GLI ORDINAMENTI ECCLESIASTICI DELLA VALDANTENA E DELL’ ALTO BACINO DELLA MAGRA

La Valdantena, dizione ancora corrente nel Pontremolese, abbraccia un tratto dell’Alta Valle della Magra, proprio alla testata del fiume, compreso tra il territorio di Pracchiola e la confluenza, con la Magra stessa, del torrente Civasola (1) e coincide con una frazione del Comune di Pontremoli, quella di Casalina che comprende, secondo l’odierna terminologia delle statistiche demografiche, i centri di Casalina e Groppodalosio, i nuclei di Previdè, Toplecca Inferiore, Toplecca Superiore, Versola di Sopra, Versola di Sotto e poche case sparse.

E’ questo anche il territorio della prioria di Valdantena, una delle otto parrocchie incluse, dall’attuale ordinamento diocesano, nel vicariato di Montelungo (2). Di queste otto parrocchie sei sono dislocate nell’alto bacino della Magra, a nord cioè della stretta che la valle presenta nei pressi di Molinello e precisamente, oltre alla prioria della Valdantena che ha la sua sede presso la chiesa di S. Matteo di Casalina, la rettoria di Pracchiola, le due di Gravagna, quella di Cavezzana d’Antena e quella di Cargalla. Il territorio delle altre due parrocchie, quella di Succisa e quella di Montelungo, retta da un Priore che ha anche giurisdizione su tutto il vicariato, si estende invece nella valle della Magriola, un torrente che versa le sue acque nella Magra vicino a Mignegno, un sobborgo di Pontremoli.

Va subito detto che la formazione del vicariato di Montelungo è di data relativamente recente così come del tutto recente è la qualifica di priore spettante al parroco della Valdantena. Ma se per questa prioria non esistono possibilità di richiami ad antiche fondazioni monastiche, per quella di Montelungo è noto come sia stata una dipendenza dell’Abbazia di Leno in quel di Brescia e come abbia tratto origine da un ospedale e da una cappella di S. Benedetto fondati nel secolo VIII da un ignoto personaggio longobardo (3). D’altronde a dimostrare che la riunione delle otto chiese nel vicariato sia dovuta ad esigenze diverse da quelle che dettero luogo al sorgere delle chiese stesse, stanno anche gli antichi ordinamenti della Diocesi di Luni che in questi territori ebbe giurisdizione prima dell’erezione della Diocesi di Pontremoli avvenuta solo nel 1787. Da tali ordinamenti risulta che la chiesa di Santa Felicita di Succisa, già ricordata da un privilegio del 1187 come dipendenza del Capitolo di Luni, si trovava nella circoscrizione della pieve di Vignola (4). Le chiese di Santa Maria Assunta di Pracchiola e di S. Matteo della Valdantena appartenevano invece alla pieve di SS. Ippolito e Cassiano de “Urceola” o di Saliceto, pieve che si ritiene sorta dalla smembramento di più antiche circoscrizioni in conseguenza delle trasformazioni demografiche provocate, in quello che è oggi il territorio di Pontremoli, dall’assurgere della via della Cisa a via di grande comunicazione.

Al priorato di Montelungo, annoverato tra le chiese esenti della Diocesi di Luni, si possono collegare le tre cappelle di San Bartolomeo di Gravagna, di S. Maria di Cavezzana d’Antena e di S. Lorenzo di Cargalla, la cui fondazione secondo gli antichi cronisti pontremolesi, avvenne per opera dei monaci di S. Benedetto del Monastero di Montelungo. Questi rapporti di dipendenza sono anche documentati, almeno per Gravagna, da un atto notarile del 1542; in tale anno venne stipulata una convenzione per effetto della quale l’Abate di Leno concedeva il fonte battesimale alla chiesa di Gravagna impegnandola ad offrire annualmente un cero alla chiesa di Montelungo (6).Tuttavia nonostante l’osservanza formale dei vincoli di dipendenza da Leno, la situazione di fatto, sia per Montelungo che per le altre tre chiese ricordate, aveva già subito, prima del secolo XVI, un sostanzialmente mutamento, essendo cessata l’opera di assistenza ai viandanti ed essendosi fatte prevalenti le necessità della cura d’anime nei confronti delle popolazioni locali, necessità alle quali provvedeva ormai, allontanatisi i monaci, il clero secolare dipendente dal Vescovo di Luni-Sarzana.

