INSEDIAMENTI POVERI NELLA LIGURIA DI ETA’ ROMANA E BIZANTINA

di Tiziano Mannoni

L’esistenza di probabili insediamenti rurali molto semplici, databili all’età romana e bizantina, era già nota nel Genovesato alla fine degli anni Cinquanta, quando si andava organizzando il Gruppo Ricerche della sezione genovese dell’Istituto Internazionale di Studi Liguri. Venivano allora chiamate “stazioni a tegoloni” perché proprio questi laterizi, di forma e misure antiche, affioranti dal suolo in un territorio nel quale sono in uso dal medioevo le coperture in lastre di pietra, costituiscono il costante indicatore materiale di tali insediamenti. Un primo scavo limitato in estensione era già stato realizzato nel 1958 (1), ma soltanto con tre nuovi scavi stratigrafici effettuati tra il 1967 ed il 1973 venne chiarito che si trattava veramente di piccoli villaggi di capanne, e venne abbandonata l’ipotesi alternativa dei sepolcreti distrutti dalle attività agricole (2).

Questi dati archeologici, che erano forse destinati a rimanere semplici ritrovamenti isolati, privi cioè di una vera e propria interpretazione storica, socio-economica e paleo-ambientale, acquistarono un nuovo significato nell’ambito dei metodi di ricerca messi a punto dall’ISCUM a partire dal 1976. Si è trattato cioè di superare il concetto di topografia archeologica, quale interpretazione spaziale di rinvenimenti causali e di scavi isolati, per sostituirlo con quello di archeologia globale del territorio, basata su una ricerca attiva che faccia uso di tutte le fonti e di tutte le metodiche oggi disponibili (3). E’ evidente che in questo modo qualsiasi tipo di uso antico del territorio, anche il più modesto, è destinato a cadere nelle maglie della ricerca, tanto che la stessa assenza di determinati insediamenti può diventare un’informazione positiva; ciò è ovviamente azzardato, per non dire impossibile, finché si impiegano ricostruzioni topografiche di tipo passivo.

E’ proprio sulla scorta dei dati ” a tappeto” che sono emersi negli ultimi anni dallo studio di alcuni territori della Liguria centrale ed orientale e della Lunigiana, territori sufficientemente omogenei sotto il profilo storico della cultura materiale, che sono iniziate le prime interpretazioni sulle trasformazioni socio-economiche e tecnologiche degli insediamenti e dei vari usi del suolo (4). Per questi motivi si ritiene sufficientemente maturato, da essere ripreso in considerazione, anche il vecchio problema degli insediamenti poveri di età romana e bizantina, oggetto della presente comunicazioni.

La ricerca viene limitata alla Liguria attuale, con particolare riferimento al Genovesato, alla Riviera di Levante ed alla Lunigiana, non già perché si ritenga l’area più importante sella Liguria antica, e neppure perché in essa, si siano svolte le principali ricerche di archeologia globale, ma soprattutto in considerazione di una certa uniformità e peculiarità dei suoi aspetti fisici, e cioè quelli di un territorio essenzialmente montagnoso chiuso a sud dal mare e delimitato a nord da un’ampia fascia collinare percorsa da valli aperte che sboccano nella Pianura Padana. Senza voler vedere in questi fatti geomorfologici dei veri e propri fattori di condizionamento delle attività antropiche, in quanto diverse possono essere state nei vari periodi le scelte logistiche ed economiche, diverse sono tuttora, e quindi difficilmente confrontabili, anche le condizioni di conservazione e di ricerca degli insediamenti nelle aree di montagna rispetto a quelle collinari e di pianura (5).

Definita l’area che interessa la presente ricerca, è evidente che al suo interno gli insediamenti poveri di età romana non possano essere considerati soltanto in semplice contrapposizione sincronica con quelli maggiori, o comunque economicamente e socialmente più complessi, ma non si può fare a meno di vedere i loro rapporti con l’assetto ambientale ed antropico della regione nel periodo anteriore al II secolo a.C., nonché con quello creatosi dopo la caduta dell’Impero d’Occidente. Ne resterebbero altrimenti menomati certi aspetti della comprensione legati alla dinamica storica degli usi e degli abbandoni del territorio.

Per quanto riguarda le popolazioni che occupavano l’area presa in considerazione prima dell’arrivo dei Romani, non vi sono dubbi ormai che la prima rete di villaggi arroccati, estesa dalla costa sino alle dorsali montane più interne, si debba far risalire all’età del bronzo recente e finale. Le caratteristiche essenziali di queste prime strutture stabili di sfruttamento del territorio, per quanto riguarda la ricerca in oggetto, si possono concatenare nel seguente modo.

