I FRANCESI A PONTREMOLI NEI RICORDI DI UN PRETE

Veduta di Pontremoli del 1801 (immagine tratta dal Corriere Apuano del 21.5.2021)

Dal 1796 al 1815 corrono diciannove anni soltanto, ma sono anni che da soli valgono più di un secolo di storia, tanti sono gli avvenimenti e gli uomini che si succedono nel corso fatale delle nuove cose e delle nuove idee.

Ma questa libertà che il Parlamento della Convenzione già rappresentava, assisa sul Monte Bianco, in attesa di stendere sovrana nel mondo le mani trionfali alle Nazioni di tutto l’Universo, gli Italiani, o val meglio dire, le classi dirigenti la riguardavano con diffidenza, perché la vedevano avanzarsi armata di baionette e temevano che dietro a esse irrompesse il Ca irà.

Libertà a tutti i popoli come fratelli, guerra e morte a tutti i governi. E la Convenzione fece sue le parole del Vescovo costituzionale Grègoire. E le consacrò in un decreto nel quale prometteva aiuto e fratellanza a tutte le genti che la libertà volessero ricuperare.

Non avevano tutti i torti e a loro giustificazione stanno le grandi prepotenze che gli italiani dovettero subire dai nuovi dominatori; ma per noi, venuti dopo, le cose cambiano aspetto e occorre convenire che nei grandi sconvolgimenti i contemporanei non possono mai essere buoni giudici , perché non è probabile che con la loro mentalità, che in un dato momento è fatale venga oltrepassata, possano giudicare, dirò così a centimetri, ciò che è atto di legalità o di sopruso, di violenza o di giustizia.

Un giudizio sereno ed imparziale potrà essere dato soltanto dopo l’avvenuto equilibrio del vecchio con il nuovo e la constatazione degli effetti prodotti dell’avvenuto e magari deprecato sconvolgimento.


I soldati della prima repubblica Francese, venuti in Lunigiana in nome dell’uguaglianza e con il ramo di ulivo sul copricapo come segno di pace, furono tutt’altro che dei buoni fratelli dei nostri conterranei; anzi, fecero di ogni erba un fascio e convertirono la loro egalitè e fraternitè in prepotenze e soprusi.

Con ciò non voglio porre in dubbio che i diritti dell’uomo proclamati dalla prima Repubblica di Francia non abbiamo avuto una benefica influenza anche sulla vita oligarchica e aristocratica della Lunigiana di allora; ma è però cosa certa che le prepotenze con le quali si portarono da noi le nuove idee ebbero per effetto che, al primo rovescio, delle armi francesi, si tornò subito all’antico , e ciò che è peggio esse servirono di pretesto e di scusa a certi improvvisati liberali per rinnegare o calunniare i principi, che avevano così entusiasticamente accolti e professati.

Ma il buon seme, sia pure stato male preparato o peggio sparso, prima o poi abbandona il malo involucro, germina, cresce e da buoni frutti. E così fu. La proclamazione dei diritti dell’uomo, sconvolse il mondo e creò una nuova società: quella degli uomini liberi.


Pontremoli cadde in mano ai Francesi il 2 aprile 1799 e ne prese possesso il capitano Graziani, del quale si fa cenno anche nella memoria che pubblico.

Costui nei suoi primi atti si intitolava “Capo di Stato Maggiore delle Sottodivisioni della Riviera di Levante, Massa e dipendenze e Comandante il Golfo della Spezia”, e chi più ne ha, più ne metta.

In quell’occasione il cittadino Vicini pubblicava un sonetto patriottico e il Decano della Cattedrale Ottavio Ricci offriva un inno d’occasione e recitava un’orazione piena di idee democratiche e di entusiastiche lodi. Sentimenti e lodi che però alla distanza di pochi mesi dovette umilmente ritrattare.

Il Graziani dimenticò subito, per conto suo, il ramo d’ulivo e i suoi fecero il resto.

