Lo scoppio di una sacca di grisou uccide 13 minatori. Dopo 10 anni di lavoro, mancavano appena 65 metri per ultimare lo scavo., Tre lire di salario per un giorno di lavoro cinque chilometri entro la montagna. La trasformazione sociale e culturale percepita e documentata dallo scrittore Campolonghi e dal sacerdote don Castellotti. La tragedia delle tredici vittime dimenticate e delle loro lontane famiglie. Il dramma dei feriti per l’abbandono del lavoro. Cento anni fa era la speranza di tempi nuovi; ora la speranza di un rinnovamento sembra allontanarsi per il mancato finanziamento della nuova galleria del raddoppio della Pontremolese

Sono le quattro del mattino di venerdì 7 aprile 1893: per i minatori al lavoro nel cuore della montagna si avvicina un’altra alba invisibile. Manca poco ormai: solo 65 metri separano infatti le due squadre di operai che avanzano l’una verso l’altra, ogni giorno, da dieci anni. Poche settimane e il Borgallo sarà forato: 7972 metri di lunghezza scavati nell’infida montagna appenninica tra difficoltà ai limiti delle capacità tecniche e umane.
Gli incidenti sul lavoro nel Borgallo sono stati molti da quel primo marzo 1883 quando il guinadese Pasquino Marioni aveva fatto brillare la prima mina; numerosi i morti per lo scoppio delle cariche o per gli improvvisi crolli. Ma in dieci anni non si è verificato nessuno di quei disastri collettivi che hanno segnato la storia dei grandi trafori.
Quella mattina nell’avanzata inferiore della galleria è al lavoro Flaminio Parmegiani, 39 anni, arrivato al Borgallo da Modena dove ha lasciato solo la sorella Elena. E’ un minatore esperto, al seguito dell’Impresa Piatti, con la quale probabilmente aveva già lavorato nei cantieri dei trafori alpini.
Con lui sono altri operai, Immersi nell’acqua fino alle ginocchia, a 4.691 metri di distanza dall’imbocco, laggiù nell’ “anima” della montagna, in un’atmosfera irrespirabile a trenta gradi di temperatura, avvolti dai fumi delle mine e della locomotiva di servizio al cantiere. Si lavora alla luce fioca delle fumose lampade ad olio, nello stretto cunicolo che rappresenta la punta più avanzata dello scavo, dove riescono a lavorare non più di due uomini, con gli altri pronti ad “armare” con il legname quel budello, prima che si richiuda sui minatori.
Dalle brevi cronache dei quotidiani dell’epoca si comprende come la tragedia si sia consumata in un attimo; gli operai in posizione più avanzata entro lo stretto cunicolo stanno lavorando, ma dopo l’ennesimo colpo di piccone l’oscurità del tunnel scompare improvvisamente: la fiammella delle lampade si fa più viva, si allunga, rischiarando la roccia. I minatori comprendono, terrorizzati, di aver liberato una grossa sacca del tanto temuto “grisoù”, il gas che ha atteso dieci anni prima di manifestarsi in tutta la sua forza.
Non hanno nemmeno il tempo di fuggire, forse riescono a percorrere pochi metri in direzione dell’uscita, lontana cinque chilometri; tutta la montagna è scossa da una violentissima esplosione: gli operai vengono “sbalestrati in aria dallo scoppio” e scaraventati a sette metri di distanza, mentre tutte le torce accese alle pareti della galleria sono spente dal violentissimo spostamento d’aria che si propaga per oltre tre chilometri. I feriti restano nell’oscurità più assoluta. Il Parmegiani, troppo vicino all’esplosione, muore all’istante; la stessa sorte tocca anche ad altri dodici compagni, feriti gravemente e ricoverati all’ospedale di Pontremoli. Muoiono l’uno dopo l’altro nei quattro giorni successivi; “i feriti” scrive un cronista del Secolo in visita all’ospedale il giorno dopo “hanno delle estesissime ustioni in tutto il corpo, la pelle cade loro a brandelli: gli infelici sono irriconoscibili, vengono colti da continui sussulti e i loro lamenti sono strazianti”.
Alla fine si contano tredici morti e dieci feriti; di questi alcuni rientrano al lavoro in breve tempo, altri abbandonano il cantiere definitivamente.
I funerali si svolgono a Pontremoli il 10 aprile, quando i morti sono ancora r dodici: migliaia di persone (le cronache dicono settemila) seguono le bare fino al cimitero. Ci sono gli operai della Galleria, altri dipendenti dell’Impresa Piatti, lo stesso Alarico Piatti, le autorità comunali e provinciali.
Intanto, subito dopo il disastro, il Tribunale di Pontremoli aveva aperto un’inchiesta, incaricando un perito, l’ing. Venturini, di esprimere un parere tecnico sull’accaduto; la perizia alla fine giudicherà puramente accidentale la causa della catastrofe, determinata da “un improvviso ed imprevedibile sprigionamento di grisoù da masse di asfalto sparse qua e là in banchi di argilla”.
La perizia assicura che la ditta aveva messo in atto provvedimenti sufficienti ad evitare disgrazie e sottolinea come, in caso di notevole aumento della concentrazione del gas nell’aria, “le probabilità delle esplosioni -sono inversamente proporzionali alla prudenza degli operai”.
Conclusione: l’incidente si sarebbe potuto evitare se Flaminio Parmegiani e i suoi compagni prima di scappare avessero dato l’allarme e spento le lampade. L’ing. Venturini sottolinea, infatti, come siano state infatti proprio le lampade a “fiamma nuda” a innescare la miscela esplosiva, quelle lampade tanto criticate negli anni precedenti dagli operai che ne avrebbero voluto dall’Impresa di più sicure. C’era poi il problema della ventilazione, giudicata insufficiente dagli operai, con i nove compressori incapaci di aerare un tunnel arrivato a cinque chilometri di profondità dentro la montagna.
