di Manfredo Giuliani
LE TRASFORMAZIONI TERRITORIALI LUNIGIANESI DAL CONGRESSO DI VIENNA AL 1847

Prima della formazione dello Stato Nazionale italiano, l’alta Lunigiana, come tutti sanno, faceva parte degli Stati parmensi. Questo territorio geograficamente corrispondeva all’alto bacino della Magra, comprendeva i Comuni di Pontremoli, Zeri, Mulazzo, Villafranca, Bagnone e Filattiera, e formava una Provincia, creata con Decreto 14 Dicembre 1849, retta da un Prefetto, residente a Pontremoli, che era il capoluogo. dove aveva sede anche il Tribunale, dipendente dalla Corte R. di Parma. Tale territorio anche negli atti ufficiali era promiscuamente nominato « Provincia di Pontremoli o « Provincia della Lunigiana Parmense » , o semplicemente Lunigiana Parmense ». (1).
Questo modesto assetto politico dell’alta Val di Magra era stata la conseguenza di laboriose e complicate trattative diplomatiche.
E’ noto come nell’Atto finale del Congresso di Vienna del 9 Giugno del 1815 non fosse contemplata, in esecuzione dell’art. VI del Trattato di Parigi del 30 Maggio 1814, la restaurazione dei Malaspina nei loro feudi di Lunigiana, e come, inoltre, nel distribuire tra diversi Sovrani, i territori delle varie parti della Lunigiana i fossero fissate, con le disposizioni di vari articoli, alcune condizioni che dovevano poi dar luogo a un lungo lavorio di assestamento.
Ed è qui necessario, per seguire, negli avvenimenti successivi, le vicende di quel faticoso lavorio di assestamento, richiamare alla memoria il contenuto di quegli articoli del Trattato e la natura delle condizioni imposte dalle loro clausole.
Fino dal momento dell’abdicazione di Napoleone, col trattato del 10 Aprilo 1814, era stata promessa, come è noto, dagli alleati vittoriosi, alla moglie e al figlio la sovranità sul Ducato di Parma, Piacenza e Guastalla. Tale sovranità era poi confermata, per la. sola Maria Luigia, dal Trattato di Parigi del 30 Maggio successivo. Intorno a questa decisione verranno poi, direttamente o indirettamente, a coordinarsi le altre disposizioni del Trattato di Vienna, conclusione e integrazione del primo, che ebbero influenza sull’ordinamento politico della Lunigiana dopo le restaurazioni.
L’art. 98, che ristabiliva la sovranità dell’ Arc. Francesco d’Este sui ducati di Reggio, di Modena e della Mirandola, disponeva altresì per l’arc. Maria Beatrice Cybo d’Austria d’Este la sovranità ed il possesso, per sé, eredi e successori del Ducato di Massa, del Principato di Carrara e degli ex feudi imperiali della Lunigiana l di Magra e parte della Vara). Una clausola stabiliva che questi ultimi avrebbero potuto servire « ad istituire ransazioni con S. A. I. il Granduca di Toscana, secondo la reciproca convenienza “.
Con l’art. 99 si confermava a S. M. la Imperatrice Maria Luigia, in tutta proprietà e sovranità, i ducati dl Parma, di Piacenza e di Guastalla, salvo a determinare meglio, per parte degli interessati, le condizioni della reversibilità di tali paesi.
L’art. 101 concedeva ai Borboni della linea di Parma, cioè a Maria Luisa, l’ex Regina d’ Etruria, e ai suoi discendenti in linea retta maschile, il principato di Lucca, formato col territorio dell’antica Repubblica, temporaneamente però, e sino a che non fosse possibile provvedere in modo diverso.
Infatti, l’art. 102 fissava che il Ducato di Lucca sarebbe stato reversibile alla Toscana, qualora o si fosse estinto quel ramo dei Borboni, o fosse succeduto ad un’altra linea della loro famiglia. E per il caso di reversione erano stabilite queste clausole: che il Granduca, entrando in possesso del principato di Lucca, doveva cere al Duca di Modena i distretti toscani di Fivizzano (Lunigiana), di Pietrasanta (Versilia) e di Barga (Garfagnana); i distretti di’ Castiglione e di Gallicano, incastrati negli Stati di Modena (alta Valle del Serchio), e quelli di Minucciano (Garfagnana) e di Montignoso presso Massa.
Le disposizioni dell’art. 98 dette subito luogo a una cessione di territorio. poiché Maria Beatrice, con atto l 20 Dicembre 1815, pur tenendo per sé i possessi aviti di Massa e di Carrara, cedette al figlio Francesco IV, succeduto come si è visto agli Estensi negli Stati di Modena, gli ex feudi Imperiali di Lunigiana (2).
Circa due anni dopo. con un nuovo trattato, conchiuso a Parigi il 10 Giugno del 1817, si dovette provvedere a regolare, tra le Corti interessate, le varie questioni. antiche e recenti, connesse ai diritti sulla reversibilità dei Ducati di Parma, Piacenza, Guastalla e Lucca, contemplati negli art. 99, 101 e 102 dell’Atto di Vienna. Le disposizioni di tali articoli avevano sollevate le proteste delle Corti borboniche di Francia e di Spagna: quest’ultima, anzi, non aveva voluto aderire né all’Atto di Parigi né a quello di Vienna. La esclusione di un ramo dei Borboni da Parma e la temporanea concessione di Lucca parevano disposizioni non solo ledenti i diritti della Famiglia, ma tendenti a privarla dello Stato, per assicurare, in vantaggio della egemonia austriaca, Parma ad una persona della famiglia imperiale, e per impedire che, tra la Lombardia austriaca e la Toscana Granducale dei Lorena, si interponesse l’influenza Borbonica. Era una evidente conseguenza di quella diffidenza austriaca verso la Francia, negli affari d’Italia, che aveva ispirata la politica metternichiana al congresso di Vienna. Fu perciò necessario venire a nuovi accordi, in seguito ai quali fu stipulato che. alla morte dellex Imperatrice dei Francesi, sarebbe tornata ai Borboni la sovranità dei Ducati di Parma, Piacenza e Guastalla, mentre, in conformità alla nota disposizione dell’Atto Finale, il territorio del Ducato di Lucca sarebbe passato sotto la sovranità del Granduca di Toscana (3).
Ma qui non si fermò il lavorio diplomatico rivolto alla sistemazione territoriale dei Ducati e della Lunigiana. Infatti, con un trattato segreto concluso a Firenze, il 28 Novembre del 1844, il Granduca di Toscana e i Duchi di Modena e di Lucca prendevano nuovi accordi per giungere ad una più omogenea sistemazione dei territori dei loro Stati. Fu dunque deciso, in quel segreto congresso che doveva, a suo tempo, scatenare tante proteste, che, alla scomparsa di Maria Luigia d’Asburgo, e tornando Carlo Ludovico di Borbone in possesso degli Stati parmensi, sarebbero avvenuti tra i detti Sovrani i seguenti scambi di territorio. Il futuro Duca di Parma avrebbe ceduto al Duca di Modena il Ducato di Guastalla e le terre parmigiane sulla destra dell’Enza, ricevendo in compenso dal Granduca di Toscana i territori Lunigianesi di Pontremoli, Bagnone, Groppoli, Lusuolo, Terrarossa, Riccò, Albiano e Calice. e, dal Duca di Modena, i territori della sinistra dell’ Enza. A sua volta, il Granduca sarebbe entrato in possesso dei desiderati Vicariati di Barga e Pietrasanta, che il Duca di Modena si obbligava a retrocedergli. In fine, poi, per completare questo complicato lavorio di assestamento, il Duca di Parma avrebbe trasferito il dominio dei territori avuti dal Granduca. Terrarossa, Riccò, Albiano e Calice, al Duca di Modena, ricevendo. da questo in loro vece, i territori di Treschietto, Villafranca, Castevoli e Mulazzo (4).Il nuovo trattato veniva senza dubbio a porre qualche rimedio al secolare frazionamento della Lunigiana, che ne aveva sofferto in tutte le sue attività, creando dopo secoli, sia pure col grave impedimento e i molteplici inconvenienti delle innaturali frontiere di due stati troppo piccoli e poco vitali, due corpi di territori assai omogenei e bene saldati, senza discontinuità. con gli Stati dei quali dovevano far parte.
In tal modo, e per effetto di un trattato che doveva essere tanto severamente giudicato sotto l’aspetto politico, si formò quella circoscrizione amministrativa dell’alta Val di Magra che fu poi detta Lunigiana Parmense. Certo. territorialmente era riuscita assai più omogenea della finitima circoscrizione estense, e, soprattutto, cosa rara in un accordo di carattere così strettamente dinastico, unitaria per la conformazione geografica dei luoghi e la conseguente solidarietà degli interessi delle popolazioni, attivi ed evidenti non ostanti le precedenti divisioni feudali. Più che una delle solite escogitazioni politiche fu quella un vero riconoscimento di una realtà demografica, che dimostrò, del resto, la sua vitalità, non solo quale Provincia durante il decennio del dominio borbonico, ma, successivamente, nel nuovo stato italiano, nella funzione di giurisdizioe Circondariale e Giudiziaria (5).
Il trattato di Firenze del ’44 rimase segreto sino al ’47, quando, con un subitaneo atto di dispetto, piuttosto che rassegnarsi ad un governo più temperato e conforme alle idee dei tempi nuovi, Carlo Ludovico preferì rinunziare, vivente ancora Maria Luigia. allo Stato di Lucca, cedendolo anticipatamente alla Toscana.
Da Massa, dove egli preferiva risiedre, mandò, perciò, a Firenze, nel Settembre di quell’anno, il fido Tommaso Ward perché desse comunicazione al Granduca del suo progetto.
Temendo, in proprio pregiudizio, un diretto intervento austriaco nel piccolo agitato Ducato, il Granduca, dopo molte titubanze, fini per accettare la cessione che. stipulata a Firenze il 4 Ottobre. fu poi ratificata, il giorno dopo, a Modena, sia da Carlo Ludovico, che colà si era recato. sia da Francesco V, per la parte che lo riguardava. In tal modo il Granduca sarebbe entrato subito in posseggo del territorio Lucchese, obbligandosi, in compenso, a pagare a Carlo Ludovico, e per tutto il tempo che rimanesse escluso dal possesso del Ducato di Parma, la somma annua di un milione e duecentomila lire, e a cedergli Immediatamente i territori dell’alta Lunigiana promessi nel ’44 (6).
Poco dopo, per la morte prematura di Maria Luigia, avvenuta il 17 Dicembre di quell’anno, essendosi verificato inaspettatamente il caso della reversione dei Ducati, Carlo Ludovico assunse il Governo, col nome di Carlo II e dieci giorni dopo, fece pubblicare io Parma, il 27, II testo del trattato di Firenze, in parte, come si è visto, gi eseguito (7).
Sono note le critiche, le proteste e le dimostrazioni che provocarono nel Parmense. ma specialmente in Lunigiana e in Toscana, la notizia, prima, e la pubblicazione poi, dell’inaspettato documento diplomatico, che, 32 anni dopo il Congresso di Vienna, del quale era diretta conseguenza, appariva così intrinsecamente anacronistico tra un fervore d’aspirazioni e di idee patriottiche e liberali tanto diverse da quelle del ’15.
Per sedare il fermento che minacciava di estendersi, Leopoldo II sollecitò l’intervento dell’Arciduca Ranieri. Vice-re del Lombardo Veneto, onde persuadesse il Duca di Modena e Carlo Ludovico a ritardare l’occupazione dei rispettivi territori lunigianesi sino a che non fosse tornata la calma, proponendo adeguate indennità. Mentre Carlo Ludovico si mostrò disposto a rimandare l’occupazione del Pontremolese in cambio di un compenso pecuniario, il Duca di Modena, al contrario, assicuratosi l’appoggio di Radetzki, fece occupare Gallicano, in Garfagnana, il 22 Ottobre, e Fivizzano, in Lunigiana, il 5 Novembre. provocando vivaci e anche luttuosi incidenti.
I «fatti di Fivizzano » concorsero, come era naturale, ad eccitare gli animi e rinfocolarono l’agitazione che prese, in breve, sviluppi evidentemente sproporzionati all’evento dovuti alle passioni accese dai contrasti politici del momento. Nell’interno della Toscana, dove per poco non si trasformò in sollevazione armata, non fu che un pretesto. per i partiti e i giornali liberali e costituzionalisti, di sferrare, in un momento difficile per il Governo. la battaglia contro i eazionari che, appoggiati dal Granduca, oppugnavano la costituzione. I fatti di Lunigiana, provocando una sollevazione contro i trattati della Santa Alleanza, il commercio dei popoli, ecc., fornivano un’ottima occasione per agitare e trascinare le folle nella battaglia liberale e costringere il Granduca alle concessioni.
Era dunque uno spostamento passionale della questione: nella realtà la cosa era assai diversa, poiché l’acquisto di Lucca, di Barga e di Pietrasanta era per la Toscana ben altro che la perdita dei due piccoli, lontani e staccati territori.
È caratteristico il singolare episodio, raccontato dal Montanelli, che può dirsi l’ironico epilogo di quella agitazione che non fu tra le meno clamorose e spettacolose di quel periodo. In casa del futuro Ministro democratico era stata adunata una consulta di liberali tra i più autorevoli di Pisa e di Livorno. Un inviato dei Pontremolesi chiese se, aperte, da parte di questi. le ostilità contro le truppe del Duca di Parma sarebbe intervenuta la Toscana: tutti consigliarono che «stessero fermi” Niuno di noi pensava — commenta il Montaneli — che il Granduca farebbe la guerra per Pontremoli! (8).