Si tratta dio piccoli nuclei abitati, composti da due e forse non più di quattro capanne, con una superficie utile variabile dai dieci ai quindici metri quadrati ciascuna, più volte ricostruite e sistemate su terrazzamenti artificiali. Tali nuclei non potevano ospitare quindi più di qualche decina di abitanti, praticanti un’economia basata sull’allevamento, specialmente di animali di piccola taglia ( ovini e suini), su alcune culture di graminacee e di leguminose, integrate da una discreta persistenza della caccia. Economia che si può definire di sussistenza, visto che gli scambi erano limitati, sulla base dei dati archeologici, a rarissimi strumenti metallici ed a prodotti ceramici provenienti da zone contigue, ma che si deve anche ritenere legata ad una devastazione boschiva, date le tecniche primitive molto probabilmente impiegate (6). Tutto considerato non si può pensare, tuttavia, che ogni insediamento in pratica abbai sfruttato alternativamente più di cento ettari di suolo, senza contare che l’esistenza contemporanea di villaggi a basse quote (100-400 metri) e di altura (800-1000 metri) può essere dovuta anche a spostamenti stagionali di un numero più ridotto di gruppi umani. In questo caso almeno una parte delle ceramiche di produzione non locale potrebbe trovare una spiegazione nella transumanza.

Considerata, infine la densità di tali insediamenti nei territori sottoposti a ricerca archeologica globale, e cioè non più di uno ogni ottanta chilometri quadrati, bisogna concludere che meno di un cinquantesimo della superficie forestale era interessato sincronicamente da reali trasformazioni da parte dell’uomo.

Non sembra d’altra parte che tale misura di sfruttamento del territorio sia aumentata nella prima età del ferro, anzi essa sembra in certe aree persino diminuita, anche se in tale periodo fece la prima comparsa un nuovo tipo di insediamento come quello di Chiavari che, a giudicare dalla sua necropoli, era assai più ampio, e, soprattutto, basato su un’economia caratterizzata da notevoli scambi con l’esterno della Liguria, segno evidente che esisteva al suo interno qualche produzione specializzata in grado di essere esportata (7).

Bisogna arrivare alla seconda età del ferro, e cioè a partire dal V e specialmente dal IV secolo a.C. , per constatare una nuova rete di insediamenti, più fitta di quella precedente, che presenta una continuità di uso fino all’arrivo dei Romani. E’ evidente quindi che essa va attribuita a quelle popolazioni liguri di cui parlano le fonti storiche dell’epoca, fornendo quindi la possibilità di integrare le informazioni archeologiche con quelle scritte (8). Se si accetta tuttavia la distinzione di due ceppi etnici, e cioè i liguri mediterranei, o paleoliguri, e gli ambroliguri, o neoliguri (9), i primi potrebbero essere identificati con i colonizzatori dell’età del bronzo finale, ed i secondi con quelli dell’età del ferro recente. Prove di una certa continuità e fusione tra i due ceppi etnici possono però essere intraviste sia nella costante mancanza di fasi di distruzione violenta nella prima rete di villaggi, sia nel fatto che quando, dopo la romanizzazione, vennero chiamati “castellari” gli insediamenti arroccati dei padri, tale denominazione venne data anche a quelli usati soltanto nella fase più antica, segno evidente che la loro memoria collettiva era sopravvissuta nella seconda età del ferro (10). Si potrebbe concludere questo aspetto del problema supponendo , a titolo di ipotesi di lavoro, che il primo ceppo di colonizzatori liguri si andò gradualmente impoverendo sotto il profilo demografico, finché venne rinvigorito nella seconda età del ferro dall’arrivo di nuove popolazioni, forse sospinte dalla Pianura Padana dove era in corso la celtizzazione.

Entrambe le colonizzazioni presentano di fatto, sotto il profilo della cultura materiale, parentele con la “Liguria padana”, ma come sempre è avvenuto quando determinate popolazioni hanno cercato, o sono state costrette a cercare, uno spazio vitale nelle montagne, esse hanno finito per diventare culture povere e marginali, meno aperte alle innovazioni ed agli scambi. Il corredo vascolare, ad esempio, sembra presentare una diminuzione di forme funzionali a partire dal bronzo finale fino al II secolo a.C., ed il tornio da vasaio, in contrasto con quanto è avvenuto nella Pianura Padana, è rimasto sconosciuto fino al I secolo a.C. (11).

