IL “GROPPUS DE TABERNULA” SULLA VIA DI MONTEBARDONE E L’ORATORIO DI SAN LAZZARO DI PONTREMOLI

Manfredo Giuliani, da molti lustri promotore di studi e di ricerche nell’Appennino ligure-tosco-emiliano. aggiunge un elemento alla collana di miniature via via lui pubblicate. Anche il presente lavoro costituisce una indagine rigorosa di un fatto storico che si ricostruisce sull’esame di un monumento e di un ambiente, ed è pertanto sintesi di vita di tal mondo culturale “minore” o obliterato che ben risponde al nostro programma di incontri.

Sulla strada della Cisa, nel tratto compreso tra Pontremoli e il sobborgo della SS. Annunziata, dose essa gira, con una forte curva, intorno a un costone roccioso e boscoso di monte che scoscende nel greto della Magra. sorge una piccola chiesa, detta di S. Lazzaro, che dà il nome a un gruppo di case che le stanno a fronte, dal lato opposto, allineate sulla ripa del fiume, e, cioè, a destra di chi scende dal valico.

E’ una nuda costruzione di arenaria, la quale, essendo quasi incastrata e nascosta nel fianco del monte imminente, passa quasi inosservata in quel punto di intenso traffico, anche perché la facciata, rivolta verso la strada, in seguito a un rimaneggiamento recente,  ha l’apparenza di essere moderna. Ma si tratta, invece, di una costruzione molto antica, importante non solo come esemplare architettonico superstite di secoli lontani, ma anche come vetusto ricordo di usi stradali, di situazioni itinerarie e topografiche, delle quali si è perduta, anche localmente, la memoria. Perché questa rozza chiesetta, già toccata e, anzi, minacciata dall’espandersi esigente d’una strada moderna di grande traffico, nel buio dei tempi, proprio per ragioni di assistenza e conforto ai viandanti, quando le vie montane non erano che faticose tracce, era sorta sopra un crocicchio di remote comunicazioni, vicino a un guado, in una località quasi deserta, tra rocce, boschi e acque.

La denominazione di S. Lazzaro che, in certo modo, ha finito per nascondere l’origine della chiesa, ha una derivazione più popolare che canonica, ricordo dei tempi meno remoti, e di istituzioni di difesa sanitaria e di assistenza a malati, ben diverse da quelle di quando era dedicata a S. Martino, che fu appunto il santo dei devoti pellegrini dei tempi barbari, che si mettevano per i lunghi e ardui cammini dei monti. La denominazione di S. Lazzaro le fu trasmessa più tardi da un vicino leprosario, una domus Sancti Lazzari, che il Comune di Pontremoli, come tutti gli altri minacciati dallo stesso pericolo, aveva istituito o trasformato poco distante dalla vecchia chiesetta, per accogliervi e assistere i malati di lebbra, diffusa specialmente nei primi secoli dopo il mille, al tempo dei pellegrinaggi in Terra Santa, e come sistematica difesa contro l’estendersi del terribile morbo. La dizione di S. Lazzaro e l’effettivo servizio religioso che rendeva ai malati, fece dimenticare non solo l’antica intitolazione della chiesetta, ma cadere anche in disuso l’antica denominazione del luogo, che era nello stesso tempo una definizione.

Alcuni documenti concernenti un’ispezione della chiesetta e del vicino Lazzaretto, eseguita il 12 maggio 1584 da Mons. Angelo Peruzzi, Vescovo di Sarsina, visitatore apostolico della Diocesi di Luni, e la controversia giurisdizionale insorta tra il Vescovo di Luni-Sarzana e il Comune di Pontremoli, conservano la prova che tra la chiesetta e la domus S. Lazzari non vi era mai stata, per lo meno da tempo immemorabile, attinenza alcuna, essendo quest’ultima riconosciuta come istituzione laica e comunale, simplex domus privata, mentre la prima era allora una dipendenza della pieve di Urceola Saliceto, con beni propri, governati e amministrati da quell’arciprete (1).

II luogo, ora detto S. Lazzaro, era, in tempi più lontani, conosciuto come il « Groppo della Tavernella » , Groppus  tavernellae ovvero de tabernula. Il « Groppo nell’accezione dialettale (gropal), designa un grosso sperone roccioso e tondeggiante, come appunto quello sul quale si erano abbarbicate la strada primitiva e la chiesa, mentre la tavernella, nel significato originario, manteneva il ricordo di quelle capanne, o mansioni o ricoveri, disposti sugli antichi itinerari, nei luoghi montani e solitari, specie presso i guadi dei fiumi. Ed è dunque una denominazione che ha conservato una importante indicazione di topografia antica.