Per l’alta Lunigiana. la pubblicazione del trattato non poteva essere una bella notizia. Certo non era una troppo lieta prospettiva quella di dover cadere sotto il dominio di quel piccolo Duca isterico e prepotente, che aveva già dato saggio a Lucca dei suoi bizzosi istinti dispotici. Ma erano questi i sentimenti di pochi. e l’agitazione, drammaticamente inscnata a Pontremoli, ebbe più appariscenza che fondamento popolare, alimentata da alcuni gruppi influenti, per ragioni familiari o di interessi aderenti al Granducato. L’annessione alla Toscana. del resto, che poi segui nel ’48, dimostrò quanto fossero innaturali quelle aspirazioni.
Tra i vari movimenti che si intrecciarono nel ’48, lo sforzo espansivo della Toscana non è certamente dei meno notevoli tra le tante aspirazioni e passioni in contrasto che confluivano in quel turbinoso momento. Senza ricercarne le origini più remote, si può trovarne un documento significativo nei noti memoriali Corsini presentati al Congresso di Vienna. Dinastico allora e connesso al sistema politico austriaco, quello sforzo espansivo dello stato Toscano. in seguito, tra le agitazioni popolari e liberali del ’48, finì poi per assumere, in uno strano gioco di contraddizioni. un significato patriottico e nazionale. Travisato dalle contingenze, ma comunque espressione di una realtà che tentava di farsi valere, si ricollegava al secolare travaglio di sistemazione politica dei vari territori dell’Italia, interrotto poi dalla improvvisa soluzione unitaria, dei quali senza dubbio la Toscana era uno dei centri pili robusti.
Le memorie presentate da Neri Corsini ai plenipotenziari delle Corti europee congregati. nel ’15, a Vienna, avevano ichiesto per la Toscana una circoscrizione territoriale che ne allargava notevolmente i confini settentrionali. Infatti, oltre a sollecitare l’aggregazione dello stato di Lucca. si proponeva anche l’incorporazione degli ex feudi imperiali ai possessi granducali nella Lunigiana, giungendo a suggerire, poi, lo spostamento ad ovest del confine con Genova, in modo da includere nel Granducato. oltre Sarzana, anche il porto di Lerici e la città della Spezia. Probabilmente si trattava di una richiesta esagerata per assicurare aI Granduca un minimo col possesso di Lucca, Barga e Pietrasanta, che erano per la Toscana integrazioni territoriali vitali. J fatti successivi, come si è visto, modificarono profondamente questo piano che si trovò di fronte, oltre alla reaziono borbonica, le esigenze, altrettanto vitali, dello Stato piemontese. Infatti, annessa a questo la Liguria genovese. se ne rendeva necessaria la integrazione geografica con l’aggregazione dell’intero bacino della Magra, innaturalmente suddiviso tra vari dominii. E si è visto con quali sforzi diplomatici il Piemonte aveva tentato di raggiungere, almeno in parte, questo scopo. Per quanto d’ispirazione dinastica, le trattative diplomatiche che condussero alle sistemazioni territoriali dell’Italia dopo le restaurazioni, non si erano potute sottrarre alla spinta della realtà della vita italiana che richiedeva assetti più liberi dai frazionamenti medioevali e meglio adatti alle necessità economiche della vita moderna.
Ma con una delle tante sue appassionate contraddizioni. che ne furono la forza di iniziativa e la debolezza conclusiva, il ’48, inaspettatamente, ridette un nuovo impulso all’espansionismo toscano. (9).
Sono ben note le clamorose polemihe che suscitò il discorso pronunciato da Gioberti a Pontremoli. Con quello, e con altri che seguirono, il filosofo piemontese volle propugnare quel suo ideale progetto di una Lega Federativa Italiana. che non resistette poi alla prova dei fatti, sostenendo che dovevano essere rispettati i confini dei vari Stati italiani. Come aveva cercato di indurre Carlo Alberto ad astenersi dalle vagheggiate annessioni nella Val di Magra alta, vecchia aspirazione del Piemonte. come si è visto, cosi, proprio lui, il futuro Ministro Piemontese, volle distogliere i patrioti pontremolesi dal sollecitare l’unione coi finitimi Stati Sardi, per persuaderli a rimanere con la Toscana. In tal modo, per necessità di tesi, aveva dovuto alterare il volto lombardo di Pontremoli, descrivendolo toscano di sangue e di lingua, e, inoltre, porsi contro la vagheggiata unificazione della intera Lunigiana entro i confini del Piemonte. come gli rimproverarono i sarzanesi.
Ora, proprio quando l’eloquente autore del Primato, girava l’Italia e si avvolgeva in tali contraddizioni per farsi il cavaliere della Federazione e del lealismo politico, proprio in Toscana le correnti democratiche prevalenti rianimavano l’antico espansionismo fiorentino, e mascheravano, con una delle tante contraddzioni sentimentali caratteristiche del tempo, di idealità patriottiche gli intrighi granducali negli Stati Estensi, per cui, poco dopo, non solo il Ducato di Massa e Carrara, ma anche la media Val di Magra modenese, furono incorporate nella Toscana. Fu un colpo di sorpresa, al quale, passato il primo entusiasmo, seguirono le inevitabili reazioni.
Allo stesso Gioberti. divenuto Minisro, toccò poi di occuparsi, più di una volta, di quei tanti incidenti, accaduti ai confini della Lunigiana, che inasprivano spesso le relazioni tra gli Stati Sardi e il Granducato, e di accorgersi, in tali occasioni, e specie per le contrastate “dedizioni”, di quale vitale importanza le aspirazioni lunigianesi verso il Piemonte, già da lui sconsigliate, fossero rispetto proprio a quella funzione egemonica politico—militare dello Stato Subalpino. nella quale egli finì per vedere la sola salute d’Italia. Più tardi, infatti, rimeditando gli avvenimenti di quegli anni, doveva giungere a notare, dal suo nuovo punto di vista del Rinnovamento civile, la resistenza “ provinciale” del moto toscano al moto nazionale, e a rilevare che esso “ si scostava dal tenor delle leggi proprie del Risorgimento italiano e rompeva la continuità di questo per sostituirgli un moto diverso, contrario ed alieno dai tempi » . (10).
Cosi, come ricorda un cronista contemporaneo, interrotta la vicenda diplomatica dal turbine rivoluzionario. dopo l’annessione alla Toscana nel ’48, Pontremoli ne dipese de facto, sino al 12 Aprile 1849, nel quale giorno l’armata austriaco. comandata dal generale d’Aspre, diretta verso la Toscana, ne prese effettivamente possesso in nome di Carlo III. che aveva assunto il governo dopo l’abdicazione di Carlo Ludovico, sebbene de iure, i Boboni di Parma ne fossero rimasti sovrani sino dal 4 ottobre del ’47 (11).
L’inizio del governo borbonico in Lunigiana non fu tale da far dileguare le prevenzioni che si erano manifestate due anni innanzi.
E questo, certo, concorse a creare quel sentimento ostile, non solo al Duca, ma al Governo parmense, che persistette per tutta la sua durata e che, impazientemente, si manifestò nel ’59. Mancata la simpatia pubblica, isolato, anzi, da una passiva resistenza ostile, il nuovo governo cadde in mano di pochi suoi fautori e di qualche alto impiegato, che crearono una camarilla altezzosamente spadroneggiante, aggravando in tal modo i già gravi inconvenienti del dispotismo ducale.
Sotto l’aspetto amministrativo, invece, l’aggregazione a Parma rappresentava per l’alta Lunigiana un notevole miglioramento delle sue precedenti condizioni. Dopo quasi due secoli, e quando la vita autonoma dei piccoli centri medioevali era ormai impossibile, la regione superiore della Magra si trovava unificata e immediatamente saldata al territorio di uno Stato col quale aveva omogeneità di interessi, e antiche tradizioni di relazioni e di scambi. La strada della Cisa, non ancora aperta. al di là dell’Aulla. per le comunicazioni col Sud, era. in quel tempo, per le comunicazioni col Nord e con Parma, la più importante per il traffico regionale e la più agevole rispetto ad ogni altro centro politico (12).
Inoltre, poi, il nuovo assetto territorale, che riuniva i due versanti dell’Appennino, si dimostrava un riconoscimento e, quindi. un potenziamento del carattere unitario della vita economica e sociale della montagna che aveva appunto i suoi centri a Pontremoli, Borgotaro, Berceto. Corniglio e Bagnone (13).
Meno vantaggioso era stato senza dubbio il cambio per l’economia degli Stati Parmensi, privati dell’ubertoso Ducato di Guastalla per i «pochi sassi » della Val di Magra. Non mancarono i tentativi per rimediarvi. e l’Austria aveva promesso compensi: questa profittò poi. nel ’53, di tali contrasti tra Parma e Modena per concludere quella lega doganale antiprussiana alla quale tanto teneva, e per porre termine al malcontento insorto col trattato di Firenze. Mentre, dunque, il minimum fisso di rendita netta che l’Austria si era impegnata a garantire ai due Stati fu ridotto a un milione di lire italiane, si stabili che i redditi dei dazi di entrata, uscita e transito. non sarebbero ripartiti tra Parma, Modena e Lombardo—Veneto in proporzione alle loro popolazioni, ma in base ai redditi doganali rispettivi nel triennio ’44-’47, quando Guastalla non era ancora stata cambiata col territorio Lunigianese. Malgrado ciò. e prima ancora dello scioglimento della lega doganale, avvenuto nel ’57, quando la scomparsa di Carlo III (’54) rese possibile una qualche libertà di parola, frono messi in luce i danni toccati alle finanze parmensi, per sollecitare, in certo modo, una riparazione dai Principi firmatari del trattato di Firenze. E’ noto come tali ragioni furono raccolte in una particolareggiata relazione del Consigliere A. Lombardini, e, in seguito, in modo più aperto, da Lorenzo Molossi, Segretario dell’Ufficio di Statistica del Ducato, in quel suo famoso e coraggioso Memoriale, del 30 Giugno del ’56. dove erano indicate e riforme necessarie per migliorare le condizioni economiche dello Stato. Memoriale che, se portò i suoi frutti, costò tuttavia l’ufficio al suo «generoso autore.
Con libertà che i suoi predecessori non potevano avere. spiegò meglio il retroscena del Trattato del ’44 Carlo Luigi Farini nel potente discorso col quale. il 7 Settembre del ’59. inaugurò le sedute della Assemblea dei rappresentanti del Popolo delle Provincie Parmensi, dove accusava Carlo Ludovico « di aver venduto il Ducato di Guastalla a Francesco IV sotto pretesto di dare sesto ai confini, ne’ fatti per avere di che pagare i suoi debiti, dacché barattando Guastalla con alcuni Comuni della Lunigiana, tirava a suo particolare comodo una rendita netta annuale di settecentomila franchi ». (14).
Ma il ’56 non era ancora il tempo per queste denunzie: allora era appena permesso di invocare il benevolo intervento dei Principi firmatari del Trattato di Firenze per un nuovo rimaneggiamento territoriale che rimediasse ai danni subiti dagli Stati Parmensi.
Anche in Lunigiana vi era chi partecipava a questo movimento. Non si disconoscevano le ragioni di Parma, ma si facva notare che anche l’alta Lunigiana, spartita politicamente tra Parma e Modena, aveva avuto i suoi danni.
Si riconosceva che, nel passato, quando alcune parti dell’alta Val di Magra appartenevano al Granducato di Toscana, le condizioni in cui quelle parti si trovavano non erano certo felici, staccate territorialmente e socialmente dallo Stato dominante. lontane da esso per difficili e infrequenti comunicazioni, senza omogeneità e solidarietà di interessi. unite invece da relazioni e da scambi con le popolazioni degli Stati che le circondavano. Dopo la restaurazione del ’15, l’alta Lunigiana, per la complicazione dei suoi confini e dei ripartimenti politici, era stata tenuta fuori da ogni linea doganale. Dagli stessi inconvenienti provocati da una simile situazione, il commercio, con quella eroica industriosità che lo fa resistere alle condizioni più avverse, aveva saputo trarre specifici vantaggi. Infatti, questa zona extra doganale aveva saputo dar vita a un attivo commercio di contrabbando, valendosi del portofranco di Livorno e del transito concesso negli scali dell’Avenza (estense) o di Lerici (sardo). Ciò favori anche il sorgere di alcune industrie locali. come per es. quelle delle polveri, che alimentavano questa attività commerciale. Lo stesso Stato toscano, del resto, si era valso nel passato di una tale possibilità commerciale di quei suoi sudditi lontani, isolati. come una colonia, tra popolazioni di altri Stati: in seguito a convenzioni particolari col Duca di Massa. e valendosi del possesso di Pietrasanta, nel territorio Iucchese, come luogo di sbarco da Livorno, esso poteva introdurre i suoi sali nell’alta Lunigiana. di dove venivanoargamente, e con molto profitto, contrabbandati negli Stati vicini.
La nuova linea doganale tra Parma e Modena che tagliava in mozzo l’alta Lunigiana, anche nella parte inferiore divisa, con altre complicazioni, tra Modena e Piemonte, rendeva impossibile anche questa attività, non certo esemplare, ma di notevole vantaggio regionale. che poteva anche giustificarsi come risorsa della disperazione. In tal modo, né gli Stati parmensi avevano la capacità finanziaria per rivalorizzare altrimenti la Lunigiana e compensarla dei danni prodotti. oltre che dalla difficoltà dei trasporti. dalla doppia linea doganale che la separava dal mare, né questa, in tali condizioni, poteva rendere allo Stato quei compensi benefici che, pure. avrebbe potuto rendere, qualora si fosse trovata nella situazione di essere lo sbocco sul Mediterraneo del Parmense.
