ALLA MEMORIA DEL PROF. LUIGI CORRADINI

Utile ufficio dello scrivere mi parve sempre quello, fra molti altri, di tramandare ai posteri le memorie degli uomini egregi che ben meritarono della civile famiglia: imperocché , mentre la morte e il tempo continuano spietatamente la struggitrice loro opera, non perdonando a nessun de’ viventi, né a riputazione veruna, la solerte penna dello scrittore quasi ne ricatta le vittime e, a malgrado di quei crudeli avversari, riesce a perpetuare fra i trapassi e i superstiti le mutue affezioni e gli esempi virtuosi. Mercé del qual ufficio che direbbesi da provvidenza, accade in fatti che dall’età remote pervenissero fino a noi le vite e per poco le redivive sembianze di coloro che, o per santità, o per lodate gesta di pace o di guerra, si segnalarono: e, se pur ne giunsero con lo stesso mezzo le tristi ricordanze di scellerati e di empi, ciò fu non meno a edificazion nostra perché pigliassimo in abbominio il vizio e maggiormente apprezzassimo la virtù. Anche le arti del pittore e dello scultore rappresentano, è vero, le immagini e le zioni di chi visse più o meno famoso. Ma le tele, o i bronzi, e i marmi, come dice il poeta, cedono all’ira del tempo che passa su loro, laddove il magistero della parola, massime dopo il soccorso della stampa, vince ogni prova e sopravvive ai secoli. “Dignum laude virum musa vetat mori”, scriveva a ragione Venosino. Al che tutto considerando, io reputo assai commendevole lo studio che si ponga nel consegnare allo scritto le particolari notizie de’ cittadini che passarono i giorni del vivere nel fare o promuovere il bene. E come altre volte ho tentato d’esercitar io steso le poche forze dell’ingegno a discorrere i meriti d’incliti magistrati e giureconsulti, così ora mi accingo a ricordare con giusta lode qual so il meglio, un modesto cultore delle lettere e della filosofia che conobbi per mia buona ventura fin dalla prima giovinezza, e verso il quale mantenni consuetudini di amicizia intemerata. Di te parlo, dolcissimo degli amici, Luigi Corradini; ed a ciò mi muove tale e tanto affetto, che, se a questo il valoro rispondesse, io per certo ripromettermi di onorar degnamente, come desidero, il cari tuo nome .

Nacque il mio Corradini di onesti e comodi parenti, nell’aprile del 1794, in Vignola, ameno villaggio di collina poco lungi dalla città di Pontremoli (allora Lunigiana toscana) . Fu per alcun tempo nel patrio Seminario; e passò indi a Parma per continuare gli studi nell’Università restaurata sullo scorcio del 1814. Fattosi qui amico ad eletti condiscepoli e da professori ottimi conosciuto, tanto meritossi fama di giovane savio e colto, che, qualche anno appresso, venne scelto a maestro di retorica nell’antico collegio Lallatta: dove, co’ suoi insegnamenti, ebbe cura di educare gli alunni al buon gusto delle umane lettere, tenendoli lontani dalle arcadiche leggerezze, non che dalle ampollosità di quel falso stile il quale, più presto che parlar al cuore e alla mentre, lusinga o rintrona con vano suono gli orecchi. Vi raccomandò con la parola e l’esempio lo studio indefesso de’ classici; in particolare la più grande accuratezza nell’attingere alla purità delle fonti e conciliare con le esigenze dell’uso l’eleganza e la semplicità del bellissimo nostro idioma, generalmente adulterato fra noi, sotto le influenze della straniera dominazione.

Non doveva essere però questa cattedra di retorica, nei divisamenti del Corradini, che quasi una sosta temporanea nel cammino della sua vita; giacché essendo innanzi avviato al sacerdozio, non ristette dal licenziarsi in appresso dal collegio per tornarsene al luogo natale e ricevere in Pontremoli il maggiore degli ordini sacri. Così avvenne: e il vescovo dell’apuana diocesi , che conosceva le doti morali e intellettuali di lui, potendo disporre d’un posto gratuito nell’Accademia ecclesiastica di Pisa, detta di S. Caterina, non tardò a conferirglielo. Né ingannatosi quel prelato nella sua scelta: poiché il novello sacerdote e compié il corso delle divine scienze secondo la disciplina quivi prescritta e andò distinto fra i migliori per illibata costumatezza e per quel contegno moderato e decoroso che tanto si addice in ispecie ai ministri dell’altare. Occupandosi profondamente degli studi teologici, il Corradini non poté non accorgersi così delle relazioni che sono fra la teologia e la filosofia , come della convenienza di sollevar questa dalle bassezze in cui l’avevano ridotta massimamente gli atei e i materialisti, o quelli tutti che, senza male intenzioni, professavano principi riducenti alle stesse conseguenze. Pensò egli a ragione che, per certa guisa, fosse debito di buon sacerdote investigar più addentro che d’ordinario non facevasi le materie filosofiche, e per ultimo risultato additare alla gioventù la retta via della sapienza. Diedesi quindi di proposito allo studio della filosofia, nel quale perdurò con tanto maggiore impegno in quanto che, essendo di complessione gracile, gli era tolto di dedicarsi alle più faticose e attive parti del ministero sacerdotale, e meglio sentivasi inclinato all’ufficio dell’istruzione: secondo l’avviso dell’Apostolo, che, donati i buoni di grazie differenti, debbono altri darsi al ministrare, altri all’insegnare, ed altri ad altro, giusta i doni ricevuti (1).

Con bella suppellettile scientifica, l’abate Corradini, come a’ veri studiosi interviene, vedeva maggiormente allargarglisi il campo dello scibile, e provava il bisogno di viepiù inoltrarvisi con passo generoso. A tal fine, memore sempre delle comodità che offriva Parma ai tranquilli studi, e allettato altresì dalla benevolenza delle stimabili persone che vi avea lasciate, fece in questa città ritorno. Non ricusò da principio, a richiesta di qualche amico, di assumer l’incarico, lieve in apparenza eppur difficoltoso, di privato istitutore; e con amor vi si prestava acconciandosi all’umile intelligenza de’ giovinetti, i quali lo compensavano della mitezza dei modi (in lui natura) e si profittando degli ammaestramenti e si mostrandosi al maestro affezionati. Ma infrattanto non cessava di applicar la mente a rendersi famigliari i diversi (così detti) sistemi filosofici antichi e moderni, a raffrontarli insieme, a scoprirne la verità o l’errore, ed a formarsi il patrimonio di dottrine che possibilmente conciliassero lo sviluppo della ragione umana coi principi eterni della divina ragione ond’essa procede. Alcune volte è occorso a me medesimo di udire in que’ giorni dalla viva voce dell’amico tali cose, la cui illustrazione assai più tardi ho ammirata nelle severe e splendide pagine del libro che, sotto il titolo Teorica del sovrannaturale, annunziò per primo la potenza dell’ingegno di Vincenzo Gioberti (2).

