I CASTELLARI DELLA LUNIGIANA

Sono passati più di trent’anni da quando, su queste stesse pagine, a me assai care, delle “Memorie”, davo una interpretazione dei “castellari” della Lunigiana, che è rimasta per tutto questo tempo indiscussa, malgrado il progredire delle esperienze che gli scavi e le ricerche hanno portato, per merito dei valorosi, quanto attenti ed acuti, ricercatori, anche nel campo di questo particolarmente importante elemento della tarda preistoria della nostra regione.

Ma la mia interpretazione, quella cioè di centri abitati fortificati della II Età del ferro, che rispecchiava l’opinione comune allora, soprattutto per la decisiva influenza che, nel giudizio sul passato della Lunigiana, aveva sempre avuto, ed ha continuato ad avere, il pensiero dei nostri ultimi grandi maestri di storia e di umanità (Mazzini, Formentini e Giuliani) divenne poi, ben presto, per me stesso motivo di dubbio e di incertezza col progredire di un ragionamento che, pur se volto principalmente al chiarimento del significato delle “misteriose” statue stele, non poteva mancare di avere una decisiva influenza anche su tanto affine problema, quale era quello della reale, credibile, funzione dei castellari.

E fu così che, quando giunsi, dopo tanti anni di indagine, ed ancor più di riflessione, alla certezza della funzione direttamente legata al rito funerario delle statue stele, che discendeva irrefutabilmente dalla documentata, e meditata, considerazione delle motivazioni riconoscibili di tutti i gruppi di monumenti di quello stesso tipo sparsi, in abbondanza significativa, in tutta Europa, dalla Penisola Iberica alla Russia, e, ancora oltre, alla Siberia, nonché, se pure più raramente, in Africa, e fin nel Sud dell’America, dovetti ben presto convincermi della necessità di riconoscere analoga funzione alla grande maggioranza, almeno, dei castellari, non escludendo ovviamente che in qualche particolare caso di toponimo, o addirittura le caratteristiche strutturali del luogo, possano aver corrisposto ad un insediamento abitato fortificato.

A questa conclusione ero giunto da tempo, e gli amici più fedeli certamente lo ricordano bene, quando, qualche anno fa, ho avuto l’occasione di chiarirne pubblicamente i motivi, partecipando ad una interessantissima “conference” organizzata dalla Università di Oxford a Deyà (Mallorca), con il promettente titolo di “Early settlement in the Western Mediterranean Islands and the Peripheral Areas”.

La mia comunicazione è stata pubblicata, l’anno successivo, negli atti di “The Deya Conference of Prehistory”, e introdotta in tal modo nella bibliografia internazionale sull’argomento.

Ma quello che mi convince ora della opportunità di una nuova presentazione, riveduta ed aggiornata, in una sede più locale, è appunto la considerazione del fatto che alla conferenza di Deyà erano presenti tutt’al più una dozzina di studiosi italiani fra i quali l’unico ad avere qualche contatto consistente con l’ambiente locale per il suo rapporto con la Soprintendenza della Liguria rimane il Dr. Roberto Maggi, al quale, pur riconoscendone tutto l’interesse e la partecipazione, di cui mi ha dato ampio atto, non si può ovviamente assegnare il compito di farsi propagatore di affermazioni che lo riguardano solo marginalmente, e che non è certo tenuto a condividere, almeno totalmente.

Riprenderò dunque il discorso abbozzato a Mallorca, quando era viva in me l’impressione delle cose ammirate nell’isola, come una realtà tanto vicina, malgrado la distanza, a quella della nostra regione.

Avevo avuto occasione di constatare, assieme a molti altri che me ne davano testimonianza, come certe strutture che ci venivano presentate quali insediamenti difensivi, proprio come i nostri castellari, non mostrassero in verità alcuna consistenza in tal senso, sembrando, non tanto essere ridotte nel loro possibile deterioramento, quanto essere state anche in origine, del tutto inefficaci ad una funzione difensiva, che non fosse puramente simbolica o rituale.