Era perciò necessario propugnare, non potendosi intraprendere altre e più importanti riforme, un rimaneggiamento del confine tra Parma e Modena, il quale, merce il trasferimento di alcuni territori da Modena a Parma, sulla destra e sulla sinistra della media Val di Magra, rendesse possibile di toccare gli Stati Sardi, e di aprire una via diretta tra lo scalo di Lerici e Parma che sarebbe stata la più breve comunicazione tra il Meiterraneo e la Lombardia. Ma attuato un talo progetto, occorrevano poi, per ottenere gli integrali vantaggi, lavori stradali e ponti, quali l’apertura al traffico delle Lame dell’Aulla, i ponti sul Taverone, la Civiglia e l’Aulella, opere per la canalizzazione dei fiumi e per la disciplina delle acque per uso agrario e industriale, con provvedimenti doganali per lo sviluppo delle industrie ecc.: complesso di provvedimenti che importavano ingenti spese che, per il loro peso sproporzionato alle possibilità dello Stato, non avrebbero compensato lo Stato Parmense dell’cquisto. Occorreva perciò che i firmatari del trattato di Firenze portassero il loro contributo alle spese, sotto forma di compensi pecuniari per i danni subiti dagli Stati Parmensi. (15)
Questo progetto, che era uno dei proposti per portare rimedio ad alcuni dei molti mali che affliggevano gli Stati Parmensi, dimostra, certo, la preoccupazione di dar soddisfazione a interessi urgenti troppo sacrificati, ma rivela anche un nuovo atteggiamento, imposto dalle diverse circostanze, di quelle aspirazioni della Val di Magra verso il Piemonte, che aveva dato origine al tentativo annessionista del ’48, fallito per le inframmettenze toscane e la politica giobertiana. Era stato un tentativo di vitale importanza per la Lunigiana, poiché l’annessione al Piemonte dell’intera regione, o, per lo meno, dell’intero bacino della Magra, avrebbe fino d’allora risolto il tormentoso problema della sua unificazione, non ancora compiuta a quasi un secolo di distanza. La felice coincidenza tra interessi locali e aspirazioni nazionali, rispetto alla iniziativa politico—militare piemontese, fu la ragione, come si vedrà, del vigoroso slancio che trovò in Lunigian il moto nazionale cavourriano del ’59, e dei particolari aspetti che vi prese.
I RICOLGIMENTI DEL ‘59
Il periodo del dominio borbonico nell’alta Lunigiana contribuì a favorire, per effetto di reazione, il formarsi di quell’indirizzo di più determinate e misurate aspirazioni politiche le quali, come nelle altre parti d’Italia, sboccarono poi in quel complesso di tendenze regionali e nazionali. che provocarono i fortunati rivolgimenti del ’59.
Negli anni di reazione seguiti alle tumultuose speranze e ai tentativi del ’47 ’48. ’49, il Granduchismo aveva perduto, in Val di Magras quelle simpatie che (più come istituzione politica che come espressione regionale) vi aveva precedentemente trovate, mancatogli, prima, il prestigio dopo la tragicommedia del ’47, e fallito. poi, alla prova della sistemazione territoriale con le carpite annessioni lunigianesi del ’48.
Le correnti costituzionali e liberali avevano facilmente orientate decisamente le aspirazioni locali verso il Piemonte. Gli ordini liberi che vi si erano mantenuti e la politica audace ma realistica di Cavour soddisfacevano a pieno le aspirazion temperate dei patriotti. Ma queste aspirazioni attingevano la maggior forza nelle urgenti esigenze degli interessi locali, troppo sacrificati dalla situazione territoriale, dove i dannosi frazionamenti feudali del passato non erano stati eliminati dai nuovi assetti politici. Le tendenze nazionali erano l’idealità di piccoli gruppi: la tendenza più generale verso il Piemonte non esciva dalle esigenze locali, rientrando in quel complesso di aspirazioni verso quel regno dell’Italia Settentrionale, che stava, ordamento della politica dello Stato Subalpino, e alla quale l’opera di Cavour aveva impresso tanta forza di attrazione. La Lunigiana vi cercava la sua unificazione e quella libertà di sistemazione e integrazione territoriale, di iniziative e di traffici e di possibilità di sviluppi stradali ed economici, impedite. come già si è visto, dalle troppo divisioni territoriali. Fu appunto la forza di questa esigenza di interessi locali che, in Lunigiana, come, del resto, nella frazionata Emilia, dalla quale dipendevano tante parti del territorio lunigianese, dette alle aspirazioni un contenuto cosi realistico, fattivo, diffuso al di fuori dei ristretti gruppi politici. sul quale il movimento cavourriano si potò fondare con tanta fortuna.
Tale fu la forza del moto nazionale del 59 – in questo isolato angolo di monti come nelle altre regioni dell’Alta Italia —rispetto al tumultuoso e contradditorio ’48. di aver trasformate in spinte di propulsione i bisogni locali e le tendenze regionali, già cause di egoismi e di resistenze separatiste, subordinandole a un fine superiore ben definito e proporzionato alle aspirazioni e alla capacità d’azione dei vari popoli italiani.
Prima del ’59, esisteva in Pontremoli un Comitato segreto rivoluzionario. che faceva capo a Sarzana. sentinella avanzata del Piemonte tra gli Stati Estensi, e antico propugnacolo di liberalismo e di italianità tra le altre parti della Lunigiana soggette ad altri Stati. e si ricollegava alla «Società Nazionale » di La Farina, che si era venuta trasformando in un così potente strumento della segreta azione cavourriana (16).
Il fermento dei primi mesi del ’59 e la preparazione della guerra all’ Austria. accentuarono il movimento in tutta la Lunigiana, come in ogni altra parte dell’alta Italia. La rivoluzione toscana culminata il 27 Aprile con la partenza del Granduca, determinò la sollevazione del vicino Ducato di Massa e Carrara, dove fu proclamata la decadenza del dominio estense, votata l’annessione al Piemonte, e deliberata la formazione di una legione di volontari. della quale. poi, prese il cornando il vecchio rivoluzionario generale Ignazio Ribotti (17).
Allo stesso modo, quando si diffuse la notizia della partenza, del 1° Maggio, della Duchessa reggente del Ducato di Parma, alla estremità opposta della Lunigiana, Pontremoli ne profittò, impazientemente, per proclamare, il 2, il distacco da Parma e la sua immediata e diretta dedizione e annessione al Piemonte, creando contemporaneamente un Governo Provvisorio, che riuscì composto di tre membri (18).
Ma tornata, il 5, Ia Duchessa a Parma, e restaurati i poteri ducali con minaccioso spiegamento di forze, non solo fu travolto il governo provvisorio. ma i patriotti più compromessi furono obbligati ad allontanarsi e si rifugiarono negli Stati Sardi. alla Spezia o a Sarzana. Vennero allora riprese, con maggior vigore, la fila dell’azione del Comitato sarzanese per rafforzare ed estendere nell’alta Lunigiana il lavoro di preparazione del moto. che, frattanto. aveva preso nuovo vigore per l’intervento diretto del Piemonte, che aveva mandate truppe a Massa ed estesi al territorio del Ducato i poteri del Commissario straordinario di Genova, il conte Gustavo Ponza di S. Martino. e per la fiera replica di Vittorio Emanuele alla proteste di Francesco V.
Tali avvenimenti ebbero una forte ripercussione nella Lunigiana parmense. La incertezza della restaurazione ducale rese, in breve. possibile il ritorno a Pontremoli dei capi del movimento. che vi continuarono direttamente il lavoro di preparazione. Spinta decisiva all’azione fu, poi, il ritiro delle truppe estensi, con a capo il Casoni, lo stesso che aveva comandato lo stato d’assedio di Carrara nel 1854, già concentrate a Fivizzano con minaccia dei territori del Ducato, e l’insediamento in Massa di un Sotto Commissario Straordinario. dipendente dal Commissariato Straordinario di Genova, che aveva nominati « Incaricati » anche nei vari centri della Val di Magra estense (19).
Convocati i capi del movimento a Sarzana per iniziativa del Governo Sardo, fu decisa l’occupazione della Lunigiana Parmense da parte del Piemonte.
Le truppe borboniche, spaventate dagli avvenimenti, si ritirarono allora dal territorio della Provincia. e Pontremoli. rinnovata la dichiarazione di distacco dal Governo Ducale, riproclamata l’annessione al Piemonte, fatto atto di dedizione, seguito dagli altri Comuni della Provincia, al Re Vit. Emanuele. nominò un nuovo Governo Provvisorio.
Il 27 aprile. il Generale Ribotti, con pochi soldati dell’esercito, occupava la città e, non avendo voluto riconoscere quel Governo Provvisorio, di tendenze troppo accese che facevano temere vendette e turbolenze, prendendo possesso della Provincia in nome del Re. assumeva egli stesso. anche i poteri civili. Successivamente, il giorno 29. l’Intendente Campi, che era stato mandato a Massa quale Sottocommissario Straordinario del Governo di S. M., nominava provvisoriamente l’avv. Girolamo Giuliani Commissario Straordinario della Provincia di Pontremoli perché la governasse in nome del Re (20).
Nel frattempo. le truppe parmensi si erano fermate a Berceto, dove avevano trovati insperati rinforzi nelle truppe mandate dal col. Bergonzi, il quale, con forze superiori alle piemontesi, e munito anche di artiglieria, si aveva preso posizione minacciando Pontremoli.
Dopo l’atto di dedizione, cessato in Pontremoli il Governo parmense. che era rappresentato dal Prefetto marchese Gaetano Appiani di Piombino. gli altri Comuni della Provincia si erano trovati abbandonati a se stessi (21).
A Bagnone l’attività governativa languiva da tempo per mancanza di autorità e di forza, tanto che non vi si erano potuti eseguire nemmeno gli ordini emanati dopo la restaurazione del 5 Maggio. Il ’27. perciò, a voce di popolo, fu chiesta l’instaurazione di un governo forte che garantisce l’ordine pubblico, e venne proclamata la sovranità di Vittorio Emanuele e nominata una Commissione Provvisoria Governativa (22). Negli altri Comuni. dopo l’adesione al Governo del Re Vittorio e prima della nomina del Commissario. il potere era stato assunto dalle autorità municipali: in tutta la Provincia tanto gli atti pubblici. come gli atti e i contratti civili furono emessi e ricevuti in nome del Re Vittorio Emanuele.
Ma il minuscolo governo della minuscola provincia, così rapidamente instaurato, non era scevro di difficoltà. tanto di ordine militare che d’ordine politico. La situazione militare locale, infatti, si andava complicando. A Berceto permanevano. minacciose, le truppe borboniche del col. Bergonzi, appoggiate da altre truppe dislocate a Borgotaro e a Corniglio, contro le quali non si potevano opporre che le poche forze comandate dal gen. Ribotti, il quale doveva pure sorvegliare le mosse del Casoni che, con truppe estensi, minacciava di rioccupare Fivizzano, tanto che il Ribotti, con lettera del 4 Giugno diretta a Cavour, chiedeva, da Pontremoli, rinforzi.
Si decise frattanto di nominare subito una Commissione, incaricata di procedere immediatamente all’arruolamento militare di coloro che intendevano prendere servizio nell’armata Nazionale, e si provvide, nello stesso tempo, a sollecitare una organizzazione provvisoria della Guardia Nazionale che avrebbe dovuto prestare servizio sino alla organizzazione definitiva dello stesso corpo (23).
La vittoria di Magenta (4 Giugno) risolveva la pericolosa situazione, provocando il ritiro tanto delle truppe borboniche che delle estensi. Il 10. il Podestà di Berceto. Pietro Caprara. scriveva al Commissario Straordinario di Pontremoli. annunziando che era stato spedito, per staffetta, l’atto di dedizione di quel Comune al re Vittorio, e sollecitando, come era stato combinato, l’intervento del Gen. Ribotti con le truppe al suo comando (24). Il giorno stesso, infatti. partiva da Pontremoli il contingente delle truppe sarde e toscane, ivi raccolto, che arrivava a Berceto nella notte e vi prendeva stanza, per procedere poi verso Parma che, dal 9, si era liberata dal Governo Ducale.
Ma se le vittorie dell’esercito piemontese facevano dileguare i pericoli militari, rendevano sempre più aspre le difficoltà della situazione politica locale. Si è visto con quanta impazienza, prima ancora che si muovessero le altre parti del Ducato, la Lunigiana parmense. profittando di favorevoli condizioni, si fosse sottratta al Governo borbonico. Lo scatto era partito, più che dagli altri Comuni della Provincia, da Pontremoli, dove, com’è naturale, più immediatamente si erano fatti sentire gli inconvenienti del sistema di governo.
Caduto l’inviso potere ducale. l’ostilità del pubblico si era subito rivolta contro quella cricca locale che aveva spadroneggiato fino allora. traendo dal governo ducale potenza e vantaggi economici.
Nello stesso partito nazionale si erano manifestate subito vivaci interne discordie tra i propugnatori di misure estreme, e i più temperati che non volevano violenze e vendette. Soprattutto erano presi di mira alcuni alti impiegati pontremolesi. Contro i quali si acuivano specialmente le accuse e si chiedevano esemplari provvedimenti (25).
Anche in altri Comuni della Provincia vi erano state dimostrazioni degli elementi più accesi, come a Bagnone. dove. dopo la vittoria di Magenta, un gruppo di popolani. impadronitosi delle armi di un posto della Guardia Nazionale, aveva imposto una dimostrazione di gioia; e a Villafranca, dove fu minacciato e si tentò l’arresto di un ricevitore accusato di offese alla bandiera tricolore.
Mancava la forza sufficiente per provvedere al mantenimento dell’ordine pubblico, ridotta a pochi Carabinieri e pochi volontari, specie dopo la partenza del gen. Ribotti, mentre da tutti i Comuni si chiedeva con insistenza che i posti già tenuti dai Gendarmi fossero occupati dai Carabinieri (26).