In questa seconda dimora del Corradini in Parma si fecero più intime le relazioni sue con persone ragguardevoli, tra i quali i chiarissimi don MIchele Colombo e bibliotecario Angelo Pezzana, che molte prove gli diedero di sincera stima (3). Poi quando piacquegli di veder Milano, fu il Colombo che lo fece conoscere al marchese Gian Giacomo Trivulzio, nome illustre, non che pel casato , per grandezza d’animo e per sapere. Da sì fatta conoscenza riuscita favorevole al Corradini (né poteva riuscire altrimenti), di facile ne derivò che, nell’autunno del 1826, essendo egli in Firenze dov’era passato a dimorare, gli fosse fatto invito dallo stesso marchese Trivulzio col mezzo del Colombo, di entrare nella famiglia di un certo Conte, quale istitutore de’ figli: invito ch’esso accettava, ma che, per circostanze non prevedute, indipendenti da verun fatto di lui, rimase senza effetto. Del qual esito si dolse molto allora e in appresso l’ottimo Colombo che già avevalo confortato nella risoluzione di fermamente dedicarsi al nobile ufficio d’istitutore della gioventù: e all’amico scrisse, tra l’altre, queste parole: “E’ difficile a dirsi s’io m’abbia avuto più di meraviglia o di sdegno. Se tale è il carattere di quel signore, è da consolarsi che ciò sia avvenuto prima ch’ella andasse in quella casa”.

Convien credere che il Corradini in Firenze si acquistasse presso molti buoni quella reputazione che di vero meritava; perocché, vacando la cattedra di filosofia razionale nel Seminario Arcivescovile della detta città, e saputosi ch’ei sarebbe disposto ad occuparla, il primate della diocesi informato delle qualità di lui, fors’anche da taluno statogli collega nell’istituto ecclesiastico di Pisa, fu contento di sceglierlo a lettore in quella scuola, la cui importanza a niuno è che non comprenda. Con la prolusione recitatavi dinanzi a scelto e numeroso uditorio il dì 11 novembre 1828, avente per tema l’utilità della filosofia, egli additò le basi della dottrina che accingevasi, con ragionevole e sana libertà, a insegnare (4). Il Lock e il Condillac , con la filosofia della sensazione, dominavano per anche in più scuole fra gl’Italiani massimamente. Il nostro professore proponeva di emancipare le filosofiche discipline dal sistema molto incompleto e pernicioso di que’ due famosi; seguendo seguendo congruamente l’esempio che ne avean dato primi in Iscozia Tommaso Reid, in Francia il Royer-Collard, in Napoli Pasquale Galluppi, ciascuno a suo proprio disegno; e prendendo con somma cura , per giusto compito di quelle, ad investigare i fatti della coscienza o in altri termini l’uomo interiore. Vi haq una scienza (ei diceva) condottiera e sostegno di tutte l’altre, una scienza che aumenta le forze di nostra mente e addita i mezzi per saviamente guidarla, c’insegna a conoscere noi medesimi, ci scorge alla conoscenza del vero; scienza delle scienze, una e universale, il cui soggetto è Dio, l’uomo e il mondo. Tale la filosofia, e particolarmente quella che tende ad aggrandire e rettificare la ragione dell’uomo, perciò chiamata filosofia razionale. Qual diletto incomparabile non trovasi nello studiare sè stesso; nel meditare sulle facoltà dello spirito; nello spiare per entro i più ascosi laberinti del cuore, e portar il guardo indagatore ne’ cupi avvolgimenti del pensiero; nell’analizzare le nostre passioni che ora turbano, ora allegrano il viver nostro, e (ahi! troppo spesso!) come tempestosi venti, ci spingono a far naufragio., ad abbandonare la virtù. La contemplazione di siffatte cose guida quasi per mano l’uomo a conoscere l’esistenza della prima causa delle cose che sono; e quindi, per quanto comportano le forze della ragione, considera gli attributi infiniti della Divinità che abita in una luce inaccessibile al debole guardo de’ mortali. Illuminata la nostra mente, conoscendo che non si dà effetto senza causa, e che il caso non puo’ esser stato la causa dell’universo, diventa ferma e costante contro i sofismi di coloro che nel loro depravato e infermo cuore dicono che non ci è Iddio, e osano affermare che non ha bisogno di moderatore la possanza della natura. La vera filosofia non mai fece degli atei, ma bensì ne ha fatti una filosofia falsa, superba, traviata, e ad un tempo ignorante e pazza (5). Tanto è vero che la filosofia si oppone all’ateismo, che i più insigni campioni della religione di Cristo se ne prevalsero per difender questa dalle ingiurie de’ gentili e dai sofismi dell’empietà. Omettendo tanti eroi del cristianesimo , valga per tutti l’esempio del grande Agostino, e dell’angelico dottore san Tommaso. Senza filosofia non possono con tutta dignità adempiere il proprio ufficio i ministri dell’altare; non possono che assai male adempierlo i reggitori di popoli, i condottieri d’eserciti, i legislatori, i giurisperiti, i magistrati: di essa, come scrisse Galeno, han bisogno i medici; di essa in una parola, tutti coloro che non vogliono essere in società solamente per formar numero ed ombra. E guai a’ giovani che non sono premuniti contro gli errori del nostro secolo, con una savia e insieme non servile filosofia. Dietro a tale preludio, qui (in parte) compendiato quasi con le stessissime parole del Corradini, questi intraprendeva ad ammaestrare i suoi scolari nelle discipline filosofiche innalzate a quel grado di sufficienza mercé cui, separatamente bensì dalle teologiche ma di conserva con loro, esse valessero a dirigere l’intelletto e la volontà nella rispettiva ricerca di quel vero e di quel bene verso i quali contendono in perpetuo le sollecitazioni nostre. Un apposito prospetto da servir di norma al pubblico esame degli studenti ne dimostra che il corso delle sue lezioni era diviso in due anni. Nel primo si mirava ad additare i mezzi per conoscere il vero, nel secondo cercavasi di educare la volontà affinché non s’inganni nell’ingenita sua tendenza verso ilo bene (6). Con quanto zelo esemplare poi, con che pure intenzioni il professor Corradini ponesse ogni cura nella scienza e nell’istruzione, si fa manifesto da queste parole che scriveva dedicando al marchese Trivulzio la prolusione di sopra indicvata. “Deh! Voglia Iddio (era l’ardente suo voto) che la scienza della ragione e della verità si coltivi con ardore dagl’Italiani, e che particolarmente i ministri dell’altare si persuadano della necessità di tale studio. Perocché, bene istruiti in questa, potranno guidare gli uomini a virtù, e sapranno difendere la più amabile e la più santa delle religioni dagli insulti degl’increduli; ma il sapranno fare, giusta l’esempio del nostro divin Maestro, non con cipiglio farisaico ma con amore e mansuetudine. Me felice se anco debolmente potessi contribuirvi!”.