Ancora dai vecchi cronisti si apprende che nel 1457 con bolla dell’Abate di Leno ottenne il possesso della chiesa di Montelungo un certo don Domenico da Grondola, il quale però dovette farsi confermare il possesso stesso dal vicario foraneo del vescovo di Luni-Sarzana, don Lazzaro Manganelli di Pontremoli nonché dal Duca di Milano, signore in quel tempo di Pontremoli. Tante investiture non furono comunque sufficienti a rendere pacifico il possesso del prete di Grondola che si trovò subito contrastato dai beneficiari delle tre cappelle di Gravagna, Cavezzana d’Antena e Cargalla. Le contese, per la cui soluzione il Duca di Milano ordinò anche di fare ricorso ad assemblee di fedeli, condussero infine allo smembramento della chiesa di Montelungo ed all’erezione in parrocchie delle antiche cappelle. In un primo tempo le parrocchie furono due, quelle di Gravagna e di Cavezzana d’Antena; nel 1647 se ne aggiunse una terza quando dopo la morte del parroco don Francesco Camisani, Cargalla fu separata da Cavezzana d’Antena (7).

E’ il racconto dei cronisti pontremolesi, pur con qualche discordanza di date, è sostanzialmente confermato dai più antichi documenti oggi disponibili per una completa ricostruzione dei primi ordinamenti della Diocesi di Luni: le liste delle decime bonifaciane della fine del secolo XIII (8) e gli estimi del 1470-71 (9). Il priorato di Montelungo appare, sia nelle une che negli altri, tra le chiese “esenti”; le chiese di Gravagna e di Cavezzana di Antena, sconosciute agli elenchi delle decime bonifaciane, compaiono invece negli estimi tra le chiese con cura d’anime, dipendenti dalla pieve di Saliceto.

Naturalmente per Gravagna deve intendersi la chiesa di S. Bartolomeo a Montale di Gravagna ché l’altra attuale parrocchia di S. Rocco, sorse qualche decina di anni fa dallo smembramento della prima.

Nella più antica divisione delle chiese dell’odierno vicariato di Montelungo, fra fondazioni monastiche e circoscrizioni plebane diverse, di può intravvedere l’allineamento su due differenti itinerari, di insediamenti umani che motivarono il formarsi degli enti ecclesiastici o che ne furono promossi come nel caso di Montelungo.

Il legame fra il Monastero di Montelungo e la via della Cisa appare evidente; ma altrettanto chiaro può apparire il legame con la Cisa, almeno dopo l’affermarsi di questa via, di Gravagna, Cavezzana d’Antena e Cargalla qualora si consideri che su questo itinerario poteva essere convogliato verso la strada della Cisa il traffico che raggiungeva l’Alta Val di Magra per il passo del Groppo del Vescovo. Da Cargalla infatti era agevole, come lo è ancora oggi sulle vecchie mulattiere, proseguire sino ad incontrare il tracciato della strada della Cisa, anche se quello primitivo, più occidentale, che da Montelungo scendeva a Succisa per avviarsi da lì a Pontremoli (10).

L’esistenza nelle vicinanze del Groppo del Vescovo di un “ospedale”, fa supporre che quel passo, anche dopo l’apertura della via della Cisa, fosse assai frequentato e che l’importanza della strada che l’attraversava, fosse maggiore di quella che le poteva essere conferita dal traffico locale fra la valle della Baganza e la valle della Civasola. L’ospedale sembra si trovasse in una località a levante del Groppo verso le sorgenti della Baganza: quella stessa località ( una terra prativa a confine con altri prati appartenenti a famiglie di Gravagna) che negli estimi del comune di Berceto era ancora indicata, sul finire del XVII, col nome di di “spedaletto” (11).

Rispetto alla Cisa, l’itinerario per la valle della Civasola non poteva avere che un carattere sussidiario, specie per le provenienze dalla valle della Parma, ma comunque tale da giustificare l’opera dei monaci di Montelungo. Non è tuttavia da escludere che l’itinerario stesso avesse avuto, prima della Cisa, una sua funzione autonoma.