Né, data la situazione politica generale, era possibile ottenere quei provvedimenti superiori che avrebbero calmato il fermento degli uomini del movimento. Si chiedeva soprattutto, con calorosa insistenza, che fossero immediatamente tratte lo conseguenze della proclamata annessione, ponendo termine alla provvisoria situazione politica della Provincia, includendola definitivamente negli Stati Sardi, mediante l’unione al territorio di Genova, con un risolutivo distacco da Parma. che desse la tangibile prova della rivoluzione avvenuta. ponendo un irrevocabile fatto compiuto di fronte ad una qualsiasi eventualità di restaurazione borbonica.
Il Campi, da Massa. A nome del Governo piemontese, consigliava pazienza; e, pure riconoscendo lodevolissimi i desideri della popolazione, invitava il Commissario della Lunigiana parmense a far rettamente intendere le ragioni del Governo e a « persuadere i meno pazienti a soffrire che fino alla decisione della gran lotta. l’amministrazione sui paesi non soffra innovazioni di grave momento. Il Piemonte aggiungeva come tutta l’Europa sa, si è messo in armi di concerto con la Francia non per conquistare codeste Provincie ed altre, ma per l’ Indipendenza d’Italia ».
Ma, con eguale chiarezza, replicava il Commissario di Pontremoli: «Questo paese ha proclamato la sovranità del Re Vittorio a fine di riunirsi al suo Regno, di essere posto sotto la tutela del medesimo, e di fruire i vantaggi che vengono dall’indipendenza e dalla unificazione. Questa intenzione del paese non può essere del tutto sconosciuta, e se le circostanze presenti non consentono che per intero colga i frutti di quella unificazione, almeno si veda di fargliene sentire qualcuno. giacché le masse sentono e non ragionano ed il volerle pascere di puro spirito è utopia. Il movimento nostro se non avesse avuto il fine dell’unione sarebbe stato senza scopo, pericoloso. imprudente, mentre Sarebbe stato meglio rimanere quali eravamo, aspettando il fine della guerra, piuttosto che isolati, e quasi a noi stessi abbandonati come siamo, di fronte al nemico esterno e alle serie esigenze del paese che totalmente non si possono disconoscere”.
Per togliere questa impressiono di abbandono ora stata combinata una visita dell’intendente Campi, la quale, fissata per il 9 giugno, non ebbe poi luogo. per ordini diversi pervenuti dal Ministero, che non voleva cambiamenti territoriali. provocando un vivo malumore, impazienze e proteste.
Dopo ciò, il Commissario provvisorio di Pontremoli tornò ad insistere perché dal Governo fosse almeno, finalmente, mandato un funzionario civile a prendere stabilmente formale possesso della Provincia in nome del Re, e a sollecitare nuovamente il provvedimento amministrativo che staccasse l’alta Lunigiana dal complesso parmense. « È generale desiderio —- scriveva al Campi — che questo territorio sia aggregato alla provincia di Genova. piuttosto che a quella che fosse per avventura formata col territorio parmigiano, qual desiderio è la conseguenza del malgoverno che per dieci anni questa popolazione ha sopportato. E tanto più questo desiderio è ardente in quantochè il buon senso pubblico ritiene che del Val di Magra si debba formare un solo territorio che certamente non può dipendere da Parma”.
E su questo argomento, della unificazione territoriale della Lunigiana. le insistenze furono lunghe e tenaci quasi vi fosse il presentimento di dovere impedire una soluzione che tornasse di nuovo a gravare a lungo sulla regione, come già i dannosissimi frazionamenti politici del passato. Il Commissario si rivolse al Ribotti, insistette presso il Campi: non mancò. più tardi, di far presenti al Pallieri e, in ultimo, allo stesso Farini i bisogni e le aspirazioni della Provincia, «ligure per posizione “ — come si ripeteva — e perciò da riunire al territorio della Val di Magra. nati come siamo, di fronte al nemico esterno e alle serie esigenze del paese che totalmente non si possono disconoscere” .
Per togliere questa impressiono di abbandono era stata combinata una visita dell’intendente Campi, la quale, fissata per il 9 giugno, non ebbe poi luogo. per ordini diversi pervenuti dal Ministero, che non voleva cambiamenti territoriali. provocando un vivo malumore, impazienze e proteste.
Dopo ciò, il Commissario provvisorio di Pontremoli tornò ad insistere perché dal Governo fosse almeno, finalmente, mandata un funzionario civile a prendere stabilmente formale possesso della Provincia in nome del Re, e a sollecitare nuovamente il provvedimento amministrativo che staccasse l’alta Lunigiana dal complesso parmense. «È generale desiderio —– scriveva al Campi — che questo territorio sia aggregato alla provincia di Genova. piuttosto che a quella che fosse per avventura formata col territorio parmigiano, qual desiderio è la conseguenza del malgoverno che per dieci anni questa popolazione ha sopportato. E tanto più questo desiderio è ardente in quantochè il buon senso pubblico ritiene che del Val di Magra si debba formare un solo territorio che certamente non può dipendere da Parma ».
E su questo argomento, della unificazione territoriale della Lunigiana. le insistenze furono lunghe e tenaci quasi vi fosse il presentimento di dovere impedire una soluzione che tornasse di nuovo a gravare a lungo sulla regione, come già i dannosissimi frazionamenti politici del passato. Il Commissario si rivolse al Ribotti, insistette presso il Campi: non mancò. più tardi, di far presenti al Pallieri e, in ultimo, allo stesso Farini i bisogni e le aspirazioni della Provincia, «ligure per posizione” — come si ripeteva — ciò da riunire al territorio della Val di Magra.
Ma le insistenze furono inutili perché il Governo aveva deciso in generale, di mantenere, sino alla conclusioni delle vicende politiche e militari in corso, temporaneamente, nelle provincie aggregate, gli antichi ordini amministrativi. Nel caso particolare, per conseguenza, i territori della Lunigiana non appartenenti agli Stati Sardi dovevano rimanere nei vecchi aggregati, e, cioè: Massa e Carrara e gli ex feudi imperiali nel Ducato di Modena; la Lunigiana parmense nel Ducato di Parma.
Dopo Magenta i timori di una restaurazione borbonica si erano dileguati. e poiché la sollecita annessione al Piemonte, mediante l’incorporamento del pontremolese nella Provincia di Genova, che avrebbe effettuata I ‘unificazione di buona parte della Lunigiana, era ormai impossibile, dopo che anche Parma, libera dal governo borbonico, aveva rinnovato il voto di annessione al Piemonte (9 giugno), si continuò a insistere perché almeno fosse mandato a prendere possesso del territorio un diretto rappresentante del re « il quale continuava a ripetere il Commissario straordinario di Pontremoli – fosse persona affatto indipendente nuova, fuori della sfera del vecchio parmense impiegatume, purtroppo qui riuscito sempre avverso agli interessi della popolazione e però sempre mal viso”.
Nominato dal Re Vitt. Emanuele Governatore temporaneo degli Stati parmensi il conte Diodato Pallieri (17 Giugno), questi, in conformità alle decisioni ministeriali, assunse il Governo anche della Provincia di Pontremoli. che, da quando si era sottratta al governo borbonico, cioè dal 27 aprile, era rimasta, come si è visto, staccata da Parma, e, con Decreto del 23 Giugno, delegava il consigliere della Corte Regia di Parma, dott. Stefano Massari ad operare la riunione della Provincia di Pontremoli agli Stati parmensi e a reggere provvisoriamente l’intendenza della stessa Provincia. (27)
Dopo la pace di Villafranca, quando. in esecuzione alle clausole del trattato, furono richiamati i Commissari regi dei Ducati (21 luglio), al Conte Pallieri subentrò, come Governatore provvisorio. lo avvocato Giuseppe Manfredi e. successivamente. deliberata l’unione delle Provincia parmensi con le Modenesi, il Farini come dittatore temporaneo. La Provincia di Pontremoli partecipò al plebiscito delle Provincie parmensi. del 14 agosto. per rinnovare il voto di annessione al Piemonte, e alle successive elezioni per Ia nomina dei Deputati all’Assemblea dei Rappresentanti del Popolo nelle Provincie Parmensi, che si adunò il 7 Settembre.
La Lunigiana parmense vi mandò quattro rappresentanti. (28)
E’ noto come le necessità politiche di tener salda e ben governata l’Italia centrale conducessero a formare. il 30 Novembre, con i vari territori degli ex Ducati e delle Romagne, un Governo della Reg. Prov. dell’ Emilia» che fu retto dal Farini. quale Governatore. Nel riordinamento provvisorio che egli dette al territorio, provvide anche. con Decreto del 28 dicembre. alla costituzione amministrativa, e divise il Governo in nove provincie. Fu questo decreto a dar vita alla Provincia di Massa, che venne formata con i territori dei ducati di Parma e di Modena situati nel versante mediterraneo dell’Appennino. In tal modo, la Lunigiana parmense. ridotta a Circondario. venne a far parte di questa nuova aggregazione amministrativa, composta di territorio staccati. accozzati insieme provvisoriamente, per una occasionale convenienza del tutto estrinseca ai loro effettivi bisogni. (29)
Tale destino dell’alta Lunigiana fu probabilmente dovuto, in parte, agli effetti delle ostinate resistenze precedentemente opposte alla unione con Parma, e, in parte, a ragioni di opportunità consigliate dagli avvenimenti politici generali.
Il trattato di Villafranca contemplava, come è noto, la restaurazione dei Ducati, ciò che aveva fatto risorgere il timore di un ritorno borbonico. Vi era invece la speranza, fondata su autorevoli informazioni, che i territori Lunigianesi già appartenenti ai Ducati non sarebbero tornati sotto gli antichi Governi, ma, invece, mantenuti sotto il Piemonte. Con tale speranza e con tale sottintesa riserva, fu accettata dalle popolazioni dell’alta Lunigiana, una soluzione che si riteneva di ripiego e. comunque provvisoria, e che non toglieva, come tanto si era desiderato, i vecchi inconvenienti del frazionamento territoriale, poiché, anzi, sotto l’aspetto amministrativo, si sarebbe avuta una unione territoriale più conveniente e omogenea con Parma che non con Massa.
Ma, come spesso avviene – e sono queste le sorprese della storia – le cose andarono diversamente, ed una sistemazione amministrativa provvisoria, presa da un governo di espediente e temporaneo, come quello dell’ Emilia. che durò pochi mesi, dal 30 Novembre del ’59 al 18 Marzo dell’anno successivo. doveva poi resistere sino ai nostri giorni in uno stato di continua incertezza e tra i contrasti delle varie parti, temporaneamente ed eterogeneamente accozzate. (30)
L’UNITA’ POLITICA E IL PROBLEMA REGIONALE
Quando, dopo le annessioni, il Parlamento italiano (VIII Legislatura del Parlamento Subalpino) iniziò. nel ‘61, la discussione sull’assetto amministrativo da dare al nuovo Regno, l’antica Lunigiana parmense, intatta nei suoi vecchi confini, si trovava trasformata in un Circondario dipendente dalla provincia di Massa.
Nel frattempo, dileguati i timori della restaurazione, trasformato da politico in amministrativo il problema della sistemazione territoriale, appariva evidente che si era ecceduto nella reazione antiparmense, e che lo sdegno decenne contro il governo borbonico aveva fatto disconoscere i vantaggi di quell’ unione territoriale, e dimenticare la vicinanza, le antiche tradizioni, le relazioni. la solidarietà degli interessi. ecc.. Del resto, i pontremolesi che erano andati a Parma. rappresentanti del Popolo all’Assemblea, avevano potuto vedere quanto estraneo fosse stato il governo ducale allo spirito dei popoli parmensi, e con quanta repugnanza fosse stato subito e con quale unanimità, poi, rinnegato e abbattuto. Tra le colpe borboniche ricordate all’Assemblea erano state citate, a esempio di brutalità. anche “le 25 legnate » inflitte al pontremolese Giambattista Romiti, e la minaccia di 10 legnate a tutti i borghesi della Lunigiana parmense che per imitare i liberali dell’Aulla (Lunigiana estense), avessero voluto far pompa di cappelli foderati con i tre colori italiani. Del resto, era stata una delle prime disposizioni prese dalla Commissione Governativa di Parma quella di ordinare. con nobile motivazione severe sanzioni contro tutti coloro che, dal ’48. avevano ordinato o si erano prestati a che fosse inflitta la pena del bastone. I pretesti geografici contro l’ unione del Pontremolese al Parmigiano, d’altra parte. erano stati presi sul serio anche all’Assemblea, dove i « fratelli Lunigiani » furono presentati quali vittime del trattato del ’44. (31).
Sbollite le passioni politiche appariva ora ben diversa la realtà degli interessi. La provincia di Massa, formata com’era stata, per espediente provvisorio, di elementi raccogliticci, lasciando sussistere. nella divisione amministrativa, tutti gli inconvenienti dei vecchi confini politici, non aveva certo instaurata, né poteva, quella unificazione territoriale della Lunigiana, che appariva tanto necessaria e che era stata tanto invocata.
Nel ’61, mentre il parlamento studiava i nuovi ordinamenti amministrativi, era stata progettata a Sarzana una grande provincia Lunigianese, che si sarebbe dovuta stendere da Pontremoli a Camaiore, e da Castelnuovo di Garfagnana a Levanto inclusa.
Ma era un progetto troppo arbitrario che esorbitava dai limiti regionali, e non trovava, in ogni modo, nella piccola Sarzana, un capoluogo adeguato (32). Mancate, come era inevitabile, le adesioni dei territori interessati, e sfumata la possibilità di unificare amministrativamente la Lunigiana, era stato deciso dal Governo che, soppressa la provincia di Massa. le varie sue parti venissero distribuite, secondo le varie convenienze. tra le provincie finitime.
Il Sottoprefetto di Pontremoli, infatti, il 1 ° Aprile di quell’anno, per incarico del Ministro dell’Interno, invitava il Consiglio Comunale a deliberare se fosse nel desiderio e nell’interesse del Comune di essere aggregato alla Provincia di Lucca.
