
27 aprile 1945! Dopo mesi di sofferenza, di privazioni [……] siamo finalmente in casa nostra; non più braccati, ma da padroni e vincitori.
Le ultime frange del disumano esercito teutonico, a cui si era accodato il traditore italiano, nella nottata hanno abbandonato la città. Ma quale scena straziante si presentava ai nostri occhi! Ponti distrutti, piante divelte, case abbattute, macchine fuori uso, armi buttate, carriaggi pieni di masserizie abbandonate, carogne di cani e di cavalli, militari privi di vita sotto i tombini, appoggiati ai muri, lungo le siepi, per strada, in aperta campagna. Questo dimostra quanto rabbiosa ed incessante la presenza dell’aviazione alleata.
Poveri “tognini”!, ci avete fatto compassione. Anche se indegni, vi abbiamo perdonato tutti i misfatti, […….] I vostri sogni di conquista e di dominazione mondiale sono falliti. Ecco come vi siete ridotti! Uno dei più potenti eserciti del mondo è immerso nella polvere della vergogna e del disonore.
Ora siamo noi, i “Ribelli”, che tanto avete combattuto, alla vostra ricerca, non per vendetta, ma per soddisfazione, per dimostrarvi che non eravamo delle belve disumane, ma sangue puro, bollente di amore di patria e di libertà, che non volevavamo più la vostra presenza nel nostro sacro suolo [……].

Il nostro arrivo in città non fu dei più entusiasmanti e l’accoglienza delle più festose, se per bocca di un nostro comandante uscì l’espressione indignata “se non ci volete, torneremo ai monti”. La popolazione si mostrò avara; avrà avuto poco, ma anche di quel poco non conosceva la divisione. Non bisognavamo di nulla anche se le nostre provviste maggiori erano rimaste ai monti.
Certo, a lotta finita, per tanti [….] fu facile buttarsi un fucile a tracolla e mettersi al collo un fazzoletto e, da falsi partigiani, scorazzare per far bottino di quanto era di facile preda.
Nel pomeriggio gran lavoro per sistemare i nostri uomini nel miglior modo possibile. […..] La sede del Comando era nei locali della ex sottoprefettura: ogni tanto le pattuglie portavano qualche incriminato di collaborazione con i fascisti. Su due piedi non era facile imbastire un processo, se la cavavano con poco: sberle per i maschi e taglio dei capelli per le donne; uno sfregio non da poco, ma avevano il tempo per ricrescere! [….]
Una sera, in compagnia di alcuni partigiani, sono salito per la strada dei Chiosi fino a Villa Dosi con la speranza di bere qualche buon bussolotto di vino [……..] alla nostra richiesta ci fu risposto che ne erano sprovvisti. Dalla strada si vedeva sul tavolo una fumante polenta e due fiaschi di vino. Allo sgarbato rifiuto, ci venne voglia di rafficare il tutto. Ma poichè non avremmo risolto nulla lo stesso, ce ne andammo […..].
Il mattino del 28 aprile mi recai a Mignegno per vedere il massacro di uomini e mezzi, inseguiti senza sosta dall’aviazione alleata. Un vero macello: uomini, buoi, cavalli, carri ribaltati. Mentre rientravo, dalla finestra della casa Pelliccia, una voce chiama: ” Tenente, tenente, fermati!” [……] da una finestra un ufficiale americano mi fa cenno di aspettare. Ci salutiamo e poi gli chiedo cosa desidera. E quello: “Domani reclutate quanti scenderanno a Pontremoli e fate rimuovere le carogne”. “Non è giusto – rispondo alquanto indignato – li sepelliranno gli ex proprietari, la prigione ne è piena”. “Va bene, purché si provveda”.
Mi precipito al Comando e vi trovo solo “Birra”. Lo informo di quanto comunicatomi ma soggiungo: “perché servirsi di quella povera gente, che ne ha viste fin troppo, in quel poco simpatico servizio? Ci sono le carceri piene di soldati, perché non impiegare loro”?