Da Cavezzana d’Antena, e il nome stesso fa pensare ad una più stretta unione con l’aggregato della Valdantena, si poteva deviare ad oriente, verso Groppodalosio, per un tracciato pressoché abbandonato dopo la costruzione, circa un secolo fa, della rotabile di fondovalle per Pontremoli, rotabile che ha fatto gravitare gli abitati della valle Civasola verso il nuovo centro del Molinello. A Groppodalosio, la cui funzione di posto di tappa è indicata dalla stessa dizione dialettale di “Gropdalés” (12), scendeva anche, dal Cirone, l’altra importante via proveniente dalla val di Parma, per poi proseguire, sulla sinistra della Val di Magra, seguendo un itinerario ancora utilizzato una cinquantina di anni fa per le comunicazioni locali ma che presenta elementi di arcaicità.

Attraversata la Magra fra Groppodalosio e Casalina, la strada sale alla Crocetta ( m. 697) per gli abitati di Versola e Toplecca e dopo aver scavalcato un costone di M. Logarghena torna a scendere sino ad Arzengio (m. 481) da dove prosegue sulla sinistra della Magra mantenendosi intorno ai cinquecento metri di quota. Superata Dobbiana, scende nella valle del torrente Caprio ma ne risale subito fino a sfociare alla testata della valle della Monia, affluente di sinistra, come la Caprio, della Magra. Ritornata a quota cinquecento circa, da Gigliana si dirige a Irola e quindi a Orturano ( m. 402) per raggiungere infine, toccando Malgrate e Mocrone, la piana di Filetto.

Ad attestare l’importanza di questo percorso nell’età medioevale, abbiamo il ricordo del castello di Arzengio e del castello di Muceto, tra Dobbiana e Serravalle, due di quegli antichi oppidi smantellati dal Comune di Pontremoli nella sua espansione territoriale (13). Ma poi al termine del percorso stesso, nella Selva di Filetto, già “Selva Donnica”, s’incontra l’area di ritrovamento del più numeroso gruppo di statue-menhirs, di quei monumenti che, attribuiti in parte all’età del bronzo ed in parte all’età del ferro (14), costituiscono il primo segno della vita dell’uomo nell’Alta Val di Magra. E non solo nella Selva di Filetto le statue-menhirs sono ritornate alla luce, a darci questa testimonianza ma anche su altri antichi itinerari che possono considerarsi diramazioni verso il mare del percorso descritto da Casalina a Orturano.

Da Arzengio si scende ancor oggi per una vecchia mulattiera sulla riva sinistra della Magra là dove sorgeva il cosiddetto Borgovecchio, uno dei due antichi abitati anteriori alla formazione di Pontremoli (15). E da qui doveva essere agevole raggiungere, per uno dei molti guadi di cui si ha memoria nell’età medioevale, l’altra antica strada che dal villaggio di S. Cristoforo, nella bassa valle del torrente Gordana, saliva a Rossano per passare nel territorio di Zignago in Val di Vara (16). Anche questo itinerario è segnato da due statue-menhirs: l’una ritrovata quasi integra nel 1827 a Novà in quel di Zignago; l’altra, frammentaria, scoperta a San Cristoforo nel 1948. Inoltre sullo stesso itinerario, vicino alla foce del Carmuschio, nel territorio di Rossano, fu casualmente rinvenuto nel 1938 un deposito di tre cinerari, andati dispersi salvo uno che secondo il Formentini può ricollegarsi con le sepolture della Valle Padana e in particolare e in particolare con quelle di tipo terramaricolo (17).