La via che attraversava il groppo dove sorsero la Tabernula e la chiesetta era, in origine, una delle prime tracce sulle quali si svolse poi la romea di Monte Bardone. La costa del monte era ostacolo all’agevolazione e all’ingrandimento della via: essa fu, nel tempo, ridotta, a varie riprese, con opere di taglio e di spianamento dello scoglio. Questa opera di trasformazione delle condizioni del suolo fu più energicamente intrapresa specialmente sulla fine del secolo XV, dopo la fondazione della chiesa e del convento della SS. Annunziata e il sorgere del borgo e la istituzione dei mercati e fiere (2).

Ma al groppo della Tavernella non faceva capo solamente la predetta via: le sue rocce formavano un capo del guado della Magra, il cui greto gli si apriva davanti, ampio, sassoso e vetricioso: l’altro capo, sulla destra riva del fiume, poco lontano dalla confluenza del torr. Gordana, mantiene tuttora l’antica denominazione di Groppo Montone (dial. Gropaldmuntùn – groppo del montone), nel significato di montata o salita, riferito alla strada che doveva arrampicarsi sulla ripida costa. A questo capo di destra si collegavano due comunicazioni importanti:  la via di Invico (3) Dozzano, Zeri, Vara, c l’altra del Borgallo, sulla destra del Verde nel vignolese, Saliceto. Castevoli e  oltre, verso le marine lunensi.

La nozione di questo guado ci riporta dunque a tempi anteriori alla esistenza del ponte di Saliceto, e ci spiega perché l’importante nodo stradale dell’alta Val di Magra si fosse fissato, in età evidentemente remota, al groppo della tabernula, di dove la strada continuava poi, sulla sinistra della Magra, per Surano, Luni e Lucca. L’esservi sorta la tavernella e una chiesetta è prova che ciò avvenne quando il luogo era ancora solitario e malagevole e tale da richiedere l’assistenza materiale e spirituale dei pellegrini.

A non molta distanza dal groppo, un paio di chilometri circa in linea d’aria, nell’altro lato della Magra, sorgeva, con lo stesso ufficio, sulla riva destra del torrente Gordana, un’altra chiesetta con ospizio intitolato a S. Cristoforo, in un tratto di quello stesso arcaico sistema viario, che congiungeva Invico con Urceola (4).

La costruzione di un ponte, (a qualche centinaio di metri più a mezzogiorno, in un punto dove la valle si restringe, tra due monti. in una gola di erosione dove scorre la Magra), avvenuta presumibilmente nel primo secolo dopo il mille, produsse una profonda trasformazione negli assetti popolari di questi territori (5).

Il nodo stradale si spostò dal guado al ponte, e ad esso si vennero a coordinare le comunicazioni tra Ie due rive: il ponte prese il nome dal vicino castrum della curia di Saliceto, sulla destra del fiume, nelle pertinenze della pieve dei SS. Ippolito e Cassiano; questa, a sua volta, perdette l’antica denominazione di Urceola e finì per rimanere indicata con lo stesso nome del nuovo centro del suo territorio: e poiché la via romea di sinistra, al di sotto della gola, in un luogo detto “ la Lama » o  “  le Lame », era obbligata dalla natura del suolo a scendere quasi sul greto del fiume, dove spesso era invasa e distrutta dalle piene,  trovò al ponte una comoda alternativa con la più stabile via della destra (6). ln tal modo qui si venne a formare un nuovo e vitale nodo stradale, e il territorio vicino al capo di sinistra del ponte si andò lentamente trasformando, con opere di sboscamento e di cultura, sino a che, nella seconda metà del secolo XV, sorse la chiesa della SS. Annunziata con l’annesso Convento degli Agostiniani riformati di Lombardia, e, quindi, in seguito alla crescente importanza del traffico della via Francesca o Romea, si formò il borgo omonimo, dove furono istituiti mercati e fiere franche, dando luogo a un piccolo centro economico, di tipo ormai moderno, rispetto all’antico assistenziale della Tavernella, nel complesso degli ordinamenti della Comunità di Pontremoli attinenti al servizio della via della Cisa e alle comunicazioni locali (7).

Non è questo un episodio infrequente di trasformazione topografica e stradale : esso merita comunque attenzione perché, diversamente dai tanti che restano oscuri nella lontananza dei tempi, può essere seguito e illustrato nei suoi aspetti più caratteristici e, per il presente argomento, indicativi.

Infatti se l’antica e ormai arcaica stazione del Groppo dovette necessariamente perdere la sua importanza, tanto da non rimanerne nemmeno una vaga memoria tradizionale, non è invece arbitrario supporre che le connesse istituzioni di assistenza sopravvissero e, col tempo, venissero adattate a nuovi usi. Non è in contrasto con la ricordata rivendicazione del Comune di Pontremoli la supposizione che le fondazioni della tavernella e della chiesetta fossero originariamente dovute alla generosità di un pio e potente benefattore, come sembrano, del resto, suggerire altri indizi, poiché entrambe possedevano i loro beni nel territorio stesso del monte sui cui fianchi erano sorte (8).

