero gli antagonisti degli agricoltori stanziati nel litorale lunense-pisano e gli eversori implacabili delle loro sedi. Inconsapevolmente essi tentarono, fatte le debite proporzioni, la grande avventura degli Hyksos. L’assedio di Pisa, mantenuto dagli Apuani dal 193 al 190 a. C., avrebbe figurato un grande avvenimento nella storia italiana se gli assalitori, a fianco dei loro consanguinei etruscizzati, non aves-sero trovato, sotto le mura di Pisa, gli invincibili bifolchi del Lazio già mossi alla conquista del mondo.
Ubaldo Formentini, Monte Sagro (Saggio sulle istituzioni demo-territoriali degli Apuani), estratto dagli Atti del 1. congresso internazionale di Studi Liguri 1950,Bordighera : Istituto internazionale di studi liguri, 1952.
(1) CIL, 11, 199; ibid., V. 1749.
(2) Vedi il mio studio Le origini di Genova, in: Il Comune di Genova, Bollettino Municipale, 1926, n. 2 (28 febbraio).
(3) Cfr. Max WEBER, La storia agraria romana in rapporto al diritto pubblico e privato, in PARETO, Biblioteca di storia economica, Milano, 1907, 11-2, pp. 596. (4) Livio, XX, 38, 9: in summo sacratum vertice Peninum montani appellant
(4) C.J.L., XI, 1147: fundum l’orminianum Precele cum jure Apennini Areliosci et Caudalasci, situato ai confini del Veleiate col Libarnense (5, 20); la diversa formula Jundos Granianos, Afranianos cum Apennino Leevia p. p. dimidia (4, 5) significa che qui il compascuo era stato per metà incluso nella proprietà privata dei Granii e degli Afranii: chiusura certamente avvenuta per vim et potentiam, come attesta in via generale Frontino.
(6) Che il nome Appenninus indichi insieme la montagna in senso fisico-geografico ed il suo nume appare evidente dalla locuzione Appenninus Pater in Virg., Aen. XII, v. 703. Anzi io penso che l’uso giuridico del nome divino sia appunto il tramite del passaggio della voce dall’uno all’altro significato.
(7) Vedi il mio scritto Ligures celeberrimi nella Riviera di levante e nel suo retroterra, in Rivista Studi Liguri, XV, 1949, pp. 217 sgg.
(8) il bassorilievo fu segato nel 1863 per ordine del Min. della P. I. e trasportato all’Accademia di Belle Arti di Carrara. Per la storia del monumento e per la bibliografia che lo riguarda vedi U. MAZZINI, Luni, i monti di Luni e Carrara, in Dante e la Lunigiana, Milano, Hoepli, 1909, pp. 118 agg. Id. Gli scritti dei Fantiscritti, in Giorn. Stor. Lunig.. X, 1919, p. 161 sgg.
(9) Vedi GUATTANI, Spiegazione di un bassorilievo denominato i Fanti scritti di Carrara, Roma, De Romanis, 1819.
(10) L. A. MILANI, I frontoni di un tempio tuscanico scoperti in Luni, in Museo Italiano d’antichità classica, Firenze, Loescher 1884, pp. 99-112.
(11) Ercole è raffigurato con la pelle del leone sul braccio sinistro, opprimente con la clava una testa di toro; Bacco è identificato dalla pantera che lo accompagna, dal tirso, dalla cista mistica deposta ai suoi piedi
(12) Il culto di Ercle (grande divinità folgorante, e sotto diversi aspetti, divinità marina presso gli Etruschi), segnalato in continuità sulle sponde dell’alto Tirreno dal nome di Portus Herculis presso Cosa (STRAB. V. 225) dalla stazione ad Herculem fra Populonia e Vada (It. Ant. 293, 1), continuava sul litorale apuano con l’ Ηρακλέος ἱερὸν posto da Tolomeo fra Luna e Pisa, gratuitamente identificato dal Miller con la stazione precedente; altre tracce del culto d’Ercole nel territorio di Luni, la statua bronzea di questa divinità acquistata da Matteo Cividali durante un suo soggiorno a Sarzana, a memoria dell’umanista Antonio Ivani (brano di lettera pubblicato da GIOVANNI SFORZA, Gli studi archeologici sulla Lunigiana e i suoi scavi dal 1442 al 1800, pp. 17-18), e un bassorilievo frammentario con la figura del Dio esistente nel Musco archeologico della Spezia. Quanto al culto di Bacco sotto il nome di Liber, se ne trova un’attestazione nel nome della distrutta pieve di S. Lorenzo de Monte Libero, posta nel celebre vigneto di Candia fra Massa e Carrara.