Altre due antiche vie si staccavano da Dobbiana e da Gigliana. Quella di Dobbiana per la valle del torrente Orzanella scendeva a sfociare nella piana di Scorcetoli (18) dove nei pressi dell’attuale chiesa parrocchiale fu trovato un frammento di menhir adibito a termine in un castagneto. E poco più a sud doveva esistere un guado di notevole importanza (19) che consentiva di passare sulla destra della Magra dove si apre la valle del torrente Teglia, e da qui per Castagnetoli, Busatica, Montereggio si può ancor’ oggi raggiungere la Val di Vara scendendo a Suvero e alla Rocchetta, ad un miglio circa dalla quale si trova la villa di Novà già ricordata. Da Gigliana, infine, per un vecchio tracciato abbandonato dopo la costruzione della rotabile, si scendeva a Filattiera, l’antico Surano, dove durante i restauri della vecchia Pieve furono trovate tre statue-menhirs e dove nel costone che sovrasta la Pieve stessa, furono scavate due tombe a cassetta della tarda età del ferro (20).Come per Scorcetoli, ricorre per la circostanza della possibilità di guado, in uno dei tratti più ampi del letto della Magra, per passare nel territorio di Mulazzo dal quale per Pozzo si può ritornare sull’itinerario Busatica-Montereggio-Suvero-Rocchetta. A Talavorno, non lontano da Mulazzo, sulla destra del torrente Mangiola, furono pure scoperte varie tombe a cassetta; il corredo di una di queste poté essere in parte esaminato dal Mazzini che giudicò trattarsi di tomba della tarda età del ferro (21). E anche per Pozzo viene segnalato dal Targioni.Tozzetti il ritrovamento avvenuto a metà circa del secolo XVIII di una tomba ” con molte urne, lapidi, lucerne, e diversi vasi sepolcrali, e medaglie antiche” fece pensare al Mazzini che la tomba, pur essendo di gente ligure, avesse qualche carattere di romanità. Ma le conoscenze degli informatori del Targioni-Tozzetti erano tali da lasciarci certi dell’esattezza della classificazione di quella suppellettile?

La serie delle statue-menhirs dell’Alta Val di Magra si chiude a mezzogiorno con quella scoperta vicino all’oratorio della Madonna a Campoli, nel territorio dell’antica pieve di Castevoli, a sud-ovest della piana di Filetto e sulle altre alture che formano la bastionata occidentale della stretta in cui è chiuso il corso della Magra a sud di Villafranca.

Si delineano così, in modo suggestivo, le direttrici di penetrazione in Val di Magra e dalla Val di Magra verso il mare, di genti affini a quelle che più a sud ci hanno lasciato le statue-menhirs della valle dell’ Aulella e della Bassa Magra, per le quali la linea di penetrazione dall’Emilia apparve già chiara (23). Si tratta, è vero, di problema che non compete al nostro argomento ma se n’è voluto far richiamo per giustificare l’impressione che l’aggregato della Valdantena si sia formato in funzione di una viabilità arcaica in confronto di quella della Cisa destinata ad acquistare la prevalenza per interessi estranei all’organizzazione delle prime comunità umane dell’Alta Val di Magra. Di tutto l’itinerario che faceva capo alla Valdantena e che fu forse utilizzato anche in epoca bizantina per le comunicazioni tra Surano e Corniglio in Val di Parma (24), dopo la deviazione del traffico lontano sul fondo della Val di Magra ed il consolidarsi del nuovo centro di Pontremoli, conservò una qualche importanza, oltre le esigenze del traffico locale, solo il tratto Pracchiola-Valdantena-Arzengio-Pontremoli, la cosidetta via della Scala che servì le comunicazioni e gli scambi del Comune di Pontremoli con la Valle della Parma (25).

Ma per ritornare definitivamente alla storia ecclesiastica della Valdantena, si può rilevare che l’esistenza di quella chiesa non è documentata prima del sec. XIII. E’ infatti nelle decime bonifaciane già citate che accanto alla cappella “de Pragiola” (Pracchiola) appare una cappella “de Flayse” o “de Fraise” che trova riscontro nel “consolatus de Fraisio” ricordato dagli Statuti del Comune di Pontremoli a proposito della manutenzione appunto della strada verso il Bosco del Corniglio. L’identità con la chiesa della Valdantena ci è poi confermata dagli estimi del 1470-71 nel quale è annotata una chiesa “de Antena et Fraese”.

Si è ritenuto che “Fraese”, come le altre dizioni equivalenti, volesse indicare una località situata a mezzogiorno di Casalina in una piccola valle dove scorre un torrentello affluente della Magra e dove sarebbe sorta una antica chiesa poi abbandonata ed andata in rovina (26). Si potrebbe in tal caso supporre l’esistenza di un centro religioso della Valdantena precedente a quello di Casalina dal quale sarebbe stato sostituito in tempo imprecisabile e ne verrebbe così giustificata la doppia indicazione degli estimi che avrebbero fatto riferimento a due toponimi diversi ma uno comprensivo dell’altro.