Ritornando alla rete degli abitati della seconda età del ferro si devono registrare prima di tutto una maggiore varietà tipologica ed una più alta densità, che può raggiungere in certi territori sottoposti a ricerca globale il valore di un insediamento ogni venti chilometri quadrati. Tali insediamenti non erano costituiti soltanto da castellari, anche se questi, per motivi legati alla loro facile identificazione, appaiono più numerosi, ma anche da villaggi non arroccati, situati in aree pianeggianti di mezzacosta e di terrazzo fluviale. I castellari, d’altra parte, non sembrano aver avuto funzioni omogenee come nel periodo precedente: certi erano posti sopra i villaggi, e quindi privi di particolari strutture abitative; altri invece erano veri e propri abitati arroccati, difesi da dirupi naturali, talora da un vallo o da una cinta di muro a secco, e contenevano fino ad una decina di capanne; altri, infine, erano lontani dagli abitati principali, contenevano poche capanne, ed anche se privi di particolari opere difensive, dominavano ampie zone probabilmente usate per il pascolo (12). Anche se purtroppo non si dispone ancora di scavi sufficientemente estesi in villaggi non arroccati, si può valutare nel complesso che, nelle aree più adatte per esposizione e per pendenza all’agricoltura, non più di un quinto del suolo boschivo fosse interessato da profonde trasformazioni da parte dell’uomo. Questi calcoli non si discostano molto dall’assetto antropico dell’alta valle del Polcevera, quale risulta dalle interpretazioni topografiche Sententia Minuciorum del 117 a.C. (13).

Se l’economia montana, principalmente basata su colture annuali e sull’allevamento, si deve ritenere ancora di sussistenza, si nota tuttavia un certo aumento degli scambi di prodotti rurali con l’esterno; scambi denunciati non solo dalle fonti storiche , ma anche dalla presenza, sia pure limitata, negli insediamenti liguri databili dal IV al II secolo a.C., di manufatti mediterranei e padani (14). Ciò è certamente da imputare allo sviluppo verificatosi in questo periodo dell’emporium genuate, e molto probabilmente alla presenza di altri scali marittimi minori dislocati lungo la costa (15). In particolare, gli scavi sistematici condotti dal 1954 sulla collina di Castello a Genova hanno dimostrato come i Liguri venuti a contatto più diretto con i mercanti etruschi e greci insediati lungo la rotta dell’occidente, siano stati da questi acculturati. Le strutture difensive e le case rettangolari di muri a secco dell’abitato preromano sono ispirate infatti a modelli tirrenici, senza contare che la maggior parte della suppellettile era importata dall’Etruria e da Marsiglia, e che solo a partire dal III secolo a.C. veniva imitata da una fabbricazione locale di vasi, unica ad usare in Liguria il tornio prima della romanizzazione (16).

Le vicende politiche e militari che hanno determinato in modi e tempi differenti il completo assoggettamento delle popolazioni liguri costiere e montane al giogo romano sono ben note, e nello stesso tempo troppo complesse per essere anche solo riassunte in questa breve comunicazione, nella quale si può cercare invece di dare più peso a tutte quelle informazioni archeologiche che riguardano le trasformazioni avvenute nel numero e nel tipo degli insediamenti, nonché negli usi del suolo, durante tale periodo. Questo problema è forse stato visto finora troppo dal punto di vista dei vincitori, intesi nella loro veste di civilizzatori, e troppo poco da quello dei sottomessi, quasi che la loro cultura ed i loro modi di vivere si fossero rapidamente dissolti a contatto con quelli romani, o per effetto immediato dell’acquisizione del diritto latino. Da ciò l’attenzione quasi esclusivamente rivolta alla nascita ed alla crescita dei nuovi centri urbani, allo sviluppo della nuova rete di comunicazioni, e delle relative stazioni stradali, con la conseguente tendenza ad attribuire direttamente ai Romani qualsiasi insediamento di epoca romana, solo perché in essi abbondano le ceramiche importate dalle grandi fabbriche fornitrici dello Stato repubblicano prima e dell’Impero poi.

Le ricerche archeologiche sistematiche sembrano segnalare, invece, che i Romani non furono interessati, dopo la progressiva sottomissione delle varie tribù, ad intere zone montane, lontane dai centri urbani e dalle principali vie di comunicazione e che ci vollero più di duecento anni, e cioè fino al I secolo della nostra era, perché certi gruppi liguri abbandonassero definitivamente i loro primitivi insediamenti montani per inserirsi nelle nuove strutture abitative e produttive poste lungo la costa ed a sud del Po, dove maggiormente si erano sviluppati i nuovi tipi di agricoltura (17). Ciò non significa tuttavia che l’economia di tali insediamenti superstiti, che non rappresentano in età augustea più del 10-20% rispetto a quelli della seconda età del ferro, fosse ancora quella preromana, dal momento che in essi si faceva uso, più abbondante nel ponente e meno accentuato nel levante, di anfore e di vasellame romano, segno evidente che i rapporti commerciali con le città erano aperti.

Che tali manufatti ceramici fossero, sotto il profilo tecnico e funzionale, superiori a quelli liguri tradizionali è, d’altra parte, talmente evidente da non richiedere una dimostrazione. Ma anche i più grossolani vasi da fuoco hanno continuato solo in parte ad essere prodotti nei villaggi dove dalla seconda metà del I secolo a.C. arrivavano quelli foggiati al tornio e messi in commercio da alcune grosse fabbriche subregionali sorte in Liguria. Le analisi mineralogiche di questi prodotti indicano almeno quattro centri così dislocati: Albenga, Vado, Genova, Luni (18).