(13) Exstimum ecclesiarum Episcopatus lunensis (ed. Sforza, in Giorn. St. Lett. Lig.. V (1904), p. 247: cappella de Bute cum c. de Furno.
(14) REPETTI, Dizionario storico della Toscana, vol. 11, p. 327.
(15) Segnata nella Tavola Peutingeriana; nei Medio Evo fu sostituita dalla mansione di S. Leonardo ad Frigidum dei Cavalieri Gerosolimitani.
(16) Sentenza pubblicata il 15 gennaio 1189 da Pietro d’Arcola e Conte di Rinaldo giudici delegati dal marchese Guglielmo Corso (di Massa e Corsica) in causa tra gli uomini di Vinca e Cervara e di Antóna (copia del sec. XII in Archivio di Stato, Massa, Raccolta manoscritti, vol. 87 n. 2):
In patris onnipotentis nomine amen. In Rocha Massa praesentibus testibus infrascriptis de lite et discordia quae vertebantur infra homines de Vinca et Cervaria ex una parte. et homines de Antonio ex altera de Alpe, quae lis agitabat sub domino Gulielmo Corso marchione; et ipsemet dedit potestatem de ipsa lite et discordia domino Petro de Arcola et Comiti Rinaldo ut vidissent et audivissent jura; et visis et auditis et cognitis habuerunt consilium, ad honorem curiae suam publicam reddiderunt sententiam et discerunt ita quod ipsi homines de Vincha et Cervaria habeant pasculis (chacillis) sicut fuerunt cum ipsis de Antonio in concordia; talgia aliqua non faciant unde lite crescere possit; de eschis dixerun quod illi de Antonio colligant in vallo duos dies antequam illi de Vincha et Cervaria; semper et postea colligant ipsimul tali parte; quod nullus debet aliqueni secum menare ad colligendum nisi de corum villis; taliare non debent illi de Vincha et Cerveria aliquo modo; et sic praeceperunt ambobus partibus pro concordia ut attendissent sub pena centum librarum imperialium monere curie et dixerunt si aliqua discordia esset de ipsa sententia infra eos ad voluntatem ipsae curie fiat. Factum est hoc anno a nativitate Domini millesimo centesimo octuagesimo nono indictione sesta idus ianuarii feliciter. Fuerunt [testes] Timolus quondam Bonandonis, Ferragutus quondam Gerardini Canevarii, Albertus de pecora et alii complures. Ego Albertus de Massa marchionalis [notarius) gloriosissimi Federici Romani Imperatoris regnantis ad ipsis petro [et] comite rogatus ut hanc scripturam ipsae sententiae scripsissem ita scripsi et complevi et dedi.
(17) Livio, XLI212, 23.