E bene vi si adoperò col sudore di tutta la sua vita; poiché non mai contento alle acquistate cognizione, tenevasi in giorno delle opere che si venivano pubblicando massime in Francia ed in Italia, e prontamente se le procurava e leggeva; e con isquisito giudizio profittava delle migliori, e di queste dava pronto ragguaglio, e mettevale in voce. Di maniera che, tra per le lezioni dalla cattedra, e tra pe’ suoi discorsi nel conversare con uomini di chiaro merito, egli crebbe in bella fama di dottrina e di senno.

Ma cosa gli arrivò d’improvviso per cui parve trascinato fuori della via nella quale già segnava orme cospicue. Essendogli proposto (non so come, né da chi) di farsi maestro e guida di un giovcane cavaliere che il dovizioso padre volea mandare per istruzione nelle principali città d’Europa, e prima in Roma e Napoli; il Corradini fu allettato ad accettare la lusinghiera profferta. Nel commiato che dovette prendere dal Seminario, ebbe singolari dimostrazioni di affetto e di stima così dagli scolari come da’ superiori; del che resta eloquente testimonio in una lettera che gliene scrisse il rettore, anche da parte dell’Arcivescovo, piena di onorevolissimi sensi (7). Uscente il settembre del 1832, si tosto come il giovane viene a lui affidato, i nuovi viaggiatori partono per Roma: ed incomincia pel mio buon amico una serie d’indicibili travagli, stante che quel Telemaco ricalcitra spesso ai consigli del suo Mentore. Dopo un soggiorno nella classica terra per oltre un semestre, eccoli sul Sebeto dove passano da nove in dieci mesi; durante i quali, tanto crescono i motivi di malcontento nel Corradini, che ha per lieta sorte il potersi alla per fine liberare dall’importabile peso. A giovamento dell’animo suo perturbato, quasi nulla valevano o le romane meraviglie o le napoletane amenità: e poco le conoscenze di spattabili persone; e, in Napoli, pur anche i colloqui col celebre Galluppi, già innanzi amicatosegli per epistolare commercio (8), e con dotti discepoli ed amici dello stesso. Un tal periodo della vita del Corradini io lo reputo, e fu forse, il più infausto ch’egli abbia trascorso. Troppo leggermente si era lasciato prendere dalla dolce illusione di poter educare alla virtù ed alla scienza di un volenteroso alunno, e di poterlo indi presentare, qual testimonio delle sue cure, alla famiglia ed alla società degno dell’una e dell’altra. Vagheggiava per avventura il raro esempio dell’abate Colombo che, istitutore di bennato giovane parmense, ne diventò l’amico del cuore e l’ospite onorato per tutta la vita (9). Vedendo esso dileguarsi inopinatamente le ridenti speranze, ogni onesto immagini le amarezze di quell’anima tutta rettitudine e delicatezza.

Appresso a quel sinistro accidente, il mio Corradini nelle pacate sue abitudini, tornossene in Firenze: e quivi, a suo ristoro, ritrovò ancora quell’aura di favore e di estimazione che avea saputo procacciarsi presso degnissime persone. La riputazione sua era tanta e si ferma che non essendosi mai sopperito nel Seminario alla cattedra di filosofia che con un sostituto, egli fu ancora pregato dallo stesso Arcivescovo di ripigliarvi il corso delle lodate sue lezioni; “giacché sedé per quattro anni su questa cattedra con nostra e universale soddisfazione (scriveva il venerando Prelato)”. Ed egli coll’ardor consueto vi si prestava quando il Governo toscano, per provvedere all’insegnamento dell’etica nell’Università di Pisa, si avvisò di destinarvi meritatamente a professore un uomo che di già (può dirsi) sotto gli occhi del Governo stesso aveva dato eccellenti saggi di sé. Questi seguì nel dicembre 1839: un anno dopo fu chiamato, lui stesso consenziente, a leggere filosofia razionale.

La elezione di Luigi Corradini segnò il principio di più ampia riforma degli studi filosofici nelle pubbliche scuole della Toscana; non senza però un’indegna opposizione , forse da parte di taluni intolleranti d’una filosofia che sfolgorava il materialismo. In quegli anni cominciavano ad uscir in luce le opere filosofiche di Antonio Rosmini. Il nostro professore fu probabilmente il primo o certo fra i primi a conoscerle ed apprezzarle siccome quelle che, propugnata l’antica e direbbesi congenita alleanza della filosofia con la religione, esponevano principii e dottrine soddisfacenti insieme alle convenienze dell’una e dell’altra nella ricerca della verità e del bene, così in ordine all’uomo individuo ed alla civile società, come in ordine ai supremi oggetti di quello e di questa. Seppe il Corradini giovarsi dei profondi pensamenti del Filosofo roveretano non meno che delle nobili fatiche di quegli eletti ingegni che ne breviarono le dottrine, o che in lavori di maggior lena ne seguirono le tracce luminose; quali furono tra gli uni un Pier Antonio Corte in Torino, tra gli altri un Alessandro Pestalozza in Milano: e poté per tal guisa ognor più mostrarsi idoneo al ponderoso assunto, ed ammigliorare le sue lezioni con grande profitto de’ discepoli ed onor non mediocre del Pisano ateneo. Se non che, parea fatale in allora, che la filosofia, tanto invilita e corrotta dopo il suo divorzio dalla religione, ricuperasse pur una volta l’antico lustro matronale, ricreandosi da’ sofferti oltraggi pel ministero d’alcuni spiriti privilegiati, i quali, mossa guerra all’errore ed alle verità, ebbero potenza di ridestare fra noi la sacra fiamma della sapienza. I libri che pubblicò da Brusselle Vincenzo Gioberti, mirabili, non che per altezza di dettato, per sublimità di concetti e di sentenze, furono quasi scintilla elettrica che maggiormente scosse le menti degli Italiani, e le spinse e diresse nella via regia delle filosofiche speculazioni. Chi potrebbe ridire con quanta avidità li togliesse ad esaminare il professor Corradini, innamorato qual’era della scienza, e quanto ne rimanesse pieno di meraviglia? il Rosmini e il Gioberti (come in prima il Galluppi) divennero suoi amici inseparabili; le loro teoriche un pascolo cotidiano della sua mente; il ragionar piano e posato dell’uno non lo distoglieva dalla magniloquenza dell’altro; né il fasto di questa gli rendeva meno gradita la modestia di quello: Ambedue ristoratori d’una maschia e salutar filosofia; ambedue grandi nella santità dell’intento e nella valentia delle disquisizioni: ontologi per principio, egli avrebbe desiderato di vederli meno dissidenti nella considerazione dell’ente a priori: non lasciò intentata veruna indagine per comporre le opinioni loro, e per offerire a’ suoi scolari una dottrina certa ed al possibile sciolta dalle dubbiezze alla quali dava luogo il disaccordo tra i due insigni pensatori. Esso affermava più tempo dappoi, con una specie di compiacenza, a qualche suo amico che discretamente intese, quella stessa proposizione dei due antesignani che più sembravano in contrasto, non erano lontane dal conciliarsi; mentre, se nella tesi dell’origine delle idee il Rosmini partiva dall’Essere ideale e il Gioberti dall’Essere reale, entrambi s’incontravano ben presto nel mantenere che l’Essere ci fa conoscere ogni realtà e verità. Tanto poi gli gravavano i dissidi e le parti, massime tra quei grandi, che di buona fede si attentò perfino di consigliare l’autore del libro sugli Errori filosofici di Antonio Rosmini, a mutarne il titolo. Al che Vincenzo Gioberti diede risposta cortese, ma negativa; specialmente osservando che il titolo di errori, essendo circoscritto dall’aggiunto filosofici, non è ingiurioso alla persona della quale del resto aveva ammirato e lodato la virtù, la pietà, l’ingegno, la dottrina.