E’ già stato detto che le liste delle decime bonifaciane pongono la chiesa della Valdantena nella circoscrizione della pieve di Saliceto ed è stato detto egualmente che questa pieve fu formata con l’unione di cappelle smembrate da più antiche pievi, probabilmente quelle di Vignola e di Filattiera o Surano (27). Non può trattarsi, per quest’ultima, che delle chiese di Pracchiola, Valdantena e Arzengio non solo allineate su uno stesso itinerario con le altre di Dobbiana, Gigliana, Irola, Orturano, Filetto e Mocrone che rimasero nella circoscrizione della Pieve di Surano ma anche situate su di un territorio che assicurava la continuità dei “fines surianenses”, sin dove sorse, entro appunto tali “fines”, l’ospedale di Montelungo (28).

Negli estimi del 1470-71 appaiono anche, tra le dipendenze della pieve di Saliceto, due benefici legati al nome di “Antena” : “Beneficium Sancti Iacobi de Anthena” e “Benefitium Coradini de Anthena”.

La loro identificazione non è facile.

Si sa solamente che nella chiesa di S. Matteo di Casalina fu eretto nel secolo XIV il beneficio di S. Maria e di S. Tommaso Apostolo presso la cappella omonima. Ne fu fondatore il prete Francesco di Iacopo Scacalossi che con il suo testamento rogato il 15 giugno 1353, lasciò il giuspatronato del beneficio stesso ai primogeniti delle famiglie Serattti, Camisani e dei Nobili Del Brolo, tutte unite da vincoli di parentela fra loro e con gli Scacalossi, famiglia della Valdantena di probabili origini feudali (29). I Camisani erano di Versola e vantavano anch’essi origini signorili; un loro ramo si trasferì a Pontremoli dove acquistò ricchezze nei commerci e partecipò attivamente alla vita pubblica figurando tra le famiglie notabili della città ed ottenendo in fine l’iscrizione alla nobiltà pontremolese. I Del Brolo, antichi vassalli, erano stati signori di Filattiera che avevano tenuto sino al definitivo stabilirsi dei Malaspina in Lunigiana. Dei Serratti, originari della Rocca Sigillina ed anch’essi poi fattisi pontremolesi, sono già state illustrate le vicende; a pochi anni dal testamento dello Scacalossi, nel 1357, troveranno rifugio per qualche tempo proprio alla Valdantena, dopo la loro cacciata dalla Rocca ad opera dei Malaspina. Attraverso questa catena di parentele torna a riaffacciarsi l’antico itinerario per i paesi della sponda sinistra della Magra, la cui funzione rende più chiari i motivi dei rapporti tra quelle famiglie signorili che affermatesi durante la decadenza del consorzio obertengo dovettero poi soggiacere al processo d’unificazione intrapreso dal Comune di Pontremoli e dai Malaspina.

Il beneficio di S. Maria e S. Tommaso Apostolo è ricordato anche dal padre Bernardino Campi nel suo “Centone” (30) per precisare che nel 1472 il beneficio stesso era posseduto da don Giorgio Reghino, rettore della parrocchia di S. Niccolò in Pontremoli. Nel secolo successivo però il possesso del beneficio passò ad un ramo della famiglie Uggeri che lo tenne per quasi due secoli e mezzo, sin quasi alla sua estinzione.

Pare che gli Uggeri scendessero da Pracchiola a Pontremoli nel secolo XV e qui uno dei vari rami in cui si divisero, portò anche il predicato “de Vallisnera” a ricordo probabilmente di un’antica derivazione della famiglia dai feudatari di Vallisnera nell’Appennino Reggiano (31). Verso la fine del XV secolo un Ser Giovanni Pecinino degli Uggeri aveva sposato Maria di Ugolino di Simone Scacalossi da Previdé e furono i loro discendenti che nel 1554, estinta la famiglia Scacalossi, rivendicarono, per gli ecclesiastici appartenenti a questo ramo degli Uggeri, il diritto di investirsi del beneficio senza nomina e presentazione dei patroni nominati nel testamento di Francesco Scacalossi. Così dal 1554 al 1801 il beneficio fu tenuto ininterrottamente da undici ecclesiastici della famiglia Uggeri (32).

