Condizioni igieniche e sanità nella Pontremoli storica. I pericoli di una scienza medica confusa a mezzo tra presunzione ed empirismo

Ricordate Paolo e Francesca? Un paggio intraprendente ed una giovane cognata di infelice legal connubio. Belli, sospiranti e ardenti, sono rimasti i più illustri protagonisti di uno dei più celebrati archetipi dell’amor cortese.
Sotto il profilo igienico, però, i due sciattoni da primato: certamente maleodorante lui, nelle attillatissime braghe di albagio perennemente sudaticce sotto il sole di Romagna, e non meno lei, nell’abbraccio seducente di lampassi mai lavati e custoditi strettissimi in casse di legno per tener lontano pulci, tarme e pidocchi. Per non parlare del talamo fatale, in continuo movimento grazie all’aiuto inconsapevole di un vero esercito di cimici.
Non è l’irriverente smantellamento di un mito ma la realistica visione di quelle condizioni igienico sanitarie che, tanto per i poveri quanto per i ricchi, restarono pressoché immutate dal medioevo fino a un passato neppur troppo remoto.
Promiscuità della coabitazione, coesistenza con il pattume, impossibilità di accedere a forme igieniche elementari, mancanza di riscaldamento e assenza di una cultura specifica del tutto estranea alla scienza medica furono i paradigmi di vita su cui viaggiò completamente disatteso il concetto di salute nella vita quotidiana del tempo, quando non esistevano servizi igienici all’interno delle abitazioni, si camminava tra la sporcizia che veniva scaricata in strada e ci si recava al fiume più per trovare refrigerio che pulizia.
Qualche raro documento ci conferma che a Pontremoli igiene e sanità non fossero del tutto ignorate, tanto a livello di prevenzione quanto a quello di rimedio, ma è certo che restando tutto questo la conseguenza delle conoscenze mediche del tempo, gli sforzi non potessero produrre grandi effetti.
Anche se Montaigne a fine ‘500 notava che qui per sedersi a tavola era obbligatorio lavarsi le mani (benchè l’acqua non venisse cambiata tra un commensale e l’altro), l’acqua nelle abitazioni diventò conquista comune solo alla fine della prima metà di questo secolo.
In un atto dell’archivio criminale, ad esempio, si ha notizia che a metà ‘600 l’acqua di casa venisse rinnovata solo quando era prossima a diventare verde nella vasca di piertra dove era conservata.
Non esistevano fognature. I liquami organici e il pattume restavano per le strade e già dalla seconda metà del ‘500 era pratica abituale orinare sotto la loggia del Comune, probabilmente nell’amgolo dove ora sorge il bassorilievo a Garibaldi ; tanto che a metà ‘600, l’autorità farà murare in quel canto una saetta di ferro per tener lontani gli irriducibili.
Abbastanza attivo era l’ufficio della sanità che vigilava anche sulle condizioni igieniche degli animali. Nei libri della spesa pubblica si ha sovente traccia dell’acquisto di pecore che venivano sottoposte a sezione per controllarne le condizioni sanitarie. Anche gli Statuti si occupavano di igiene già dalla loro prima stesura disponendo che i produttori di pane dovessero tenere il capo coperto al fine di evitare che i capelli cadessero nell’impasto e che nei forni fosse vietato allevare bachi da seta e colombi. Da quando poi Pontremoli passò sotto l’amministrazione granducale le visite fiscali e le relazioni sulla salute pubblica presero un andamento coordinato, voluto dal granduca particolarmente sensibile al possibile insorgere di morbi. Di questi provvedimenti si ha sovente traccia, ma mancando una regola di prevenzione ispirata a una logica scientifica il valore di queste determinazioni ci sfugge.
Nonostante queste attenzioni, l’igiene restava un fatto iperbolico e sconosciuto. Il bucato non aveva frequenza inferiore al mese, mentre i complessi e decorati abiti dei ricchi (vesti in sallia di Nimes, pellicciotti, camicette di fine morlacco, pellande di albagio o broccato) non vedevano mai una lavatura e le parrucche, periodicamente imbiancate con talco e cipria, riuscivano a malapena a sopravvivere alla longevità delle tarme e dei pidocchi che ospitavano con spienserata disinvoltura.