E il Comune di Pontremoli dovette pagare per le spese di guerra dal 12 aprile 1799 all’8 maggio 1800, L. 551, 559 senza tener conto delle altre imposizioni di allora e di quelle che vennero dopo.

I sonetti che in quel tempo corsero di mano in mano, manoscritti e stampati, e i numerosi opuscoli che in quegli anni dettero fuori a milioni di copie le tipografie di Roma e di Bologna, stanno a dimostrare quanta ripugnanza per le riforme della rivoluzione Francese avesse nella generalità il Popolo Italiano.

I due che trascrivo, sono copie di altri stampati che io trovai manoscritti tra vecchie carte, pure ammesso che il primo non si riferisca agli anni dell’invasione di Pontremoli.

Questo che segue ricorda quelli dell’Alfieri, e dimostra la poco gradita memoria che i Francesi lasciarono della loro dominazione:

A quel fortunoso e un po’ tragico-comico periodo della storia pontremolese si riferiscono appunto il diario che pubblico, favoritomi qualche anno fa dal mio compianto amico Arcangelo Tozzi di Pontremoli. Sono note buttate giù alla buona da un prete Acciari, congiunto del Tozzi, che vanno dal 1799 al 1820. Vi si trovano notizie ingenue e insieme curiose, altre interessanti ed ignorate, così che mi è parso opportuno farle conoscere.

E l’Italia nostra non era mai stata più dimentica dell’antico adagio, confermato e riconfermato dalla dolorosa esperienza del passato; dagli amici mi guardi Iddio, che dai nemici mi guardo io.

Camillo Cimati

1799 – MEMORIE DI COSE ACCADUTE

Le tribolazioni sofferte in tempo della guerra dei Francesi con l’Italia, anzi con l’Europa tutta, non è così facile esprimerle; altri più, altri meno, tutti dovettero soffrire; i partitanti loro erano allegri ed alcuni vantaggiarono, ma alla fine anche essi Dio permetterà che frutti poco il loro vantaggio. Io dirò in breve non tutto, e forse la minor parte del sofferto.

L’anno 1799 il di 2 aprile vennero i francesi diretti dal Comandante Graziani Corso, cioè di Corsica e molti di quelli che vanno a lavorare laggiù hanno veduta la sua casa di bassa condizione e prese senza alcun strepito possesso di Pontremoli, piantarono una colonna di legno in piazza, ed era un cipresso preso nel bosco dei Cappuccini, nominandolo l’albero della libertà e dell’eguaglianza; avevano già fatto levare le rispettive armi sopra le porte di ognuno, e prima la granducale sopra la porta della città.