E questo mi ricordava suggestivamente quanto avevo letto, e molto apprezzato, in uno studio di Roger Cheneveau sugli abitanti rurali “liguri” delle Alpi Marittime, là dove, dopo aver descritto i tipici “Castellaras”, che sono situati in un punto elevato che domina i dintorni, e sono difesi da pareti di rocce scoscese e spesso anche da muraglie, dichiara che essi non sono affatto opere militari, perché non hanno l’effetto di moltiplicare la protezione e la resistenza di un effettivo poco elevato in rapporto a quello degli assalitori e di supplire alla sua debolezza con la presenza di ostacoli che paralizzano l’azione degli assalitori e li obbligano a delle azioni ristrette che rendono inutile la superiorità dei loro effettivi.

Così che, continua Cheneveau, è la stessa disposizione dei blocchi di sbarramento che viene a costituire una vera scala, che “noi abbiamo più volte utilizzato, malgrado la nostra età avanzata, con notevole facilità”.

Concludendo poi che l’interdizione del superamenti di tali ostacoli esige degli effettivi “almeno tanto numerosi quanto quelli degli assalitori, ciò che è la negazione della fortificazione”.

Certamente Cheneveau non giunge per questo a contestare la funzione di abitato dei Castellaras, ed ha probabilmente ragione, perché non si tratta certamente di una identica situazione; né alla mia decisa conclusione, per la stessa ragione, potevano associarsi coloro che avevano con me condiviso il giudizio di improponibilità della funzione difensiva “militare” delle strutture mallorchine.

Ma per me queste considerazioni davano ulteriore conferma alla intuizione balenata da tempo, e peraltro meritevole ovviamente di più meditate conferme, di una generalità del fenomeno nell’ambito almeno di quell’ambiente che il piano della conference di Deyà così bene delimitava nella definizione delle “Western Mediterranean Islands and their Peripheral Areas”.

Lascerò comunque ad altri, o almeno ad altro tempo, come ho fatto allora, lo studio, responsabile, della situazione generale nel bacino occidentale del Mediterraneo, per tornare al più particolare quadro della nostra circoscritta e caratteristica, regione, rivolgendo il mio discorso più direttamente a coloro che hanno di essa una più concreta esperienza, nella speranza che il silenzio più che trentennale sia riempito dalla discussione, che la mia proposta di interpretazione non dovrebbe mancare di provocare.


Al toponimo “castellaro” corrisponde sempre in Lunigiana un luogo avente precise caratteristiche topografiche ed archeologiche.

Si tratta cioè di una vetta, o quanto meno di una eminenza, spianata alla sommità, con un contorno netto, che quando più e quando meno decisamente, sembra il frutto di un intervento umano, e questo sospetto di frequentazione dell’uomo diviene talvolta certezza per la presenza di abbondante materiale archeologico, soprattutto ceramico, o per la traccia più sicura di interventi di scavo di trincee e fossatelli a corso regolare.

La tipologia del materiale archeologico, dove esso è presente, inquadra il fenomeno della frequentazione umana in un periodo che corrisponde alle ultime fasi del Bronzo ed a tutta l’età del Ferro nell’Italia Settentrionale ( da Canegrate a La Tène). Ma la presenza di materiale archeologico è fino ad oggi esclusivamente accertata ai liniti del territorio di diffusione del fenomeno, giustificando l’ipotesi di una contaminazione con culture esterne al territorio stesso. Per cui la totale assenza di materiale archeologico nelle zone più interne, che non è limitata soltanto ai luoghi dei castellari ma si riferisce all’intero territorio , induce a proporre l’ipotesi della origine di questa tradizione culturale in una società umana il cui livello di civiltà, almeno per quel che riguarda la cultura materiale, è definibile addirittura preneolitico, o almeno preceramico.

E’ ovvio infatti che la differenza fra i castellari del territorio centrale, costituito essenzialmente dal bacino del fiume Magra, a quelli limitanei, per quanto riguarda la presenza di materiale archeologico, dipendendo certamente dalla caratteristica di isolamento culturale che è tradizione di quel territorio fin dal periodo della diffusione del fenomeno delle statue stele ( e cioè dal III millennio a.C.), non inficia il giudizio di una completa analogia della funzione di tuti i castellari.