La proposta sorprese e dispiacque e si cercò subito di correre ai ripari. Il Consiglio Comunale votò un ordine del giorno nel quale era dichiarato che l’aggregazione del Pontremolese a Lucca sarebbe riuscita incomoda e dannosa, perché un tale provvedimento, lo avrebbe spostato dal suo naturale centro amministrativo, che era Parma. verso la quale erano avviati gli interessi del territorio e della quale il pontremolese poteva direi lo scalo, l’intermediario tra la valle centrale del Po e il Mediterraneo. Si invocava, poi, la conservazione del Circondario e del Tribunale, come istituzioni di antica derivazione, necessarie alla località che abbisognava di una corta autonomia per quella situazione e conformazione montana, dalla quale, altra volta, nel lontano momento comunale, aveva avuto origine la sua fiera indipendenza. Fu incaricato il Deputato del Collegio, che era, come si è detto, l’Ing. Antonio Giuliani, di propugnare presso il Governo e in Parlamento, quando si giungesse alla discussione sul nuovo ordinamento amministrativo del Regno, questi voti della ex Lunigiana Parmense, aggiungendo che, qualora, per ragioni d’interesse superiore, il Governo non avesse potuto tener conto di tali aspirazioni, il Circondario di Pontremoli, piuttosto che ad un’altra provincia, venisse aggregato a quella di Genova (33).
Questa ultima soluzione, infatti. era stata preferita dal Minghetti nella sua proposta di legge per la nuova costituzione amministrativa. che veniva ad essere integrata dal progetto, della costruzione di una rotabile Pontremoli—Vara—Sestri. la quale, ridando vita a una antica strada di notevole traffico, quando era ancora chiusa alle ruote la Val di Magra inferiore, avrebbe agevolate le comunicazioni e riavvicinato, come nel passato, il pontremolese alla Riviera e a Genova.
Ma, tornando ai voti del Consiglio Comunale di Pontremoli, per l’aggregazione amministrativa a Parma, è interessante notare. rispetto alle vicende precedentemente narrate, e alle considerazioni aggiuntevi, che le ragioni per Unione alla provincia di Parma furono sostenute proprio dagli stessi uomini, consiglieri ed assessori, che. nel ’59, ne volevano il distacco, e che fu proprio l’ex Commissario Straordinario, ora consigliere provinciale e. Sindaco, a illustrarle e a farle votare dal Consiglio.
Mancata, com’è noto, per ragioni di varia natura, la riforma delle circoscrizioni amministrative. ogni rimaneggiamento territoriale rimase sospeso. Ma la battaglia riprese nel ‘65, quando fu proposta al Parlamento una legge per dare alla città di Livorno un sufficiente territorio provinciale. In tale occasione era stata considerata l’eventualità di sopprimere la provincia di Massa per ripartirne le parti, in compenso, tra Ie provincie che avessero dovuto cedere parte del loro territorio a Livorno.
Per l’ex Lunigiana parmense erano state proposte varie soluzioni: aggregazione a Genova. o a Lucca, o a Pisa, o a Parma.
Il Consiglio Comunale, questa volta, si mostrò ostilissimo a Genova. perché a differenza della volta precedente, era insorto un grave conflitto d’interessi, volendosi. da parte di alcuni forti gruppi politico— finanziari genovesi. far passare dalla Val di Vara la progettata strada ferrata da Parma alla Spezia. Altrettando ostile si mostrò a Lucca. oltre che per le ragioni già esposte nel ’61. anche per ragioni simili a quelle che stavano contro Genova, poiché, anche da questa parte, si opponeva, con vivacità polemica, al tracciato della ferrovia Parma-Pontremoli—Spezia, quale comunicazione della valle del Po col mediterraneo occidentale, il progetto di una linea Modena-Lucca in servizio di Livorno (34). La proposta dell’unione alla provincia di Pisa veniva decisamente respinta poiché si trattava di una regione troppo remota, estranea e indifferente a tutti gli interessi locali, e troppo diversa per l’indole delle popolazioni. natura del territorio, sistemi agricoli, relazioni commerciali. ecc.
Quindi si rinnovava il voto por l’unione a Parma, si raccomandava, di nuovo, al Deputato di farsene propugnatore presso il Governo e in Parlamento, con lo scopo, anche. di difendere il Circondario e il Tribunale che erano di nuovo minacciati.
La lucida relazione del Sindaco. che illustrava il duplice argomento, a circa 70 anni di distanza, rappresenta tuttora efficacemente le condizioni degli interessi locali, ma soprattutto è notevole la parte che riguarda le relazioni con Parma. non tanto per le ragioni ancora attuali, quanto per quelle ormai storiche, fissate in un compendio definitivo. «Il nostro mercato era detto da secoli si approvvigiona a Parma. ove all’incontro hanno esito i nostri vini. le castagne e le frutta. Per la strada di Pontremoli, Parma versa le sue granaglie, e talvolta anche i suoi vini. a Sarzana. a Massa e a Carrara. Di Più, la Provincia di Parma è in buona parte composta di territori montuosi nel versante settentrionale appennino contigui ai nostri, situati nell’opposto versante, per cui la rete stradale desiderata dalla montagna di Parma ha il suo naturale sviluppo e compimento nel territorio di Pontremoli. col quale si sente il bisogno di corrispondere. Sono infatti anche qui da tempo proposte e desiderate le strade da Borgotaro a Pontremoli. da Bagnone a Linari per Langhirano. e da Corniglio a Pontremoli, strade che servirebbero di sbocco aIIa mentovata rete stradale delle montagne di Parma. Quindi gli interessi di questo Circondario e Comune. ove non sono identici, sono omogenei a quelli della provincia parmense, di guisache consigliano la riunione di questo territorio alla medesima. sia nei rapporti amministrativi, sia nei rapporti giudiziari. Così la combinazione sarebbe favorevole anche a Parma. la quale troverebbe in essa un qualche compenso alla posizione ch’ebbe, ed un maggior territorio per la sua Corto d’Appello (35).
Si sente in queste considerazioni in favore dell’unione con Parma un realismo che. necessariamente, mancava nel ’59 maturato col sano sviluppo della vita pubblica locale nei liberi ordini e con la esperienza degli interessi locali nella pratica degli affari. Ma, come si sa, la provincia di Livorno rimase nei limiti del territorio municipale, cosicché, rimandata ancora la riforma dei territori delle Provincie del Regno l’alta Lunigiana, pur conservando il Circondario e il Tribunale rimase con Massa.
I progetti di riforma amministrativa presentati da Crispi, Di Rudinï, Giolitti. tra il ’91 e il ’98, risollevarono nella provincia di Massa una di quelle agitazioni per il disgregamento che. si può dire. hanno accompagnata tutta la sua esistenza, lunga certo oltre il preveduto. ma non mai. per questo, affrancata dall’originario carattere di provvisorietà. Nel ’92. mentre il resto della Lunigiana riprendeva il progetto della grande Provincia, iniziando una nuova agitazione, questa volta capeggiata dalla sorgente Spezia, l’ex Lunigiana parmense,- con pubblici comizi e ordini del giorno. dei Consigli Comunali, rinnovava i suoi voti per l’unione a Parma.
L’anno successivo, anzi, il primo Sindaco elettivo di Pontremoli. si recava a Parma per comunicare allo ‘Rappresentanze della Città e della Provincia i voti dei Comuni del pontremolese e per intendersi sui mezzi migliori por raggiungere lo scopo.
Anche questa volta, però. la riforma amministrativa mancò, e tutto si esaurì con la coordinazione delle vigenti leggi Comunali e Provinciali nel Testo Unico, promulgato nel ’98, rimanendo inalterate le circoscrizioni (36).
E fu questa l’ultima manifestazione politica della Lunigiana parmense. La quale non fu, come si potrebbe credere a prima vista, una semplice espressione diplomatica del trattato del ’44, ma una attiva realtà demografica inerente alle condizioni territoriali e storiche.
Cessate o attenuate le influenze genovesi e piacentine delle epoche più remote. le influenze parmigiane si erano. infatti. affermate vigorosamente in Val di Magra, come lo dimostrano le forti traccie lasciate nelle relazioni. nel sistema monetario, leggi, nel linguaggio e nel costume. così che, anche all’infuori del dominio politico diretto, che del resto più volte vi si affermò, essa visse assai strettamente nell’orbita parmigiana.
Ma. col formarsi del Regno d’Italia. si vennero sviluppando condizioni nuove di vita che trasformarono. nella seconda metà del secolo scorso. la compagine della regione. La rotabile prima, aperta per le « Lame dell’Aulla. costruzione. poi dei ponti, nella media Val di Magra. agevolarono le comunicazioni a mezzogiorno, e, soprattutto. in seguito, la costruzione e l’incremento della strada ferrata Parma-Spezia, provocarono nuovi orieamenti delle relazioni dei traffici. Ma il fatto decisivo della trasformazione regionale, o non solo per il pontremolese ma per tutto il territorio dell’estrema Liguria orientale, fu la comparsa della Spezia che. con rapido sviluppo. veniva a porsi, naturalmente. come centrale dei vari gruppi delle lunigianesi.
La unificazione delta Lunigiana. che per lo svilupparsi delle condizioni della vita moderna si era fatta sempre più sentire. da tempo, come necessaria, era continuata a mancare appunto perché non esisteva una città cosi preminente da esserne il capoluogo reale e non fittizio.
La scomparsa di Luni aveva dato luogo a vari piccoli centri, rispondenti a bisogni particolari, con netti caratteri medioevali. Né Sarzana. nè Pontremoli, nè Fosdinovo già capoluogo della Lunigiana estense. ne gli altri centri inesorabilmente legati alle particolari ragioni e alla determinata missione che li fecero sorgere, potevano cambiare la loro natura ed assumere la nuova funzione. Tanto meno Massa, sorta a capoluogo di provincia, nelle circostanze che abbiamo ricordate, in via di espediente. La sua stessa posizione eccentrica, al confine meridionale della regione. la tenne, del resto, sempre appartata dalla Lunigiana sulla quale non poteva esercitare azione politica di accentramento (37). Gli ex feudi Imperiali, cioè la media Val di Magra con parte della Vara, non formarono mai una unità politico—amministrativa con Massa, poichè, oltre ad esserne staccati territorialmente, erano, come si visto, una diretta dipendenza del Duca di Modena. entrati nel complesso degli Stati estensi, indipendentemente da Massa. Anzi, la riunione di queste due parti fu sempre contrastata, quando fu proposta, in speciali circostanze, per ragioni di sistemazione territoriale connesse a convenienze politiche generali di carattere indipendente ed estraneo alle esigenze locali.

Una situazione simile a quella del ’15 e del ’59 si era già presentata al tempo della Repubblica Cisalpina, nei primi anni del secolo scorso, quando riuniti gli ex fendi e l’ex Ducato di Massa nel Dipartimento del Crostolo che aveva il capoluogo a Reggio, per agevolare l’amministrazione, si volle creare, con i territori del versante mediterraneo dell’ Appennino, una Vice Prefettura con sede a Massa. Si ebbe allora. da parte della media Val di Magra, una agitazione di carattere separatista, del genere appunto di quelle che si ripeterono poi cosi di frequente dopo il ’60, sostenuta anche. con eloquenti Memorie che si leggono tuttora con vivo interesse, da Alessandro Malaspina, il grande navigatore (38).
Certo, dopo la scomparsa di Luni che, d’ altra parte, presumibilmente, non dominò un territorio del tutto corrispondente a quello che oggi si riconosce per Lunigiana, la Spezia è la sola città che possa prendere il posto, e con maggior raggio d’influenza, di centro regionale. Con questo non si vuol ripetere il troppo facile e vago argomento della successione: ogni situazione storica ha la sua inconfondibile particolarità che non si ripete. Luni fu la espressione dell’imperialismo romano, antitalico, ed ebbe vita condizionata, tra l’altro, a necessità contingenti alla guerra contro i Liguri e alla conquista del loro territorio e al dominio di vie importanti nel sistema delle comunicazioni di Roma, dalle quali, implicita ragione della sua futura decadenza, più che alla vita regionale, si trovava legata allo sorti dell’Impero: la Spezia l’espressione di un moto di assestamento nazionale, e, quindi, di libero spiegamento regionale, conseguenza di un processo storico tutto nuovo originale e moderno come il Risorgimento italiano.
La sua posizione marittima conferisce alla sua capacità di centro quella potenza espansiva di azione che non possono certo avere i minori centri dell’interno legati alle sorti di ristretti territori particolarizzatisi nel Medioevo. L’influenza degli scali del golfo, come Portovenere, la vecchia Spezia e, specialmente Lerici, si era sempre fatta sentire in Lunigiana; ma, certamente, questa virtualità di predominio non si sarebbe svolta, per propria forza, così rapidamente. senza l’intervento delle cause esterne di carattere militare marittimo che dettero il primo impulso al vigoroso sviluppo della città. Bastò il primo sbalzo demografico. commerciale. industriale della vecchia cittadina a dar vita a quei contrasti di interessi locali e di aspirazioni regionali; alle accanite contese tra originari e immigrati, talora con aspetti faziosi che poterono ricordare la violenza delle formazioni comunali del medioevo segno di forte vitalità e non di debolezza come fu detto. Con essi infatti si veniva organizzando il nuovo nucleo cittadino e fondando il nuovo centro urbano, nello sforzo di svincolarsi cosi dalle violente resistenze del vecchio borgo genovese, come dagli impedimenti di quegli stessi elementi militari che, dopo avere eccitata la vita della nuova città, tendevano a chiuderla nel cerchio di ferro di una Prefettura merittima.
Ma le forze suscitate avevano ormai le loro incoercibili ragioni di sviluppo: la spontaneità delle forzo regionali che agivano nel travaglio della nuova formazione urbanistica, rispondeva ad esigenze cosi profonde locali e nazionali (come organizzazione particolare del territorio lunigianese, come saldatura d’interesse generale e nazionale tra la media valle del Po e il mare, tra l’alta e la media Italia) di prevalere su ogni altra ragione.
