Introduzione

In questa conferenza tenuta all’Università Popolare della Spezia, presento il racconto drammatico di un umanista, come ci è stato tramandato da una lettera senile del Petrarca. La narrazione del Poeta manca di una divinazione psicologica, per restare una pallida figura senza rilievo. Egli sembra spettatore non attore del dramma, e non si sente travolto da quella complicazione psicologica , che era nell’anima del maestro che mosse da Pontremoli in cerca di lui.
Ombre pallide, trame leggere, fili tenui sono tesi intorno alla figura di quell’umanista, che mi studierò di presentare seguendo questa leggera orditura, dove la leggenda comincia a gettare le sue luci di bellezza e di poesia.
Il Petrarca dice che quest’umanista ha il diritto di essere chiamato “Poeta”. Senza malignità, si potrebbe dire come di Heine: un usignolo che ha voluto farsi il nido nella parrucca del cantore di Laura, ma che visse una vita intensa, combattuta dalle cose, raffinando in quel travaglio la mente e quasi logorandosi il cuore.
La qualifica di “Poeta” attribuitagli dal Petrarca è il fatato ponte di incanti e di malìe, che in un arco luminoso, lo porta a noi, e, in quest’ora, i nostri occhi guardano a lui come a un conquistatore, a un eroe della leggenda.
la Spezia, 14 gennaio 1931 – IX E.F. p.p.
IL PELLEGRINO DEL SOGNO
Senex coecus ad Pontremulum oppidum
– Petrarca lib. XVL VII
In quel mattino del 1341 le campane di San Giacomo gettarono nell’aria i loro squilli sonori e si ripercossero da un capo all’altro della borgata di Pontremoli, addormentata ancora nel sonno dell’ombra. I monti e le colline, che chiudono dentro ad un semicerchio la città, in quel mattino, tremavano in languidi brividi di luce e parevano ali di falco scendenti dall’alto per adagiarsi fra gli alberi, dove scintillavano le acque dei due fiumi. Le guardie del castello di Cacciaguerra avevano notato due viandanti, che erano discesi giù dal Piagnaro e seguivano il corso del Magra, su le cui onde tremavano i primi bagliori di luce.
Avevano lasciato alla loro destra il fiume Verde che scrosciava nel suo letto ingombro di ciottoli e dove l’ultima torre di Cacciaguerra allungava la sua ombra in una malinconica freddezza. Tra i campi e i fossati, serpeggiava in un candore monotono la via. Davanti allo sguardo dei due viandanti, che continuavano a camminare, giganteggiavano in sobbalzi strani le Alpi Apuane, e più a destra la cima aguzza di Pizzo di Uccello sembrava gettarsi in un volo ardito contro il cielo azzurro e lucente, che aveva ormai perduto il ricordo degli astri notturni.
Il più anziano dei due camminava appoggiato con le mani alle spalle del più giovane il quale continuava a frugare il cielo verso cui sembrava camminare. La Chiesetta di San Giorgio pareva genuflessa ai piedi della collina, sulla quale si allineavano le prime case della pieve di Filattiera, mentre, tra l’ombra e il sole, pensieri e sogni si affacciavano e scomparivano nella mente dei due viandanti.
La strada aveva l’aspetto di un margine alto sui campi e sul letto del fiume, tratto tratto ingombra di macerie, dove forse un tempo avevano bivaccato le soldatesche delle legioni romane.
Le truppe di Arrigo V e di Federico I avevano coperte le pedate e i solchi delle ruote degli innumerevoli eserciti, che avevano attraversato la Lunigiana. Il passo dei due viandanti si faceva sempre più spedito e rapido, mentre l’orizzonte appariva sempre più vasto. Dopo brevi soste, di nuovo in piedi; la via interminabile sembrava che nel suo implacabile linguaggio non volesse concedere nessuna tregua. Mentre il sole si nascondeva dietro i monti, dai colli lontani, qualche tocco di campana giungeva con ala rapida per gettarsi contro le ombre.