Troppo limitate sono invece per ora le analisi paletnobotaniche e archeozoologiche al fine di una ricostruzione delle attività produttive primarie e degli usi del suolo nell’ambito degli abitati liguri sopravvissuti alla romanizzazione, come i castellari di monte Colma, di San Caprasio e di Castelfermo, o i villaggi di Geminiano, Pratopriore, Traso, San Venerio e Codiponte (19), ai quali va aggiunta la stipe votiva di Caprauna, posta ai piedi di un castellaro ligure di alta quota (20). Perciò, le più importanti indicazioni sulle attività agro-silvo-pastorali di questo periodo sono ancora quelle fornite dalle fonti scritte, e specialmente quelle contenute nella tavola della Polcevera (21).

Un invito rivolto nel frattempo agli archeologici che scavano le città romane può essere quello di dare maggior importanza alle insulae ed ai suburbi più poveri per documentare come abitavano gli indigeni inurbati. Nel caso di Genova, ad esempio, è stata verificata una situazione particolare: case costruite in età augustea secondo le tecniche e gli usi romani sono venute in luce anche ai margini dell’area pianeggiante urbanizzata dopo la ricostruzione di Spurio Lucrezio, mentre all’interno dell’ oppidum, usato in parte dopo la distruzione cartaginese per il butto dei rifiuti, sono stati scavati di recente i resti di una povera casa, costruita in età augustea secondo i metodi di tradizione preromana, e cioè con muri a secco e pavimenti di terra battuta (22).

Tornando al territorio, ancora poco chiara è la situazione del periodo compreso tra la metà del I secolo d.C. ed il IV secolo d.C. Per certe aree montane sottoposte a ricerca archeologica globale, come lo Zignago, si può fondatamente sostenere l’ipotesi di un completo spopolamento già dal I secolo a.C., probabilmente a favore di insediamenti dislocati nei pressi della costa e della via Aurelia (23). Ma ancora molte sono in altre aree montane le già menzionate “stazioni a tegoloni” da esplorare sistematicamente, onde stabilirne le cronologie iniziali.

Quello che sembra certo per ora è che si tratti di insediamenti poveri, costituiti da una o poche capanne, situati nei ripiani di mezzacosta esposti a mezzogiorno, dove non coincidono però con villaggi preromani. Alcuni di essi, come Statale e Pòntori in val Graveglia, sembrano, dalle raccolte di superficie, iniziare prima del IV secolo, ma per la maggior parte la datazione è ancora incerta, a causa della mancanza in superficie di reperti cronologicamente significativi (24). Altri, infine, sono certamente posteriori al III secolo, ma dal momento che in quest’ultimo gruppo rientrano tre insediamenti poveri sottoposti finora a scavi regolari, si può pensare che anche la maggior parte di quelli cronologicamente ancora incerti finisca per risultare tardoromana, quando venga sottoposta a scavo.

A San Cipriano, in particolare, una capanna quadrata, con una superficie di circa 10 metri quadrati ed un focolare pavimentato con tegoloni reimpiegati, è stata abbandonata del V secolo a seguito di un incendio violento: in essa è stato abbandonato un gruzzolo di monete tardoromane. Nel piano del ” Refondou” a Savignone sono stati messi in luce i resti di alcune capanne quadrangolari caratterizzate da piccoli muri a secco e da pavimenti in terra battuta con focolare centrale a fossa; esse sono state usate dal IV al VI secolo (25). Analoghi sono i resti di capanne scavati nel piano di Gronda a Luscignano, dove la cronologia non sembra però anteriore ai secoli VI-VII (26).

L’economia di questi nuovi insediamenti della montagna ligure sembra sia stata piuttosto aperta nella fase iniziale del IV secolo come dimostrano le frequenze ancora elevate di anfore, olpi e piatti nordafricani a fianco di olle e ciotole grossolane foggiate al tornio e prodotte dalle solite fabbriche a mercato subregionale. I manufatti di importazione sono diventati però sempre più rari nei secoli successivi, specialmente nella Liguria orientale, e quelli locali, con forme più semplificate, risultano prodotti, alla luce delle analisi mineralogiche, da fabbriche minori che fornivano mercati sempre più ristretti: oltre a quelle del I secolo, altre ne sono state localizzate ad Albissola, a nord di Genova, a levante di Chiavari e nella Lunigiana interna (27). Nel VII secolo, inoltre, sono scomparse dai prodotti grossolani le ciotole, mentre venivano usati i primi testelli per la cottura di focaccette (28), e la quantità totale dei manufatti ceramici in rapporto al volume dei depositi archeologici è diventata assai più limitata (29).