Anche se è presumibile che la spinta alla trasformazione sia potuta venire da una di quelle tante fondazioni monastiche di assistenza ai pellegrini, che si affollarono nel territorio dell’alta Val di Magra, prima della formazione comunale e del borgo o terra murata, è naturale che poi, nel volgere dei secoli, e, anzi, nell’evolversi delle età, con la comparsa trasformatrice e innovatrice del Comune, l’istituto della taberna, o ospizio o ospedaletto, sia stato assorbito in altri sistemi di assistenza nell’ambito del Comune, e le rendite dell’istituzione, aumentate certamente da nuove donazioni, destinate alla difesa contro la lebbra e alla assistenza dei miseri colpiti dal male, come, più tardi, verso la fine del sec. XVI, cessato quel pericolo, Ie stesse rendite furono convertite in altri usi pii. La stessa vicenda toccò evidentemente alla chiesetta di S. Martino costruita per l’assistenza religiosa ai viandanti, e, quindi. diventata l’oratorio dei malati della vicina « casa di S. Lazzaro » , dalla quale fini per trarne popolarmente il nome, e destinata, più tardi ancora, a seppellirvi i cadaveri dei giustiziati (9).

Questa chiesetta, del resto, sebbene a lungo trascurata dagli studiosi, ci offre molti dati per rifarne la storia, non solo per quanto riguarda le sue vicende edilizie e le caratteristiche architettoniche, ma anche per gli elementi stilistici che consentono di tentare la datazione. La citata relazione della ispezione del Peruzzi con la sua indiretta e minuta descrizione ci permette di rivederla quale si era conservata sino al 1584, quando mancava ancora la primitiva nuda semplicità di linee nelle pareti interne ed esterne, costruite con pietre a faccia vista, cavate dalle rocce del monte e dai macigni del sottostante fiume. Alla fine del ‘500 la nudità di quella arcaica costruzione romanica, destinata ad un luogo solitario e montano e raggiunta allora da una strada più comoda e frequentata e ormai inclusa nel territorio burgense, parve troppo rude e vetusta al colto prelato, il quale credette opportuno ordinare quei restauri che tolsero all’edifizio, sino ai nostri giorni, i primitivi caratteri stilistici.

Egli ordinò che, nell’interno, le pareti di pietra lavorata fossero intonacate e imbiancate (« oratorium ipsum  bona calce stabiliri seu crustari et deinde dealbari”) che la parte soprastante all’altare dovesse essere dipinta ( “pingi debere »), e che la capriata dovesse venire rinnovata e ornata (“ travata  renovari et ornari »). Ordinò inoltre che fossero chiuse con muratura ( « muro claudi » ) le due finestrelle dell’abside, ai fianchi dell’altare, e la porta laterale verso settentrione, e che avessero i vetri (“ vetrari » ) le finestre. Nello stesso documento è ricordato essere l’oratorio ( « oratorium seu simplicem Ecclesiam » ) unito alla pieve di Saliceto (“unitum Plebi et Ecclesiae S.S. Hippoliti et Cassiani de Saliceto”), e che aveva “ in bonis nisi quendam montem ipsi propinquum saxorum et valde sterilem, ex equo non percepitur nisi scutum unum cum dimidio”.

Le opere ordinate dal Vescovo di Sarsina nascosero e, fortunatamente, non distrussero le forme originarie della chiesetta di S. Martino, alla quale, in tempi a noi vicini, toccò una mutilazione ben più grave e irrimediabile. Ciò avvenne nel 1878, in occasione di uno di quei tanti allargamenti della strada che, a varie riprese, come si è detto, avevano richiesti tagli del poggio e spianamenti della roccia, mediante i quali la primitiva via naturale divenne, nei tempi moderni, una vera « via strata ». L oratorio sporgeva sulla curva della strada e, poiché il lato opposto, sulla riva, era occupato e sbarrato da una linea di case, per togliere l’inconveniente della pericolosa strozzatura, in mancanza di altro spazio, fu necessario scorciare di un metro la chiesetta. La facciata, con lodevole diligenza, fu accuratamente smontata c ricostruita con lo stesso disegno e, in quanto era fattibile, con gli stessi materiali, in gran parte corrosi e sfaldati per la vetustà e, perciò, rifatti, assai fedelmente, da esperti scalpellini locali (10).

Ma alla vecchia chiesetta è toccata, finalmente, la fortuna di un recente restauro, sia pure sommario, che ha liberato dagli intonaci le parti ancora intatte, ripristinandone in parte l’antico aspetto. Ed è, così, possibile abbozzare le ricostruzione di questo antico oratorio che da uno scoglio di monte, battuto dalle acque del fiume, con Ie rudi linee della sua caratteristica architettura, richiama una pittoresca visione di tempi tanto lontani, e di uno stato di cose tanto diverso da quello attuale.