Frattanto il professor Corradini, tenero e geloso quanti altri mai della pura dottrina ortodossa, non dissimulava a se stesso le difficoltà che da una rigorosa critica potevano promuoversi eziandio di rincontro ai modi di filosofare dei predetti due sommi. Onde, propostesi innanzi le più certe norme, e con savio giudizio profittando del meglio che in ciascuno sapea rinvenire (metodo tenuto dal gran Leibnitz nello studio de’ libri (10), di facile si adagiava poi in un largo platonismo; voglio dire, com’esso medesimo affermava, nella filosofia platonica emendata, spiegata e perfezionata dai padri e dai dottori della Chiesa. Questo in ultimo era la filosofia da lui esposta dalla cattedra dell’Università; al qual proposito, subordinatamente alle teorie de’ santi maestri, “per me credo (scriveva) che poco importa il seguire piuttosto Rosmini, Gioberti, Gerdil, Ventura, o altri della veneranda scuola platonica, purché si segua ne’ punti cardinali quel padre della filosofia, il quale, eccetto nel secolo decimottavo, ebbe il soprannome di divino. Il Rosmini, nella Introduzione alla filosofia, espone a che conduca l’abbandono di que’ principii. I Romani furono grandi e virtuosi finché amaron Platone e non Epicuro: ed Orazio, quantunque chiami sé del vil gregge, vuole che si studi il gran discepolo di Socrate: – Rem tibi socraticae poterunt ostendere chartae -” (11). Fermo in siffatti principii, ragionando meco talvolta, e ripetendo che l’origine del bello come del vero e del buono è da Dio, archetipo eterno di ogni perfezione, ricordavami quel concetto espresso dal Petrarca nel primo de’ due sonetti sul ritratto di Laura dipinto da Simon Memmi:

Ma certo il mio Simon fu in paradiso – Onde questa gentil donna si parte: – Ivi la vide e la ritrasse in carte – Per far fede quaggiù del suo bel viso“.

Quasi che il poeta volesse dire, che l’artista vide in Cielo quell’ideal tipo di bellezza, il quale gli valse a comprendere in sua mente i sovrani pregi della bella avignonese, e indi a significarli, con lo stile di Policleto, come in viva e animata figura: concetto egregiamente platonico. A buon diritto possiamo per tanto fare stima che le lezioni del Corradini, vie meglio composte all’altezza delle rigenerate dottrine, fossero, qual dee la verace filosofia, educatrici fedeli e studiose degli esseri intelligenti al retto uso della ragione sì nel trattar delle cose lasciate alle libere disputazioni, e sì nel meditare le immutabili ed eterne verità che all’uomo sono lume e guida verso il supremo suo fine. E’ un fatto positivo e assai notabile, che quelle lezioni fornirono per più anni i tempi ai pubblici esami di filosofia razionale nelle toscane scuole: tanto la buona fama del professore aveva acquistato di consistenza e di pregio! (12) Esso era, nelle cure dell’insegnamento, un di coloro i quali pensando all’acquisto del sapere e all’utile della scuola piuttosto che al vanto di autori, non curano la pubblicazaione a stampa de’ propri scritti; eziando talvolta a cagione di certa quale loro timidità o sulla forma o sul merito intrinseco dell’opera, onde, giudici severi di sé stessi, vi trovan sempre molto da aggiungere od emendare per condurla a quel grado di possibile perfezionamento che il progresso scientifico richiederebbe. Non dee quindi far meraviglia se il Corradini non lasciò stampate le lezioni sue, com’era a desiderar che le lasciasse. Ma, poiché ad ogni modo, siam resi certi delle peculiari sue benemerenze nella scienza, e noi non esitiamo ad onorarne degnamente la memoria. Del resto, molti manoscritti di lui sono nella mani degli eredi, e portano in fronte la precisa menzione autografa: ” Queste lezioni variarono quasi ogni anno, e particolarmente alla pubblicazione delle opere del Gioberti e dei nuovi lavori del Rosmini: e nel principio filosofico cambiarono nel 1849, in cui cominciai ad insegnare pubblicamente il platonismo emendato dai SS. Padri”.