Nel 1913, al Congresso per la nuova provincia della Spezia, i sei Comuni dell’ex Lunigiana parmense erano schierati in favore del nuovo Capoluogo (39). Le ragioni geografiche che, nell’antichità, avevano fuso il bacino superiore della Magra al complesso settentrionale padano, e nel medioevo, ne avevano fatto la chiave dell’Appennino, si erano profondamente trasformate per effetto dell’opera dell’uomo: i caratteri arcaici della economia montana. pur sempre attivi, non erano più prevalenti, e, sviluppandosi in altre guise, elementi fondamentali della rinnovata compagine regionale, orientarono essi stessi. per vivificarsi, la vecchia Lunigiana parmense verso la nuova Lunigiana marittima, schietta creazione della nuova vita nazionale.
Manfredo Giuliani – La Lunigiana parmense prima e dopo il 1859 – I Quaderni della Giovane Montagna n. 48, Parma, 1939
- pure sede di un Comando di Piazza. di un Ingegnere di Stato, degli Uffici esattoriali e doganali, del Comando della quarta compagnia della Gendarmeria Reale che aveva giurisdizione anche sulla valle del Taro. Dal tribunale di Pontremoli dipendevano preture: Pontremoli (Pontremoli. Zeri), Bagnone (Bagnone. Filattiera, Villafranca), Berceto (Berceto). Il territorio del Comune di Pontremoli fu reintegrato, nel 1851, dei territori della Cervara e di Guinadi scorporati dal Comune di Zeri. In seguito, poi, al nuovo assett politico della regione, furono incorporate alla Diocesi di Pontremoli le 5 parrocchie di Albareto, Baselica di Pontolo, S. Maria di Valdena, staccate dalla diocesi di Luni Sarzana; di Buzzò e Gotra, tolte al vescovato di Brugnato; e le 18 parrocchie dei territori estensi, ceduti a Parma, e cioè. Treschietto, Iera, Vico, Villafranca, Filetto, Irola Malgrate, rone, Orturano, Virgoletta, Castevoli, Mulazzo, Busatiea, Castagnetoli, Montereggio, Parana, Pozzo, staccate da Massa nel 1856.La superficie della intera Provincia era di Km. q. 418,25; la popolazione assoluta, nel 1855, era di 31.848 ab., e la relativa di 76. La rendita imponibile era di Lire 334.426,86. Per maggiori notizie, si veda, MOLOSSI. Manuale Topografico degli Stati Parmensi, Parma, 1856, alla voce e passim., nonché, dello stesso, Della Lunigiana Parmense, nella Stagione, rassegna mensile di Parma, Parma, 1858, fase. 2.4.5.
- Cfr. Recueil de Traitès et Conventions concernents l’Autriche et l’Italie, Paris, 1859. Circa il dominio degli Estensi in Lunigiana, va ricordato che essi vi possedevano il Comune di Varano (valle del Tavarone) sino dal 1441. I feudi imperiali assegnati a Maria Beatrice erano composti dei Comuni dell’Aulla, Fosdinovo, Licciana, Mulazzo, Podenzana, Rocchetta (Val di Vara), Tresana, Treschietto e Villafranca. Maria Beatrice, figlia unica di Ercole Rinaldo d’Este e di Ilaria Teresa Cybo, e moglie di Ferdinando di Lorena, era madre di Francesco IV di Modena, che ereditò da lei (14 nov. 1829) il Ducato di Massa e il Principato di Carrara.
- Cfr. la Recueil cit.. Le Corti interessate alle questioni inerenti alla reversione dei Ducati di Parma, Piacenza e Guastalla erano quelle d’Austria, di Spagna, di Francia. della Gran Brettagna, di Prussia e di Russia. Le ragioni di queste Corti si fondavano sull’art. 4 del Trattato di Aquisgrana del 18 ott. 1748, col quale, cedendo i ducati all’Infante D. Filippo e ai suoi discendenti maschi, si riconosceva il ‘diritto di reversione agli allora possessori, nel caso che il Regno di Napoli passasse alla corona di Spagna, o Don Filippo morisse senza figli. Oltre che al trattato di Aquisgrana, il trattato del ’17 si richiamava al trattato intervenuto tra Austria e Sardegna, del 20 maggio 1815, ed all’Articolo Addizionale e separato. col quale, stabilito che, verificandosi il caso di reversione dei Ducati, Parma spetterebbe all’Austria e Piacenza alla Sardegna, si era poi convenuto che la Sardegna avrebbe consegnato all’Austria la Città e Fortezza di Piacenza, e che l’Austria avrebbe risarcita la Sardegna con un adeguato compenso territoriale. La Convenzione fra le Corti d’Austria e Toscana per l’appannaggio di cinquecentomila lire da pagare al ramo borbonico parmense. fino a che fosse rimasto a Lucca, si può vedere anche in Sommario di Documenti Ufficiali, a dimostrazione delle memorie economiche-politiche, di A. ZOBI, Firenze. 1860, II, 520-23.
- Cfr. per il testo del trattato, OBI, Storia Civile della Toscana, Appendice al T. V, Doc. n. L VII. Alle trattative intervennero pure l’Imp. d’Austria e il Re di Sardegna per effetto dei loro diritti in relazione alla questione della reversione. Le terre parmigiane da rendere a Modena sulla destra dell’Enza, erano Succiso, Ciano, Gattatico. Poviglio. S. Giorgio: le terre. della sinistra, da conservare a Parma, erano Bazzano e Scurano. Fu inoltre deciso di reggere il confine del territorio di Barga che si estendeva nel versante adriatico, tracciandolo sulla vetta, fra i monti Piastraio e la Porticciola. Infine, poi, il lago di Porta, tra Montignoso e Pietrasanta, confine meridionale della Lunigiana. venne attribuit con un margine di terreno nel quale dovevano rimanere compresi. il forte del Cinquale, il Casino dei Custodi, le Cateratte per la disciplina delle acque ecc., al Duca di Modena. con l’obbligo di mantenere un regime idraulico idoneo alla salubrità del clima. Venne pure decisa la costruzione, a carico della Toscana, di una strada, da Pietrasanta al confine estense della Garfagnana. con minuzioso regolamento per il traffico. Anche per le acque dell’Enza, che sarebbe diventata il confine tra Parma e Modena. dal lago Squincio, sull’Appennino, sino al Po, presso Brescello. fu deciso che dovevano rimanere libere ai due Stati per la possibile navigazione e per gli usi industriali, salvi i diritti esistenti per l’irrigazione. Dal lago Squincio al monte Giogo, nel Fivizzanese, le scaturigini dell’Enza rimanevano in territorio estense.
- La formula del nuovo Stato diventò poi, come è noto, Ducati di Parma e Piacenza e Stati annessi , o anche Stati Parmensi. Il confine meridionale della Lunigiana Parmense partiva di presso il lago Squinciocordato. risaliva i crinale sui monti Tendola e Malpasso. seguiva lo spartiacque tra i bacini del Tavarone e del Bagnone, e, quindi, il corso della Civiglia fin sotto Fornoli, per passare a risalire la Magra fin sotto Lusuolo, e, traversato il bacino della Conosilla, risaliva verso il Cornoviglio, sino al confine con gli Stati sardi, presso i Casoni di Montereggio nel Comune di Mulazzo. Questa nuova formazione territoriale lunigianese, per gli accordi, già ricordati, interenuti tra l’Imp. d’Austria e il Re di Sardegna (art. VIII del cit. trattato di Firenze del ’44) I avrebbe dovuto passare sotto la sovranità del Re di Sardegna, qualora si fosse avverato il caso della reversibilità, contemplato nel citato trattata del 20 maggio 1815, appunto quale compenso al Piemonte per la cessione all’Austria della Città e della Fortezza di Piacenza, previsto nell’Articolo Addizionale e separato già ricordato.
- Cfr. op. cit., Appendice al T. V’ Doe. n. XL VI. Sui particolari della abdicazione della presa di possesso di Luccaa parte della Toscana si veda in Storia delle rivoluzioni italiane dal 1821 al 1844, vol. 11, pp. 14×11 – V.
- Notificazione del trattato di Firenze (28 nov. 1844), in Parma, 27 dic. 1847.
- Cfr. sull’argomento: Memorie sull’Italia e specialmente sulla Toscana dal 1814 al 18.50 di Gius. MONTANELLI ecc.. Torino, 1833, vol. 11, cap. XXIX e passim, e specialmente a pp. 77-8, dove si accenna ad uno dei capi più accesi della agitazione, l’ing. toscano R. Castinelli, che attendeva alla costruzione della strada alle Lame dell’Aulla in Val di Magra. e dove si trova pure l’episodio citato nel testo. Come l’agitazione fosse sorta da motivi indipendenti dall’interesse per i territori ceduti, dei quali si aveva, in Toscana, ben scarsa conoscenza, si veda in Stor. delle Riv. cit. II. 138 e sgg.. Intorno ai fatti di Fivizzano e alle trattative per ottenere la mediazione del Piemonte allo scopo di risolvere la vertenza con Modena per i fatti di Fivizzano, si vedano i documenti in Sommario, cit. II, 526-43. e il giudizio del Montanelli {Op. cit., p. 77) sull’accomodamento di pura forma, che dimostra l’avversione del governo granducale alle agitazioni per la Lunigiana. Sullo stesso argomento si veda anche A. NERI. Una protesta patriottica di Angelo Remedi, in Giorn. Storico della Lunigiana. I, e U. MAZZINI, Spigolature Giobertiane, nello stesso Giorn.V11r, 125. Cfr. inoltre il mio articolo Gioberti a Pontremoli nel 1848, nel Giorn. Stor., cit., III. 123, e, per più diffuse notizie sulle agitazioni del ’47 a Pontremoli, i bellissimi studi di Pietro Ferrari, comparsi in Giov. Montaqna dopo la lettura di questa Memoria. Vecchia Pontremoli, Parma, 1938, specialmente al saggio III, ricco di rarissima e informazione e di briosa forza evocativa.
- (9) Per le due memrie di Don Neri Corsini si può vedere il Sommario dello Zobi cit., I, 14142, e ‘II, pp. 380-95, dove sono riprodotti i due documenti. Compare qui la clausola per l’uso degli ex feudi a scopo di assestamenti territoriali che fu poi accolta nell’ Atto di Vienna. L’incorporazione di essi ai possessi toscani in Lunigiana, proposta dal Corsini, se veniva ad arrotondare il domini granducale non risolveva però i problemi territoriali della regione. La provincia lunigianese toscana da lui immaginata rimaneva, comunque. un corpo staccato della Toscana, mentre impediva l’assestamento territoriale della Liguria e della regione appenninica parmense, modenese. I feudi imperiali, non restituiti ai Malaspina erano : Fosdinovo, Aulla, Villafranca, Tresana, Mulazzo, Malgrate. Treschietto, Olivola, Ponte Bosio, Licciana, i quali, in attesa della loro destinazione erano amministrati da un Commissario Plenipotenziario. – Nel ’47, nel proclama per la anticipata cessione di LUCCA, il Ridolfi volle presentare come antiaustriaca l’opera svolta dalla diplomazia granducale che, invece, con la cessione di Fivizzano al Duca di Modena. aveva agevolata la discesa degli Austriaci al di qua degli Appennini, per la via militare del Cerreto, ed aveva favorita la promessa cessione del Re di Sardagna della Città e fortezza di Piacenza all’Austria (MONTANELLI, op. cit., II. 41 e sgg., e il noto op. antilorenese. Toscana e Austria, Firenze, 1859. firmato anche dal R.).
- Cfr. GIOBERTI, Del rinn. Civ. ecc., Bari, 1911, 11, 141; A. NERI, Gioberti a Sarzana, in Giorn. Stor. cit., II I, 43; Gioberti a Pontremoli ecc., cit. e La questione Lunigianese. in Lunigiana A. II, n. 4. Per le mene toscane nella Lunigiana estense si veda F. L. MANNUCCI, Le avventure di un giovane liberale nel 1831-33 in Italia, rivista di storia e letteratura, I, fasc. V, p. 25. Tipica espressione delle accennate tendenze dell’espansionismo toscano nel partito democratico sono le parole di Guerrazzi inserite nel manifesto del ’49 Alla Gioventù Fiorentina (Cfr. Lettere per cura di F. MARTINI, 1891. I, 317). Sulle note vertenze tra Piemonte o Toscana «i veda, per l’intervento militare progettato dal Gioberti, il cap. XII del Pinn. m., passim., il saggio di A. DE, RUBERTIS, V. Gioberti e la vertenza tosco-piemontese per la Lunigiana. in Archivio Storico Italiano, Sor. VII, vol. VIII. 2, per le questioni territoriali dette di Parana e Panicale. Si veda, inoltre. circa le annessioni alla Toscana della Lunigiana estense e alle aspirazioni vergo il Piemonte, S. BASSI. Il Castello e l’Abbazia dell’ Aulla, Aulla, 1927, pp. 259 e sgg., e per gli incidenti occasionali dalla occupazione Toscana in Lunigiana, che, per una strano contrasto di passioni, vi si era insediata in nome del patriottismo, o contro le forti aspirazioni locali verso il Piemonte, si può trovar notizia nelle cit. Memorie del Montanelli, e nelle cit Lettere di Guerrazzi, caratteristiche per gli appassionati sfoghi contro il Piemonte, specie per i noti fatti di Panicale e Parana (pp. 283 285 286). e per le frequenti diserzioni di soldati toscani all’esercito Sardo. che accusavano il governo Sardo di rubare alla Toscana anche gli uomini fp. 304). Si veda inoltre: SFORZA, A. Lamarmora ln Val di Magra nel Marzo del 1849, in Rassegna Storica del Risorgimento, V, pp. 183-195. — Recentemente. dopo la lettura di questa Mem., è uscito. postumo, a cura della vedova. un volume del prof. R. Porrini. contenente molte utili notizie, attinto a fonte diretta. che rivendicano, contro la convenzionale versione toscanofila, l’importanza del movimento piemontesista in Lunigiana, di cui fu attivo parte Gialio Rezasco, spezzino. che risiedette a lungo a Giovagallo. Gruppi che, fino dal ’47 propugnavano l’annessione delle altre parti della Lunigiana agli Stati Sardi agivano dalla Spezia e da Sarzana. Del gruppo sarzanese, facevano parte, tra altri, l’ avv. De Ambrosis, il dott. Fracchia, l’arciprete Guerrieri. i fratelli Ravani e l’avv. Grossi che scrisse l’amara risposta a Gioberti contro il discorso di Pontremoli. Nel ’48 avevano optato per l’unione al Piemonte i Comuni di Calice e di Rocchetta Vara. i paesi dell’Avenza, Monti, Bastia, Panicale, Pontebosio, Pallerone, Olivola, Bibola, Ponzano, e avevano compiuti tentativi annessionisti Giovagallo, Mulazzo, Villafranca, Tresana. Cfr. RANIERI PORRINI, Appunti per la Storia di Giovagallo. Genova. 1937, p. 21 e sgg..