La chiesetta, dunque, è di forma basilicale, a una nave sola, con abside semicircolare, liturgicamente orientata, di quel tipo dl costruzione romanico prelombardo che si ritrova non infrequentemente nella Val di Magra, come nelle semplici pievi più antiche e in altre chiesette attinenti ai tracciati delle antiche comunicazioni, generalmente tagliate poi fuori dai nuovi indirizzi della viabilità, rimaste abbandonate, o ridotte a solitari cimiteri di piccoli villaggi. I particolari architettonici della chiesetta di S. Martino ricordano gli clementi stilistici della non lontana chiesa di S. Giorgio di Filattiera, come si vedrà esaminandone i particolari ( 11l).

Era molto piccola anche non tenendo conto del ricordato accorciamento di un metro. Le mura esterne laterali, prive di elementi ornamentali, sono rivestite di piccoli conci di arenaria locale, accuratamente squadrati, spianati e ben connessi, come è ancora evidente malgrado l’azione erosiva del tempo, disposti in corsi regolari. Queste pareti non avevano finestre. ln quella volta a tramontana era stata costruita una piccola porta, con semplice vano rettangolare dalla parte esterna, mentre all’interno l’apertura più grande era formata da un sottile architrave di pietra leggermente curvo, con sovrapposto arco di scarico costruito con pietre di varia sagoma e disposte a raggio con intenzioni decorative, come le altre sottostanti, allineate a formare gli stipiti. Questa porta per il suo orientamento non pare potesse avere ragioni liturgiche, come p. es. , aveva quella di S. Giorgio di Filattiera. aperta sul lato meridionale, cioè dalla “pars virorum» : probabilmente servì in origine a qualche uso del quale venne poi a mancare la ragione, per cui il visitatore apostolico ne ordinò la chiusura. Le pareti terminavano in alto con modeste cornici rettangolari composte con listelli di pietra, sotto la breve gronda del tetto, coperto con quelle caratteristiche lastre di arenaria scura lavagnosa ( dial. piagne » ) rimaste per tale uso localmente  tradizionali sino al nostri giorni.

Meno facile è l’esame degli elementi della facciata, sebbene, come si è detto, sia stata rifatta con il lodevole intento di darne una fedele ricostruzione. lo stesso zelo degli scalpellini ha finito per nuocere alla buona intenzione: nel rifare i pezzi disgregati o logorati dalle intemperie, per sfoggio di maestria, finirono col travisarne i caratteri pensando di « correggere » le supposte irregolarità e le rozzezze. La facciata non solo fu abbassata per accomodarla al livello della strada, ma probabilmente rialzata al disopra del tetto, forse per considerazioni di estetica accademica. E’ presumibile che l’antica chiesetta, dato il carattere di piccolo oratorio, fosse coperta dal tetto a capanna fino sulla facciata, allo stesso modo appunto della ricordata chiesa di S. Giorgio di Filattiera. Può essere che il primitivo timpano fosse fregiato da una cornice con archetti pensili rampanti continui del tipo di quelli attuali, interamente rifatti, che ora si vedono, ma è evidente che le modanature e le mensoline degli archetti hanno una impostazione e una regolarità e convenzionalità di fattura di gusto moderno.

Anche la porta centrale , per quanto evidentemente rifatta a imitazione del tipo di porta romanica ad arco tondo, quali, per es. erano le due porte di S. Giorgio, tuttavia, per ridurre i cunei dell’arco entro due curve concentriche, è stata recata ad una regolarità che non era nel carattere del modello.

I pezzi superstiti del materiale della vecchia costruzione sono: la maggior parte della bifora centrale e Ie lastre traforate degli occhi o finestrelle tonde che si vedono allineate al di sopra della metà della attuale facciata. Ma non è ormai più possibile accertare se questa sia stata la loro orientata collocazione, o se essa si debba all’ultimo rifacimento, ovvero a cambiamenti più antichi apportati alla prima facciata. Ipotesi questa assai probabile poiché è presumibile che anche in questa, come appunto nella facciata di S. Giorgio, non vi fossero originariamente aperture.

Di quanto è ora rimasto si può sicuramente riconoscere che le parti più antiche della bifora siano la cornice dell’arco; il timpano monolite, rientrante, con una figura, di bassissimo rilievo, di alberetto o giglio, o di palmizio sulla imposta degli archetti scorniciati con tre listelli concentrici; gli stipiti laterali scolpiti sul fianco di quattro antiche bozze di macigno riconoscibili a occhio. La colonnina è rifatta.

