GHELFI PIETRO

Pietro nasce a Ceretoli il 26 giugno 1924 da Giuseppe e Gussoni Assunta. Ha modo di frequentare la scuola sino alla 5° elementare, anche se la frequenza non è costante, essendo subordinata alle necessità familiari che a quei tempi includono anche il contributo lavorativo dei ragazzi, specie in autunno ed in primavera.

Ghelfi Pietro

Alla visita di leva dichiara di svolgere l’attività di commercio ambulante di biancheria, attività che riprenderà con successo finita la guerra, nella zona del varesotto.

Viene chiamato alle armi il 22 agosto 1943 ed aggregato al Deposito Cavalleggeri di Monferrato.

Neppure il tempo di acquisire familiarità con la vita militare e l’8 settembre 1943 l’Italia firma l’armistizio con gli alleati. È un momento di grande confusione e disorientamento, le truppe rimangono senza ordini e disposizioni, da parte degli alti comandi rimasti solo generiche indicazioni attendiste (il re, il governo Badoglio e buona parte degli alti comandi militari sono fuggiti al sud).

I tedeschi capiscono già dal 25 luglio che la defenestrazione di Mussolini è la premessa per il disimpegno italiano e senza indugio fanno affluire sul nostro suolo circa otto divisioni che si aggiungono alle altrettante già presenti. Alla notizia dell’armistizio non vengono quindi colti di sorpresa, la sera stessa dell’8 settembre prende il via il piano per disarmare il nostro esercito.

Da una parte un esercito – quello italiano – confuso che si illude che la guerra sia finita, dall’altra l’esercito tedesco che risoluto chiede con brutalità ai nostri di continuare a combattere al loro fianco. Pochi sono coloro che aderiscono, la stragrande maggioranza rimane ferma al giuramento al re. Una buona parte riesce ad eludere la sorveglianza dei nazifascisti e abbandonata la divisa rientra in famiglia.

Un numero consistente, circa 650.000, sono i nostri militari che vengono disarmati e imprigionati, anche con l’inganno ed avviati verso i campi di lavoro in Germania che è alla ricerca disperata di forza lavoro per l’industria bellica e l’agricoltura.

Pietro (accosciato in basso a destra) nel campo di prigionia

Tra questi c’è anche Pietro, il quale viene rinchiuso con i commilitoni in carri bestiame sigillati, sovraffollati, maleodoranti che vengono aperti una sola volta al giorno per la distribuzione degli scarsi viveri. Inizia il lunghissimo viaggio che lo porta a Benjaminow, in Polonia, nei pressi di Varsavia, come ricorda il cugino Marco Ghelfi, che ha avuto modo di raccoglierne la testimonianza. Sono oltre 1600 chilometri da percorrere per giorni e giorni in condizioni disumane e umilianti.

Il campo (Stalag 333) è stato costruito dalla Whermacht per contenere i prigionieri russi, dei quali circa 30.000 muoiono a causa dei maltrattamenti e della malnutrizione. Dopo l’8 settembre sono oltre 2.000 i militari italiani imprigionati nel campo. E gli italiani non subiscono un trattamento migliore, anzi. Per volere dello stesso Hitler i nostri soldati non devono essere considerati prigionieri di guerra ma I.M.I. (Internati Militari Italiani), spogliandoli delle garanzie che la Convenzione di Ginevra del 1929 riserva ai militari prigionieri. Inoltre, la Croce Rossa non può effettuare le consuete visite periodiche di controllo e neppure inviare pacchi con cibo e abbigliamento. In buona sostanza i nostri militari sono alla mercé degli aguzzini tedeschi, arroganti e spietati.

All’arrivo al campo i prigionieri devono sottoporsi alla doccia collettiva, dopo essersi spogliati all’aperto, con qualsiasi condizione climatica. Segue l’assegnazione del numero di matricola che sostituisce il nome, ulteriore passaggio per cancellare le individualità. Infine, avviene l’assegnazione degli alloggi, costituiti da baracche sovraffollate e prive di riscaldamento e di servizi igienici; le due coperte consegnate sono assolutamente insufficienti a proteggersi dalle rigide temperature invernali.

La vita nel campo è caratterizzata dalla fame che tormenta gli uomini giorno e notte, il cibo è scarso e poco nutriente, in genere si tratta di brodaglia ottenuta facendo bollire ogni tipo di verdura; in aggiunta a ciò, i datori di lavoro hanno la facoltà e l’obbligo di diminuire le già scarse razioni se ritengono, a loro insindacabile giudizio, che la prestazione lavorativa non sia soddisfacente.

Lo Stala 333 – Benjaminow (foto tratta dal sito LeBI)

La giornata è regolata da monotoni rituali: la sveglia alle cinque del mattino, anche quando il termometro è abbondantemente sotto lo zero, una colazione di solito con surrogato di caffè, l’appello nel piazzale, la marcia a piedi per raggiungere, scortati, il luogo di lavoro, un pasto a mezzogiorno (brodaglia), il ritorno allo Stalag, ancora l’appello e la cena (ancora brodaglia). La giornata lavorativa dura non meno di dodici ore.

Con l’avvicinarsi del fronte alla Germania il pericolo arriva anche dai bombardamenti alleati che si intensificano; ad est i russi avanzano, costringendo i tedeschi a spostare sempre più a ovest i prigionieri, sorte probabilmente toccata anche a Pietro.

A maggio 1945 la Germania capitola, i prigionieri vengono liberati ma per il rimpatrio occorre attendere, le infrastrutture sono state martellate da bombardamenti ed è difficile far viaggiare sia i treni che i mezzi su quattro ruote gommate.

Il 16 agosto 1945 finalmente Pietro riesce a rientrare in Italia e può riabbracciare i propri cari.

Nel dopoguerra Pietro si sposa con Bianchi Romana e, come già accennato,  riprende l’attività di commercio ambulante di biancheria in Lombardia. Entrambi sono rimasti legati a Ceretoli, dove ancora vive Romana dopo la morte del marito.

Per la compilazione dell’articolo ci si è avvalsi della consultazione del Foglio Matricolare conservato presso l’Archivio di Stato

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