Al magistrato diedero il nome di municipalità, e di questo se ne servivano per dare gli ordini che bisognavano, si fecero alcuni ripari sulla Cisa, perché di là venivano i tedeschi, ma il giorno 12 Maggio, giorno di Pentecoste, dovettero fuggire, perché spinti dai tedeschi coi quali ebbero qualche attacco, e vi restò qualche francese e uno di Pontremoli dopo mezzogiorno andava dicendo, che vi era l’ordine di suonare la campana a martello dal Vicario che allora esisteva, ma no9n era vero che vi fosse, e a Scorcetoli suonavano senza saputa di mio fratello Rettore, e senza mia, mentre la truppa Francese era sul ponte della Giarella che se andava, e fecero male. Ne dì 26 ritornarono i Francesi , mille e duecento vennero dalla parte di Vico; dove passarono rovinarono alcune abitazioni e molto più le chiese; mio fratello ed io andassimo via dalla canonica di Scorcetoli dopo vespero, e vi lasciassimo il zio don Giovanni, e il servo Andrea Mori; ma sotto pretesto di volere bevere, spogliarono il zio di tutto quello che aveva, fibbie d’argento delle scarpe, le brache, l’orologio, fazzoletti ecc. minacciandoli più volte la morte, spezzarono e sforzarono casse, voltarono sossopra i letti, gettarono in terra libri e messero il tutto sossopra, che pareva la casa dei disperati, portarono via, lenzuoli, camicie, formaggio, pastrani, stivali, insomma vi restò quei pochi panni che avevano indosso; in chiesa spazzarono tutti i tabernacoli, casse, credenze, gettarono in terra il SS. Sacramento e portarono via la cassa d’argento della pisside, un calice con catena d’argento, tovaglie ed altre cose delle migliori. Mio fratello Rettore andò a Stajola; il lunedì sera ero sui boschi, e fui avvisato che non stessi a venire a casa, feci levare alla meglio il SS. Sacramento, lo portai in Serravalle, dormii in una cascina e alla mattina andai in Lombardia con mio fratello; di lì lui andò a Parma con l’altro mio fratello Giuseppe ed un po’ qui e un po’ là, ritornò a casa verso la fine di Agosto. Io fui richiamato dalla municipalità, e ritornai alla Canonica e se non ritornavo era peggio per tutti. Il dì 12 giugno fecero segare tutto il fieno di quei prati che si facevano a mano. Tutta l’estate bisognò che la facessi da messo, che comandassi per ordine ai Parrocchiani portar erba, fieno, paglia, legne, provvedere carne, vino, cercar farina, e finalmente tornarono i tedeschi; ma in seguito diedero questo stato all’Infante di Spagna, figliolo del Duca di Parma e di questo Ducato se ne impadronirono loro, ma poi in seguito levarono anche questi dalla Toscana, e s’impadronirono loro (mettendoli in un Ducato della Germania) e dell’anno 1808 cominciarono le iscrizioni, e del 1809 il 22 marzo nei coscritti della Comune di Bagnone e a Don Arcangelo che allora aveva solamente li ultimi due ordini minori tocò il N. 9 e dalla Comune se ne dovevano partire per l’armata otto, qual numero fui estratto da suo Padre secondo gli ordini loro me presente, perché Don Arcangelo per essere incomodato non aveva potuto andare ad estrarre il suo numero ed alla fine del mese dovevano essere a Chiavari per il reclutamento: anche per non trovare cambi assoluti, si trovò in questo breve tempo di barattare il numero con Paolo di Giuseppe Mori nato a Filattiera ma abitante alla Concordia, a cui aveva toccato il N. 40 e bisognò darci 400 Filippi come da istrumento rogato il dì 25 Marzo dal sig. Maurino Caimi di Pontremoli la di cui copia è fra i scritti di casa nel plico, detti scritti, spettanti a D. Arcangelo, ed il 27 che era il Lunedì Santo bisognò che andasse con questo cambio e col cambio del sig. Poletti a Chiavari per presentarli e feci per noi e per loro, e con l’aiuto di Dio furono accettati ed il sabato santo di sera ritornai a casa: ebbi nell’andare un viaggio così cattivo che, se non ero aiutato, dal vento e acqua ero portato giù d’un precipizio con la muletta di casa, dove se4nza dubbio avrei lasciato la vita. Dio però mi ha sempre aiutato e assistito.

L’anno 1805 il dì 14 giugno di domenica, l’Alpa si ricoperse di neve e grande tempesta venne in alcuni luoghi della Lombardia, altre in alcuni luoghi del Piacentino, in qualche luogo del Parmigiano Reggiano, cosicché dissero essersi sperdute ancora delle persone e del bestiame, e che abbia atterrato anche delle case, non vi siano restate foglie sugli alberi, biade nei campi, e che abbiano pesato alcuni pezzi di tempesta sino di sette e più libre, grande castigo! La carestia è si grande che in Pontremoli hanno venduto il formento tre filippi e più al quartaro ed il filippo vale L. 23.6.8 di Parma, il formentone l’hanno venduto L. 35 e più al q.o la farina di castagno60 e più lire alla secchia ed io vendei 2 barili di vino non del più buono perché di questo non ve n’era più L. 82 al barile, l’olio fu venduto L. 100 al peso; con tutto questo la misericordia di Dio essendo infinita , la povera gente si è aiutata con un po’ di danno certo, ma non con dello stento gravissimo, perché si trovavano avere anche qualche soldo.