- Utili notizie sugli avvenimenti politici pontremolesi del ’49 e ‘del ’59 si trovano in una Storia di Pontremoli di Francesco Piedi di Pontremoli, ms. presso il figlio Giulio.
- Cfr. Losi, Descrizione della strada Nazionale n. 87 da Sarzana a Cremona. Lucca. I885. e per i lavori fatti eseguire da Maria Luigia, SFORZA, Stor. di Pontremoli, I. 29 e sgg.
- Il tentativo più recente e più organico di dare espressione territoriale amministrativa alle tendenze unitarie di questa parte dell’Appennino si deve a Napoleone che, riunite, col Decr. di Baiona del 1808, le varie parti della Lunigiana, eccetto Massa e Carrara, al Dipartimento degli Appennini, con Capoluogo a Chiavari, la distribuì poi, con successivi decreti, tra i quattro Circondari del Dipartimento, Chiavari. Pontremoli, Sarzana, Spezia. Il Circondario di Pontremoli comprendeva, oltre l’ex Vicariato di questo nome, Borgotaro, Compiano, Berceto Corniglio e tutto l’ex Vicariato di Bagnone.
- Il Memoriale del Molossi si trova nel vol. III, pp, 230.’237. di Alcune pagine di Storia Parmense del march. GUIDO DALLA R0SA alla quale opera. del resto. si rinvia. passim., per le altre notizie di questo periodo. Sul Molossi si veda la biobibliografia di GIOV. SFORZA in Giorn. Stor. cit. pp. 199-203. Il discorso del Farini si può leggere negli Atti dell’Assemblea de’ Rappresentanti del Popolo nelle Prov. Parmensi, Parma, 1859, p. 6.Intorno al Lombardini vedi: BUTTAFUOCO Alla memoria del Comm. Antonio Lombardini, Parma. Carmignani, 1869, JANELLI, Dizionario Bibliografico dei Parmigiani Illustri. Genova. Schenone, 1877, p. 220).
- Secondo il proposto rimaneggiamento territoriale sarebbero dovuti passare a Parma tutti i territori della destra della Magra e cioè: Barbarasco, Tresana, Podenzana. Albiano. compresi Calice e la Rocchetta nella Vara. Per la sinistra, invece. si proponeva un confine che partendo dall sorgenti del Tavarone dell’Apella e, seguendo i confini dell’ex Vicariato di Fivizzano, tagliava l’alta Valle del Tavarone, attraversava l’Aulella sotto Ceserano e, quindi, il Bardine. per toccare la frontiera Sarda presso Caprigliola, includendo nel territorio di Parma i paesi estensi di Terrarossa, Licciana, Bastia, Aulla. Pallerone Caprigliola, e lasciando a Modena l’omogeneo complesso territoriale della zona apuana (Fivizzanese, Garfagnana, Massa. e Carrara) con l’intero possesso della via militare che, mediante la strada della Spolverina, raggiungeva il mare allo scalo dell’Avenza. Di tale progetto si parla in un fascicolo ms. di Considerazioni relative agli interessi materiali della Provincia di Lunigiana che si conserva tra le carte di L. Molossi, che servirono per la compilazione della Memoria del’ 36, presso l’on. dott. G. Micheli. il quale ne dette notizia nella tornata straordinaria della R. Dep. di Stor. Patr. per le Prov. Parmensi tenuta in Pontremoli il 22 Sett. del 1932. con la relazione: L’ Appendice lunigianese del Dizionario Topografico dl Lorenzo Molossi. Ne era autore l’Ing. Antonio Giuliani, il quale, già rappresentante di Pontremoli all’Assemblea nazionale toscana nel ’49, ed esperto di problemi della viabilità e territoriali, per studi e lavori di strade eseguiti in Val di Magra. e per essersi occupato, per incarico del Governo Granducale, insieme con l’lng. Prof. Zucagni della Divisione territoriale della Toscana, divenne poi decisamente annessionista e Cavourriano, e rappresentò Pontremoli al Parlamento Nazionale durante l’ VIII Legislatura. Alle Considerazioni era annessa una carta andata smarrita. — Sulle industrie e i commerci del pontremolese nel sec. scorso cfr. SFORZA, Stor. di Pont.. I. pp. 51-4. n. 5: e, per il traffico del sale. il mio studio: Una memoria di A. Malaspina sulla Gabella del sale toscano in Lunigiana. nell’Archivio S/or. per le Prov. Parm. XXVIII (Nuova Serie).
- «Nel 1859 Lei ricorderà come preparata in mille maniere la rivoluzione, formando un Comitato segreto, io vi presi parte, e come dopo l’effimera restaurazione del 3 maggio io dovetti seco Lei emigrare, e tentare di riannodare in Sarzana quelle fila che per breve rimasero interrotte. Nel 27 maggio si ricorderà la mia missione di rivoluzionario, e successivamente quella di Segretario del Comm. Provvisorio, di comandante provvisorio della G. N. e di Direttore di Polizia”. Da una lettera. poco posteriore agli avvenimenti. dell’avv. Antonio Bassignani al dott. Gir. Giuliani, che era stato Comm. Straordinario della Provincia di Pontremoli. Arch. Giuliani-Maraffi, presso di me. Per l’azione svolta da G. Rezasco, deputato al Parlamento Subalpino, prima per Sarzana e poi per la Spezia. per l’unione della Lunigiana al Piemonte, si veda quanto ne dice il PORRINI nella cit. op., p.27 .
- Ignazio Ribotti di Molières, già ufficiale nell’esercito piemontese e, poi, combattente in in Ispagna per la causa liberale. riammesso nell’esercito sardo nel ’55, per incarico avuto da Cavour. il 1 0 maggio del ’59, era sbarcato dal piroscafo della Marina Sarda Authion. all’Avenza, per riorganizzarvi le truppe volontarie che, da un piccolo nucleo di 300 uomini raccolti a Sarzana. divennero poi due reggimenti de “Cacciatori della Magra” che dettero origine alla Brigata Modena comandata dal R. col grado «li Maggiore Generale, per decreto dittatoriale di Farini. In aiuto di Massa e Carrara contro la minaccia di un ritorno estense. il Piemonte aveva mandato due compagnie di Fanteria marina che. con altri elementi dell’esercito. formavano un Battaglione R. Navi e genio Sardo comandato dal cap. De Stefani. Il Ribotti da Pontremoli si recò con le sue truppe a Parma e. quindi. a Modena, e fu di nuovo rimandato a Parma. dopo l’assassinio del colonnello Anviti (5 ottobre). Per maggiori notizie sul R. si veda in app. alla mon. di N. GIACCHI. I Cacciatori della Magra nel ‘5.9. in Memorie Storiche Militari. a cura dell’ Ufficio Storico del Corpo di Stato Maggiore, fasc. LV (Città di Castello. 1913).
- Non sono rimaste memorie di questo Governo, ma di esso fecero certamente parte Enrico Buttini, il dott. Girolamo Giuliani, e probabilmente. l’avv. Domenico Giumelli, giurista di grando valore e attivissimo organizzatore di quel movimento rivoluzionario. Si veda. per il primo. Pochi cenni bibliografici di E. B., di P. BETTA. Sarzana, 1859, p. 7: il secondo ha lasciato ricordo della sua nomina in un Memoriale che si trova presso lo scrivente tra un gruppo di carte, del ricordo arch. Giuliani. Maraffi, relative agli avvenimenti del ’59, e dalle quali sono tratte queste e le successive notizie della cronaca locale degli avvenimenti.
- Cfr. FORZANO, Carrara nel 1859, p. 10, 36 sgg. e passim. All’Aulla era stato nominato Incaricato del R. Sottocommissario Straordinario residente a Massa I ‘avvocato Giacomo Ferrari dal quale dipendevano i Comuni di Albiano, Terrarossa Tresana. Podenzana e Licciana. Cfr. Il Cast. e l’Abb. dell’Aulla cit., p. 286.
- Cfr. Raccolta Generale delle Leggi per gli Stati Parmensi. Anno 1859, Semestre 1°, Tomo 3. p. 79. Da p. 80 a p. 121 della Raccolta sono contenuti gli Atti del Commissario Straordinario della Provincia di Pontremoli c della Commissione Governativa del Comune di Bagnone (dal 29 maggio al 23 giugno). Il Proclama. a p. 103. per il quale il Sotto-Commissario Straordinario del Governo di S. M. Vittorio Emanuele II in Massa dichiara di assumere l’amministrazione della Provincia di Pontremoli, porta erroneamente la data del 23 giugno. poiché il Campi. a quella data. aveva lasciato l’ufficio. essendo stato nominato. sin dal 20, Intendente Generale di Reggio. È evidente che il proclama va riportato al 27 aprile. quando Pontremoli e gli altri Comuni della Lunigiana parmense avevano fatta dedizione al Re. I superstiti esemplari murali del Proclama non hanno data.
- Il Prefetto Appiani era tuttavia rimasto indisturbato a Pontremoli. anche dopo l’instaurazione del nuovo Governo, ed il 7 giugno, il Campi, un po’ meravigliato. consigliava da Massa di “ fargli sentire che la sua presenza non può più essere tollerata dal Governo “ senza ordinargli espressamente la partenza. L’anno precedente, in occasione della sua guarigione da una grave malattia, gli era stato indirizzato un curioso volumetto di congratulazione contenente versi di D R. M.; P. Betta: Don Pietro Leoncini, maestro di grammatica nel Seminario: e di D. Pasquale Sartori, parroco di S. Cristina: Al marchese Gaetano Appiani D’Aragona di Piombino R. Prefetto nella Lunigiana Parmense gli amministrati esultanti. Parma. dalla Tipografia Ferrari, s. d, ma 1858, pp. 16. L’OP. era stato com Pilato da Angelo Boldi. archivista della Prefettura. e, successivamente. protocollista e archivista del Commissariato Straordinario. – Al Comune venne nominato Commissario Straordinario il dott. Carlo Schiavi, in luogo del Podestà Conte Alessandro Caimi.
- I componenti del Municipio si erano dimessi non essendosi potuti adunare in numero sufficiente per deliberare. La Commissione, nominata per acclamazione di popolo, riuscì composta del Conte Giovanni Noceti. Carlo Querni. dott. Giuseppe Raffaelli, Luigi Focacci e Paolo Capirossi. La Commissione cessò dalle sue funzioni l’8 giugno, in seguito ad una notificazione del Commissario della Prov. di Pontremoli, che ne ordinava la cessazione. nominando il conte Stefano Noceti commissario straordinario al Comune. All’ordine pubblico si era provveduto, sino dal 28 maggio. con alcuni carabinieri sardi coadiuvati da volontari nominati giornalmente dalla Commissione. Cfr. la Raccolta cit. p 92 e 113.
- Il Presidente della Commissione per l’arruolamento nell’Armata Nazionale. fu nominato il march. Carlo Dosi. a comandante della guardia nazionale. col grado di maggiore, fu nominato il Dott.. Giov. Remigio Coppini che ebbe per aiutante. con grado di sottotenente, Francesco Mastrelli. Gli altri gradi erano così distribuiti: capitano della compagnia formata in Pontremoli, l’avv. Giovanni Giumelli: tenente, l’avv. Antonio Bassignani; Sottotenente. il dott. Cristoforo Bocconi. Il Comando della G. N. del Comune di Bagnone fu affidato a Carlo Querni con grado di capitano: di quella del Comune di Mulazzo. a Beniamino Carloni di Groppoli con grado di tenente; di Zeri, al dott. Giov. Battista Giumelli, col grado di capitano: di Villafranca, a Narciso Buttini. col grado di tenente; di Filattiera. a Giuseppe Savini, col grado di tenente. Raccolta cit. p. S6 e 199.
- La lettera ha la data del 10 giugno e aggiungeva che le truppe del col. Bergonzi si erano ritirate a Fornovo. mentre il distaccamento borbonico di Borgotaro. dopo essersi ammutinato e ricusato di lasciare il paese che minacciava, si era deciso a partire per Parma. Avvertiva di non potere dare notizie sugli avvenimenti di Parma poiché era stata interrotta la linea telegrafica da Berceto a Parma e da Berceto a Pontremoli. Accennava a un conflitto con tre morti e alla fuga di truppe ducali a Brescello.