Per cui rimane da precisare appunto questa funzione, tenendo conto delle caratteristiche generali e particolari del maggior numero possibile di elementi della serie.

Considerato il quadro di civiltà nel quale il fenomeno si manifesta, ed il fatto che questo è l’unico tipo di testimonianza archeologica per la massima parte del territorio e per così lungo periodo, si tratta praticamente di fare una scelta fra le due sole ipotesi plausibili di luogo funerario e di abitato.

E la scelta fu fatta a suo tempo, quando, all’inizio del secolo, qualcuno degli studiosi locali ebbe messo a fuoco il problema; e fu quella di abitato.

Probabilmente la sola ragione per la quale si scartò l’ipotesi funeraria, che avrebbe dovuto avere p0er molti motivi la precedenza, fu quella della mancanza di tracce concrete di qualsivoglia rito funerario, sia nei resti umani che nelle strutture.

E noi stessi abbiamo contribuito a far si che la scelta fosse data per scontata con un saggio, che è rimasto forse il solo direttamente riferito all’argomento, nel quale si cercava di inquadrare nella funzione di villaggio fortificato tutte le caratteristiche del castellaro, delle quali ovviamente avevamo allora (circa trenta anno or sono) assai minore esperienza.

Ora però, alla luce di una più abbondante casistica e di una più responsabile riflessione, riteniamo doveroso, oltre che utile per la sollecitazione di una seria revisione del problema, che non è per nulla di poco conto nel quadro dello studio generale della protostoria europea, manifestare decisamente il giudizio alternativo, e cioè l’ipotesi della funzione di luoghi funerari, cercando di esporre le argomentazioni sulle quali si basa tale giudizio.

Motivazione fondamentale della revisione è stata la caduta dell’obiezione relativa alla totale assenza di tracce concrete di qualsivoglia rito funerario.

E la certezza su tale punto deriva da una più documentata indagine sull’altro caratteristico fenomeno culturale locale, quello delle statue stele, la cui diffusione in Val di Magra precede decisamente quella dei castellari (fin dal III millennio a.C.).

Anche per le statue stele infatti il giudizio di una destinazione funeraria, che appariva il più ovvio, non potendosi in questo caso neppure contrapporgli, per la mancanza di un contesto archeologico, l’ipotesi di un rapporto diretto con l’abitato, faceva ostacolo insuperabile appunto quella stessa constatazione di mancanza di tracce del rito. In quel caso però la indiscutibile analogia fra i monumenti della Val di Magra e quelli di altri numerosi gruppi sparsi in tutta l’Europa dal Portogallo alla Russia, e la constatazione che per la grande maggioranza di essi esistono invece sicure prove della relazione diretta con riti funerari, che sono per di più diversi quasi per ciascuno dei vari gruppi, hanno posto la questione in altri termini.

E ci si è trovati a ragionare piuttosto sul tipo di rito funerario, cercando di identificare quello che si sarebbe potuto distinguere dagli altri per la singolare caratteristica di non lasciare traccia concreta di resti e di strutture, pur avendo una precisa localizzazione, definita con certezza dalla posizione delle statue stele.

Ma quello della statue stele e quello dei castellari sono due fenomeni culturali che si manifestano nello stesso limitato ed esclusivo ambiente, in continuità cronologica, e chiaramente come espressioni di una medesima tradizione. Ed è quindi probabile che l’ipotesi alla quale si è giunti per il primo sia sostanzialmente valida anche per il secondo; e cioè che i castellari avessero proprio quella stessa funzione direttamente funeraria che si è creduto di riconoscere alle statue stele, e della quale cercheremo di presentare una più precisa definizione.