Nell’anno 1815 il dì 16 giugno venne una tempesta si grande che in nostri luoghi del Pontremolese tolse tutto, ridotti a comperare sino la semenza per poter seminare per l’anno venturo, come Gravagna, Socisa, Cargala, la Valle d’Antena in parte, Arzengio, Cerettoli e tutti hanno sofferto e si teme una fame delle più grandi perché carestia per tutto. L’Italia spogliata di soldo dai francesi. Il dì 7 agosto venne la neve sulla cima dell’Alpa. Dio ci aiuti! In questo tempo il formento vale 38 e più lire al q.o e più vale in Firenze ed in Roma. Sul fine di Settembre ed in principio di Ottobre incominciò una malattia chiamata Tifo che si suol dire maligno per tutta l’Italia e grande mortalità, tutti gli ospedali pieni di povera gente ammalata, e forse più di stento che di malattia e l’Ospedale di Pontremoli si trovò avere più di duecento persone ammalate. Tanto la fame che la malattia si faceva più ardita nel 1816. Ed in Pontremoli nel mese di maggio a spesa dei più benestanti del territorio nella chiesa di San Francesco coll’assistenza di due signori si dava ai poveri un po’ di ristoro che consisteva in un po’ di polenta di farina di fave ed in alcuni giorni ve ne erano sino a 500 e più. Sulla fine del mese e sul principio di Giugno i deputati a quest’opera pia mandavano la farina ai Parrochi acciò coll’assistente ( e qui era il Sig. Francesco Poletti, si distribuiva nel nostro salotto, ed per lo più segnavo) ai poveri che non erano mezzadrie che non erano possidenti, che vale a dire si dava ai soli braccianti una libra per uno e alla fine della settimana si dava lo scarico all’Ill.mo Sig. Germano Zangrandi. Si compravano le fave che venivano di là dal mare, e si pagavano 40 e più lire di Genova., alla mina di Sarzana, ma molto sporche quali venivano a pagarsi in Pontremoli 32 e 33 e più lire al quartaro, dal mare si portavano a Parma, Reggio e dove bisognava, il formentone si pagava 40 e più lire al Q. il formento filippi due e più al Q. La maggior parte dei poveri hanno dovuto morire e forse più di stento che di malattia per non avere i soldi da potersi comprare tanto da vivere, a peste, fame, et bello libera nos Domine. Alla raccolta la povera gente incominciò a cavarsi la fame, un po’ più nell’anno 1817 che fu piuttosto buono e più abbondante fu l’anno 1818, anzi questo fu abbondante di tutto, ma la gente non si ricorda più, né di fame né di sete, e poco di Dio. Misericordia Signore.

Nell’anno 1820 il 16 gennaio giorno di domenica quando si levò dal letto si vidde la campagna che pareva tutta di cristallo e non si azzardava andare per strada, perché cadevano rami d’albero d’ogni sorta troncati dal ghiaccio.

La parrocchia di Scorcetoli soffrì danno il più nei castagni sino a dove spirava l’aria della Magra. La valle della Capria sopra Ponticello, benché vi fosse il ghiaccio, non soffrì danno, nel Fivizzanese ebbero molto danno e ne castagni e nelle olive , nel Bagnonese in alcuni luoghi; tanto i Fivizzanesi che i Bagnonesi supplicarono il Governo per il danno sofferto, ed ottennero un po’ di ribasso sull’estimo per cinque anni; il dì 17 giorno di S. Antonio andai al solito a benedire il bestiame della parrocchia e non si vedeva nella campagna fusto d’erba per piccolo che fosse che non paresse un candello di 3 o 4 oncie e con stento si poteva andare per strada; sopra S: Giustina verso Pontremoli non vi era gran cosa. Preghiamo il Signore acciò non si raffredda tanto la carità, perché l’amor di Dio si va molto sminuendo. Signore infiammate i cuori di tutti nel vostro divino e santo amore.