I due viandanti sentirono nella notte passare sul loro capo i ruggiti possenti del mare, sentirono i mugghi della Magra, e mentre il più giovane chiudeva gli occhi al sonno, l’altro ricercava con gli occhi della mente, in mezzo alla notte desolata, ombre e fantasmi.
Nella notte chi ripeté all’errante pellegrino i consigli di saggezza del vecchio capitano Crosmo Crosmazio, capo del Senato di Luni? Chi ricordò la ferrea mano di Lidorio Alderio, il domatore del popolo siculo, le candide penne di cigno tremolanti sull’elmo lucente di Cupavo, i responsi dell’arupice Aronta , nascosto sui monti di Luni e la potenza miracolosa di S. Venerio? La possente Luni, eroica terra di capitani, di ammiragli, di condottieri, riempiva di ricordi la mente dell’uomo insonne, dal colto emaciato e logoro. Nel cuore della notte il cielo continuava a riempirsi di lontane voci e di schianti paurosi.
Saranno state le acque del mare di Luni gementi fra le desolate rive o lo stuolo delle leggende che ritornava dai mari nordici, dai golfi della Gran Bretagna e della Danimarca per chieder ospitalità alla terra percossa da tante sventure, o era piuttosto la nuova bandiera sventolante sulla torre del nuovo borgo della Calcandola, schiamazzante senza pietà sui vinti?
L’alba, che tremolava sul mare, portò i primi tocchi di campana ai due pellegrini, che si accingevano a riprendere il camino. Erano forse le campane del monastero di Santa Croce del Corvo, sorgente sul clivo estremo del Caprione sopra le foci della Magra?
Il pensiero di Dante sarà balenato nella mente del vecchio, mentre stava per lasciare il territorio di Luni per entrare nella martoriata terra di Toscana? Non è possibile che quell’uomo, il quale partiva da Pontremoli per recarsi a Napoli allo scopo di poter vedere il Petrarca, non conoscesse il maestro del suo maestro.
Non ci è stato tramandato il nome di costui, sappiamo solo che era un maestro, un educatore. Nella storia esso rappresenta un simbolo: il tormento dello spirito, in viaggio attraverso vie ignote ed inesplorate, verso l’altezza mistica del sogno. Era cieco e gli serviva di guida il figlio. Un altro simbolo. Non sono gli occhi quelli che scoprono i misteri della natura, le leggi della poesia e l’affascinante poema della bellezza, ma è lo spirito e l’attività interna, tutto lo splendore intimo che scaturisce dalla lacerazione delle tenebre. Il maestro nella scuola non scruta con la pupilla degli occhi la bellezza dei cuori, ma la comprende attraverso vie più penetranti, che stanno fra loro come l’armonia dell’arte dei suoni.
Il cammino lungo li sospinge ed eccoli di nuovo in piedi: non il sole, né l’inclemenza del cielo li impensierisce e li rattrista; nulla. La Maremma desolata si apre davanti ai loro passi con i suoi “aspri e folti sterpi”, landa immobile; mandrie erranti di buoi e di pecore, il suon della cornamusa vagante in quell’aridità che potrebbe parere una maledizione. La notte li sorprende col freddo, mentre da ogni parte quell’ampia solitudine è percossa da ululi e da schianti. Chi può ridire il terrore della febbre, che sembra sperdersi fra scarsi baleni di luce durante il giorno, e la notte cala con lo stile della rugiada implacabile, tremenda?….
Il maestro pontremolese aveva deciso di intraprendere il viaggio in quell’epoca, perchè aveva appreso che il 16 febbraio, il Poeta era salpato dal porto di Marsiglia diretto a Napoli, dove il re Roberto l’attendeva per sentirlo discutere di scienze e di letteratura alla presenza di tutta la Corte. Là sarebbe stato certo di trovare e vedere l’Uomo, che non aveva stabile dimora. Pareva che il Poeta fosse in ogni ora e in ogni momento inseguito dai fantasmi della gloria che lo spingeva nelle più remote contrade, sui mari più lontani, sulle vette più inaccesse. Ha nell’anima il tormento dell’antico Bellorofonte, l’irrequietezza moderna del giovane Werther e lo spasimo di Aroldo. Eccolo passare da Roma a Ferrara, a Venezia. Non si sa trattenere che poco tempo ad Avignone, reduce da Montpelier e da Bologna.