Degli “ occhi » sono pure rifatte, in due larghi rettangoli d’arenaria, Ie aperture circolari esterno a strombo, con lo stesso tipo di scorniciatura degli archetti della bifora. Sono invece antiche e intatte le due lastre quadrate e di poco spessore, traforate, come si è detto, che vi stanno appoggiate e fermate dalla parte interna. Questi due pezzi sono di interesse notevole, esemplari di buona tecnica, dei ben noti intagli su lastre, a rilievo piatto, di quelle tipiche intrecciature che caratterizzano la scultura ornamentale riferibile ai secc. VII – IX. Lc due lastre rappresentano l’una una croce e l’altra un fiore di quattro foglie, ambedue intrecciati a un cerchio. Le cornici che fanno da capitelli ai pilastrini con rilievi che rappresentano archetti intrecciati, punte di foglie o foglie tonde, come i fregi del capitello della colonnina, a quanto si può indovinare dal rifacimento, e il ramo a giglio della imposta degli archetti, potrebbero raggrupparsi con i fregi delle lastre se la struttura della finestra con modanature a strombo, e la base della colonnina con gli spigoli del plinto coperti da foglie (a quanto si indovina dalla riproduzione), non richiamassero clementi strutturali lombardi alquanto più tardi.

Erano queste tre aperture le finestre che dovevano essere invetriate secondo oli ordini del visitatore apostolico del sec. XVI, o le altre due grandi e rettangolari, che fiancheggiano la porta ? Ma queste due finestre, certo non antiche, prive di qualunque indicazione stilistica, quando furono aperte? I tanti interrogativi che si presentano nell’esaminare partitamente gli elementi di questo lato della chiesa rendono effettivamente incerto ogni tentativo di ricostruire l’aspetto primitivo.

La cosa è diversa per l’interno. La corta nave era coperta, come si è visto, dal tetto sorretto da travature a capriata, appoggiate sulle cornici delle pareti laterali. Le capriate sono state sostituite da una volta a botte in occasione, forse, del rimaneggiamento del secolo scorso.

L’abside, essa pure coperta da un tetto di lastre d’arenaria, è la parte meglio conservata. Il lato esterno è rivestito di bozze della solita pietra, ben squadrate e spianate e perfettamente connesse a cerchio: è liscia, salvo un corto zoccolo con la cima smussata e un piccolo cornicione in alto, composto di pietre accostate. Sulle curve laterali, benché l’abside sia quasi incastrata nel monte, si aprono, come nella ricordata chiesa di Filattiera, due lunghe finestrelle a feritoia, con l’apertura esterna a sguancio e rettangolare all’interno. Mentre gli architravi sono piatti e sagomati per seguire la curva della parete, nell’interno, a metà dell’apertura, i battenti molto stretti sono ottenuti con lastre di arenaria tagliate, nel pezzo superiore, ad arco tondo.

Nella concavità interna, l’abside è rivestita di grosse pietre ben lavorate, solidamente accostate e incastrate sino alla chiave della volta. Essa si appoggia a un arco frontale esso pure composto di grosse bozze rettangolari di macigno, come i due pilastri che lo sorreggono, i quali, insieme col gradino, dividono e isolano il presbiterio. E’ cosa notevole la cornice che corre non solo sulle pareti laterali ma anche sotto il giro della nicchia dell’abside, e anche sulla parete di fondo. E’ lavoro molto rozzo, in forma di un fascio inclinato dal basso all’alto, alto cm. 20, formato di cinque grossi cordoni allineati, goffamente scolpiti in altorilievo su grossi rettangoli di arenaria, fatti combaciare per unirli in una cimasa sporgente che faceva da gola alle pareti, da capitelli ai pilastri negli spigoli d’angolo e da mensola alla volta dell’abside.

Se si tiene conto della sopraelevazione della facciata, dell’abbassamento dell’impiantito originario e dello scorciamento della nave, si possono ristabilire così Ie primitive misure della chiesa: lunghezza della nave m. 4,10; del piano dell’abside m. 2,10; larghezza della nave m. 3,63; altezza delle pareti compresa la cornice m. 2,85.

Era dunque una chiesetta molto piccola anche rispetto alle già ricordate chiesette od oratori, o abbandonati, o trasformati in cappelle; non dunque destinata a una scarsa popolazione sia pure di poche anime, ma a frequentatori rari e di passaggio: si può supporre che sorgesse come un titulus o memoria, di invocazione religiosa, come ancora ne rimangono nelle « crocette » delle vie dei monti, poco più di un tabernacolo destinato a proteggere una taberna o rifugio.