L’anno del Signore 1821 il di 8 febbraio, grande incendio seguì anzi grande castigo. Il fuoco fece gran danni a Colesino, Compione, Treschietto, Vico, quel fuoco dissero alcuni che si era diramato dalla Pela, e che di là aveva avuto la sua origine; ma il Sig. Nicola Bianchi mi disse che quello che aveva danneggiato Vico l’avevano acceso nel suo di cui ne aveva qualche cognizione, ma però senza prova, e che avrebbe avuto un danno di 200 some di castagne, e che perciò non era più possessore di castagni, dai castagni di distese sulle boscaglie e da Scorcetoli tutto il giorno si vedeva gran fumo in quelle parti dalle boscaglie di Vico; il vento lo portò nelle boscaglie di Lusignana e dopo aver bruciato tutto con quei tanti mucchi di foglie, ossia vanciglia che ivi conservavano per pascolo delle loro capre e pecore per il rimanente dell’inverno, dal vento fu portato in Lagno: e di li sopra Lusignana, in Bando, su Castello, nella Ghirara, Cappaneda, Piaggi; sino in Calzone, benché in questo luogo il danno fosse poco, e dall’altra parte, al Ponte di Piagna, Figolo, Fucedolo, Gerubola e tutta quella parte, e giunse sino alla costa della Villa, e di li volò, e si distese sul piano della Fratta, saltò nel Borbottone, Vignazza, Sponcomora, e da quest’altra parte su i Vignali; cosicché a momenti temevano i poveri abitanti che tutte le case restassero preda del grande incendio. Poiché in aria vedevano le faville di fuoco come quando cade la neve ed a qualche casa cominciava già ad attaccarsi, pregarono tutta la notte in una costernazione così grande che temevano più della morte, che della vita, suonavano le campane a martello, parte portavano acqua e parte troncavano le strade al fuoco e si può dire che vedessero un principio del giorno del giudizio, perché non ebbero quiete ne riposo, se non verso il fine della notte, allorquando col cessare del vento cessò il fuoco, o per meglio dire lo smorzò quella mano di Dio che lo aveva guidato; si deve notare che il fuoco andava per le sue vie ordinarie; ma volava da una pianta all’altra; e se in quelle trovava una piccola bucca, o che fosse vestita di qualche pocco di ruffola, il vento soffiava, ed in un momento la pianta era tutta fuoco, già si vede che non era portato solo dal vento, ma che piuttosto era guidato dalla mano onnipotente di Dio; nello stesso giorno, e notte gran danni, e forse maggiori fece il fuoco nella Valle d’Antena, Pracchiola, Codolo, Zeri ed in questa valle la villetta detta La Dolce bruciò tutta colla perdita di tante castagne, che vi erano, panni ecc., così pure nel Genovese, dove un parroco fuggì di casa colla sola camicia e braghe senza poter salvare altro che la propria vita, fece pur danno ancora nel Fivizzanese. Grande Iddio! Bruciarono in ogni luogo cascine parte coperte a piagne, parte a paglia, ed alcuni perdettero ancora del bestiame, e tutte quelle poche sostanze che si trovavano avere. Domine ab ira tua libera nos.

L’anno 1821 il dì 21 giugno, giorno del Corpus Domini, la cima dell’Alpa si coperse di neve e dicono che a Montelungo ed a Bercetto ci fioccasse come d’inverno; come pure a Parma dissero che non avevano potuta fare la processione per la neve che ci veniva, a Pontremoli la fecero alla meglio sino ad un certo termine. Signore aiutaci! E pure quest’anno fu abbondante il formento, un po’ più di mezza raccolta del secondo raccolto, ma scarso in generale di vino; cosicché nell’imbottatura l’anno venduto 28,30 o 35 secondo la bontà del barile, le castagne al basso non vi fu carestia, ma all’alto vene furono poche.

I Francesi a Pontremoli nei ricordi di un prete di Camillo Cimati, dal volume ” Raccolta di scritti storici in onore del Conte Carlo del Medico Staffetti”, Artidoro Benedetti – Pescia, 1942

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