– Dov’è il Poeta? – domandano gli ammiratori e gli amici. I librai belgi e svizzeri lo vedono visitare curioso le loro biblioteche. L’anno appresso, eccolo seduto all’ombra dei faggi e dei pini sulle vette dei Pirenei. La Senna lo vede passare frettoloso sui ponti di Parigi e correre verso il Belgio. Ad Aquisgrana ascolta le leggende di Carlo Magno, vede a Colonia le donne che si lavano nel Reno, valica le Ardenne, torna ad Avignone.
-Dov’è il Poeta? – si chiedono ancora gli ammiratori.
Eccolo sul monte Ventoso, a 1900 metri di altezza, intento a leggere le mistiche pagine di Agostino. Marsiglia, Roma, vedono il Poeta che passa frettoloso, diretto verso la Spagna per gettarsi sulle estreme coste del mare Britannico. A Valchiusa, gli usignoli salutano il suo arrivo e là gli giunge l’invito per recarsi a Napoli.
Il maestro pontremolese non indugia un istante: – a Napoli potrò vedere il Poeta e poi morrò contento -.
La meta cominciava ad abbreviarsi. La vista e l’incontro di città rallegrava il loro spirito. Le marce ininterrotte cominciavano a fiaccare le forze, ma la meta splendeva nella mente del cieco, come un faro. L’ardente brama di trovarsi al cospetto del cantore di Laura faceva dimenticare la via interminabile, i pericoli e l’inclemenza del cielo, il terrore della solitudine, la insidia delle fiere; oltre la meta c’era la realizzazione di un sogno, il quale continuava a protendere la sua ala luminosa nei cieli della poesia.
Le coste fragranti del Tirreno gettavano ondate di profumi, il mare veniva a frangersi con le sue onde contro la spiaggia.
I due viandanti sentivano battere sulla fronte qualche cosa che li inebriava e ne rassodava il passo: orma cominciavano a contare le ore: la distanza non faceva che accrescer l’impazienza.
Un’alba dolce inghirlandava di fragranze e di tinte luminose il bel Golfo di Napoli. Nel cielo una trasparenza cristallina, il mare pieno di tremiti pareva correre incontro ai due pellegrini. Napoli grandeggiava nel suo Golfo incantato. Il povero cieco aveva dimenticato le rogge mura della città di Pontremoli, il mugghio dei torrenti, lo stridore dei venti sobbalzanti dall’Appennino. Si sarebbe tolto i calzari per avvicinarsi a quella terra incantata, che ospitava il cantore di Laura. Sulla sua fronte terrea, sul volto emaciato, in tutta la persona c’era un fremito. Fra pochi istanti avrebbe abbracciato il Poeta, ed il suo desiderio, che sin accendeva ogni mattino come si accendeva l’aurora in cielo, ora assumeva delle tinte acute, ardeva in superbe colorazioni, e dentro a queste spiccava l’immagine del Petrarca, come essere sovrumano, qualche cosa di divino. L’uomo dalle sembianze aristocratiche, dai modi cortesi, dalla fronte aperta, sulla quale gli occhi gettavano tanta luce non era più lontano…..Avrebbe avvertito la sua presenza dal profumo di cui egli godeva cospargersi, dal lieve ondeggiare delle chiome sul collo, dal fruscio delle vesti di seta, ma più di tutto l’avrebbe sentito dallo spirito che si effondeva dal corpo, dai bagliori interni che avrebbero percosso le sue pupille spente.
Il Grande, più grande dei Re e degli Imperatori che desideravano di averlo accanto, ed il cui nome faceva tremare le armi in mano dei nemici, il Poeta che aveva gettato nella sua strofa alata la più dolce musica, che sia sgorgata dal cuore umano, gli avrebbe stesa la mano …..quella mano che aveva preso nel medesimo giorno l’invito del Senato di Roma e dell’Università di Parigi per ricevere la corona di alloro, che gli era stata decretata.