Prima però di giungere a quella che sarà in definitiva la presentazione di una tesi soggettiva sulle particolari motivazioni della funzione funeraria vogliamo chiarire i motivi, che ci paiono del tutto obiettivi, della generica definizione di un rapporto diretto con il rito funerario. Cominceremo quindi con il considerare più attentamente quegli stessi motivi che ci erano parsi appoggiare l’ipotesi di un abitato munito, e cioè la presenza saltuaria di materiale archeologico, soprattutto ceramico, e le tracce di interventi di potenziamento delle difficoltà di accesso alla vetta. Il fatto che ci sia una così netta differenza per quanto riguarda la presenza di materiale archeologico fra i castellari della zona più interna del territorio e quelli limitanei (grande abbondanza in questi ultimi e totale assenza nei primi) non può giustificarsi nella ipotesi della funzione di abitato; perché dove l’uomo ha vissuto, addirittura per molti secoli, come proverebbe la tipologia dei castellari non sterili, non possono mancare totalmente le tracce della sua cultura materiale, qualunque ne sia il livello. E pertanto negli insediamenti meno evoluti alla ceramica ed ai metalli dei castellari della zona a contatto con popolazioni più progredite dovrebbero corrispondere almeno avanzi di manufatti in pietra, in osso, in corno, in legno.

L’ipotesi della funzione funeraria invece può essere giustificata a questo riguardo, presumendo che il rito tradizionale non comportasse la presenza di corredi di alcun genere, come confermerebbero del resto anche le localizzazioni delle statue stele, e che l’abitudine di fornire invece di un corredo i defunti fosse venuta soltanto alle popolazioni della zona periferica appunto per l’occasione del contatto con le culture più evolute e più ricche.

Quanto alle presunte opere di fortificazione ed agli interventi di modifica della struttura tettonica del luogo, le tracce di lavoro di scavo e di terrazzamenti sono stati interpretati come opere di potenziamento delle difficoltà dell’accesso già offerte sostanzialmente dalla natura stessa dei luoghi, li rivelano, a più matura riflessione, del tutto inadeguati ad una concreta funzionalità in tal senso. Il castellaro di Prota, per esempio, mostra le tracce di una trincea che taglia il costone lungo il quale sia ha l’accesso più agevole alla vetta; ma, a parte il fatto che la larghezza della trincea è tale da potersi agevolmente superare d’un balzo, per chi non sia gravemente invalido, anche l’aggiramento dell’ostacolo, su ambedue i lati, non rappresenta una concreta difficoltà per i potenziali assalitori.

Nel castellato di Cisigliana il più agevole declivio di accesso è “barrato”, in modo chiaramente simbolico, da una serie di fossatelli ad andamento curvilineo, ad archi concentrici, con interruzioni sfalsate, in modo da formare un disegno schematicamente labirintico.

Nel cammino di cresta che dà accesso alla vetta del castellaro di S. Antonio che dall’alto dei quasi mille metri di quota domina gran parte dell’alta valle del Tavarone, nel cuore della Val di Magra, i “tagli” presumibilmente deliberati sono tre o quattro, ma comunque tutti con gli stessi caratteri già rilevati nei due altri castellari citati, ed in altri ancora. La vetta poi, e questo è un tratto caratteristico immancabile, è sempre spianata e sostenuta nel confronto mediante opere di terrazzamento con strutte a secco interne, o in qualche caso, come per esempio nel castellaro di Cassana, con muri probabilmente a vista, ma comunque sempre senza costituire, né certamente aver mai potuto costituire in passato, un concreto potenziamento della difensibilità del luogo.

Assai più credibile pare a noi l’ipotesi che tutti questi accorgimenti fossero volti a creare impedimento alla evasione dal luogo così circoscritto, certamente in funzione funeraria, e che la loro validità fosse fondata in massima parte su di un potere magico simbolico, probabilmente rafforzato da riti di scongiuro e di interdizione, dedicati ad impedire il ritorno dei morti nel mondo dei vivi (così come lo sono e sempre lo sono stati, dalla Preistoria ad oggi, gli essenziali riti funerari), avendo a loro motivazione concreta di origine la credenza, così radicata nella tradizione, del grave impaccio di movimento del “revenant”, che certamente è suggerita dalla naturale rigidità del cadavere.

E d’altra parte, la vetta del castellaro, e cioè la zona alla quale sembrano essere dedicati esclusivamente gli accorgimenti difensivi, che si delinea in una breve piattaforma, nuda di vegetazione arborea, spazzata dai venti più impetuosi (come ci ha dimostrato l’esperienza personale dei luoghi), assolutamente priva di acqua, deve essere stata la meno idonea localizzazione di un abitato stabile, o anche stagionale; mentre le stesse caratteristiche negative di un abitato (isolamento, esposizione alle intemperie, riconoscibilità da lontano), sono ottimali per il luogo di deposizione dei morti (di cui d’altronde non si è mai trovata traccia nella media ed alta Val di Magra, a parte le statue stele, fino alla II Età del Ferro).