A S. Giacomo fu dedicato l’ospedale fondato sulla strada del Cirone o della Scala dagli Spedalieri dell’Altopascio ma non può farse una cosa sola con il “Benefitium Sancti Iacobi” . L’ospedale si trova infatti incluso, sia nelle liste delle decime bonifaciane che degli estimi del 1470-71, fra le cappelle che formavano la dotazione patrimoniale della mensa vescovile di Luni. L eliste gli danno il nome di “Piella Burga” o “Malaticcha”, gli estimi di “Pitaborga”; la sua localizzazione è stata facilitata dagli Statuti di Pontremoli che nelle disposizioni relative alla manutenzione della strada della Scala tra Pracchiola e il Passo del Cirone, citano appunto l’ospedale di “Piella Borgari” (33).

Piella è l’antico nome dato nel Pontremolese all’abete che un tempo ricopriva l’Appennino e di cui ancora del secolo XVI esistevano tracce nelle stesse zone di pianura del fondo della valle (34). E’ il nome volgare di una varietà di abete praticamente scomparsa; soltanto qualche raro esemplare può vedersi ancora sulle pendici nord-occidentali del M. Orsaro a non grande distanza dal Cirone. La “piella” che dette il nome all’ospedale, dovette caratterizzare la località o per le sue non comuni proporzioni o per essere il solo esemplare in quella zona peraltro di natura molto boscosa come ci suggeriscono gli Statuti di Pontremoli che per rendere più sicuro il transito prescrivevano il taglio della boscaglia per un centinaio di braccia a cavallo della strada, tra Pracchiola e l’ospedale.

L’ospedale di S. Giacomo, detto poi “l’ospedaletto” di Pracchiola, dovette essere fondato dall’ordine degli Spedalieri di S. Giacomo dell’Altopascio sulla fine del secolo XII o nei primi decenni del sec. XIII quando quei frati cui la regola imponeva l’obbligo del mantenimento di ponti e di strade nonché quello dell’assistenza ai viandanti nei passi pericolosi e nell’attraversamento dei fiumi, portarono la loro opera in Lunigiana (35).

Oltre all'”ospedaletto” l’Ordine ebbe nell’Alta Val di Magra la “magione” di Pontremoli e l’altro ospedale di Filattiera pure dedicato a San Giacomo. La “magione” di Pontremoli, con licenza del Maestro Generale dell’Ordine, fu trasformata nel 1508, per iniziativa del Consiglio generale del Comune di Pontremoli, in un monastero di monache Agostiniane (36). L’ospedale di Filattiera con tutti i suoi beni fu dato a livello, a metà del secolo XVI, al marchese Manfredo Malaspina di Filattiera ed agli uomini del luogo stesso, con l’obbligo dell’ospitalità e dell’assistenza ai poveri. L'”ospedaletto” nel 1536, poco prima della scomparsa dell’Ordine le cui rendite furono destinate nel 1562 da Cosimo I ad un ammenda del nuovo ordine di S. Stefano, venne concesso, dalla Penitenzieria Apostolica, in giuspatronato perpetuo alla famiglia Venturini, che essendo allora rettore della chiesa dell’2ospedaletto”, aveva fatto richiesta del giuspatronato per sé, i suoi fratelli e i loro successori, impegnandosi ad aumentare di un terzo le scarse rendite del beneficio che a tale era ridotto l'”ospedaletto” da oltre due secoli (37).

Il padre Bernardino Campi ricorda ancora un oratorio di S. Giacomo nel territorio della parrocchia di Pracchiola ma abbandonata anche la chiesa del vecchio ospedale, non restò che il beneficio di S. Giacomo che dalla parrocchia di Pracchiola venne infine trasferito nella chiesa di S. Geminiano di Pontremoli (38). Sulla vecchia strada della Scala sono rimaste solo modeste traccia delle antiche fabbriche a farci ritrovare la località dove sorse l’ospedale e la sua chiesa, località che col nome di “ospedaletto” è anche segnata sulle carte dell’istituto Geografico Militare.