Che momenti di ansia e di trepidazione! Fra poco si sarebbe trovato al cospetto del Grande, che aveva gettato il suo inno entro il sole per salutare l’Italia, bellissima madre e gloria del mondo.
Salve pulchra parens, terrarum gloria, salve!
Ecco aprirsi la porta. Oh Dio che sussulti! Il Poeta inghirlandato gli verrà incontro, gli stringerà la mano….Non gli restavano più che pochi passi per trovarsi davanti al Poeta…..
O pellegrino del sogno, tu non eri che un simbolo!
Il maestro, quando crede di toccare la meta, vede non la meta, ma un ponte che si sporge nell’immensità e dal quale si scorgono lontananze più luminose o qualche stella lontana, che si sfalda lasciando cadere nello spazio altre stelle, che vanno roteando nell’infinito.
Sembra che la storia abbia dato la posta a quell’uomo, al cospetto di un grande Poeta inghirlandato della corona più radiosa, e, che solo fra tutti conobbe la felicità e la grandezza, perché quest’uomo, privo del divin raggio di luce, potesse costruire la storia di tutti i maestri nell’odissea tormentosa di brame intravviste e non soddisfatte, di bisogni sempre nuovi, di non toccare mai col piede le soglie fatate della….felicità.
Il popolo di Napoli aveva ammirato il Poeta, che era giunto nella sua bella terra olezzante fra il tepore eterno delle primavere, chiuse tra un arco azzurro ed un palpito di mare. Ed il vecchio maestro, esausto di forze, rivide con la propria fantasia il Poeta, che arrivava dal mare ed alle popolane che gli gettavano fasci di fiori, il Poeta offriva ghirlande di sorrisi. Il mare cantava al dolce Poeta l’inno della vita, ed egli, raccogliendo quella divina musica, la gettava dalle corde della sua lira sul popolo che lo applaudiva.
Il Re Roberto, che passava le notti silenziose sui libri e sui versi del Poeta, quando lo vide giungere, scese dal trono, gli mosse incontro abbracciandolo con immensa soddisfazione. Ed il Poeta recava all’Augusto Sovrano, che lo aveva chiamato per decretargli la corona poetica, il genio della sua vita, l’epico fremito delle spade romane, col grande sogno dei Scipioni, la lirica melodiosa di un amore pieno di sogni, di deliri, di estasi, di rapimenti.
Al povero maestro non restava che l’eco lontana di tanti festeggiamenti, la narrazione delle acclamazioni fatte al Poeta, ammirato e guardato da tutti. Il racconto delle popolane , che erano corse a toccare la veste del Poeta, a baciarne l’ultimo lembo ed a riceverne in cambio un sorriso, riempiva di tristezza l’animo suo. Quasi avrebbe voluto rimproverare le fiacche membra doloranti e percosse dalla vecchiaia.
-Ma perché perdersi in inutili lamenti? – pensò fra sé; il Re mi potrà dire dove é il Poeta, e se riuscirò a raggiungerlo per strada. – Tutti sapevano che il Petrarca era volato a Roma, alla Roma coronatrice dei Cesari, dei poeti e dei guerrieri. Là lo attendeva l’alloro del Campidoglio, quell’alloro che si inabissava con le sue cime nel cielo ed i cui rami coprivano l’orizzonte del mondo conosciuto.
-Arriverò in tempo? – domandò al Re, che lo aveva ammesso alla sua presenza e non si stancava di ammirarne la forza e il coraggio.
-Forse, aveva risposto il Re Roberto, ma bisogna affrettarsi perché la strada che conduce a Roma è aspra e faticosa. Terminata l’incoronazione, il Poeta deve tornare in Francia, ed allora bisognerebbe abbandonare ogni speranza – aveva soggiunto il Re.