Assai verosimilmente ( se dalla qualità della pianta è lecito argomentare a’ suoi frutti), la scuola del Corradini, alimentata qual era da elette dottrine, doveva produrre, non dirò parecchi, ma per sicuro alcuni d’anno in anno discepoli distinti da lodarsene il maestro: sì alcuni, non parecchi, essendo troppo noto quanto domini modernamente lo scioperio fra la scolaresca, e pochi sieno i veri studiosi (13). Non ardirei asserire che uno de’ pochi (certo de’ migliori) fosse il chiarissimo Augusto Conti, già autore, in florida età, di due opere che onorano la patria italiana (14); poiché ci fa sapere egli stesso che, giovanissimo ancora, ebbe l’ufficio di insegnare filosofia, e vi consumò gli anni migliori (15). Dirò solo ch’io sono indotto facilmente a credere che pure il Conti udisse le lezioni del nostro cattedratico, se penso alla probabilità de’ contemporanei suoi studi nell’Università pisana e ai principi di cristiana filosofia da lui francamente professati, e vie più se considero come lo stesso, accennando agli uomini venerandi che ammaestravano filosofia, non potesse tenersi “dal rammentare a causa d’onore l’ottimo Corradini, che pose ogni sua forza nel rilevare l’istruzione filosofica tra noi dalle vergogne del sensismo”(16) Il Corradini esso medesimo ricordava qualche buon alunno con predilezione: in particolare additava fra gli altri un giovane sacerdote Antonio Albertosi, pontremolese, come quello che molto ebbe profittato delle sue lezioni e che pur di lettere ben nutrito, insegnava filosofia nel liceo fiorentino assa lodevolmente. Povero Luigi mio! nel febbraio del 1862 mi scriveva: “La morte dell’Albertosi mi ha profondamente amareggiato, perché se in lui io ho perduto un amico, la società ha perduto un valente professore di filosofia”. Quanto quell’anima candida del Corradini portasse tenerezza agl’ingegni desiderosi d’istruirsi, io penso che potrebbero farne non dubbia fede tutti coloro, se sinceri, che frequentarono la sua scuola. Niente havvi di più giocondo per chi dedicò sua vita a coltivare la scienza, che l’abbattersi in gioventù, costumata e docile, la quale, facendo tesoro de’ ricevuti ammaestramenti, promette di tramandarli al nuovo secolo con quel di più ch’essa medesima vi aggiungerà del proprio, perché si arricchisca il pubblico patrimonio del sapere. L’avventurato maestro si consola del portato de’ suoi lunghi sudori, e per poco immagina di sopravvivere a sé negli annali del progresso.

Come il professor Corradini teneva dietro con instancabile solerzia ai passi ed allo svolgimento della scienza nelle migliori opere che di mano in mano si pubblicavano, così giudicava, e non a torto, che allo stesso nobile fine sommamente conferisse l’avere personale conoscenza e quasi familiarità cogli uomini per virtù e per dottrina più cospicui. In Firenze contrasse amicizia con Niccolò Tommaseo nel tempo che questi vi studiava filosoficamente l’italiana favella, ed occupavasi nella compilazione del suo Dizionario de’ sinonimi: amicizia non ismentita giammai, ed anzi servata con epistolare corrispondenza quando l’esimio letterato filosofo più non dimorava sulle rive dell’Arno: grata e stimabile amicizia pur mantenne coll’egregio filologo e lessicografo abate giuseppe Mannuzzi; col dotto e riputatissimo Raffaele Lambruschini; con quel caro padre Vincenzo Marchese, i cui aurei scritti ne rivelano l’altezza del cuore e della mente; co’ degni coniugi Ferrucci, nella gloria delle lettere, quale latine quali italiane, emuli valorosi; e col Corte altres^ e col Pestalozza già dianzi lodati: ed ebbe singolar grazia col marchese Cosimo Ridolfi, sino ad essergli ospite nell’esemplare Meleto (17): né men si onorò della conoscenza con quell’altro cavaliere di gran nome che è Gino Capponi. Correndo le vacanze autunnali, non ricordo di che anno (18), rifece il viaggio di Napoli per rivedervi l’onorando Galluppi. Andò a Torino per conoscere di persona Cesare Balbo, l’anno stesso che questi consolava l’Italia di belle speranze. Col Gioberti carteggiò; e nel 1848 lo vide in Toscana (19). Che scrivesse al Rosmini, e questi a lui, ed una volta si parlassero a Firenze, posso pur affermare con certezza: da tale me ne vien fatta fede (20). Mi è poi noto che egli pregiavasi d’aver benevolo il padre don Francesco Paoli segretario del grande roveretano, e godevane la stima; il quale dall’amico mio veniva di pari osservanza corrisposto. Non ripeterò quanto altrove accennai delle affettuose relazioni sue col Pezzana e il Colombo in Parma, non più smesse fino alla morte loro. Tacerò di tante altre amicizie e conoscenze molto onorevoli che il medesimo, per amor del sapere, con lealtà e dignitoso ossequio coltivava; delle quali del resto ben era alieno dal darsi vanto, tuttoché in istima eziando presso personaggi autorevolissimi. Unicamente aggiugnerò che, dietro alla sentenza di M. Tullio, ” le arti tutte e le scienze avere un certo qual vincolo comune, ed essere strette fra se da una quasi cognazione”, ei tenea per fermo che i cultori tutti delle scienze e delle arti vengono a formare come una famiglia, e debbono da prima gli uni e gli altri conoscersi, per indi amicamente congiurare all’eminente scopo del bene: Quindi a lui un sommo conforto nel conversare con valentuomini, e un onesto studio d’intendersi con essi nelle rette massime, e di gratificarli in quanto e’ valesse: quindi in lui verso quelli una giusta venerazione e una viva riconoscenza: quindi nella sua mente radicati i loro discorsi e dalla sua lingua spesso enunciati a conferma di gravi ragionamenti.

Volgevano molti anni dacché il professor Corradini sosteneva il carico della scuola di filosofia nell’Università pisana; e l’affralita sua salute domandava alla fine riposo. Davami avviso da Firenze nell’agosto del 1853 che, senza aver nulla forse che gli minacciasse la vita, era divenuto quasi inabile a qualsiasi occupazione; e per poco ancora potrebbe salire in cattedra. “Mi vi trattiene (diceva) particolarmente il timore che facciasi poco palusibile scelta…..Sorgono alcuni giovani; ma questi non verrebbero promossi. E pure il bisogno di una vera e santa filosofia oggidì è grandissimo, e perché questo sarebbe il principale mezzo di ricondurre alla religione e ai sani principii, e perché siamo minacciatio dal razionalismo germanico, ossia dall’ eghelianismo”. Aspettando che quel timore di dissipasse, l’amico mio tollerò con voler coraggioso altri due anni la fatica, insino a che poté esser certo di aver ” a successore (così egli) un forte ingegno, eccellente, virtuoso uomo suo amicissimo, il Paganini”(21). Di tale successo rimase oltre modo soddisfatto: e fuvvi un istante nel quale il cuor suo si aperse al riso delle speranze: e, modestissimo qual’era, pur non dissimulò, in una lettera a me diretta, la dolce persuasione di aver fatto quello che poteva “per introdurre in Toscana la buona filosofia (così egli): ed i buoni libri li ho fatti conoscer tutti. Io spero che Iddio non permetterà che il buon seme interamente si disperda”. Ogni avvenimento più o meno solenne che desse indizio di tornar proficuo alla religione, alla morale, alla civiltà, al vero progresso delle nobili discipline , era per quell’anima generosa un motivo di schietta allegrezza. Piacer vivo provò quando seppe che in Parma, dove con profitto avea passato la prima gioventù, riaprivasi solennemente, nel gennaio del 1855, l’Università degli Studi, che dalle politiche vicissitudini dell’831 era stata sovvertita e dispersa: e nella primavera del 1856 fu qui lui stesso a festeggiare tra gli eletti il felice evento; e poté a ragione convincersi che anche la parte filosofica era per acquistar lustro nel rinnovato ateneo, essendone affidata l’istituzione a due validi professori, l’avvocato Pietro Cavalli per la logica e la metafisica , educato in principal modo alla scuola del Rosmini, e il dotto sacerdote Giovanni Bassioni per l’etica, devoto alle più sicure massime, innamorati amendue della scienza e ammiratori giudiziosi delle opere filosofiche non meno del Rosmini, che del Galluppi e del Gioberti.co’ quali due professori gli piacque di tenere conferenze, che pure ad essi tornarono graditissime. Bella cagion di letizia ebbe del pari quando, mancato come notai, per l’acerba morte dell’Albertosi, un buono e preclaro maestro di filosofia nel liceo di Firenze, intese avere accettato, sebben temporariamente, di prestarsi al grave ufficio il valentissimo padre Paoli rosminiano. Non ostante però che gli si offerissero dinanzi talvolta favorevoli occasioni di bene sperare, tuttavia la pubblicazione e la rapida diffusione di certi libri ridondanti di scetticismo cinico e d’empietà in odio delle sane dottrine de’ nostri illustri pensatori, lo perturbavano oltre ogni dire; e non isfuggiva del resto alla sua perspicacia quella mala tendenza da lui già lamentata, che pigliavano in Italia le filosofiche discipline verso la filosofia alemanna, per colpa di taluni i quali con tutto il loro ingegno si sforzavano di accreditarle fra noi. “Sciagurati (così egli)!Non si avveggono che ci rendono nell’animo schiavi de’ tedeschi. Volontaria la schiavitù del pensiero, è più vile e turpe diquella del corpo” (21).