Ma la più suggestiva delle testimonianze è certamente costituita, in questa regione estremamente conservativa, dalla memoria tradizionale di una interdizione sacrale riferita praticamente a tutti i castellari dell’uno e dell’altro tipo, e cioè con o senza resti di cultura materiale.

Nel castellaro di Cassana in Val di Vara (con scarsa e tarda ceramica) una grande, nuda, croce lignea si trova, a memoria d’uomo, sulla vetta della parte prospiciente l’abitato attuale, e, sempre a memoria d’uomo, una processione rogatoria compie il percorso non breve dalla chiesa alla vetta stessa, forse anche ripetutamente ogni anno, come ci pare di ricordare da testimonianze raccolte qualche decina di anni fa, che naturalmente ci ripromettiamo di controllare, se sarà possibile, con la precisazione delle date.

A Pignone, ancora in Val di Vara, nella zona circostante, per ampio tratto, il castellaro, che è uno dei più ricchi di materiale archeologico , non vi è alcuna traccia di abitato o di colture, e le manifestazioni di timore e di rispetto che ancora oggi si conservano nella tradizione popolare, pur avendo col tempo perduto la memoria del loro preciso oggetto, possono ben contribuire a giustificare l’ipotesi recentemente avanzata di una funzione di santuario o luogo di culto, e comunque non di luogo abitato.

A Licciana infine, nel cuore della zona di diffusione delle statute4 stele, tutto attorno alla vetta del castellaro, che è assolutamente privo di materiale archeologico, sono stati piantati, non si sa bene da quale epoca, dei cipressi, che sono nella tradizione locale le piante caratteristiche dei cimiteri. E le sponde del torrentello profondamente incassato, che separa la zona del castellaro, disabitata, dal paese, sono frequentate, secondo la tradizione, da apparizioni paurose, che si richiamano sostanzialmente tutte al tipo di processione notturna dei morti; mentre gli abitanti dell’unica casa posta nella zona interdetta si affidano, certo inconsapevolmente, alla protezione di immagini scolpite della Madonna, che è qui l’erede di tutte le sculture apotropaiche di cui è così ricca la tradizione locale; ed ancora molto di recente hanno dedicato alla Vergine appunto addirittura una piccola cappella in muratura.

Abbiamo fatto solo alcuni esempi per dimostrare che la tradizione si riferisce a tutti i tipi di castellari, con o senza tracce di coltura materiale; ma in un modo o nell’altro, con maggiore o minore insistenza, la credenza superstiziosa è presente in ogni caso, ed è particolarmente, e forse addirittura esclusivamente, sentita dalle popolazioni dei singoli abitati ai quali ogni castellaro si intitola; giacché è consuetudine costante accompagnare il toponimo castellaro con la specificazione di un nome di paese: “castellaro di…..(Prota, Cassana, Pignone, Genicciola, ecc.), con suggestiva analogia con quanto avviene con le pievi e le cappelle medioevali, e più tardi per i cimiteri, quasi ad indicare anche in questo caso una funzione specifica nei riguardi di un abitato: castellaro di Prota, come cappella di Prota o cimitero di Prota.

Ed è molto improbabile, per non dire assurdo, che si possa attribuire la specificazione del nome, certo assai di più, la tradizione di interdizione sacrale da cui derivano tutti i terrori superstiziosi, al ricordo di un legame di discendenza per trasferimento da un abitato più antico.

Ma a questo punto, ritenendo di aver addotto sufficienti motivi per privilegiare quanto meno l’ipotesi di una funzione genericamente funeraria, trascuriamo pure altre argomentazioni, forse meno convincenti, e veniamo alla definizione dei modi e delle ragioni della funzione stessa. E si tratterà, come si diceva più sopra, di una tesi soggettiva, che trova peraltro il suo fondamento in un principio accettato, riteniamo, da tutti gli studiosi di preistoria; quello cioè che riconosce una importanza essenziale, fra le motivazioni del rito funerario, alla finalità di impedire una “evasione” del morto ed un suo minaccioso ritorno nel mondo dei vivi.