-Oh, questo non sarà mai! aveva risposto il vecchio umanista. Sul volto scarno e ossuto pareva serpeggiare una corrente elettrica, un rapido moto di muscoli sussultanti: -Sono disposto a recarmi fino nelle Indie.-
Il Re si compiaceva di ammirare quel vecchio, a cui la cecità aveva tolto lo splendore degli occhi, mentre l’amore della poesia gli riempiva il volto di corrusche luci di fuoco. Sublime figura! Egli pare il personaggio dell’Oriani posto nel centro dell’Umanità, la quale da millenni leva un inno di dolore e di speranza verso il sole, oltre le stelle scintillanti sulla soglia dell’infinito.
E il Re accomiatandolo, si curvò verso quell’infelice, come per raccoglierne il dolore e lo strazio.
Eccolo sulla strada che conduce a Roma. Ancora un palpito di passione divampò dentro quel povero cuore, che pareva gettato dalla tempesta su quella via: il cuore gli sanguinava, ma la mente copre colla sua ala la via segnata da stille di sangue. Nuove soste e nuove marce. Nella notte, quando l’insonnia tormentava il corpo affaticato, sentiva scrosciare sul suo capo l’urlo degli eserciti fuggenti su quella strada, ora in marce cadenzate, ora galoppanti verso terre assegnate dal Senato, ora falangi di schiavi incatenati. Galli, Etruschi, Allobrogi, Insubri, Germani scendevano e salivano in marce forzate su quella via. Scalpitio di cavalli, grida di morenti, urla di feriti.
Lontano, lontano il ruggito del mare infinito.
Roma sfavillava lontana. L’eterna città dei Cesari pareva che con le sue mura reggesse il cielo inchinato intorno a lei in un grande abbraccio. Il Poeta aveva fatto il suo ingresso in Roma col mantello del Re sulle spalle. Una schiera di giovani, appartenenti alla più alta aristocrazia romana avevano accompagnato in abiti fiammanti in Campidoglio. Tutta Roma in quel momento si era voltata verso la Rocca gloriosa e per tutta la città era echeggiato un grido solo: Via il Poeta!…. Viva il Popolo Romano!….Momento di commozione profonda. Cessate le contese e le lotte civili, sull’altare dell’incoronazione, le famiglie dei Savelli, degli Annibaldi, dei Colonna, degli Orsini, avevano deposta la spada per gettare fiori al Poeta e sul grande arco del cielo romano i poeti dell’Ellade e di Roma risposero con un grido: Viva l’Italia!
L’eco delle grandi feste non si era ancora spento, e quando il maestro pontremolese arrivò alle porte di Roma, seppe che il Petrarca aveva lasciata la città dei Cesari deponendo sull’altare di S. Pietro la corona che aveva cinto la sua fronte.
In quell’ora il povero cieco rivide il lungo cammino, le strade piene di fango, i pericoli corsi. Una stretta al cuore, una lama gelida, il buio più profondo. Il suo cuore parve trasformato in una tomba piena di ombre e di oscurità. In alto però una mano agitò una fiaccola: flotti di luce sussultarono in alto, più in alto….
Il maestro alle volte sembra cadere sul cammino col volto teso verso la meta: può parere un caduto, ma non un vinto; lo spirito di sacrificio è la fiaccola che arde sul suo capo e gli addita la via per giungere alla meta desiderata.
In quella sera estiva, il bronzo delle campane che frate Ilario da Parma aveva riempito di onde sonore , rovesciò sulla città di Pontremoli uno scroscio di note squillanti entro cui parevano gettarsi le prime stelle che si affacciavano all’orizzonte. Il vecchio maestro con l’animo pieno di tristezza lo sentì scendere in fondo al cuore e avrebbe desiderato poter correre su quelle ali sonore per muovere incontro al Poeta, che gli aveva arrecato tante delusioni.
La notizia dell’arrivo del Petrarca a Parma era sicura e data per certo a Pontremoli.
Il Petrarca infatti era entrato nella città turrita il 22 giugno 1341 e lo sventolio delle bandiere vermiglie dalla fascia bianca aveva gettato nell’animo del Poeta letizia e giubilo per la vittoria dei quattro fratelli Coreggio. Il Poeta esultante aveva sentito fra lo strepito delle armi, che avevano combattuto con valore indomito, passare a volo i fantasmi delle eroiche falangi, che quasi un secolo avanti avevano fiaccato intorno alle mura di Parma la prepotenza di Federico II.
