LUIGI FUGACCIA (1894 – 1973)

A Londra, da genitori di Valdena, villaggio nella pendice del monte Borgallo, sulla parte destra del Taro, nacque don Luigi Fugaccia, nell’ultimo decennio del secolo scorso.

Come tante altre famiglie di quel versante appenninico, anche i coniugi Fugaccia emigrarono in Inghilterra perché le risorse del paese nativo erano assolutamente insufficienti per sfamare una popolazione che raccoglieva, in scarsa misura, castagne, segale, e i prodotti del sottobosco quando la stagione lo consentiva.

La pastorizia era addirittura inadeguata, riducendosi solo a qualche capo di bestiame per famiglia.

Non esistono ancora i maestri nei paesi di montagna e di campagna, ad eccezione di qualche parroco che provvedeva, volontariamente o per incarico del comune, ad impartire i primi elementi del leggere e dello scrivere ai ragazzi che vivevano in località disagiate e lontane dal capoluogo, le famiglie che potevano spendere un poco di denaro per l’istruzione dei figli, li avviavano al Seminario di Pontremoli, con la segreta speranza di farne un sacerdote che desse lustro e aiuto alla famiglia.

Luigi Fugaccia fu seminarista a Pontremoli, la cui diocesi comprendeva territorialmente, Valdena ed altre quattro parrocchie sulla destra del Gotra-Taro.

Il Seminario vescovile godeva, già a quei tempi, di grande prestigio per i valenti e dotti maestri che insegnavano ai seminaristi ed agli esterni che i Vescovi avevano ammesso alla frequenza nelle loro scuole.

In Italia, allora, anche per la fama che a lui veniva come poeta, esercitava una grande efficacia Giosuè Carducci, a cui nel 1905, successe nella cattedra di letteratura italiana a Bologna, il discepolo Giovanni Pascoli.

Gli studenti, anche quelli dei Seminari, si sentivano carducciani o pascoliani: declamavano con grande enfasi Piemonte o recitavano, sommessamente, la Cavallina storna.

Il giovane Fugaccia, animo mite e semplice, fu pascoliano, ma il Pascoli che andava nel suo ricordo fu quello che senti la vita pura dei campi, in una francescana amicizia per gli animali e per la semplice gente della sua terra.

Scoppiata la prima guerra mondiale, essendo nato nel 1894, con il fratello Tranquillo, che morì sul campo di battaglia, fu chiamato alle armi, fante tra i fanti, per quattro lunghi anni.

Alla fine del conflitto riprese gli studi teologici nel Seminario, donde uscì, a ventotto anni, ordinato sacerdote ed assegnato come parroco a Bratto, sotto il passo del Bratello, nel versante opposto alla sua Valdena.

A Bratto trovò la stessa situazione economica di Valdena: un po’ di pastorizia, la coltivazione delle patate, l’industria, se così si può chiamare, del carbone di faggio e l’emigrazione in Inghilterra.

Rimase a Bratto, paese tra i faggi e i castagni, 14 anni, amato, benvoluto e stimato dai parrocchiani per la sua bontà e mitezza. Ingegno vivace e fornito di doti profondamente umane, stabilì viva solidarietà con quella povera popolazione che, spesso, mancava del necessario per tirare avanti stentatamente.

Lassù tra le pure sorgive del monte Molinatico ebbe tanto tempo per dedicarsi allo studio, e nei lunghi inverni nevosi, andava rifacendo i classici che sentiva più congeniali al suo temperamento e mandò a memoria tutte le poesie di Pascoli che sempre predilesse, iniziando anche la collaborazione al Corriere Apuano, il settimanale cattolico della Diocesi di Pontremoli, e rimanendo fedele e presente nel giornale, che per tutta la vita amò e considerò come unico tramite di dialogo con l’umile gente di Lunigiana.

Tra le pagine del Corriere Apuano che iniziò la vita con la Giovane Montagna e per quattro mesi i due periodici ebbero in comune la prima pagina, l’on. Giuseppe Micheli, scoprì Fra Ginepro (con tale pseudonimo vi collaborò sempre) invitandolo a scrivere per il suo periodico, su Bratto e su Braia, l’altro paese di poche anime, delle quali don Luigi aveva pure la cura.

Con freschezza di stile ed acutezza d’indagine descrisse la vita e i costumi di quei paesi, le cui donne portavano ancora nei dì di festa, «lunghe vesti, busto rigido e fiorettato, in testa un tovagliolo (dial. Tvaja) bianco e pieghettato, intorno al collo una specie di gorgiera, e gli uomini i calzoni corti di mezzalana, i berretti di pelle e giacche alla cacciatora.

Le due memorie furono poi riunite in un Quaderno della biblioteca Giovane Montagna (Bratto e Braia, Parma 1942, no 4, p. 15), e rimangono ancora oggi, la testimonianza unica di un passato di sofferenza di popolazioni che abbandoneranno, poi, i monti nativi (Braia conta oggi 7 persone vecchie e Bratto una trentina).

Nel 1937, resasi vacante la parrocchia di Malgrate, già capoluogo dell’omonimo feudo, don Luigi lasciò i monti del Pontremolese per passare nella nuova parrocchia, che oltre a una storia propria, ebbe parecchi figli che divennero in seguito illustri: Bonaventura Pistoiiio (1480-1534), umanista e segretario del duca Alfonso I di Ferrara, il padre Silvestro Landini (1503-1554), missionario gesuita in Corsica, di cui don Luigi scrisse la vita dalla nascita nel borgo murato fino al giorno in cui il fondatore dell’Ordine lo arruolò nella sua milizia; Giovanni Antonio Faie (14091470), speziale e autore di una Cronica degna, secondo Giovanni Sforza, di Fra’ Salimbene.