Se l’accostamento dei caratteri stilistici di questa chiesetta con quelli dell’oratorio di S. Giorgio di Filattiera è plausibile, sia pure tenendo conto del carattere più rozzo lasciato a questa piccola costruzione sorta in un luogo solitario e di malagevole passo, se ne potrebbero trarre conclusioni importanti sia per la datazione di essa, sia per Ie ragioni della sua fondazione.

ln una mia vecchia nota di topografia antica e medievale del pontremolese, avevo già presentata l’ipotesi che questa chiesetta potesse riconoscersi per l’« auleolam » di S. Martino, fondata sulla longobarda via di Montebardone da un pio personaggio, forse longobardo, che aveva instituito l’ospedaletto di S. Benedetto di Montelungo, oltre che la chiesa di S. Giorgio di Filattiera, dove ebbe poi il sepolcro. In una iscrizione mutila, incisa sul marmo che ne ricopriva la salma, si dice, tra l’altro e per quello che ci interessa, che egli era stato prodigo di assistenza ai pellegrini bisognosi (“suum  peregrinis donans egentibus esum »), che aveva fatto erigere un’« auleolam » dedicata a Cristo e a S. Martino (« auleolam construxit Martini proesole XPO »), e che era morto nel 752, nel quarto anno di regno del re Astolfo.

Le lacune di alcuni passi dell’epitaffio, dovute a rotture e consunzioni del marmo, ci hanno fatto mancare il nome del pio e benefico personaggio: Ubaldo Mazzini, nel suo ben noto studio sulla citata lapide di Filattiera, ha creduto di poter riconoscere in questo benefattore e fondatore di ospedali c di oratori, rimasto innominato, il vescovo Leodegar, che resse la diocesi di Luni appunto intorno alla metà del sec. VIII, e che si sarebbe ritirato a Filattiera, intorno al 742. come in luogo allora più sicuro di Luni, sede esposta, in quel tempo, alle incursioni dei Saraceni (12).

E’ difficile certo raggiungere la verità storica, che è rigorosa individuazione di fatti, con le ipotesi, che sono nessi di astrazioni, ma nel caso esaminato, esse sembrano accordarsi con tanta aderenza ai dati documentari, da assumerne quasi lo stesso valore di convalidazione.

Comunque, anche se si dovesse giungere ad escludere dalle vicende narrate, l’opera dell’ignoto personaggio sepolto a Filattiera, il Groppus de tabernula e l’antico oratorio di S. Martino, superstite sul suo roccioso fianco (1 3), restano di per se stessi validi e fecondi documenti, che rischiarano una caratteristica fase di trasformazione della viabilità e della topografia locale, che interessa non solo il territorio dell’alta Val di Magra, in particolare, ma anche, in generale, la storia più oscura di un gruppo delle comunicazioni appenniniche settentrionali.

MANFREDO GIULIANI, Il “Groppus de Tabernula” sulla via di Montebardone e l’oratorio di S. Lazzaro di Pontremoli,Quaderni Ligustici n. 63, 1955