“Ottima soluzione – risponde – va bene così. Interessati tu”. Vado al presidio americano e chiedo che per le ore 14 una scorta armata si trovi presso il carcere. Vi lascio immaginare il bordello, la confusione, che regnava in quei locali. […..].
Una lunga colonna si muove scprtata da armati. Attraversiamo la città, guardati con tristezza dalla gente. Vicino all’ospedale trovo il Vescovo che non avevo ancora visto. Forse non mi avrebbe riconosciuto, ma ho voluto fermarmi per ossequiarlo. Si mostrò gentile, volle essere informato dove li portavo, quale lavoro dovevano fare. Mi ripete diverse volte: “Mi raccomando, non maltrattateli, sono anch’essi nostri fratelli”. Rassicuratolo, un bel saluto militare e via di corsa per raggiungere la colonna. […..]
Col pretesto che alcuni partigiani ammalati, rimasti in montagna per mancanza di mezzi, dovevano essere trasportati all’Ospedale, mi feci portare a casa……Dopo tanti mesi avevo una voglia matta di rivedere i miei. Mi mettono a disposizione una jeep […..]. Arrivati, li accompagno nella Cooperativa a Villavecchia, gestita da una famiglia, che, proveniente da poco dall’America, avrebbe fatto loro buona compagnia: il tempo sarebbe volato e a me non avrebbero più pensato. Era logico che avrei fatto tardi. Particolare curioso, quasi incredibile: un militare ed il figlio del gestore, nel chiacchierare riscoprono di essere stati a scuola assieme. Immaginiamo la festa, di partire non se ne parla più. “E i feriti”? “Già all’Ospedale: con altro mezzo, troppo tardi e troppo allegri”. […..]
Il 9 maggio tutte le formazioni partigiane del Nord – Emilia sono convocate a Parma per la grande sfilata. Siamo sprovvisti di mezzi e allora tutti pari, tutti a piedi. Una lunga colonna si muove lentamente verso la Cisa, dove qualche mezzo ci sarebbe venuto incontro. Bisognava camminare con prudenza perché il terreno era seminato di mine. […..]
Purtroppo parecchi [dalla Cisa] non abbiamo potuto partire e avvicinandosi la sera, ci siamo incamminati, sempre a piedi, verso Berceto. Almeno avremmo potuto rifocillarci e dormire al coperto.
A mezzogiorno siamo tutti nel vastissimo refettorio del pastificio F.lli Barilla per il pranzo. Ore 15: la grandiosa, indimenticabile sfilata per le vie della città delle forze partigiane. Sfilano in diecimila solo le forze della montagna, sono proibite le manifestazioni di partito. Parma è tutta un tricolore, i “Ribelli” passano tra due ali di popolo, che scroscia applausi e lancia fiori, e sostano nella vasta piazza Garibaldi […..]. Di fronte al monumento è stato eretto un grande palco sul quale prendono posto le massime Autorità Alleate e Italiane. Apre la serie dei discorsi il Governatore alleato che ringrazia per i sacrifici compiuti e il valore dimostrato nel servire la causa della libertà e dallo stesso viene letto il testo del diploma di benemerenza rilasciato ai partigiani. Segue “Arta”, Comandante militare del Comando Unico. Una scarica di mitra rompe il silenzio. […….] Nessuno sapeva spiegarsi che stesse succedendo. Il richiamo potente, le parole infuocate, il sorriso del valoroso cappellano P. Paolino riportano la calma e cancellano ogni paura. Dopo uno scrosciante applauso un potente coro si alza dalla piazza, è il nostro inno, è l’inno ufficiale delle forze della montagna del Nord-Emilia. La cerimonia è terminata, ci rechiamo a consegnare le armi e poi ognuno tornerà al proprio paese, alla propria casa, al lavoro, sempre pronto a difendere ancora la libertà conquistata con tanto sangue e tanto sacrificio.
I morti per la libertà non devono essere traditi.
Don Bruno Ghelfi, Il Corriere Apuano, 26 aprile 2014