Per quanto riguarda la prevenzione, c’è da credere che anche qui fosse ancora viva l’esperienza del Regimen Sanitatis Salernitanum, l’ideale più noto del medioeveo, discendente da quella scuola che aveva attinto agli insegnamenti di Ippocrate e che molto doveva al sostanziale contributo della medicina araba. Sconsigliando il sonno pomeridiano, il mangiare con voracità, il dormir troppo e la smodatezza, raccomandava erbe, salassi e viver sano, lontani da mollezze e colpi di freddo. Ma la gente del contado, che già non viveva quegli agi, si limitava a prevenire il male con poche elementari precauzioni e quando non vi riusciva preferiva rivolgersi alla magìa tradizionale la quale, almeno in epoca pre-rinascimentale, non aveva quel carattere blasfemo e demoniaco che gli si attibuì in seguito. In quei tempi, streghe o maghe che fossero avevano un buon rapporto con la gente comune: aiutavano nei parti, tenevano lontano la jattura, curavano l’impotenza e promuovevano la fertilità. Negli estimi del 1539 Mauro Bertocchi trova traccia di una certa Angelica de lo Gran Diavolo, vissuta a Gravagna e della cui attività nulla si sa ma, visto tanto nome (e considerato che rimane l’unico contribuente a non pagare estimo), non c’è molto da indovinare su quale fosse la sua professione.
Il vero e solo problema restava l’incompetenza dei medici e l’empirismo della loro scienza. La storia della scienza medica in Europa dalla fine dell’età classica agli inizi di quella contemporanea, è infatti la storia di un paradigma teorico fondamentalmente sbagliato basato sul rispetto di un modello teorico più filosofico che sperimentale. E fu così che in quella ottusità preconcettuale i medici del tempo non riuscirono mai a mettere in relazione cause ed effetti nel modo giusto. Le comuni malattie, qualunque esse fossero, venivano in genere spiegate con la caduta di catarri alle gambe, mentre, nel caso della peste, i medici si limitavano unicamente ad abbinare i miasmi della putredine che si sviluppavano nel periodo estivo con l’insorgere di contagi. Non li sfiorava il sospetto che la sporcizia faceva proliferare il topo e la pulce di cui questo era portatore fosse il veicolo di propagazione dello Yersinia pestis, l’agente patogeno della peste di cui il ratto è portatore sano.
In questo desolante mix di credenze superstiziose e cervellottiche teorie empiriche che la gente continuava a morire ma la medicina prosperava comunque, consigliando salassi per purgare la mente, liberare viscere e stomaco, ammansire i sensi e migliorare l’udito, il porro come fecondativo per le donne e, se passato sotto le narici, come emostatico. Oppure suggerendo il pepe contro la tosse e la febbre e raccomandando di non bere troppo vino, di non usare troppe fave e di astenersi da una eccessiva pratica sessuale poiché erano tutte cose che avrebbero recato danno alla vista, mentre ghiandole e tumori avrebbero dovuto andarsene tranquillamente con un belll’impiastro di fichi freschi.
Le cure e le medicine non si ispiravano sempre al dettato latino del primus, non nuocere/, perché tra cataplasmi, clisteri e salassi, assai spesso il paziente finiva col lasciarci la pelle nel modo meno decorosopossibile, tra scomposte febbri intestinali e rigurgiti catarrali.
Tra i pochi rimedi veramente efficaci c’erano i cocci dei testi che, scaldati ed avvolti in panni, venivano posti sul corpo per lenire i dolori reumatici, far maturare i catarri e chiudere polmoniti le quali utlime, con peste, apoplessie e morbi violenti costituivano la maggior causa dei decessi. Al tempo i catarri erano cosa tanto comune e diffusa da rappresentare una tragica quiotidianità, tanto invernale quanto estiva.