“Scacciate le genti dei tiranni” il Poeta andava cercando in quelle colline fra il silenzio e la solitudine, gli immaginosi ozii per i quali era nato.
Il maestro pontremolese decise di recarsi a Parma sicuro di poter soddisfare quel desiderio, che si era acuito attraverso le peripezie del primo viaggio così pieno di fatiche e pericoli.
Inerpicandosi sul colle della Cisa, mentre i tepori dell’estate scioglievano nell’aria le prime fragranze, sentiva la speranza venirgli incontro e rendergli più agevole il cammino.
Aveva abbandonato la strada per arrampicarsi lungo lo schienale del monte, affondando in mezzo a folti cespugli di ginestre. Verso il tramonto cominciò a giungere all’orecchio dei due viandanti qualche canto errante di balza in balza.
Pareva unirsi ad un’altra eco lontana, lontana sperduta nella memoria del povero cieco: galoppo di cavalli, barriti di elefanti, urli selvaggi di truppe. Giù in basso la Magra splendeva nelle sue bianche volute di argento….Il valico della Cisa era superato ed altre vallate si schiudevano nel tepore del mattino. La meta non era lontana, pareva nascondersi nella frange del sole, che si allungava nell’immenso piano.
Finalmente al mattino dopo le torri di Parma, inghirlandate di azzurro e di bianco, parevano balzare incontro ai due viandanti, la cui trepidazione si era cambiata in entusiasmo.
Nella fragranza mattinale c’era il fremito dell’esultanza, c’era il palpito di due cuori unito in un unico palpito, in un divino schianto di commozione irrefrenabile.
Ancora un sussulto: ecco…..la porta si apre e da quella sembra che un nembo di fiori scenda sul corpo del povero cieco.
-Sono felice! – fu il grido orgoglioso che uscì dall’animo di quel maestro, che aveva superato tante fatiche e tanti travagli.
Quando potè passare le mani sul corpo del Poeta, coprirlo di baci, la commozione si trasformò in divini rapimenti quasi intraducibili nella forma finita del pensiero e della parola.
Dalle mani sentì rifluire al capo il fremito della poesia che lo librava in alto, gli dava scuotimenti profondi, come di vampe che volessero ardere il pensiero, consumarlo perché si riaccendesse in più sublimi concezioni ed in forme sempre nuove.
Presto trascorsero tre giorni, nei quali il maestro visse accanto al Poeta. Gli amici del Petrarca temendo ch’egli rimanesse infastidito, fecero capire al maestro che ormai la sua soddisfazione era stata raggiunta e quindi il protrarsi della sua presenza poteva recare tedio al Poeta.
-Tu non puoi comprendere, rispose il maestro, rivolgendosi al Petrarca, – la gioia, che io provo nel mirarti; te lo possono testimoniare le fatiche che ho sostenuto per venire a vederti.-
Gli amici presenti al colloquio, non comprendendo come il maestro potesse vedere e contemplare il Poeta, chiesero se egli era veramente cieco.
-La mia cecità è negli occhi, ma il mio pensiero splende più della luce del vostro sguardo ed il Poeta lo vedo meglio di voi.
Azzo da Coreggio, signore della città, trattenne presso di se il vecchio maestro e volle colmarlo di doni. Dopo egli ripartì per tornare a Pontremoli, con l’animo tutto pieno di poesia, raggiante di gioia. Chiuso tra le pareti della sua scuola il povero cieco sentì che nel riaccendere alla piccola fiamma le anime dei suoi alunni viveva di una nuova passione, di un nuovo amore che aveva il candore dell’alba, la freschezza della rugiada, la tenerezza dei fiori, la musica degli astri. A questo amore la fede aveva dato un nome e nell’eterno dramma dello spirito la speranza ne rinnovava la passione.
Come si chiamava? Dove il suo nome?