Noi pensiamo che questa finalità appunto costituisca , certamente con modalità diverse, la specifica funzione sia delle statue stele che dei castellari. Le statue stele infatti, e non soltanto in Lunigiana, si distinguono in due tipi: quello “armato” e quello “femminile”; e se non possiamo spiegare con sicurezza la funzione specifica del primo siamo invece convinti che il tipo femminile rientri a buon diritto nella grande categoria delle figurazioni seducenti, che hanno sempre avuto, secondo noi a partire dalle cosiddette “veneri” paleolitiche, la funzione di irretire il morto trattenendolo nello spazio a lui destinato.

I castellari invece potevano concorrere alla stessa finalità in modo, per così dire, più concreto, creando degli ostacoli materiali al cammino di ritorno del morto. Abbiamo ripetutamente esposto in esteso la nostra opinione sulla funzione delle statue stele e non abbiamo qui lo spazio per ripeterci; per i castellari invece ci limiteremo a ricordare la distanza dai luoghi abitati e le difficoltà naturali o artificiali create dall’uomo, forse anche con valore magico, che hanno dato sostegno alla interpretazione di abitati fortificati, e che viceversa potevano rappresentare ben più valido ostacolo alla temuta evasione dei morti.

Quanto poi alla costante caratteristica di vetta, spianata, nuda di vegetazione arborea e percossa da venti impetuosi, quasi come la sommità di una torre, pensiamo che bene si adatti a giustificare l’ipotesi che già avevamo formulato relativamente al tipo di rito celebrato nei luoghi funerari identificati dalla presenza delle statue stele; cioè quella della deposizione della nuda salma sulla nuda terra fino alla totale distruzione ad opera degli agenti atmosferici, probabilmente in questo caso coadiuvati anche dall’intervento di animali selvatici (in particolare uccelli rapaci), e forse anche, nei luoghi delle statue stele almeno, con l’intervento umano per la cremazione delle ossa scarnificate.

Il radicale mutamento della modalità del rito sarebbe stato probabilmente causato, in questa regione così isolata nella sua tradizione millenaria, dal venir meno delle attitudini artistiche delle popolazioni, che segue fatalmente ad un periodo di eccezionale livello intellettuale, e che è già rilevabile anche nella produzione delle stesse statue stele, i cui elementi più rozzi e trascurati sono sicuramente il prodotto di un periodo di decadenza a quello del pieno splendore artistico.

Quando poi nessuno è più capace di dare alla pietra una credibile forma nell’aspetto della seduzione, secondo la tradizione più antica, ci si affida necessariamente, e forse per gradi, esclusivamente alla procedura dell’impedimento materiale.

Ma la modalità dell’impedimento materiale non è certamente nata, ne tantomeno si è esaurita, in questo ambiente ed in questo periodo. Essa è sempre stata presente ovunque, associata o meno, con la più intellettualmente rilevante modalità della suggestione artistica, dalla grave mora di pietra al macigno che chiuse la cavità sotterranea, alle ermetiche costruzioni in grandi massi squadrati, e cioè dalle “torri” della Corsica, certamente, ai nuraghi, forse, ai talaiots ed alle vanetas, ai sesi di Pantelleria, e , perché no, alle pievi alto medioevali.

Questa è la nostra tesi, ovviamente non dimostrata, e purtroppo non dimostrabile con le prove concrete dei re4sti archeologici, perché ha il suo fondamento appunto sulla totale assenza di questo tipo di prove.

Essa ha peraltro il pregio di fornire una soluzione perlomeno credibile ad un complesso problema, con implicazioni ben più vaste ed importanti di quanto non lo sia il particolare caso, delimitato nel tempo e nello spazio, al quale è direttamente ispirata.

Romolo Formentini, Memorie della Accademia lunigianese di scienze lettere ed arti Giovanni Capellini,  (Vol. 54/56 (1984/1986)

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