
Ricordare, rapidamente, nel Centenario dell’Unità d’Italia, le vicende politiche della propria terra dal Congresso di Vienna all’annessione al Regno Sardo, è, crediamo, operare alla difesa e al consolidamento della libertà e della democrazia, che sono gli ideali a cui si ispirarono gli uomini di pensiero e d’azione del nostro Risorgimento nazionale.
Il frazionamento politico riservato alla Lunigiana, la quale può identificarsi con i confini del bacino della Magra-Vara e del littorale ligure che va da Deiva a Porta Beltrama, a sud di Montignoso, rispecchia la volontà dei Plenipotenziari di Vienna di corrispondere alle ambizioni dell’Austria e soddisfare alle esigenze di duchi e arciduchesse austriache senza tener alcun conto della geografia storica della Lunigiana.
Per meglio valutare l’assurdità restauratrice del Congresso di Vienna del giova richiamare l’assetto politico dato agli Stati e Statarelli che confinavano con la Lunigiana.
Il Ducato di Parma, Piacenza e Guastalla, già appartenente ai Borbone, fu assegnato a titolo vitalizio a Maria Luigia di Austria (1815-1847), seconda moglie di Napoleone. Alla sua morte il Ducato di Parma sarebbe ritornato in possesso dei Borbone che con Maria Luisa, del ramo di Parma (ISI 5-1824), erano passati temporaneamente al Ducato di Lucca.
Il Ducato di Modena e di Reggio fu restituito a Francesco IV d’Este-Lorena (IS14-lS46), cui era previsto toccasse, alla morte della madre Maria Beatrice Cybo d’Austria-Este (1829) anche il Ducato di Massa e Carrara.
Il Granducato di Toscana fu restituito a Ferdinando III di Lorena (1814-1824), al quale era previsto toccasse in futuro il territorio dell’ex Repubblica di Lucca.
Di fronte dunque all’assolutismo illuminato del Settecento ed alla stessa rivoluzione napoleonica, che era stata già essa una reazione, ma che pure aveva portato nuove forze, nuovi ceti sul campo dell’azione pubblica, il Congresso di Vienna segna un regresso, una reazione antistorica disconoscendo le aspirazioni nazionali dei popoli ed aprendo per l’Europa un mezzo secolo di agitazioni, dirette a sostituire al principio di legittimità un nuovo ordine internazionale, fondato sulla volontà dei popoli.
Mirando il nostro rapido excursus alla Lunigiana, ed in particolare, all’alta Lunigiana, va ricordato che il Congresso di Vienna, deciso a non restituire i feudi imperiali della Lunigiana ai Malaspina, li destinò a Maria Beatrice, madre di Francesco IV di Modena, ed erede del Ducato di Massa e Carrara, la quale ne fece subito cessione al figlio. Si formò in tal modo la Lunigiana Estense, che comprendeva, oltre al Ducato di Massa e Carrara, Fosdinovo, Licciana, Mulazzo, Podenzana, Rocchetta (Val di Vara), Tresana, Treschietto e Villafranca.
L’art. 98 del Trattato di Vienna, però, riconosceva l’eccessivo frazionamento politico della Lunigiana ed autorizzava i sovrani restaurati nei loro possessi di Lunigiana ad effettuare, mediante trattative diplomatiche, «cambi ed altre transazioni con S.A.I. il Granduca di Toscana, secondo la reciproca convenienza », per dare un assetto migliore ad una regione invero piccola, ma geograficamente ben determinata.
Fu così concluso il 28 novembre 1844 un trattato segreto a Firenze tra il Granduca di Toscana e i Duchi di Modena e di Lucca per giungere ad una più omogenea sistemazione dei loro Stati.
Fu dunque deciso, in quel segreto consesso, che alla morte di Maria Luigia d’Austria, seconda moglie di Napoleone, e tornando Carlo Ludovico, erede di Maria Luisa di Borbone, in possesso degli Stati parmensi sarebbero avvenuti tra i detti sovrani i seguenti scambi di territorio: il futuro duca di Parma avrebbe ceduto al duca di Modena, Guastalla e le terre parmigiane sulla destra dell’Enza, ricevendo in compenso dal Granduca di Toscana i territori lunigianesi di Zeri, Pontremoli, Filattiera, Bagnone, Groppoli, Lusuolo, Terrarossa, Riccò, Albiano e Calice.