Ma il lavoro che più compiutamente esprime il meglio del Fugaccia, è Lunigiana visioni e figure (Badalamenti, Bergamo, in 40, 1959, p. 120), che raccoglie bozzetti alla maniera del Fucini, ma semplici e brevi, in cui Fra Ginepro si muove, senza ambizioni, a suo agio. Gli affanni della vita vi sono accolti con viva partecipazione, e le tristezze e la miseria sono di casa nelle figure di povera gente che cerca di tirare avanti con la compassione del prossimo.

La prosa del Fugaccia ha il precipuo carattere della spontaneità, e si svolge in un conversare alla buona. Il suo piccolo mondo è quello della terra di Lunigiana, le figure non le va a cercare, sono quelle che battono alla sua porta o che incontra nella strada.

Lo scrittore può ricordare la letteratura toscana di ispirazione regionale, ma si riallaccia a Pietro Ferrari delle Novelle di Valdimagra, il cui modo di narrare, « sostanzialmente semplificato nel giro del racconto e della frase, è pur sempre quello dei novellatori trecenteschi e cinquecenteschi… condito e alleggerito con quel che di scorrevole e popolaresco che spicca nell’ammodernata narrativa del Fucini e del Paolieri » (J. Bocchialini).

Sobrio e modesto, ha, tuttavia nelle descrizioni, nativa immediatezza, non indugia nelle visioni e nelle figure, le accenna, cogliendo l’essenziale, c poiché è uomo di sentimento e di cultura, riesce scrittore piacevole.

Le Visioni che precedono, nel libro, le Figure, hanno, alcune, titoli di ricordo letterario: Notturno, Primo vere, Idillio campestre, il Sabato del villaggio, ma il ricordo è letterario solo nel titolo e il racconto, si snoda, breve breve, in scorci che colgono, istintivamente, la parte caratterizzante della figura o del paesaggio che è e rimane tipicamente lunigianese.

L’Anna del Sabato del villaggio con grazia tutta femminile scopa la piazza del paese perfino negli angoli per attirarsi le simpatie e le lodi dei giovanotti, mentre i bambini «non possono star fermi, corrono in fretta, fan mille capriole, dan l’assalto ai carri, fan stizzir l’Anna con spargere pezzetti di carta e giocano e cantano come invasi da un demone ».

Efficace e nostalgica è la descrizione della gara di bravura dei campanari dei paesi circostanti su cui indugia compiaciuto perché gli impianti elettrici sui campanili hanno sostituito ormai i bravi e, un tempo, volontari campanari che andavano a gara a chi suonava meglio l’Ave Maria o nei giorni di festa le campane del proprio campanile: «il sole, splendido come una raggiera d’oro, è ormai calato dietro i monti gibbosi di Mulazzo. E già le ombre violette si fanno cineree e scendono giù a invadere la valle e il piano. E si destano le campane. Prime quelle di Filetto: è un canto prima lento e affannoso, poi pettegolo, allegro, concitato come una marcia militare. Queste campane vorrebbero primeggiare su tutte le altre e dare il tono alle consorelle del colle e del piano. È certo che quasi subito dopo si sveglia il torvo campanile di Virgoletta e manda per l’aria un suono festoso, che vorrebbe essere la prima strofa della leggenda del Piave o quella della canzone del Grappa.

È un accordo limpido di cinque campane, non facile a sentirsi nei nostri villaggi, e tanto meno nella nostra città madre. Ed ecco Beppe che, quasi punto dalla invidia, muove le sue campane per farle sentire prima che il corteo d’ombre abbia il predominio e l’agricoltore sia rincasato curvo sotto i suoi attrezzi. È la voce di Malgrate, che squilla ammonitrice, chiama al riposo, alla pace e al desco fiorito d’occhi di bambini. E, finalmente, Orturano, ferace di viti, e Mocrone, adagiato nel verde cupo del piano, mandano, dai loro campanili, un saluto al giorno già tramontato e alla notte che incombe. «Dagli spiriti mali, libera, o Signore, i mortali”.

Animo schivo e riservato non indugia ad accenni autobiografici che nel ritorno a casa, d’estate, reduce dagli studi, atteso dalla madre che lo accoglieva lieta e serena sul limitar di casa, e dal fratello che doveva cadere eroicamente in guerra, e dalla sorella ancora sull’alba della vita; e in un triste episodio della guerra d’occupazione nazista; la cattura dei tedeschi, la deportazione e il ritorno a piedi dal campo di Bibbiano e il nuovo arresto al Poggio di Berceto da parte di un fiero maresciallo teutonico… il ritorno a Parma su un camion carico di bestie, ignare come i quattro sacerdoti, della loro sorte… Dieci anni dopo, 1 luglio 1944, la sacra funzione al Passo della Cisa ove una settantina di persone, rastrellate, si ritrovano, dieci anni prima con il pallore della morte sul volto, ora, soffuse di santa letizia.

«Ci pare di vivere nel regno di Bengodi; niente politica, niente odio, tutti fratelli. I più rumorosi e i più canterini sono i rastrelIati di Panicale, che il loro parroco, don Renato Corsi, guarda ben compiaciuto. Così le ore trascorrono via come lampo, e a tutti sembra di trovarsi in un altro mondo, quello intravisto, per intenderci, dai poeti e da qualche filosofo».

Tanta tragedia e tanto lutto, lasciato appena intravvedere, si conclude con un bonario invito alla fratellanza di tutti gli uomini da parte di un sacerdote che fece, dell’amore per il prossimo, la sua professione di fede.

Luigi Armando Antiga, Luigi Fugaccia (1894 – 1973), etratto dall’Archivio Storico per le Province Parmensi, Nuova serie, vol. XXVI, Anno 1974, pp. 35-38.

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