Esonerato che fu, a sua istanza, delle fatiche della scuola, il buon Corradini, fermato suo domicilio in Firenze, non desistette per altro dalle lodate sue consuetudini di onorar la scienza e i coltivatori di essa, né dal promuovere per quanto era da lui, e in atto e in parole, ciò che stimasse giovevole alla pubblica istruzione. Per dilezion naturale al suo paese, rivolse il pensiero alle sorti del seminario e collegio di Pontremoli: e conoscendo il superiore ecclesiastico, ottimo e sapiente amico suo, provasse qualche difficoltà nella scelta definitiva di un rettore, gli propose, nel 1857, di affidarne l’immediato reggimento ai sacerdoti della Carità, fondato da quel grande e sant’uomo del Rosmini: ad esso l’amico mio, con calore adoperò perché un tal disegno avesse effetto; e sarebbesi obbligato di dare all’uopo un tanto del proprio. Questo egli consigliava pera la ragione, che il religioso istituto del Rosmini conosce assai bene i bisogni attuali della società; in prova di che, adduceva il fatto che l’Inghilterra è il luogo dov’esso maggiormente va dilatandosi. Per introdur nello Stato un nuovo ordine religioso, era indispensabile riportare l’approvazione del Governo. Non so come, né perché , il saggio provvedimento andasse fallito. Deciso pur sempre il buon Corradini di lasciar qualche memoria del favor suo al patrio seminario, dove avea bevuto i primi sorsi del sapere, fece cosa di cui niuno poteva impedire: legò ad esso la sua ricca e scelta libreria (circa 2000 volumi), che ora è là ad invitare ai gravi studi e giovani e provetti, non meno che a ricordare le vive esortazioni e l’esempio del provvido donatore.

Vero filosofo cristiano era questi, nonché nelle speculazioni della scienza, ma eziando nell’attualità delle opere. Memore della sentenza del Filangeri – il filosofo dover essere l’apostolo della verità, non l’inventore di sistemi – alla sola ricerca del vero religiosamente si dedicò. E perché niuno avesse dubbio intorno alle buone intenzioni sue in tal proposito, pose innanzi la protesta memorabile , ch’egli, rivolto sempre al Padre comune degli uomini, a questo diceva col grande Agostino – interfice in me quidquid contrarium este veritati – Non ricercava dunque una verità capricciosa, a modo suo, a comodo suo; sibbene quella che promanava dall’unica, eterna, inesauribile fonte del vero, e di essa facevasi ammaestratore e propugnatore. Compreso delle sublimi frasi di San Paolo sulla carità , quanto era rigido e zelante dell’integrità de’ costumi e de’ doveri suoi [………].

Fuvvi tempo che stanco di vivere a dozzina, fece divisamente di stabilirsi in proprio domicilio: onde propose la fratello suo don Andrea di andarsene a star con lui. Non piacque la proposta benché i due fratelli si amassero cordialissimamente. Abitava quegli la sua Vignola, ed era tutto fervore negli attivi ministeri del sacerdozio: aveva eretto un oratorio presso casa sua, nel quale diceva messa, e, col permesso dell’ordinario e l’annuenza del vecchio e quasi impotente parroco, istruiva il popolo nella cristiana dottrina e nelle massime del vangelo: la sua casa era ospitale , e in sommo grado caritativa: non digiuno di cognizioni legali, e non inesperto d’affari, dava pur consigli, componeva controversie, metteva pace nelle famiglie : questo il suo mondo; questa la missione ch’ei credeva d’aver avuto da Dio. Non è quindi meraviglia se al fraterno invito non corrispose. Io che conobbi da vicino la schietta bontà del tuo cuore, o Andrea carissimo, so ben io quanto ti costasse il non secondare tale invito. Eppure ( non tengo le lacrime nel farne ricordo), tu dovevi innanzi tempo dalle pie e sì lodevoli tue abitudini. Ahi fallacia degli umani propositi! Repentina morte lo rapiva; e fu meritatamente pianto e benedetto.

Se il mio don Luigi era stato dolente nel non aver avuto con sé il fratello, assai più intenso e giusto cordoglio sentì nell’immatura perdita di esso. D’allora in poi gli parve di essere rimasto solo al mondo (sue luttuose parole): se gli aggravarono ogni di più i fisici e i morali patimenti; crebbero i suoi timori, la sua tristezza, le sue doglianze sulle future sorti della scienza e della civiltà; o per morte o per altri casi, trovossi privo di amici diletti e riveriti; soffrì il tedio d’una quasi solitudine. Unico conforto gli era la religione che aveva in ogni tempo venerata e osservata: compenso unico delle durate fatiche, la coscienza di non essere mai venuto meno a’ propri doveri: cagione di certo quale compiacimento, la stima di tutti quelli che lo conobbero . Continuava, a tuto suo potere, di adoperarsi nella propugnazione della sana filosofia: tenevane discorso , ne scriveva con ardore giovanile, sebben in infermo stato di salute; ma spesso accusava fiacchezza di mente e più crucciavasi di tale indebolimento nella vista, che gli toglieva il poter leggere. Le sue lettere agli amici, quanto mai affettuose, inclinavano a dolorosa mestizia, impresse però sempre di alti concetti e nobili sentimenti (22). Aveva bisogno in quei giorni, più che in altri della sua vita, di essere o fra i congiunti o tra le persone che pigliassero amorevoli cure di lui, e nell’affetto delle quali esso fidatamente si riposasse. Ei sentiva un tal bisogno e lo manifestava: e fra quei mentre, cercando un asilo il meno ingrato, ove accomodarsi, mutò il suo soggiorno da Firenze a Pisa; indi di nuovo dall’una e dall’altra città; e fin anche a Parma, ritornò e volentieri vi avrebbe preso ferma stanza nella casa dell’amico suo, se non vi avesse temuto l’ordinaria rigidezza del verno, pericolosa all’infievolita sua complessione. Così il buono e in ciò non fortunato Corradini vedevasi per poco

