LE MANIFATTURE NELLA LUNIGIANA GRANDUCALE

I dati sulle manifatture, presenti nella Carta Geografica, Fisica e Storica della Val di Magra di Zuccagni e Orlandini elaborata nel 1832. Il quadro produttivo è di modesta entità, si fabbricano oggetti indispensabili per il consumo interno, pochissime le esportazioni: calzerotti di lana fatti a mano, mezzelane e pannetto, polvere pirica e remi di faggio. Per sopravvivere una scelta obbligata per molti rimaneva l’emigrazione, che però depaupera il territorio di forza lavoro e quindi di produttività e sviluppo economico.
La lavatura della lana, come rappresentata nell’Encyclopedie di Diderot e d’Alambert, Parigi, 1750-1780

La classe numerosa degli agricoltori lascia poche braccia per l’opificio delle manifatture nei diversi territori granducali di val di Magra. Infatti nei Comuni di Zeri, Groppoli, Filattiera ed Albiano non è esercitata arte veruna, tranne l’agraria; in Terrarossa è una sola trattura di seta; in Caprio una polveriera e nel Comune di Calice si tessono solamente molte tele di lino e canapine, specialmente per uso di tavola. Anche nella terra vicariale di Bagnone e nel suo Comune languisce assai l’industria delle manifatture; ivi però non è trascurata la fabbricazione di alcuni oggetti di assoluta necessità, utili almeno per uso del contado. Vi si trovano infatti vari lanifici di panni ordinari, e due tintorie, vi si tessono molte tele canapine, e vi è una fabbrica di cappelli, di ordinaria qualità. In Pontremoli, città e capoluogo della Lunigiana granducale, vi si conta un maggior numero di manifattori, ma queste diverse arti da essi esercitate non sono ivi neppure molto floride. Entro Pontremoli sono in attività due conce di pelle, una fabbrica di cappelli, una tintoria, una trattura di seta, due cartiere ed una eccellente polveriera. Nel sobborgo dell’Annunziata trovasi una fabbrica di cappelli, una trattura di seta; nel suburbio altre tintorie. In città si tessono anche mezzelane per il contado e molte tele canapine, ma è da avvertirsi che le donne del popolo sono quasi tutte impiegate nella fattura dei calzerotti di lana, dei quali vien fatto copioso smercio agli appenninigeni e ai vicini lombardi. Assai più animata è l’industria delle manifatture nei due Comuni di Fivizzano e di Casola. In Fivizzano i particolari fabbricano mezzelane per proprio uso, e i negozianti fanno tessere mezzelane e pannetto che vendono poi molto utilmente ai genovesi. Nel Comune di Fivizzano si contano gualcherie; due nel capoluogo, due a Posara, una a Comano, una a Crespiano, una a Monzone, una a Gassano: nel Comune di Casola, una a Vigneta e l’altra a Montefiore. Nella sola Comunità di Fivizzano sono stabilite 9 tintorie, tre nel capoluogo, due a Comano, una a Crespiano, una a Posara, una al Ponte di Ceserano e una a Monzone e questa riesce ottima per il colore nero, in grazia forse dell’acqua ferruginea che vi si impiega. Anche il Comune di Casola ha fino a 6 tintorie, a Regnano, a Casola e 4 a Montefiore. A Fivizzano si trovano 6 conce di pelli, una fabbrica di cappelli di pelo, un’altra è a Posara. Il conte Agostino Fantoni aveva tentato di stabilirvi una fabbrica di cappelli di paglia, industria un tempo prosperosa, ora però è rimasta quasi inattiva. A Comano esiste una ferriera, ora chiusa ma era stata in attività fino al 1814; modernamente ne fu fabbricata una a Fivizzano nella quale saranno al più presto incominciate le lavorazioni; prossima sarà anche l’apertura in Fivizzano di una stamperia, questa circostanza fa ricordare la celebrità di quella che qui esisté nel primo secolo della stampa, mercé le cure dei conti Onorati, dai quali furono pubblicate pregevolissime edizioni.

L’interno di una tintoria, come rappresentata nell’Encyclopèdie di Diderot e d’Alambert, Parigi 1750 – 1780

Per gli abitanti del villaggio di Sassalbo è ramo speciale d’industria l’escavazione del gesso, che ivi è di bellissima qualità. La preparazione del carbone produce lucro a tutti i popoli dell’Appennino, dove nasce anche un nuovo genere di manifattura, quello della lavorazione dei remi con legname di faggio; industria promossa dalle ricerche del cav. Mancini, regio costruttore della Marina di Livorno, ed allestita da due commercianti, uno di Mommio e l’altro di Fivizzano. La produzione nella Lunigiana non basta alla sussistenza dei montagnoli; quindi, una porzione di essi passa l’inverno nello Stato Romano, ove è chiamata per la lavorazione dell’olio; altri emigrano in Lombardia onde essere impiegati in primavera nello sfogliamento dei molti gelsi che prosperano in quelle pianure. Con tali emigrazioni entrano nei villaggi dell’Appennino vistose somme di denaro, ma l’agricoltura perde troppe braccia.”

Il Corriere Apuano, 12.9.2003

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