
Dante nasce a Ceretoli, in una casa poco sotto il paese oggi abbandonata e diroccata, il 2 settembre 1913 da Emilio e Filippi Clementina. Alla visita di leva dichiara di lavorare la terra in famiglia e di saper leggere e scrivere.
Viene chiamato alle armi il 10 aprile 1934 ed assegnato al 14 Reggimento Artiglieria in Viareggio; il 29 agosto 1934 viene congedato, in quanto appartenente alla forma di leva minore di 2° grado (mesi 6).
Viene richiamato l’8 maggio 1935 a seguito della mobilitazione per la guerra d’Etiopia e di nuovo congedato il 1° luglio 1936.
Purtroppo per Dante sono anni assai difficili e l’Italia di Mussolini insegue sogni espansionistici, l’8 dicembre 1940 giunge un nuovo richiamo alle armi con l’inserimento nel 2 Reggimento Artiglieria di C.A., nel 124 Gruppo Mobilitato. Promosso Soldato Scelto il 15 settembre 1941 e Caporale il 1° febbraio 1942.
Il 24 giugno 1942 parte per la Russia, a supporto dell’A.R.M.I.R., destinazione il fronte sul Don dove il nostro contingente è destinato a coprire il fianco alle truppe tedesche impegnate in azione di sfondamento nella zona di Stalingrado. Nei primi tempi le cose sembrano andare bene, i tedeschi avanzano, conquistano territori sino a giungere alla periferia della città stessa di Stalingrado. La reazione russa è rabbiosa, furibonda, non è permesso alle truppe di arretrare pena la fucilazione sul posto. Lo scontro è sanguinoso, si combatte casa per casa, tra le rovine dopo l’incessante bombardamento aereo. L’avanzata tedesca si arresta, imprigionata in un combattimento più favorevole a chi si difende rispetto a chi attacca. Stalin dirotta su quel tratto di fronte forze fresche e nuovi armamenti. E il 9 novembre 1942 le temperature precipitano improvvisamente a -20 gradi. L’11 novembre la 6° Armata di von Paulus effettua, senza successo, un ultimo tentativo di sfondamento. La reazione russa è veemente, in poco tempo i tedeschi sono accerchiati e chiusi in una sacca dalla quale per ordine di Hitler non devono essere fatti tentativi di evacuazione.
Il 16 dicembre 1942 parte una prima offensiva sovietica che colpisce in pieno le divisioni rumene e parzialmente le nostre truppe che sono costrette ad arretrare, seguita da una seconda ancora più massiccia del 15 gennaio 1943. I nostri alpini ancora schierati sono costretti ad abbandonare le posizioni e ad iniziare una lunga e dolorosa ritirata nella sconfinata e ghiacciata steppa russa.
Non ci sono mezzi adeguati di trasporto, è un percorso di centinaia di chilometri a piedi, nella neve e nel gelo, senza indumenti adeguati, con temperature che di notte scendono anche a -40; per sopravvivere occorre trovare riparo nelle isbe dei villaggi che sono sul percorso, sfidando le incursioni dei partigiani locali, nei pochi momenti di riposo non è possibile sfilarsi gli scarponi, al mattino i piedi gonfi non consentono di calzarli nuovamente. La fame è un pensiero costante, anche la sete è un problema, nonostante la grande disponibilità di neve. La strada è costellata dei cadaveri di coloro che non ce l’hanno fatta a proseguire per la grande stanchezza e sono morti congelati oppure mitragliati dall’aviazione russa. A Nikolaevka si combatte la battaglia finale, i russi cercano di accerchiare e chiudere in una sacca la colonna in marcia, ma i nostri soldati, attingendo con la forza della disperazione alle ultime gocce di energia ed al prezzo di tante vite, riescono ad avere la meglio, aprendosi la strada per Sebekino, verso il ritorno a casa.
Il 16 gennaio 1943, giorno di inizio della ritirata, il nostro esercito contava circa 61.000 uomini. Dopo la battaglia di Nikolaevka si contano solo circa 20.000 sopravvissuti, dei quali oltre 7.000 feriti o congelati. Oltre 40.000 uomini sono rimasti uccisi, dispersi o catturati.