“…..simigliante a quella inferma – Che non può trovar posa in su le piume – Ma con dar volta suo dolore scherma.”

Né si pensi per avventura che l’animo suo fosse intollerante del patire: ché anzi robusto e forte, con lo scudo della fede che da’ giovani anni imbracciò, sapea sostenere rassegnato, non tanto i disagi quanto le più agre contrarietà. Nell’età sua già senile era, starei per dire, natural cosa che, ripudiando mercenarie cure, si rivolgesse dove potea più sperarle affettuose. Del resto, quanto avesse di virtù nelle sofferenze, non solo fece palese nella passata vita piuttosto cagionevole, ma assai maggiormente negli ultimi tempi che, assalito da infermità in prima acuta, in appresso lenta, né sopportò per più mesi la gravezza, e si dispose intanto al gran passaggio con la calma dell’uomo dabbene e lo spirito del vero cristiano. Quando, men di due anni addietro, annunziavami la perdita del suo Albertosi, soggiungeva: “Ha avuto pieno conoscimento sino a quell’ora fatale. Direi quasi che è morto felicemente, giacché confortato da tutti di doni soprannaturali e naturali che si possano desiderare in si terribile e solenne momento. Ed io prego Dio che per sua misericordia mi degni d’un simile favore”. I fervidi voti dell’ottimo Corradini vennero per appunto esauditi. Inoltrandosi la sua fine, poté egli per tempo, a mente serena, ristorarsi de’ santi sacramenti, con edificazione di quelli che lo assistevano: e nell”estremo accompagnando ei medesimo le preci della Chiesa, placidamente rese l’anima al Signore, la sera del 26 dicembre del 1864. La sua morte fu sentita con dolore da’ superstiti amici e conoscenti in Toscana e fuori; e di lui anche si lesse lodativo ricordo nella stampa moderata. Le terrene sue spoglie giacciono nel cimitero di San Miniato al monte, sotto una lapide che accenna il sapere e le virtù del benemerito professore (23).

Era il Corradini scarso della persona e snello, di giuste proporzioni, con aspetto benigno, fronte elevata e spaziosa, occhi scintillanti e folte sopracciglia: la sua fisionomia sincera, caratteristica, espressiva: di quelle che difficilmente si dimenticano. Al sol vederlo, inspirava confidenza, e pe’ suoi cortesi e modesti modi conciliavasi rispetto. Di spiriti vivaci, facile si commomeva favellando od ascoltando, e fuor dimostrava acume e perspicacia , e non meno nobiltà d’animo virile. Il parlar suo disinvolto e d’ordinario riservato, parea viepiù riscaldarsi quando, intorno a qualche argomento disputabile , egli sostenea di buona fede il parer suo: senza peraltro ostinata resistenza a fronte di buone ragioni contrario, e senza star sui puntigli. Mi rammento che, sorta un giorno certa letteraria disputazione tra noi, dopo molto contendere, egli rimase dapprima nella sua opinione: era in quel tempo di gioventù che, tra le reliquie dell’ignoranza e le novità dell’apprendere, di leggeri uom presume non ingannarsi. Trascorso breve spazio, mentr’io neppur vi pensava, – tu avevi ragione – mi dice; e più volte mi ha detto anni dopo – tu avevi ragione. – Poco ne sapeva pur io in verità, e fu caso fortuito la piccola vittoria: tutto suo fu merito d’una confessione. Ma, lasciando star cose che sembrar possono da nulla, parecchi altri fatti ricordo del mio Corradini, i quali a narrarli tornerebbero ad onor suo. Siccome però sol io ne sono stato il testimonio, né vorrei si credesse che l’affetto mi tentasse all’esagerazione., e d’altra parte anche troppo ho dovuto introdurre la meschina mia persona nel discorso, così stimo miglior consiglio passarmene su que’ fatti tacitamente, nella fiducia che basti il già detto (se non è soverchio) a far riconoscere e forse ammirare in Luigi Corradini, un dotto e pio sacerdote, un banditore dell’unica filosofia degna degl’Italiani, un cittadino benefico, un uomo integerrimo, un amico sincero e costante. Oh si veramente (posso io affermare) l’amico fedele in ogni fortuna! Nata l’amicizia nostra, come notai da principio, ne’ bei giorni delle speranze, venne crescendo cogli anni. Nelle varie sventure della prima metà della mia vita, provai sempre il conforto della sua benevolenza e dei suoi consigli. Molte perdite io feci, in tutti i tempi, di personaggi dilettissimi e venerandi: la perdita del mio don Luigi mi riusciva dolorasa quant’altra mai; e tuttora ne sento e ne sentirò in perpetuo la gravità e il rammarico (24).

Gio. Batt. Niccolosi, Alla memoria del prof. Luigi Corradini, Firenze, 1872, in Fondo lunigianese L. Bocconi, alla seg. Misc. Lu. 1E (Cristofori, Canonici, Episcopi, ecct.), presso Biblioteca Seminario Vescovile di Pontremoli.

(1) 8, S. Paolo ai Romani, cap.XII, v. 6,7,8,

(2) Ammirandosi la potenza intellettuale di V. Gioberti, non per questo si fa professione di seguitarne il cammino al di là delle vaste orme da lui stampate in quelle delle Opere sue che lo additavano non tanto ristauratore della filosofia ed eccitatori de’ buoni e severi studi fra gl’Italiani , quanto propugnatore animoso e strenuo di dottrine schiettamente cattoliche. Ciò sia detto e si per conto dell’umile autori di questo scritto, e si in riguardo a quanto si esporrà in appresso sugli studi e le opinioni filosofiche del Corradini.

(3) Parecchie lettere si hanno dall’ab. Colombo al Corradini: due delle quali furono pubblicate nel vol. I delle Lettere del Colombo raccolte dal cav. Angelo Pezzana, stampate in Bologna, Tipografia dell’Ancora, 1856 ( edizione promessa in due volumi, rimasta incompiuta non per mancanza del benemerito raccoglitore): alcune delle altre saranno registrate infine del presente scritto.

