IL PAESE DOVE SI CANTAVA “MAGGIO”

Sagre campagnole a Torrano
L’interno della chiesa prima della ristrutturazione degli anni ’70 del secolo scorso.

Torrano è un paese come tutti gli altri, assiso su un colle che ascolta la musica delle acque scroscianti dalle numerose fonti e dai torrenti; le pecore vestono in bianco, le capre con tanto di antenne sulla testa, si direbbero altrettante succursali della Rai; le galline continuano a fare le uova quando costano poco, gli uomini non usano più tirarsi su i calzoni con le rotelle, le donne per dare un tono campagnolo alle tuniche di biki pensano di ripristinare  le “tovaglie”, il monumentale copricapo delle loro bisnonne. C’è anche un campanile monturato con una vestaglia un po’ sbiadita, come un annunziatore delle anticamere ministeriali; porta al collo a guisa di ciondolo tre campane, che per dirla con Dante, fan “tin tin dolce sonando” per impedire che la gente sbadigli fuori tempo.

Come si vede è un paese con modesti atteggiamenti e per di più senza storia.

Con uno stellone così scolorito e scialbo, che ricorda quello della luna quando passeggia per le selve, alcuni intellettualisti, come li avrebbe chiamati Sartre, assidui lettori del Leggendario dei Santi, pensarono alla formulazione di una compagnia di dilettanti dello spettacolo, per usare una parola moderna, che avrebbero fatte le loro comparse sotto l’insegna del Cantiam Maggio, usanza comunespecialmente nei paesi della Versilia, come si può leggere nelle attraenti pagine di un brillante scrittore di quella regione. C’era forse l’eco lontana del “Ben venga Maggio – e il gonfalon selvaggio etc. del Poliziano. Si trattava di recite affidate a una specie di tono declamatorio su libretti in sestine, che avevano per soggetto temi religiosi, come Il figliol prodigo, Giuseppe ebreo, S. Alessio etc.

Le rappresentazioni avevano luogo nel piazzale antistante la chiesa, e una fila di magnifici cipressi coronava lo scenario. Gli attori erano persone del paese, a capo dei quali vi era un mecenate finanziatore, munito di una certa cultura.

Alcuni fra questi artisti erano analfabeti, e dovevano imparare la loro parte per lo più dal regista, che d’inverno li raccoglieva in un’ampia cucina illuminata dalle fiamme dei grossi chiocchi, che ardevano nel centro della medesima.

Si trattava di un lavoro lungo e paziente, che metteva a dura prova il regista. Qualche volta si sarebbe pensato di trovarsi all’insegna dei Tre asinelli di Jacques Canetti.

Sul gruppo degli attori primeggiava una donna che portava il nome del celebre soprano lirico, che interpretò per la prima volta la Butterfly.

Oltre il nome, che voleva essere auspicio di trionfali successi, disponeva di una statura giunonica, resa più imponente da una folta chioma di capelli, sui quali venne a posarsi il diadema, che ne faceva una regina perché nella prima recita ebbe a sostenere la parte di una sovrana. In paese e in città, nei negozi, dove si presentava, tutti la chiamavano: la regina. E questo vanitoso nome di regina lo conservò fino alla morte, e dei diademi, che scintillarono sulla sua corona di cartone, non è rimasto che un pallido ricordo delle scolorite fotografie.

Un altro personaggio, che emergeva sulla sparuta massa dei “recitanti”, aveva anche lui un nome che ricordava Norberto di Santen. Con la sua statura resa più prestante da un cilindro, che torreggiava sul suo capo, riempiva lo scenario rappresentando il gentiluomo dai modi distinti e aristocratici. Così sostenne la parte del biblico Giacobbe, indossando una vistosa giornea sulla quale scendeva una brizzolata barba resa più imponente da un magnifico paio di occhiali. Insignificanti anacronismi e sui quali scese l’applauso delle numerose persone colte presenti allo spettacolo.

Scarsi furono gli inconvenienti a scena aperta. Merita di essere ricordato un messaggero, che arrivava a gran velocità. Costui non si era accorto, che a causa dello strappo di un centurione logoro e vecchio, gli stavano calando le brachesse con la stessa velocità della sua folle corsa. Applausi fuori posto salutarono la indesiderata situazione.

La recitazione, che aveva un carattere monotono, e che ogni tanto si trasformava in declamazione, era ravvivata dai gorgheggi della prima donna, che sapeva dare alla sua voce una modulazione varia e piena di sentimento, salutata da grandi applausi e da richieste di bis.

Negli intervalli, fra un quadro e l’altro, l’attenzione del pubblico era tenuta desta da un “maestro” di piva, il quale suonava l’organo di Serravalle, famoso e proverbiale in tutta la Lunigiana. Dal suo prezioso strumento che andava dal controfagotto alla tromba, sapeva trarre armonie, con le quali poteva gareggiare con gli artisti del “Cantiam Maggio”di Torrano.

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Il pallido stellone torranese ha ripreso a risplendere sulla chiesa, rimessa a nuovo mercé l’opera intelligente e attiva del nuovo parroco Don Silvano Lecchini cominciando dal cadente tetto per arrivare all’abbellimento interno della chiesa. È stato un lavoro non facile e i fratelli Triani hanno saputo dare una veste nuova con decorazioni di stile rinascimentale reso più agile ed armonioso da una modernità, contenuta in un ritmo senza chiassosità e che corre per le arcate come la luce dell’alba. La statua di Patrono ha ritrovato il posto nel centro dell’abside la quale sembra allargarsi e alzarsi in alto quasi a sorreggere le festose decorazioni che accendono di luce la parte più alta della chiesa. Con la sistemazione dell’altare di marmo del laboratorio Palmieri donato da Fantoni Edoardo e la pavimentazione del presbiterio pure di marmo, altro dono di Angelini Pietro, si è venuto a formare una equilibrata armonia con le decorazioni.

L’altare prospettico della Madonna in stile del Cinquecento ha ripreso quella freschezza luminosa spenta sotto grossi strati di polvere accumulata dall’incuria e dal tempo. Una cornice dimessa del Settecento, che fregiava l’altare di S. Antonio, è stata sostituita da un disegno prospettico in armonia coll’ancona dell’altare di fronte.  Gli angeli di entrambi gli altari sembrano alzarsi sulle loro ali dorate verso il centro della navata, quasi a sorreggere le figure dei quattro evangelisti.

Crediamo doveroso rendere omaggio ai fratelli Triani abili artisti della decorazione e della pittura, alieni da ogni chiassosità, che possedono così profondamente il senso dell’arte e la sanno trasfondere nei loro lavori e nelle loro opere.

Nel rinnovato splendore della loro chiesa, quest’anno, gli abitanti di Torrano hanno festeggiato il loro Patrono. Il paesano, che è tornato dai lontani paesi di lavoro, inginocchiato sull’ingresso della sua chiesa, ha sentito una voce misteriosa che si alzava dal battistero, scendeva dalle navate, dalle ogive, dagli altari, dalle statue tutte spendenti di una nuova luce e si univa alla sua fede e alle sue preghiere per ripetergli le parole della liturgia: Haec este domus Dei et porta caeli.

Don Pasquale Pasquali, Il Corriere Apuano, 14 febbraio 1958

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