Nel racconto drammatico di uno scrittore spagnuolo è ricordata la folle audacia di un comandante di palischermo sorpreso dalla tempesta in pieno oceano. Sul mare giganteggia la tempesta con scrosci di folgori, con ruggiti di onde: sulla nave volteggiano in macabre danze torme di mostri marini: la nave minaccia di essere inghiottita dai flutti. La mano dell’impavido nocchiero non trema, l’ardore del suo animo sembra più forte della tempesta. Dopo infiniti sforzi riesce a condurre la nave all’isola dell’Ireale, ma l’orrore della tempesta ha agghiacciato in una tragica desolazione la sua memoria ed egli non ricorda nulla, neppure il suo nome. Quando su gli ermi scogli irrompe l’uragano e rugge la tempesta con urli immensi, allora affiora alle labbra dell’infelice comandante il ricordo del nome: sta per afferrarlo, ma ad un tratto quei rumori altissimi svaniscono nell’immensità ed il suo nome ripiomba nel silenzio.
La storia nella traversata tempestosa ha dimenticato il nome di questo maestro. Tratto tratto affiora alla nostra mente, ma l’ala poderosa del tempo, che domina tutti i rumori, lo fa ripiombare nel silenzio.
Oh! perché affannarci a chiedere alla storia il nome di questo maestro, quando le tempeste dell’animo, le fatiche, gli strapazzi, le amarezze della vita ce lo fanno affiorare alle labbra?
E’ meglio saperlo avvolto nel silenzio, conoscere l’indomita forza del suo animo, gli slanci superbi che non lo hanno fatto indietreggiare davanti ai più difficili ostacoli.
Farinata giganteggia nell’epopea dantesca con la drammatica forza dell’animo invitto e invincibile, e dalla città dei morti, dal fosco orrore delle ombre, balza incontro alla storia, quasi per fermarne il cammino. Il divino poema si riempie di fulgori superbi davanti a questo nome, e la storia della pedagogia vede emergere tra le pallide ombre la fronte di questo educatore, cinta di lampi, mentre intorno al suo capo, inghirlandato di poesia, promana quell’effervescenza di gioventù che non conosce lo squallore della decadenza.
Sul viso bruciato dai molti solchi, tutti gli educatori vi potranno leggere il desiderio infaticato di sognare la meta senza potervi giungere, come l’eroe omerico che non riesce ad approdare ad Itaca, e come Tannhauser condannato a non toccare le porte della città santa.
Il maestro ogni giorno attraverso l’aspro travaglio, che lo tormenta, pensa di poetr toccare la meta,
ma il sogno è in cielo….e non si tocca mai….
Nel volto, su cui balena il lampo, c’è l’ansia della conquista, c’è l’imprenditore tenace non più addormentato in mezzo alla vita torbida e grigia. C’è il palpito e l’ansia dell’educatore moderno, in marcia, con lo sguardo fisso verso le infinite distese, pronto a tutti i sacrifici, a tutte le dedizioni per dare vita ad una azione creatrice e conquistatrice attraverso le vie aperte del mondo.
La forza della volontà e dell’intelligenza è l’epica lotta dei tempi moderni. Non più Perseo o Bellerofonte, che atterrano a colpi di spada le Gorgoni; non più gli argonauti alla conquista del vello d’oro, non più baroni franchi alla volta di Bisanzio o di San Giovanni d’Acri, non più navigatori iberici verso le Indie, ma i nuovi atleti dello spirito, del carattere ferreo che affrontano l’ignoto attraverso gli spazi dell’aria, le convulsioni del cielo e della terra, mentre in questa ora, stormi alati portano trionfanti da un continente all’altro la realtà viva e possente dell’uomo che
dei remi fece ala al folle volo
Lo squallido orrore della morte è vinto e annientato dai sogni della poesia che vince e commuove.
-Ma che varrebbe la vita senza sogni?-
Purtroppo la nostra vita , come diceva Shakespeare, è intessuta della medesima stoffa di cui sono intessuti i sogni.
Accanto a Loegrhin, il cavaliere fatato del sogno, avvolto nella fiamma della poesia a compendiare l’eroico sacrifizio e la superba audacia da cui è stato animato in ogni ora ed in ogni tempo il maestro italiano.