Alla Valdantena furono invece eretti tra il cinquecento ed il seicento numerosi altri oratori. Ne ha lasciato un elenco lo stesso padre Bernardino Campi più volte citato: i due oratori del SS. Sacramento e del SS. Rosario a casalina, quello di S. Bernardo a Versola, quello dedicato allo Sposalizio di Maria V. a Toplecca ed un quinto a Groppodalosio. Alcuni di essi hanno continuato ad essere aperti al culto sino ad oggi (39), testimonianza anche questa dell’autonoma vitalità dell’aggregato della Valdantena, uno dei più popolosi del Pontremolese, affermatasi attraverso secolari vicende e mantenutasi anche quando le vicende di questo estremo lembo della Val di Magra sono andate confuse nella storia di nuovi e maggiori organismi che si sono venuti formando.

Nicola Zucchi Castellini, Gli ordinamenti ecclesiastici della Valdantena e dell’alto bacino della Magra, Archivio Storico per le Province Parmensi, 1962

(1) E. Cavalieri, Appunti sulla fonetica del dialetto di Valdantena, in Biblioteca della Giovane Montagna, n. 79, Parma, Stamperia Bodoniana, 1929

(2) Apuanae Diocesis Secunda Synodus, Pontremoli, Sc. tipografica Artigianelli, 1939

(3) U. Formentini, I Longobardi sul monte Bardone, in Biblioteca della Giovane Montagna, n. 73, Parma, Stamperia Bodoniana, 1929

(4) G. Pistarino, Le pievi della Diocesi di Luni, parte I, Ist. Int. di Studi Liguri, Sez. Lunense, La Spezia 1961

(5) M. Giuliani, Note di topografia antica e medioevale del Pontremolese, in Arch. Stor. Prov. Parm., s. II, v. XXXV (1935)

(6) P. Ferrari, La Chiesa ed il Convento di S. Francesco di Pontremoli, Bertocchi, 1926, p. 135

(7) Di queste vicende parla assai diffusamente in un suo manoscritto ( Miscellanea o Centone) il cappuccino padre Bernardino, al secolo Antonio di Bartolomeo Campi (16? – 1716), il quale si richiama agli “Atti ossia Memorie di Carlo Appini”. Delle stesse vicende la lasciato un cenno sommario anche G. Targioni-Tozzetti nel vol. XI (pag. 389) dei suoi “Viaggi in Toscana” (Firenze, Cambiagi, 1768/79). Del “Centone” ho potuto consultare la copia ottocentesca che ho presso di me; il manoscritto originale , già negli archivi della famiglia Uggeri-Noceti imparentata con i Campi, passò poi al Senatore Cimati che ne fece acquisto per la sua raccolta di documenti della storia lunigianese.

(8) G. Pistarino, op. cit.

(9) G. Sforza, un sinodo sconosciuto della Diocesi di Luni-Sarzana, (1470-71), In Giornale Storico e Letterario della Liguria, IV, (1904)

(10) U. Formentini, le due “viae Aureliae”, in Rivista di Studi Liguri, XIX, (1953)

(11) G. Schianchi, Gli antichi ospedali di Roncaglia e della Cisa, in Biblioteca della Giovane Montagna, n. 40, Parma, Unione Tip. Parmense, 1926, pp. 41-42

(12) M. Giuliani, la strada Lombarda del Cirone nell’Alta Val di Magra, in Arch. Stor. Prov. Parm., s. IV, v.III (1951)

(13) P. Ferrari, La Chiesa e il Convento di S. Francesco di Pontremoli, cit., pp. 65-66

(14) Per una completa informazione sull’argomento vedasi U. Formentini, Le statue-stele della Val di Magra e la statuaria megalitica ligure, in Rivista di Studi Liguri, XIV (1948) e M. Giuliani, L’area di distribuzione delle statue-menhirs diLunigiana, in Srch. Stor. Prov. Parm., s. IV, v. II (1949-50). Un elenco di questi monumenti può trovarsi in L. Banti, Luni, Firenzed, Istituto di Strudi Etruschi, 1937. Negli anni 1960 e 1961 furono rintracciati sempre nella zona di Filetto tre nuovi frammenti di statue – stele lunigianesi, in Giornale Storico della Lunigiana e del Territorio Lunense, n. 8, v. XII (1961).

(15) M. Giuliani, L’Appennino parmense-pontremolese. Appunti di geografia storica per un programma di ricerche lessicali e folcloristiche, in Biblioteca della Giovane Montagna, n. 69, Parma, Stamperia Bodoniana, 1929, p. 12; M. Giuliani, Note di topografia antica e medioevale di Pontremoli, cit.