A sua volta il Granduca sarebbe venuto in possesso dei Vicariati di Barga e Pietrasanta, che il Duca di Modena si obbligava a retrocedergli. In fine, poi, per completare questo complicato lavorio di assestamento, il Duca di Parma avrebbe trasferito il dominio dei territori avuti dal Granduca: Terrarossa, Riccò, Albiano e Calice, al Duca di Modena, ricevendo da questo, in loro vece, i territori di Treschietto, Villafranca, Castevoli e Mulazzo. Si è venuta così a delineare nei segreti della diplomazia, quella che sarà, con Decreto 14 dicembre 1849, la Provincia di Pontremoli o Provincia della Lunigiana Parmense, formata dai Comuni di Pontremoli, che era il capoluogo, Zeri, Mulazzo, Villafranca, Bagnone c Filattiera.
La circoscrizione della Lunigiana parmense aveva migliorato l’assetto territoriale della Lunigiana rispetto alle vecchie divisioni feudali e politiche, restando divisa tra il Ducato di Parma, nella parte settentrionale; il Ducato di Modena, nella parte media e meridionale; e gli Stati Sardi, che nella Lunigiana genovese, erano in possesso di Sarzana, sentinella avanzata tra i territori degli Stati estensi.
Gli avvenimenti del ’59 favorirono le aspirazioni della Lunigiana parmense o ex distretto granducale di Pontremoli, che non seppe rassegnarsi facilmente come del resto Fivizzano, ceduto a Modena, al distacco dalla Toscana per il famoso trattato del 1844 e che dopo il decennio di dominazione borbonica, per effetto della reazione, si orientò verso il Piemonte, a essi il lavoro aveva impresso tanta forza di attrazione.
Le cose precipitavano: il 27 aprile il granduca Leopoldo II, abbandona Firenze; il 28 Massa e Carrara insorgono. Da Genova e da Sarzana accorsero, in sostegno della rivoluzione, guardie nazionali e carabinieri piemontesi e il generale Ignazio Ribotti vi radunò una buona schiera di volontari, che doveva difendere il paese dalle minacce del Duca di Modena.
Ma Francesco V, sapendo la rivoluzione sostenuta dal Piemonte, non osò tentare di ridurre all’obbedienza le due città; protestò invece contro il re di Sardegna perché permetteva che territori venissero sollevati in suo nome mentre, tra le due corti, andavano i buoni rapporti. Vittorio Emanuele rispose che il ducato di Modena parteggiava per l’Austria e perciò doveva considerarsi in stato di guerra con il Regno di Sardegna. Il 15 maggio le truppe sarde occupavano Massa e Carrara e una settimana dopo invasero anche la Lunigiana e la Garfagnana.
Dopo la battaglia di Magenta, il Duca passò a Mantova, lasciando in Modena una reggenza che durò due giorni soli. Il 13 giugno la città insorse e il Municipio formò un governo provvisorio, proclamando la unione al regno di Sardegna.
Anche a Parma l’inizio della guerra tra Sardegna e Austria fu causa di agitazioni fra i liberali. La duchessa, per misura di prudenza il 10 maggio fuggì pure a Mantova e il Comitato Nazionale nominò una giunta provvisoria, che prese le redini del governo in nome di Vittorio Emanuele.
Il 3 maggio la Duchessa fece ritorno in Parma con le armi del colonnello Cesare da Vico, ma il 10 luglio lasciò definitivamente Parma e il conte Pallieri assunse in nome del re di Sardegna i poteri.
Dopo la pace di Villafranca, la Provincia di Pontremoli partecipò al plebiscito delle Province parmensi, del 14 agosto, per rinnovare il voto di annessione al Piemonte. Necessità politiche di tener salda e ben governata l’Italia centrale indussero ad eleggere Farini, Governatore dell’Emilia, la quale con Decreto del 28 dicembre fu divisa in nove province. Fu questo decreto a dar vita alla Provincia di Massa, che venne formata con i territori dei Ducati di Parma e di Modena situati nel versante mediterraneo dell’Appennino. In tal modo, la Lunigiana parmense, ridotta a Circondario venne a far parte di questa nuova aggregazione amministrativa.
Il 12, il giorno stesso in cui Vittorio Emanuele II firmava con Napoleone III il trattato segreto di cessione di Nizza e della Savoia alla Francia, terminava la votazione plebiscitaria nell’Emilia e nella Toscana per l’annessione al Regno di Sardegna.
Luigi Armando Antiga, Le vicende politiche della Lunigiana dal congresso di Vienna alla annessione al Regno Sardo, Estratto da Torre Civica, Anno 11, n. 4, del 25 marzo 1961.