Per quanto riguarda i tegoloni ed i coppi che costituiscono, come si è già detto, i più evidenti indicatori di superficie degli insediamenti poveri compresi tra il I secolo d.C. ed il VII, nulla è ancora stato accertato sul loro uso specifico, fermo restando che non sembrano avere attinenze con sepolture (30)., ma neppure con i tetti delle capanne, dato che la loro quantità è sempre troppo esigua a tale scopo, e tenuto conto che le strutture verticali erano troppo deboli per sopportare una completa copertura in cotto, ma si potrebbe trattare di un uso parziale come colmi.

La produzione di tali laterizi non è mai stata locale; sulla base di alcune analisi mineralogiche risulta invece evidente l’esistenza di fabbriche subregionali, alcune delle quali poste nel Genovesato. Potrebbe trattarsi di fornaci del tipo di quelle rinvenute nella valli dell’Oltregiogo (31), ma di esse finora non sono state trovate tracce materiali nel versante marino. Dalle analisi di laboratorio si può ancora dedurre che la cottura di questi laterizi è sempre avvenuta in un’atmosfera completamente ossidante, quale si può ottenere in una fornace vera e propria, mentre la temperatura di cottura risulta spesso molto bassa, vicino al minimo necessario per le trasformazioni irreversibili delle argille.

I dati riguardanti le attività produttive e gli usi del suolo, in quanto dipendenti dagli scavi stratigrafici, sono ancora limitati; essi riguardano per ora una fascia altimetrica compresa tra i 400 ed i 500 metri che sembra quella preferita dagli insediamenti poveri, ma nulla si sa ancora sotto questo profilo di quelli più bassi, né di quelli più alti che sono stati messi in luce dalle ricerche di superficie fino a quote di 800 metri circa. Sembra comunque che boschi misti di quercia, carpino, acero, olmo, nocciolo ed erica, con infiltrazioni di faggio, probabilmente esteso nei versanti settentrionali, avessero riconquistato, durante i secoli di parziale o totale abbandono della montagna, anche le quote medie e basse, e che le nuove colture introdotte tra il IV ed il VI secolo fossero costituite da prodotti poveri, più adatti ad un’economia di sussistenza che di commercio, come la segale ed il castagno domestico (32).

E’ evidente che insediamenti di questo tipo non si possono confondere con le ville rustiche tardoromane del genere presente lungo la costa della stessa Liguria, né tanto meno del tipo padano. E’ difficile pensare anche a mansi dipendenti da grandi proprietà, sia perché non si sono trovate tracce di colture specializzate, sia per la natura stessa del territorio interessato (33). Che si trattasse di insediamenti di gente povera o impoverita e refluita dalle aree costiere, si può dedurre anche da un confronto con la Liguria occidentale, dove diverse caverne preistoriche sono state riusate nello stesso periodo (34). Resta quindi aperto lo studio della loro natura giuridico-amministrativa, oltre che socio-economica. Nel complesso va comunque rilevato che la densità della nuova rete di insediamenti, e la loro bassa capacità demografica, indicano un popolamento della montagna ancora inferiore a quello registrato per i secoli immediatamente anteriori all’occupazione romana.

Un impoverimento del tenore di vita e dell’edilizia abitativa dopo il IV secolo risulta d’altra parte anche dalle ricerche archeologiche condotte nei nuclei urbani. Ad esso sembra corrispondere una progressiva ruralizzazione delle città stesse, molto evidente negli scavi di Genova, dove orti e piccole case di pietra a secco con pavimenti di terra si sono sovrapposte alle ricche abitazioni romane del I secolo (35), ed a Luni, dove nel “foro” riempito di terra sono state impiantate nel VI secolo lunghe case di legno di tipo barbarico (36). Anche le case venute in luce dai primi scavi condotti all’interno del castello bizantino di Perti sono costruite con muri a secco e pavimenti di terra battuta (37), e gli stessi castelli di età bizantina della Lunigiana si presentano costruiti con strutture a secco, o addirittura come campi trincerati assai poveri di reperti mobiliari (38). Anche nelle città, inoltre, gli strati d’uso tardoantichi sono caratterizzati, per ragioni non ancora chiare, da notevoli quantità di tegoloni rotti e di anfore.

Tornando infine all’ambiente rurale, le tracce materiali degli insediamenti poveri sono per ora assenti tra il VII secolo e l’XI, secolo quest’ultimo per il quale si conoscono i primi resti archeologici di villaggi arroccati tipici del medioevo. Soltanto nelle valli di Genova non si sono avute manifestazioni di arroccamento, ed i villaggi medioevali hanno persistito sui ripiani di mezzacosta, spesso sovrapposti ad insediamenti poveri tardoantichi (39). Le cause di tale silenzio sembrano però dovute piuttosto alle difficoltà di individuare livelli d’uso troppo poveri di reperti conservabili, come hanno dimostrato le ricerche “a tappetto” condotte nel territorio dello Zignago, che ad un nuovo spopolamento della montagna in età longobarda e carolingia. Non bisogna dimenticare infatti che anche gli insediamenti poveri di età tardoromanica e bizantina, nonostante la discreta presenza di reperti ceramici, sarebbero in gran parte ancora sconosciuti se non fossero accompagnati dalla vistosa presenza dei tegoloni. Pare molto probabile, tuttavia, che sia dovuto passare ancora molto tempo, e cioè fino ai secoli XII-XIII, perché la densità della popolazione e dello sfruttamento della montagna ligure raggiungesse i livelli preromani, ma già nel XV secolo cominciava quel processo di incremento demografico, e di conseguente espansione dei terreni sottoposti a colture, che ha portato nel XIX secolo ad una saturazione antropica del territorio (40).