(16) U. Formentini, I Longobardi sul Monte Bardone, cit, pp. 17 e segg.

(17) U. Formentini, Tomba a cremazione scoperta nel territorio di Rossano, in Atti della R. Accademia d’Italia, s. VII, v. II, fasc. 7-9 (1942) e Per la cronologia delle tombe dell’età del ferro nella Liguria Orientale in Rivista di Studi Liguri, XII, (1946)

(18) Su questa strada, alla confluenza dell’Orzanella con il Canale di Masera, sempre nelle vicinanze di Scorcetoli, sorse intorno al mille la chiesa di S. Bartolomeo, dipendenza del Monastero di S. Venerio e S. Maria, nell’isola del Tino. Vedasi P. Ferrari, La chiesa di San Bartolomeo “de donnicato” vicino a Pontremoli., gli Adalberti e le origini Obertenghe, Pontremoli, Sc. Tipografica Artigianelli, 1938.

(19) M. Giuliani, Note di topografia antica e medioevale del pontremolese, cit.

(20) U. Mazzini, Le necropoli apuana del Baccatoio nella Versilia, in Memorie della soc. Capellini, IV, fasc. 1-2 (1923)

(21)n U. Mazzini, op. cit.

(22) G. Targioni-Tozzetti, op. cit. p. 143

(23) M. Giuliani , L’area di distribuzione delle statue – menhirs della Lunigiana, cit.

(24) U. Formentini, Scavi e ricerche sul “limes” bizantino nell’Appennino lunense-parmense , in Arch. Stor, Prov.Parm., s. IIv. XXX (1930)

(25) M. Giuliani, la “strada Lombarda” del Cirone nell’Alta Val di Magra, op. cit.

(26) Così ritenne il canonico don Emilio Cavalieri, nativo della Valdantena, che dedicò la sua opera validissima alle ricerche di storia pontremolese ma che mi è anche caro ricordare qui per la grande pietà e le elette doti di Maestro. Il suo convincimento a questo proposito mi è stato gentilmente segnalato da Manfredo Giuliani.

(27) M. Giuliani, Note di topografia antica e medioevale del Pontremolese, cit.

(28) U. Formentini, I longobardi sul Monte Bardone, cit., pp. 10 e segg.

(29) P. Ferrari, La Rocca Sigillina, i Seratti e una antica signoria feudale, in Giornaale Storico della Lunigiana, XIII, fasc. I (1923)

(30) Vedi nota 7.

(31) P. Ferrari, La Chiesa e il Convento di S. Francesco di Pontremoli, cit., pp. 189, 197-8

(32) Queste notizie sono state ricavate da memorie manoscritte della famiglia Uggeri. Dell’originale, probabilmente dei primi decenni del XIX secolo, ho presso di me degli stralci fatti qualche decennio fa.

(33) G. Pistarino. op. cit., nonché M. Giuliani, La strada lombarda del Cirone nell’Alta Val di Magra, in la Giovane Montagna, 1941-42

(34) P. Ferrari, Escursioni in Val di Magra, cit.

(35) U. Formentini, l’ospedale dei SS. Giacomo e Cristoforo a Massa e gli itinerari per S. Jacopo di Compostella attraverso la Lunigiana, in Giornale Storico della Lunigiana, n.s. v. IV, (1953)

(36) G. Sforza, Memorie e documenti per servire alla storia di Pontremoli, Parte I, Vol. II, 639

(37) P: Ferrari, L’Ospedale di Selva Donnica e l’ospedale di S. Giacomo d’Altopascio di Filattiera, in Giornale Storico della lunigiana, XIII, fasc. II (1923)

(38) M. Giuliani, La strada Lombarda del Cirone nell’Alta Val di magra, cit.

(39) Sono gli oratorii di Toplecca e di Versola. A Casalina si conserva solo la costruzione, in abbandono ma ancora con un decoro di linee, nella quale ebbe sede l’oratorio dedicato al SS. Sacramento. A Groppodalosio non vi è più traccia del vecchio oratorio; l’attuale oratorio dedicato al SS. Nome di Maria fu fondato dal Canonico don Emilio Cavalieri.

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