Sarà stato forse per l’assenza di cure efficaci che la massadella popolazione rurale non era proclive a farsi curare dai medici. Sta comunque il fatto che evitando il medico la povera gente si metteva al riparo da pratiche che assai spesso aumentavano più del doppio la possibilità di un epilogo fatale. Non è una illazione, ma la ragione che faceva candidamente scrivere al dr. Durazzini, ispettore sanitario mediceo inviato a Figline nel 1622, che “più ne muore di quelli che hanno il modo di governarsi che dei poveri”.
Nonostante ciò, nella città tra i due fiumi la farmacopea trionfava. A metà seicento, in Pontremoli, due erano i fisici che esercitavano e almeno sei gli spezialiche si occupavano della vendita di medicamenti, dolcificanti, aromi, cera, erbe officinali e cosmetici: Gio. Leonardo Falaschi, PietroFrancesco Falaschi, Nicolò Zambeccari, Gaspare Valenti, Fabio Rochi, Gaspare M. Signorini, a cui si aggiunsero prima della fine del secolo, i Bedodi in società con i Falaschi.
Vi erano anche i medici pubblici. Erano tre, due dottori ed un chirurgo, pagati annualmente a pubbliche spese, ma non sappiamo se la loro professione fosse gratuita per la collettività meno abbiente o se si limitasse alla sorveglianza della salute pubblica, consigliando le strategie da adottare.
Ad onta del lavoro che svolgevano e dei buoni consigli che sapevano dispensare, la genre però continuava ad ammalarsi e morire, tanto a causa di inadeguate cure quanto per le infime condizioni di vita e l’alto livello di sporcizia; e quando la peste scoppiava improvvisa e virulenta, non s’arrestava se non dopo aver ridotto la popolazione di quel 25/40% che le statistiche pongono come media di mortalità. Chi poteva, di chiamare il medico non ci pensava nemmeno, preferendo fuggire con sicure vettovaglie e denari sufficienti.
A fine ‘600 i frati dell’Annunziata si prendevano cura dei loro malanni affidandosi ai medicamenti galenici della rinomata spezieria Falaschi & Bedodi, presso la quale avevano un conto aperto che regolavano periodicamente.
Emollienti contro i catarri, antidispepsici e antistiptici, polvere di piombo e minio, cerotti ( che eerano cataplasmi in cera a base d’erbe), diuretici, beveroni di incomprensibile utilità scientifica, unguenti e, soprattutti, erbe officinali con proprietà analgesiche e anti infiammatorie si ripropongono con frequenza tra le paginedi un libro di conti che è un vero ricettario di farmacopea, sintesi del sapere medico del tempo. Vi è un largo uso di cascia di canna, malva, camomilla, altea, luppolo, rabarbaro, viole, capelvenere, acqua angelica, scorpioni del Mattioli (che erano fiori), polòvere d’oro e, qualche raro caso, anche urina di bimbo, unghia della GRan Bestia, occhi di rana e teschio umano finemente polverizzato.
Ma tutto ciò serviva veramente? Il freddo scetticismo di Latanzio Magiotti, medico montevarchino del ‘600 che dichiarava l’inutilità della medicina, è la miglior risposta. Al Granduca Ferdinando I che gli domandava con quale coscienza egli pigliasse denaro dai propri pazienti pur sapendo di non poterli guarire, egli rispondeva che accettava quel denaro non come medico ma solo in qualità di guardiano della loro salute, desideroso di vigilare perché non fosse arrivato qualche giovane medico che credendo in tutto ciò che trovava scritto nei libri non glieli avesse ammazzati prima del tempo.
Se è vero, come è vero, che ne uccide più la gola che la spada, era ancor più vero che sovente ne uccideva più il rimedio della malattia. Ma per chi voleva curarsi ugualmente era sufficiente crederci.
Almeno moriva contento.
Edoardo M. Filipponi, Il Corriere Apuano