(4) L’applaudito discorso fu stampato in Parma dalla tipografia ducale nel 1830. Ne fu fatta onorevol menzione nell’Antologia di Firenze del Giugno 1830 a pag. 106, con un articolo, le cui prime linee sono queste: “Il prof. Corradini merita, a nostro parere, la gratitudine della culta Firenze, per avere, quant’era in lui, tentato di far meglio conoscere le opere filosofiche di alcuni valenti italiani e stranieri; e per il molto amore col quale nel Seminario fiorentino egli insegna filosofia senza esagerazioni, senza pregiudizi, senza pedanteria, con chiarezza, con senno”.

(5) “Quin potius certissimum est atque experientia comprobatur, levea gustus in philosophia movere fortasse ad atheismum, sed pleniores haustus ad religlionem reducere”. Così Bancone da Yerulamio, De dignit [….]lib. 1

(6) Il prospetto fu pubblicato con la stampa pel primo anno dell’agosto 1829, pel secondo anno nell’agosto 1830: degno di essere conosciuto.

(7) Questa lettera sarà riportata alla fine del presente scritto.

(8) V. alquante delle lettere del Galluppi in fine.

(9) Il cavaliere Giovanni Bonaventura Porta – V. alquanti cenni intorno alla vita di Michele Colombo, per Angelo Pezzana; Parma, Paganino, 1838

(10) “I’y cherche, non pas ce que j’y pourrais reprende, mais ce qui merite d’etre approuvé et dont mje pourrais profiter. Cette methode n’est point la plus a la mode, mais elle est la plus equitable et la plus utile” Recueil de diverses piecos sur la philosophie, la religion etc, tom. II, pag. 209): Questa specie di ecletismo non è disdicevole a veruna scuola, a veruna dottrina, perocché signoreggiata da principi già stabiliti, è piuttosto assai utile alla applicazione ed al maggior lustro di quel vero, al quale ogni intelletto ed ogni volontà debbono intendere.

(11) E’ cosa da notarsi che la filosofia pigliò sempre le mosse dalle dottrine platoniche quante volte, ridotta a basso stato, volle rinsavire. Dopo gli errori e le prostituzioni pagane, i padroni e i dottori della Chiesa di Cristo, e altri veri filosofi, seppero contemperare quelle dottrine alla rivelazione, ed emendate le seguirono nelle opere immortali di cui furono autori. Parimenti nel decimo quinto secolo il ritorno ai principi di Platone giovò al risorgimento della filosofia in Italia, per ufficio precipuamente del celebre cardinale Bessarione: il quale, venuto qui per partecipare nel Concilio fiorentino (Eugenio quarto pontefice), meritò che gl’Italiani gli sapessero grado, come scrive il chiariss. Padre Tosti (Stor. dell’origine dello scisma greco), perché, “ammogliando le discipline teologiche alla filosofia di Platone (era egli anche un eccellente filosofo), fu dei primi, e per l’autorità del nome e per le molte sue scritture, a svegliare in quelli un forte amore delle platoniche dottrine, per cui nel secolo appresso fu tanto rimutamento della filosofia in Italia”. A’ tempi nostri, non ci voleva meno nell’idealismo platonico, con giusto riguardo alla realtà, per sollevare la filosofia dalle grettezze dei sensisti. Così dopo le palme raccolte da valorosi campioni in tale impresa, non si vedesse fra noi data la preferenza ai maestri del razionalismo germanico, o piuttosto non si ricadesse oggi ( miserando a dirsi) nelle melme del materialismo!

(12) I temi e il sommario dio essi, ufficialmente approvati, facevansi pubblici le stampe, in Pisa, 1851 e 1852

(13) Al Corradini che dolevasi, sin d’anni addietro, della generale dissipazione della gioventù, scriveva (nel novembre dell’83) quell’assennato ed ottimo vecchio che era l’abate Colombo: “Non mi meraviglio punto del poco amore che la gioventù del nostro tempo porta a buoni studi: ciò è una conseguenza della vita dissipata, cui ci ha condotto a menare la corruzione de’ costumi del secolo presente. La bisogna andò sempre così. Si passa dalla rozzezza alla politezza de’ costumi, e questa ci portò al coltivamento e all’amore delle lettere e delle scienze. Ma la coltura dello spirito, sospinta di la da giusti confini, degenera in raffinamento. Allora a ciò che è ragionevole e solido sottentra ciò che è fantastico e frivolo; ed eccoci al decadimento de’ costumi; ecco spalancata la porta al vizio; e in conseguenza a tutte le diavolerie e le stravaganze proprie dell’uomo il quale trovasi in tale stato. E volete voi, che in così fatti tempi la gioventù ami e coltivi lo sudio?”. Parole troppo vere e sempre memorabili!.

(14) I criteri della filosofia, volumi due, Firenze, Le Monnier, 1858; Storia della filosofia, due volumi, Firenze, Barbera, 1864

(15) Criteri della filosofia, dedicato ai giovani.

(16) Op. detta, vol. I. a pag. LXVII – L’illustre prof. Conti, avendo letto la presente scrittura datagli, per desiderio mio, dall’esimio consigliere Stefano Massari (suo collega nel Parlamento italiano), si è degnato parlarne in una lettera a questo diretta: la quale, dal cortese amico comunicatami, mi onoro di pubblicare, dopo debita licenza, a rettificazione di quanto io qui ragionava, e perché si vegga una volta di più come il valor vero sia sempre indulgente e generoso.

(17) V. lettera del Manuzi

(18) Da quanto scriveva il Galluppi nel 15 maggio 1843, si ha che il Corradini divisava di rivederlo nel settembre del detto anno. Ma una lettera dell’ab. Giuseppe Villiva, distinto scolaro del filosofo tropeate, in data del dicembre del 1846, indica che il Corradini fu a Napoli nell’845. Onde, o nel 45 fece un terzo viaggio o differì a quell’anno la visita che s’era proposta nel 43.

(19) V. alcune lettere del Gioberti

(20) V. in fine, un paragrafo di lV, e tale si è la fama che il prof. Paganini ha saputo anche in pregresso meritarsi

(21) E’ da vedere una breve memoria sugli studi e le dottrine filosofiche del Corradini, stesa da giudice competente.

(22) In quelle circostanze gli diressi alcuni versi composti negli ozi villereschi.

(23) L’iscrizione si leggerà non come lavoro letterario che ( a vero dire) non è, ma solo per memoria

(24) Quattordici versi, composti tre anni dopo la morte dell’amico, adombra lo stato dell’animo mio nel rammentarla.

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