  1. Sulla chiesa di S. Martino e Lazzaro cfr. un cenno in M. GIULIANI, Note di topografia antica e medioevale del pontremolese, nell’ Archivio Storico per Ie Provincie parmensi 6, N. S. vol. XXXV, p. 1 18-19 c n. l. – La Relazione della visita di Mons. Angelo Peruzzi alla chiesa di S. Lazzaro può vedersi nella Cancelleria Vescovile di Sarzana: Visita Apostolica di Mons. di Sarsina, parte Il, vol. III, c. 287 e segg. , 12 maggio 1584 (Plebis Salicetti).La sentenza di laicità della “domus S. Lazzari  » può leggersi nei libri di strumenti relativi a S. Lazzaro nell’Archivio Comunale antico di Pontremoli, vol. n. 1767, p. 63 segg. ; altre notizie possono pure leggersi in un fascicolo  Allegationes pro Hospitale Sancti Lazzari dell’avv. pontremolese CARLO REGHINI, che sostenne le ragioni del Comune innanzi al Vescovo di Luni Sarzana (ms. presso lo scrivente).
  2. G. TARGIONI TOZZETTI, Relaz. di alcuni viaggi     in diverse parti della Toscana, XI, p. 397, e passim.
  3. Così generalmente le carte geografiche e topografiche, dal dial. An Vich = nel vico » , con l’evidente senso di vicanato.
  4. Di questa antica chiesetta, che fu anche parrocchia, e dell’ospizio presso il guado del torr. Gordana poco rimane: notevole, su due piccole campane del 1303, la mistica iscrizione, di eco dantesca, la quale conserva il ricordo del primitivo ufficio della chiesetta di assistenza ai pellegrini, inoltrati per quella solitaria valle;  + Ne mentes ledant fantasmata cuncta recedant + Cfr. M. Giuliani,Le più antiche campane del pontremolese, in Giorn. St. della Lunigiana, X, 1919, pag. 69 segg.
  5. Cfr. GIOVANNI SFORZA, Storia di Pontremoli, Firenze, 1904, vol. II, p. 645, nella importante appendice sulla pieve di Saliceto. II ponte doveva probabilmente esistere sino dal secolo precedente. Sino al 1391 aveva ancora il piano di legname sostenuto da pile (morae) in muratura, come si rileva dagli Statuti del Comune, riformati, nell’anno predetto, da Gio. Galeazzo Visconti, i quali ordinavano che debeant assides esse grossae ad minus digitis tribus et latitudinis unius  brachii vel circa, e ponevano la manutenzione a carico degli homines curiae Saliceti e delle ville di Careola, San Cristoforo, Oppilo, popolazioni della destra della Magra (Lib. IV, cap. 26).
  6. Gli Statuti cit., in un cap. di regolamento stradale, ordinavano tra l’altro: et alia via quae est iuxta Lamam, cum sit periculosa, de cetero non utatur et claudetur (L. IV, cap. 41). Questo luogo si trova anche detto Lama de sancto Peregrino (SFORZA, op. cit. , II, p. 777), per la sua pericolosità, evidentemente, con spontanea dizione popolare, intitolata al nome del santo protettore dei viandanti. Tale tronco di strada nel sec. XVI fu portato più in alto sulla ripa e reso più sicuro. Il cronista pont. G. ROLANDO VlLLANI nei suoi Annales ricorda all’anno 1530: Via lamae subttus Annunciatam denue ab alluvie aquarum dernitur et de alieno terreno a Communi emitur pro ea reaptanda. All’anno 1568: Lama subtus Annunciatam moris refocillari (cfr. cc. 1 13 c 160). Si veda pure TARGIONI TOZZETTl, op. cit. , p. 320. – Il Branchi, Storia della Lunigiana Feudale, Il, p. 195, ricorda appunto che un tratto della via sulla destra della Magra aveva conservato il nome di via Francesca, e ne dava questo tracciato: Sarzana, Terrarossa (forse Groppofosco o la Chiesaccia), Lusuolo, Groppoli, Mulazzo, Pontremoli.
  7. Si veda l’importante Appendice dello SFORZA sulla Chiesa e il Convento della SS. Annunziata, (op. cit. , pag. 745 sgg.). Alla antica fiera di S. Lazzaro al Groppo era stata sostituita la fiera del 15 agosto nel nuovo borgo. Tanto questa fiera quanto l’altra della Pentecoste erano franche. TARGI0NI TOZZETTI, valendosi di sicure notizie avute dall’avvocato e dotto pontremolese NICC0L0′ MARIA BOLOGNA, mette in giusto rilievo l’importanza che acquistò la via della Cisa, nei pressi del ponte di Saliceto, alla fine del sec. XV, in seguito ai lavori di sbancamento e di spianamento eseguiti al difficile transito del Groppo della Tavernclla: la via, egli scrive, prosegue a sinistra verso la Toscana, e, a mano destra, verso i feudi dei Malaspina, che erano di là dalla Magra, e nella riviera di Levante e di Genova, ma particolarmente al porto della Spezia (o. c. , XI).