Non si vogliono, né si possono trarre conclusioni da un lavoro appena iniziato sotto il profilo archeologico-analitico, ma si spera che le considerazioni e gli elementi raccolti in questo breve contributo costituiscano una valida ipotesi di lavoro, e servano di sprone alle ricerche che si auspicano non meno intense ed accurate di quelle condotte nelle città e nelle ville romane.

Tiziano Mannoni, Insediamenti poveri nella Liguria in età romana e bizantina, in Rivista di Studi Liguri, anno XLIX (Gennaio-Dicembre 1983) N. 14

La foto di introduzione all’articolo e relativa alla ricostruzione di un abitazione del periodo è stata effettuata nel museo di Zignago.

  1. M. Milanese, Archeologia di superficie e lettura storica del territorio: il caso di Traso (Genova), in Archeologia medioevale, IV (1977), pp. 314-325
  2. Gruppo Ricerche di Genova, Ricerche nel Genovesato. 2) Le sedi rurali, in Notiziario di Archeologia Medievale., 2 (gennaio 1972), pp. 5, 6; Idem, Scavi nel villaggio e sepolcreto altomedioevale di Luscignano, in Notiziario di Archeologia Medievale, 9 (gennaio 1974), pp. 12-14; S. Fossati ed altri, Campagna di scavo nel villaggio tardoantico di Savignano (Genova), in Archeologia Medioevale, III (1976), pp. 308-325
  3. Per i problemi di metodo si veda: I. Ferrando. T. Mannoni, Lo scavo stratigrafico negli interventi di tutela in Liguria, in Atti del Convegno italo-britannico “Come l’archeologo opera sul campo” (in corso di stampa). In pratica le metodiche impiegate si possono raggruppare come segue: fonti indirette (orali, scritte, iconografiche, cartografiche, toponomastiche) archeologiche (ricerche di superficie, sul patrimonio sopravvissuto, di emergenza, scavi stratigrafici preventivi e programmati), prospezioni (geochimiche, geofisiche, meccaniche, aerofotointerpretazioni), scienze applicate (geomorfologia, geopedologia, datazioni assolute, paleoecologia, paleoeconomia)
  4. Si vedano ad esempio: T. Mannoni, Paleocologia e paleoeconomia, nuovi aspetti della Protostoria ligure, comunicazione al II Convegno di Preistoria ligure, Varazze 1980; idem, Metodi sperimentali di studio archeologico del paesaggio agrario, in Fonti per lo studio del Paesaggio Agrario, Ciscu, Lucca, 1981, pp. 399-400
  5. Sul vero significato archeologico di questi tre tipi fisici di aree si veda: T. Mannoni, Sui metodi dello scavo archeologico nella Liguria montana, Applicazioni di geopedologia e geomorfologia, in Bollettino Ligustico, XXII, 1/2 (1970), pp. 49-64; Idem, Archeologia di salvataggio, 2: Le aree rurali, in Notiziario di Archeologia Medievale, 34 (novembre 1982), pp. 35-36
  6. E. Sereni, Il sistema agricolo del debbio nella Liguria antica, in Memorie della Accademia della Accademia Lunigianese di Scienze e Lettere G. Capellini, XXV (1953), pp. 11-30; L. Castelletti, I resti vegetali del Castellaro di Zignago, in Atti della XVI Riunione Scientifica dell’Istituto di Preistoria e Protostoria, Firenze, 1974, p. 175; T. Mannoni, M. Tizzoni, Lo scavo di Castellaro di Zignago, in Rivista di Scienze preistoriche, XXXV, 1-2 (1980), pp. 249-278; S. Fossati, M. Milanese, Gli scavi del Castellaro di Camogli, Recco, 1982; S. Fossati, W. Messina, il castellaro di Vezzola e la protostoria della Liguria orientale ( in questo stesso convegno); R. Maggi, Preistoria nella Liguria Orientale, Sestri Levante, 1983.
  7. Si veda ad esempio: N. Lamboglia, La seconda campagna di scavi nella necropoli di Chiavari, in Rivista di Studi Liguri, XXX (1964), pp. 31-82. Giuseppe Isetti aveva visto la ricchezza di Chiavari nella miniere di Libiola: G. Isetti, il rame dei Tigullii ed il problema di Chiavari, in Rivista di studi Liguri, XXX, (1964), pp. 83-90.
  8. AA. VV., Fontes Ligurum et Liguriae Antiquae, in Atti della Società Ligure di Storia Patria, XVI (1976)
  9. Si veda in particolare: A.C. Ambrosi, Osservazioni sull’area di espansione dei Liguri Apuani, in notiziario Storico-Filatelico-Numismatico, 179-180 (febbraio 1978)