- Anche nel popolo perdurava una viva eccitazione. Si erano dovute rinchiudere nelle carceri quattro guardie della polizia borbonica e tre di quei disertori delle truppe parmensi che. sbandandosi, avevano presi atteggiamenti da grassatori, per sottrarli a una giustizia sommaria di popolo. A intorbidare la situazione si ebbe poi una specie di serrata da parte degli osti. caffettieri, bottegai, ecc., che. in occasione del passaggio delle truppe del V Corpo d’Armata francese, comandato dal Principe GeroIamo Napoleone. Insieme con le truppe toscane. provenienti dalla toscana. avviate vergo il teatro della guerra, dichiararono di non voler tenere aperti e provveduti i loro esercizi, complicando gravemente il già difficile problema degli alloggi e dei vettovagliamenti.
- Solo a Pontremoli vi era una stazione di 5 militi, mentre se ne chiedevano almeno 9 con un ufficiale, che comandasse anche alle altre stazioni. Ciò resulta da una relazione del Comm. all’Intendente Campi dell’11 giugno. Nella stessa si dà notizia che dopo la dedizione di Berceto e l’occupazione fattane dal Ribotti era stato ripristinato il filo telegrafico Berceto-Pontremoli, e si propone il congiungimento della linea con Sarzana.
- Il Ministero, fino dal 20 giugno, aveva dato ordine all’Intendente generale Commissario Straordinario di Genova, dal quale dipendeva l’Intendente Campi. sottocommissario del Gov. del Re in Massa, perché fosse rimesso nelle mani del governatore degli Stati Parmensi il governo dell’antica provincia parmense di Pontremoli. In seguito a ciò il Comm. di Pontremoli rassegnava direttamente al Governatore di Parma. l’amministrazione della Provincia che. nel complicato passaggio dei poteri. si trovò momentaneamente virtualmente dipendente da tre centri amministrativi: da Genova attraverso il Campi, da Parma alla quale era stata restituita, da Modena per la temporanea dipendenza dell’Intendente di Massa riunita alle provincie Modenesi. Per tal motivo il Comm. Straord. ebbe comunicazione della decisione Ministeriale, oltre che da Genova. da Parma, con lettera del conte Pallieri del 23 giugno e da Modena con lettera Farini. quale governatore delle provincie Modenesi, in data 28 giugno. Il consigliere Massari, che ricevette il governo della provincia, direttamente, dal Comm. Straord., il 25 giugno era già favorevolmente conosciuto. per essere stato quale magistrato, a Pontremoli, dove la magistratura parmigiana aveva goduto stima e simpatia. Docc. relativi a questi avvenimenti si trovano tra le Carte Farini. nel Museo del Ris. di Roma, busta 147, n. 6,31; b. 148. 35; b. 149,
- Il march. Gian Carlo Dosi per il 10 Collegio di Pontremoli: l’avv. Camillo Coppini per il 2 0 Collegio Pontremoli-Filattiera: il dott. Girolamo Giuliani per il Collegio Zeri-Mulazzo: e il cav. dott. Francesco Raffaelli per il Collegio di Bagnone. Il march. Dosi fu poi eletto dall’Assemblea a far parte della Commissione (della quale fece parte anche G Verdi). incaricata di recare il Decreto per l’Unione al Piemonte, votato dalla Assemblea stessa. al Re Vittorio Emanuele, a Torino. Cfr. Alti cit., p. 50, 56, 83.
- Il Decreto del 30 novembre fissava per I’8 dic. la soppressione dei Governi separati e delle Amministrazioni Centrali per le Prov. Modenesi, Parmensi e delle Romagne. Un Decr. del 27 dic. proponeva la divisione del territorio dell’Emilia in Provincie, Circondari, Mandamenti. Comuni ecc., con l’intento di “cancellare qualunque traccia dei vecchi Stati amministrativamente artificiale e politicamente forzata” , non corrispondente “né alle condizioni topografiche, né agli interessi economici” intento non certo raggiunto nel versante mediterraneo, poiché, anzi, i vecchi confini rimanevano intatti. Le nuove circoscrizioni furono fissate dalla Tabella annessa al Decr.: la Prov. di Massa veniva la 4°, dopo quella di Forlì, e comprendeva due Circondari: 1° Massa e Carrara con 7 Mandamenti (Massa. Carrara, Fivizzano, Aulla, Calice, Tresana, Fosdinovo), con 17 Comuni ed una popolazione di 77051 ab.• 2° Pontremoli con 3 Mandamenti (Pontremoli. Bagnone, Mulazzo). con 6 Comuni (ab. 32021), ed una popolazione complessiva di 109072 ab. Era la provincia dell’Emilia meno popolosa dopo Ravenna (ab. 206018) e Piacenza ab. 210134). mentre la popolazione della provincia di Parma era tra le più dense (ab. 258502). Il 30 Dicembre furono istituite I’ Intendenza Generale a Massa, e l’Intendenza di Circondario a Pontremoli: il 13 gennaio dell’anno successivo fu fissato il reparto dei consiglieri provinciali: ai Mandamenti dell’alta Val di Magra, spettarono per Pontremoli 3 Consiglieri; Bagnone 2, Mulazzo 1. Nelle prime elezioni provinciali del Marzo furono nominati per il Mandamento di Pontremoli; il dott. Cristoforo Bocconi, il march. G. Carlo Dosi, il cav. Giov. Bertorini; per il Mandamento di Bagnone: l’avv. Cav. Francesco Raffaelli e il dott. Girolamo Giuliani; per il Mandamento di Mulazzo: l’avv. Pietro Porrini. Nel reparto dei collegi elettorali politici, Pontremoli e Bagnone formavano un collegio, mentre Mulazzo con Tresana furono riuniti al Collegio di Fivizzano. Cfr. Raccolta Ufficiale degli Atti di Governo Dittatorio per le Prov. Modenesi e Parmensi, Modena, 1859, Parte III (dal 9 Novembre al 31 Dicembre I859.) Serie nn. 65. 79 e annesso, 88; Raccolta Off. delle LL. e DD. pubblicati dal Governatore delle RR. Provincie dell’Emilia dal 10 Gennaio al 16 Marzo 1860, Modena. 1860, Serie nn. 9, 3:3. Il Circondario di Castelnuovo di Garfagnana, antico dominio estense, era rimasto aggregato alla Provincia di Modena, e passò alla Provincia di Massa, solo dopo le annessioni. il Gennaio del ’61 per una provvisoria sistemazione delle circoscrizioni giudiziarie. Il primo Deputato di Pontremoli al Parlamento Subalpino fu l’avv. Camillo Coppini, già membro dell’Assemblea parmense, eletto nei comizi del 25 Marzo, e rimasto deputato sino alle nuove elezioni del 27 Gennaio del ’61.
- Dopo la pace di Villafranca i Pontremolesi decisero di staccarsi da Parma e di essere uniti alla Provincia di Massa, e si contennero cosi perché avevano saputo che tra le stipulazioni della detta pace, la sola Lombardia doveva essere aggregata al Piemonte, e benché in dette stipulazioni fosse stabilito Che i Ducati di Parma e Modena (a cui apparteneva Massa) dovessero ritornare sotto il dominio dei loro Duchi, tuttavia una notizia segnalata dal Comitato Centrale di Torino, faceva concepire la speranza che la Lunigiana tutta dovesse passare al Piemonte, ed in questo concetto soltanto, e dietro consiglio venuto da Torino dai Pontremolesi fu fatta la loro dedizione alle autorità piemontesi che si erano stabilite Massa “ . Cfr. le Notizie cit. di F. Piedi.
- La Disposizione del 16 Giugno della Commissione Governativa, contro coloro che dal ’48 ordinarono. istigarono o applicarono ecc. la pena del bastone,” atto crudelmente oltraggioso alla dignità d’uomo “si legge a p. 45 della Raccolta ecc. per gli Stati Parmensi cit.. Gli altri accenni si trovano nella relazione alla proposta di decadenza della dinastia Borbonica. presentata all’Assemblea dal piacentino deputato prof. Carlo Fioruzzi: cfr. gli Atti della Ass.. cit., p. 37 e 39. Il Romiti era stato accusato di aver beffato in pubblico alcuni invalidi stanziati in Pontremoli. Dello sdegno suscitato in paese dalla brutale bastonatura. che rese più profonda l’avversione della popolazione contro il governo borbonico, è rimasta una vivace testimonianza in alcune lettere del pontremolese Giov. Bertorini, riferite nella Già citata relazione del gen. Ricci-Armani. all’adunanza della Deputazione di Storia Patria per le Provincie P. dei 22 Settembre 1932. Il Romiti fu poi, dal Comm. Provvisorio impiegato nell’ ufficio telegrafico di Pontremoli.
- Cfr. Dell’ importanza Storico-geografica che ha la Città di Sarzana relativamente alla Lunigiana per essere centro d’Amministrazione economico-civile. Genova, 1861-62 (anon. ma di Bartolomeo Podestà); e Degli interessi della città di Sarzana nella questione delle circoscrizioni territoriali, Pisa, 1866 (anon. ma di Ilario Lari).
- Cfr. i resoconti delle adunanze del Cons. Comunale di Pontremoli del 4, 7 e 24 maggio del 1861.
- La linea della Vara, per le Cento Croci, avrebbe dovuto seguire il tracciato Parma-Borgotaro-Varese-Chiavari-Genova. con diramazione Varese-Spezia: cfr. la deliberazione del Consiglio Comunale di Pontremoli del 2 febbraio I865, la circolare del Presidente del “Comitato Promotore della via ferrata fra Parma e Spezia” prof. P. Torrigiani (Parma, 16 Aprile 1865). Per il tracciato Lucca-Reggio si veda la Relazione [di C. Possenti] della Commissione creata per l’esame delle proposte relative alla costruzione delle ferrovie Spezia-Parma e Lucea-Reggio, Torino, I863.
- Cfr. Verbale della seduta straordinaria del Consiglio Comunale cli Pontremoli dei 4 febbraio 1865, e la Relazione intorno alla Circoscrizione territoriale del Circondario di Pontremoli approvata in quella seduta
- L’alta Val di Magra non aveva partecipato ai tentativi durati dall’ 83 al ’92 per dar vita a una Provincia Apuana composta del territorio della prov. di Massa. del Circondario della Spezia e dei Mandamenti di Pietrasanta e Seravezza, che furono poi abbandonati per rivalità di preminenza tra Massa e la Spezia. Nel ‘92 l’agitazione per il distacco da Massa ebbe i centri più attivi in Garfagnana e nell’alta Val di Magra, dove. con manifestazioni di Cons. Com. e di pubblici comizi, prese il carattere di una vera sollevazione popolare. Era allora Sindaco di Pontremoli Camillo Cimati. poi e. ora, senatore del Regno. A un comizio tenuto nel Teatro di Pontremoli il 26 giugno, intervennero le rappresentanze comunali di Fivizzano, Aulla. Tresana, Viliafranca. Filattiera, Zeri, e numerose associazioni, e aderirono i Sindaci di Bagnone. Casola, Licciana. Nell’ O. d. G. votato dal Consiglio Comunale di Pontremoli si ripeteva, per suggerimento di che consiglieri che avevano partecipato ai moti del ’59, che, come già si è visto, l’aggregazione del Circondario a Massa non fu il portato di nessun vincolo storico, né economico, ma semplicemente causata da ragioni patriottiche in un momento nel quale queste popolazioni temevano che per combinazioni politiche il Borbone recuperasse lo Stato “. La proposta per l’annessione a Parma era stata accolta favorevolmente dai capi della rappresenta e della amministrazione di quella provincia, i quali avevano dichiarato che la Provincia di Parma sarebbe lieta dell’annessione non solo del Circondario di Pontr., ma ben anche di tutti quegli altri Comuni della Lunigiana che desiderassero unirsi alla loro Provincia . Si veda. per la Provincia Apuana la Memoria pubblicata a cura dei Sindaci di Massa e Spezia (Spezia, Tip. Tari. 1883), e. per le agitazioni del ’92 i verbali: del Cons. Comunale di Pontremoli del 26 giugno 1892: del comizio tenuto nello stesso giorno al teatro di Pontr.; della adunanza dei Sindaci dei Comuni dell’alta Lunigiana tenuta nella sede del Municipio di Pontr. il 21 Agosto. Per le notizie di carattere generalo sui tentativi di riforma amministrativa, si rimanda si rimanda ai Cenni storici e precedenti parlamentari sulle Leggi Com. Prov. dal 1814 al 1910, nella Introduzione della classica opera di Gius. SAREDO, La legge sull’Amministrazione Provinciale, vol. I (Torino, 1901), dove è riportato anche il progetto (preparato da Luigi Bodio prr il Minghetti) di ordinamento regionale, nel quale si proponeva di unire . la Provincia di Massa alla regione Ligure.
- Alla metà del sec. XVI, Massa era tuttora un piccolo borgo feudale, raccolto ai piedi della rocca, che contava appena un mezzo migliaio di abitanti, e dovette all’ambizione e al prestigio dei Cybo, successori dei Malaspina, l’ingrandimento urbano e il titolo ducale (sec. XVII). Cfr., oltre il Diz. del Repetti, SFORZA, Massa di Lunigiana nella prima metà del sec. x VIII, in Alti e Mem. della R. Dep. per le Prov. Mod. S. V, vol V, e Alberico Malaspina Principe di Massa e il suo carteggio letterario, in Scritti vari di erudizione e di critica in onore di R. Renier, Torino, 1912, p. 1071 e sgg..
- Cfr. Lunigiana A. II, n. 5-6: Una agitazione amministrativa nel 1804
- Un quadro del rapido e vigoroso sviluppo della Spezia moderna, sulla fine del secolo scorso, si può vedere nella bellissima relazione al Senato del Regno, del 23 Maggio 1908, del Sen. Giovanni Mariotti. a proposito della legge del piano regolatore per l’ampliamento della Spezia nel piano di Migliarina. – Per il Congresso del 1913 cfr. Atti del Congresso per il riordinamento amministrativo della Lunigiana promosso dal Comune della Spezia, Spezia, 1914, l’o. d. g. votato in Lunigiana, IV 2.