Sopravvissuto alla tragica ritirata russa, per Dante il destino aveva in serbo altre amare sorprese.

Rientrato il 26 maggio 1943 al Campo Contumaciale di Valle Isarco ed assegnato al 2 Reggimento Artiglieria di C.A. di Acqui. Ed è qui che, l’8 settembre 1943, viene raggiunto dalla notizia della resa agli Alleati. Nel giro di poche ore i tedeschi da alleati divengono nemici, è una situazione caotica. L’intero esercito è disorientato, mancano ordini e direttive, il re, il governo e gli alti comandi militari sono fuggiti al sud. I tedeschi, che si sono preparati, dopo il 25 luglio, facendo affluire sul nostro suolo diverse Divisioni, in modo arrogante chiedono ai nostri militari di continuare la guerra al loro fianco. Coloro che si rifiutano vengono fatti prigionieri, anche con l’inganno ed avviati per il lavoro coatto in Germania.
È il nuovo dramma che viene vissuto da Dante, che rifiutata la collaborazione, viene fatto prigioniero lo stesso giorno della firma dell’armistizio. È il destino comune a circa 650.000 militari italiani. Inizia il viaggio, chiusi per giorni e giorni in carri bestiame sigillati, sovraffollati, maleodoranti, che vengono aperti una sola volta al giorno per la distribuzione degli scarsi vivere e talvolta per scaricare i cadaveri di coloro che soccombono.
I nostri soldati, per volere dello stesso Hitler, non sono considerati prigionieri di guerra, ma I.M.I. (Internati Militari Italiani), sottratti quindi alle garanzie della Convenzione di Ginevra ed ai periodici sopralluoghi della Croce Rossa Internazionale, rimanendo alla totale mercè degli aguzzini.
Dante viene destinato allo STALAG VI J, dislocato a Krefeld, città a sud-ovest della Regione della Ruhr, a pochi chilometri a ovest del fiume Reno.
All’arrivo i prigionieri vengono sottoposti al rito della disinfestazione ed all’assegnazione di un numero di matricola che sostituisce il nome, quindi l’assegnazione all’alloggio in baracche sovraffollate, prive di servizi igienici e di riscaldamento. Diversi i fattori di sofferenza, innanzitutto la fame, gli indumenti inadeguati alle rigide temperature, le prepotenze e le atrocità dei carcerieri tedeschi, il lavoro massacrante, la mancanza di notizie dall’esterno, in particolare dalla famiglia. Periodicamente i prigionieri vengono sollecitati ad aderire al reclutamento nei reparti della R.S.I. oppure nei reparti della Wehrmacht; pochissimi coloro che si lasciano irretire, ma quando succede vengono mostrati al di là del reticolato mentre si saziano a volontà.
La giornata si snoda in atti ripetitivi, sveglia alle cinque del mattino con qualunque tempo atmosferico, colazione con surrogato di caffè, appello sul piazzale ed inizio della giornata lavorativa; il luogo di lavoro deve essere raggiunto con marce a piedi sotto scorta. A metà giornata il pasto era costituito da brodaglia di rape o patate. Alla sera, dopo dodici-quattordici ore di lavoro, ritorno nello Stalag, sempre a piedi, ed appello serale, seguito dalla magra cena.
I datori di lavoro hanno la facoltà e l’obbligo di diminuire le razioni a coloro che, a loro insindacabile giudizio non lavorano abbastanza.
Lavori massacranti, scarsità di cibo, orari di lavoro lunghissimi, riposo inadeguato. Un mix di situazioni che portano a minare anche i fisici più forti e creano i presupposti per incidenti mortali sul lavoro.
È ciò che succede a Dante, che, come raccontano le aride carte, rimane vittima di un incidente sul lavoro in data 4 gennaio 1945 a Mülheim An Der Ruhr.
Per la compilazione dell’articolo ci si è avvalsi della consultazione del Foglio Matricolare conservato presso l’Archivio di Stato di Massa e del sito https://www.lessicobiograficoimi.it/