  10. Tipico è il caso del Castellaro di Zignago. Un’altra prova di continuità è costituita in Lunigiana dal culto legato alle statue-stele che risalirebbero all’Eneolitico (A.C. Ambrosi, Corpus della statue-stele lunigianesi, Bordighera, 1972).
  11. Questo confronto andrebbe esteso ad altre tecnologie, come la metallurgia o le pratiche agricole, ma non è questa la sede opportuna
  12. G. Isetti, Due stazioni liguri dell’età del Ferro: Castelfermo e Cota, in Giornale Storico della Lunigiana, XI, 1980, pp. 87-100; T. Mannoni, La ceramica dell’età del Ferro nel Genovesato. Saggio di studio mineralogico, in Studi Genuensi, VIII (1970-1971), Bordighera, 1972, pp. 19-22
  13. E. Sereni, Comunità rurali nell’ Italia antica, Roma, 1955, pp. 6-51, 441-556; G. Petracco Siccardi, Ricerche topografiche e linguistiche sulla tavola di Polcevera, in Studi Genuensi, II (1958-1959), pp. 3-49
  14. In tutti gli insediamenti di questo periodo, posti vicino alla costa o nell’entroterra, sono stati trovati frammenti di vasellame a vernice nera e di anfore etrusche o massaliote.
  15. La ricchezza di manufatti importati della necropoli di Ameglia, ad esempio, è probabilmente imputabile al vicinissimo scalo lunense, già usato prima della fondazione della colonia romana ; A. Frova, Note sull’urbanistica e la vita civile, in Scavi di Luni, Roma, 1973, pp. 33-36; A. Durante, G. Massari, Comunicazione sulla necropoli di Ameglia, in Quaderni del (1977), pp. 17-34; A. Durante, La necropoli di Ameglia, in Quaderni del Centro Studi Lunensi, 7-7 (1981-82), pp. 25-46.
  16. N. Lamboglia, Prime conclusioni sugli scavi della vecchia Genova, in Genova, XXXII, n. 1 (1955), pp. 2-7; S. Fossati, A. Gardini, Genova – Genova-San Silvestro, in Archeologia in Liguria, Genova, 1976, pp. 93-102. M. Milanese, LO scavo stratigrafico di una abitazione dell’oppido preromani di Genova, in Quaderni del Centro Studi Lunensi, 4-5 (1979-80), pp. 129-159
  17. N. Lamboglia, Storia di Genova, vol. I, Milano, 1941, pp. 227,228,270,271; V.A. Sirago, L’agricoltura italiana nel II secolo a.C., Napoli 1971, pp. 66, 86, 90. Diversi insediamenti agricoli del I secolo a.C. sono stati trovati attorno a Luni (N. Mills, Luni: settlement and landscape in the Ager Lunensis, in Archaeology and Italian Society, Londra, pp. 261-268; B. Ward Perkins, Escavation of a Roman farmstead (Ager Lunensis, site 9), in Luni 1980. Interim report, pp. 8-12).
  18. Solo alcune sono pubblicate: T. Mannoni, Analisi mineralogiche delle ceramiche mediterranee. Nota III, in Atti del VII Convegno Internazionale della Ceramica, Albisola, 1974, pp. 190-193; Idem, Prime informazioni sulle analisi minero-petrografiche delle ceramiche di Luni, in Scavi di Luni II, Roma, 1977, pp. 723, 724
  19. G. Isettio, Due stazioni, cit.; Gruppo Ricerche di Genova, Ricerche nel Genovesato, cit.; M. Ricci, La scoperta del castellaro di Monte Colma, in Rivista Ingauna e Intemelia, XVII (1962), pp. 3-7; M. Milanese, Archeologia di superficie, cit.; I. Ferrando Cabona, E. Crusi, Storia dell’insediamento in Lunigiana, Alta Valle Aulella, Genova, 1980, pp. 100-107; E.M. Vecchi, la Pieve di San Veneriodi Migliarina, in San Venerio del Tino. Vita religiosa e civile tra isole e terraferma in età medioevale (in corso di stampa).
  20. M. Leale ANFOSSI, D. Gandolfi, L. Gervasini, la stipe votiva di Caprauna (in questo stesso convegno)
  21. E. Sereni, Cominità rurali, cit. pp. 411-553
  22. T.O. De Negri, il mosaico pavimentale di piazza Invrea e la topografia di Genova antica, in Studi Genuensi, III (1960-61), pp. 55-98; F. Tiné Bertocchoi, Genova, piazza Matteotti, in Archeologia in Liguria, Genova 1976, pp. 105-112; ISCUM, Campagna di scavo 1980 a Genova San Silvestro, in Notiziario di Archeologia Medioevale, 29 (gennaio 1981), p. 11