  8. Dei beni dell’oratorio si saprà più oltre: per quelli dell’ospedale di S. Lazzaro, che si trovava alla distanza di un tiro di pietra dalla chiesa, sotto la strada, dalla parte e sulla riva della Magra, cfr. il Libro dei beni di S. Lazzaro, ms. n. 1706, nell’Archivio Comunale antico. Tra questi beni vi è appunto una terra detta « AI Monte » sopra la strada, sul quale sorgeva anche l’oratorio e vi aveva anche il suo magro beneficio. Tra i fabbricati dell’ospedale compare anche il mulino e il frantoio, tuttora esistenti ma di ragione privata. Lo SFORZA, op. cit. , riporta un documento dal quale si apprende che anche la terra presso il ponte di Saliceto (terra cum ponte) apparteneva al Lazzaretto (II, 748). Almeno questo nucleo centrale dcl podere dell’ospedale sembra rilevare i caratteri di una donazione di provenienza feudale. L’oratorio aveva una entrata annua di uno scudo e mezzo: l’arciprete traeva dal beneficio di Saliceto una entrata di cento scudi. Altre terre, sulle estreme pendici dello stesso monte, più a N. , facevano parte dei beni del vicino Monastero di S. Pietro (Brugnato) e di una chiesa dedicata a S. Lorenzo, che ivi sorgeva c di cui si ignorano l’origine e la primitiva destinazione. Verso la fine del ‘500 la chiesa dipendeva dalla Confraternita di S. Lorenzo, stabilita in un oratorio attiguo alla chiesa di S. Cristina, in Pontremoli. Ceduta dai Cappuccini, che vi costruirono il loro primo Convento, circa un secolo dopo, fu demolita dalla predetta Confraternita per trarne materiali da ingrandire il fabbricato dell’Oratorio. (Cfr. PIETRO BOLOGNA, Artisti e cose d’arte e di storia pontremolesi, Firenze, 1898, pp. 36 c 67)..
  9. Sulla fine del sec. XVI il pericolo della lebbra era quasi scomparso: il Vescovo di Sarsina, nella visita fatta all ‘ospedale di R . Lazzaro, non trovò che quattro lebbrosi, tre uomini c una donna, molto male ricoverati e curati, a quanto egli fieramente lamentò. Quei malati furono evidentemente gli ultimi, se pure erano lebbrosi, perché sette anni dopo Io Spedale si trova destinato a ricoverare poveri da alimentare, e nel 1599 dodici annate delle sue rendite furono assegnate alla costruzione della chiesa di un nuovo convento, ora ospedale civile, eretto per i Carmelitani dal Cappello bianco della Congregazione di Mantova. A poco a poco i fabbricati del Lazzaretto e i beni connessi sono stati ridotti ad uso di abitazione civile e a proprietà privata. Cfr. , oltre i cit. registri dell’Archivio Comunale antico n. 1706, anche TARGIONI TOZZETTI, op. cit. , XI, 391.
  10. II progetto per l’allargamento e, in parte, apertura della nuova strada di Stato proponeva veramente la demolizione dell’antico edificio. Vi si oppose la popolazione, come si apprende dai registri della Parrocchia della SS. Annunziata, nella cui circoscrizione, dal principio del secolo, era venuto a trovarsi l’oratorio di S. Lazzaro. In una adunanza del 5 maggio IS78, il Consiglio dell’Opera Parrocchiale deliberò di fare le pratiche necessarie onde fosse mantenuto” ln una nota del Parroco è spiegato che, dovendosi scorciare di un metro la parte anteriore dell’Oratorio, furono presi accordi con gli ingegneri del G. C. e, tra l’altro, « fu convenuto che ricostruissero la bella facciata che presentemente (1878) esiste ».
  11. Per la chiesa di S. Giorgio di Filattiera si veda II. MAZZINI, L’epitaffio cli Leodegar, Vescovo di Luni nel sec. VIII, nel « Giornale Storico della Lunigiana A. X, p. 81 e seg. Va aggiunto, a proposito delle particolarità architettoniche di questa chiesa, che le lunghe finestrelle a feritoia dell’abside non sono simmetriche, sui due lati, come quelle di S. Lazzaro, ma avvicinate e spostate verso il lato meridionale.
  12. Cfr. Ie mie note di Topografia, ecc. cit. , e la cit. mem. di U. MAZZINI, L’epitaffio di Leodegar, cit. , p. 87 sgg. – L’identificazione dell’ignoto personaggio con il Vescovo Leodegar non parve plausibile a GIOVANNI MARI0TTI, che ritenne invece trattarsi di un Gastaldo o Missus Palatii dei re longobardi di Pavia. (Cfr. La Pieve di S, Maria di Fornovo, Parma, Ed. « La giovane Montagna 1931, pp. 5-6); anche UBALDO FORMENTINI giudica che si debba pensare a un gastaldo del re (cfr. U. F. BRUGNATO, nelle Mem. dell’Acc. Lun. di Scienze Giov. Cappellini » , XX, 1940, pag. 7). Nella stessa memoria il FORMENTINI  aderì alla mia proposta di riconoscere nell’oratorio di San Martino e Lazzaro l’aureola MARTINI  dell ‘epitaffio  di Filattiera (ivi, n. 6), conte pure nella monografia “ La Pieve di Codiponte e l’arte paleoromanica della Lunigiana, nella « Spezia » , Rassegna Municipale, 1951, n. 4-5, illustrò gli elementi architettonici paleoromanici che presenta l’oratorio di S. Lazzaro, ritenendo che la costruzione  – sono parole che mi permetto di togliere da una sua lettera –  serba alcuni caratteri dell’arte longobarda, come le transenne a nodi viminei cruciformi degli oculi della facciata : non vi possono essere dubbi al riguardo”. Dello stesso FORMEN TINI vedi pure: Sculture longobarde nella l.iguria Occidentale, nel Boll. Deputaz. St. Patria per la Liguria. Sez. Ingauna e Intemelia » , II, 2; e, circa l’Ospedale di S. Lazzaro, Il Monastero regio di S. Giovanni di Pontremoli, Quaderni della Giovane Montagna n. 53, p. 8, n. 26 e passim.
  13. Anche l’ampio libero varco sulla Magra, che si apre, con una pittoresca veduta di boschi, tra le case che, col tempo, si sono andate allineando sulla riva del fiume sugli ultimi scogli del monte, dalla parte della antica tabernula, opposta a quella della chiesetta di S. Martino e Lazzaro, continua tuttora a testimoniare l’antico pubblico diritto d’uso connesso a quel già importante guado.

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