(18) Archivio di Stato di Firense, Signori: Carteggio: Missive II, Cancelleria n. 41 Anni 1511-1512 carte 100:
Philippo de Larinis capitaneo et commissario Fivisani gratissimo. Egli è stato più tempo controversie di mala natura tre il comune et homini nostri di Vinche del tuo capitaneato per una parte et gli nomini di Forno, jurisdictione del Marchese di Massa per l’altra, per cagione dell’ Alpe Ruteia, della quale se ne scripto piùvolte per la Signoria et ultimamente a Giovanni Barducci, tuo precissore, sotto di 19 gennaio proximo passato che per adventure potrebbe essere costì registrata, et per anchora non s’è mai composta, et non rimasto nè rimane per la parte de nostri homini, ma sempre el Marchese predecto ho menato la cosa per lungha et non si curato molto ch’ella si acconci. Et in questo meso gli homini sua di Fornole per mostrare d’havere piena ragione in decta Alpe vi sono venuti et venghono tucto dì ad fare ogni iniuria a nostri homini di Vincha, et occupare pes forza e terreni loro et dare delle busse et mazate a nostri homini et volere occupare terreni loro con questi sinistri modi, che non ci paiano nè giusti, nè ragionevoli, nè cose da volere vicinare bene. Et noi non siamo per manchare à nostri homini d’ogni giusto favore per conservatione delle ragioni et jurisdictione loro, perchè così richiede la sviscerata fade hanno portato sempre et portano a questa excelsa Repubblica, et desiderando noi la compositione et assetto di questa cosa, vogliamo quanto prima puoi ne scrive alla magni ficentia del Marchese predecto, come tu hai da noi commissione, missione, per la parte dè nostri homini di Vincha, di conferirti insieme col marchese predecto al luogho della differentia. et quivi veduto con l’ochio et intese le ragioni dè nostri homini, terminarla, havendo sempre buona cura di preservare et mantenere le ragioni de nostri homini et che è non ci ricevino torto alcuno. Et quando tu venga ch’el marchese predecto vadi menando questa cosa per lungha come ha facto per il passato, et non voglia per la parte delli homini sua che la si compongha et assetti, ma voglino gli huomini sua di Forno fare di facto et usare forza et violentia à nostri homini, come hanno facto più volte, in questo caso perchè vim vi repellere licet, adoperrai Gamesino, capo del battaglione [delle Bande Nere] di Castiglione, insieme con la compaghia sua per non lasciare soprafare li homini nostri di Vincha fuora del giusto et ragionevole, et propulsare più tosto la iniuria de nostri homini che volere altri principalmente offendere, usando circa questo termini et parole con tale prudentia che ne perturischino compositione et assetto di questa differentia ragionevoli et convenienti: VII martii 1511 [N. M.].
(19) RAFFAELLI, Descrizione geografica storica economica della Garfagnana, Lucca, Giusti, 1879, pp. 542-43.
(20) Scriveva il Vallisnieri: “Gli abitanti sono cosi selvaggi e fieri, di color terreo e irsuti da farli credere usciti allora allora dalle foreste della Scizia. Le loro donne in tempo di estate uscivano per le loro faccende colla sola camicia in dosso, movendo il riso dei forestieri, che vedevanle continuamente per le vie e pei campi in quello strano costume”.
(21) RAFFAELLI, p. 536.
(22) Lettere al ducs 7, II, 13, 15 luglio 1523 in ANIOSTO, Lettere, Bologna, Romagnoli, 1866, pp. 59-74; lettera Niccolo Rucéllai Capitano fiorentino per la Versilia, in MILANESI. Giornale degli Archivi toscani VII (1865) p. 330; SrOnza, Documenti inediti per servire alla vita di Ludovico Ariosto, p. 248.
(23) RAFFAELLI, pp. 548-49.
(24) Ibid., pp. 495 sgg.
(25) CRESPELLANI, in A.M.D. di S.P., Modena 1895, p. 244 sgg.; BANTI, Luni, p. 168.
(26) CRESPELLANT, in A.M.D. di S.P., Modena 1895, p. 239 agg.; BANTI, p. 165.
(27) BANTI, Carta Arch. d’italia, 1. 96, Massa Carrara, pp. 12-13.
(28) U. FORMENTINI, Una tomba secondo il rito dell’ “entuchrismos”, nella valle del Frigido, in Giorn. Stor. della Lunigiang, N. S., 111, 1952, p. 13.
(29) PIERONI, Bull. Pal. 1903, p. 107; BANTI, p. 172.
(30) Not. Scavi, 1903, p. 266. A questo deposito si può avvicinare quello di Castagnola, tomba a cassetta con cinque cinerari (PIERONI, in Bull. Paletn., 1903 p. 107; BANTI, P. 171).
(31) Dono LEVI, in Studi Etruschi, VI p. 489.
(32) Alcuni casi al contrario di perfetta coincidenza fra i conciliaboli preistorici e circoscrizioni plebane sono stati da me illustrati in Conciliaboli pievi e corti della Liguria di Levante, in Mem. Acc. Cappellini, 1927.
(33) Basta ricordare l’espressione letterale di Livio a proposito della grande spedizione contro Pisa fatta dagli Apuani: Coniuratione per omnia conciliabola univerane gentis facta.