  23. I. Ferrando Cabona, A. Gardini, T. Mannoni, Zignago 1: gli insediamenti e il territorio, in Archeologia Medioevale, V (1978), pp.280, 281, 308
  24. A questo gruppo appartengono nel Genovesato: Montanesi, Vigomorasso, Serra Riccò e Magnerri nella Val Polcevera; pian delle Crose, Pino Sottano e Cisiano nella Val Bisagno; piano d’antico nella valle Scrivia; Loco, Propata, Fascia, Rondanina, Fontanarossa, Alpe e Zerba nell’alta valle Trebbia; Semovigo, Prati di Mezzanego, Pannesi e Lumarzo nella val Fontanabuona; Testana ed Avegno nella valle di Recco
  25. S. Fossati, S.- Bazzurro, O. Pizzolo, Campagna di scavo, cit. La datazione proposta dagli autori è stata ampliata a seguito di analisi più particolareggiate. Dalle raccolte di superficie, anche il già citato insediamento di Semovigo sembra appartenere a questo periodo.
  26. I. Ferrando Cabona, E. Crusi, Storia dell’insediamento, cit. pp. 90-93
  27. T. Mannoni, Analisi mineralogiche, cit. Diverse analisi sono tuttavia ancora non pubblicate .
  28. L’uso di questi manufatti ha avuto nell’Appennino un notevole sviluppo durante il Medioevo ed è giunto fino al XX secolo (T. Mannoni, il testo e la sua diffusione nella Liguria di Levante, in Bollettino Linguistico, XVII (1965), 1/2 pp. 49-64
  29. Confronta: T. Mannoni, Ceramiche invetriate altomedioevali in Liguria, in La ceramica invetriata tardoromana e altomedievale, Como ( in corso di stampa).
  30. Esistono anche tegoloni provenienti da tombe a cappuccina, come quelle inedite di Crocefieschi, ma in questo caso mancano i paleosuoli di abitato
  31. Si vedano, ad esempio, le fornaci romane di Massinigo in Val Staffora, di San Sebastiano in val Curone, di Bettole in val Nure, e di Cabella in val Borbera.
  32. L. Castelletti, Dati vegetali macroscopici da Refondou presso Savignone, in Archeologia Medievale, III (1976), pp. 326-328. I dati degli altri insediamenti, dei quali si è già tenuto conto grazie ad una gentile anticipazione da parte dello stesso Castelletti, verranno pubblicati, in un lavoro di sintesi, su Archeologia Medievale, XII (1983).
  33. Il Sereni riconosce invece nell’Appennino ligure-emiliano dei saltus silvo-pastorali come prima colonizzazione di boschi vergini nel I secolo d.C., e a spese di un paesaggio agrario già degradato nel basso impero (E. Sereni, Storia del paesaggio agrario italiano, Bari, 1972, p.65). L’archeologia delle aree montane non sembra d’accordo con questa successione, mentre il saltus, come insediamento silvo-pastorale in terreni pubblici, potrebbe anche coincidere con gli insediamenti poveri di età romana e bizantina, oggetto della presente ricerca.
  34. I livelli d’uso tardoromani sono stati scavati nella caverna delle Arene Candide, già abitata dai Liguri fino al II secolo a.C. (L. Bernabò Brea, Gli scavi nella caverna delle Arene Candide, Bordighera, 1956, pp. 30-35). Altri materiali tardoromani provenienti dalle caverne dell’Aquila, dell’Aurera e delle Manie sono conservati nel Civico Museo del Finale.
  35. T. Mannoni, Le ricerche archeologiche nell’area urbana di Genova 1964-1968, in Bollettino Ligustico, XIX (1967), 1/2, pp. 15-18. D. Cabona, A. Gardini, Ritrovamenti archeologici a Genova, in Notiziario di Archeologia Medievale, 16 (marzo 1976), p. 7
  36. B. Ward Perkins, Two Byzantine house at Luni, in Papers of the British School at Rome, XLIX (1981), pp. 91-98
  37. G. Murialdo, F. Bonora, Il Castrum Perticae tra romanità e feudalesimo (in questo stesso Convegno)
  38. I. ferrando Cabona, A. Gardini, T. Mannoni, Zignago 1: gli insediamenti, cit., pp. 298-302, 340-253. T. Mannoni, Filattiera (Massa Carrara), in Notiziario di Archeologia Medievale, 34 (novembre 1982), p. 45
  39. T. Mannoni, L’esperienza ligure nello studio archeologico dei castelli, in Castelli, Storia e Archeologia, Cuneo (in corso di stampa).
  40. T. Mannoni, Metodi sperimentali di studio archeologico, cit., pp. 401-404

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