Le tesi del perito, che ritiene sufficienti le misure di sicurezza esistenti nel cantiere, non trovano consenzienti gli operai i quali, già nel maggio del 1890, avevano organizzato una grande manifestazione di protesta, con un lungo sciopero che aveva visto la partecipazione di oltre un migliaio di lavoratori.
Questi solo un anno dopo sostenuti dal Circolo Operaio Pontremolese presieduto dall’avv. Pietro Bologna, futuro sindaco della città, vedranno parzialmente riconosciute le loro ragioni, con l’Impresa Piatti condannata a versare 40.000 lire di indennità. A queste si aggiunge quanto raccolto dal Comitato di Soccorso promosso dal Municipio di Pontremoli che mette insieme poco meno di 8.000 lire, tra queste, l’offerta del Re (2.000 lire).
Dopo il disastro del 7 aprile, gli operai minacciano di non ritornare al lavoro se prima non viene concesso loro almeno un aumento.
In galleria la paga più alta è quella del capoposto, 4 lire e 50 centesimi al giorno, 20 centesimi in più del muratore, mentre per il minatore incaricato di far avanzare lo scavo varia tra le 3 e le 3 lire e 30 centesimi al giorno. Vi erano poi una serie di trattenute, più o meno legittime, che riducevano anche di un quarto i già magri salari.
Ma, alla fine, anche al Borgallo il lavoro riprende: dopo poche settimane, il 28 maggio 1893 la carica fatta brillare dai minatori dell’avanzata sud fa cadere l’ultimo diaframma, tra l’entusiasmo di quanti hanno vinto la montagna. Quattordici mesi dopo, alle sette del mattino del primo agosto 1894, il treno transita per la prima volta nella galleria: senza festeggiamenti, troppe volte effettuati negli anni precedenti in occasione dell’apertura dei vari tronchi.
I binari di un tempo nuovo

L ‘arrivo della ferrovia ha cambiato il volto e la storia del territorio, ma l’apertura dei cantieri, negli anni Ottanta del secolo scorso, deve aver provocato una vera rivoluzione nel microcosmo pontremolese dell’epoca e della quale noi oggi, ad un secolo di distanza, riusciamo a renderci conto rileggendo le pagine di Luigi Campolonghi: “Pontremoli non si riconosceva più. Il suo lastricato tremava e urlava da un ‘alba all’altra sotto i cariaggi pesanti e stridenti”; e ancora: “Ogni sera» legioni di ‘operai salivano al Bronzino o scendevano dal Borgallo, i monti già forati a metà, precedendo o scortando carri cigolanti, e ciascuno di essi aveva una lampada sospesa alle fascie rosse attorno ai fianchi”, quelle fasce che testimoniano come, con i lavori per la ferrovia, le idee del Movimento operaio e del Socialismo fossero arrivate anche a Pontremoli. La confluenza tra i torrenti Verde e Verdesina, poco a sud dell’abitato di Guinadi San Rocco, vede impiantare il grande cantiere per i lavori dell’avanzata sud della Galleria del Borgallo. Il luogo si popola di centinaia di persone: uomini soprattutto, ma anche moltissime donne e bambini in grado di lavorare molto rispetto alla bassa mercede giornaliera che ricevevano. Come ci ricorda il “Solitario del Castello di Grondola” l’opuscolo scritto dal parroco della località vicina al cantiere, da allora, e per lunghi anni, non si dirà più “andare al Borgallo”, ma “ai Baracconi”, con evidente riferimento alle strutture provvisorie del cantiere, ricovero di uomini e cose. Ma attorno al cantiere nasce anche un vero e proprio villaggio; ci dice don Castellotti, non senza disappunto, che “al Borgallo vi è una cassetta postale per le lettere. Vi è pure una specie di caserma per i R. carabinieri. Vi sono Caffè!… Restaurantes!… Locande… Trattorie… Alberghi… Sarti… Calzolai… Fruttivendoli… Macellai… Panettieri e Tabaccai. Sto per dire che vi sono tutte le arti e i mestieri”.
Nel pontremolese arrivano migliaia di persone da varie regioni italiane: era soprattutto la manodopera qualificata al seguito delle Imprese; tra questa un posto di primo piano avevano sicuramente i minatori, provenienti da quelle aree dove negli anni precedenti l’uomo si era misurato con la costruzione dei tunnel alpini o appenninici.
E’ probabilmente per questo che tra le vittime del disastro del Borgallo non troviamo lunigianesi: 5 piemontesi, 4 lombardi, 2 emiliani, un veneto e un toscano di Fiesole sono i tredici operai morti; tra i feriti compare un lunigianese, Alberto Innocenti di Fivizzano, ferito leggermente e tornato subito al lavoro, segno che con ogni probabilità faceva parte delle squadre addette ai lavori di allargamento o rifinitura della galleria, ma non di attacco vero e proprio alla montagna.
Oggi, a cento anni esatti di distanza e in mancanza di una commemorazione ufficiale è doveroso almeno citare i nomi sconosciuti o dimenticati dei tredici operai morti nel disastro del 7 aprile 1893 e, per mezzo loro, ricordare tutti gli altri, uomini, donne e giovanissimi, morti nei tanti cantieri aperti lungo la linea.
Tredici vittime dimenticate
Al momento dell’esplosione era morto sul colpo Flaminio Parmegiani, 39 anni, proveniente da Castelnuovo Rangone, in provincia di Modena dove viveva la sorella Elena.
Il giorno successivo, 8 aprile, all’ospedale di Pontremoli per le ferite riportate muoiono altri cinque operai: Antonio Brisighen, 27 anni di Quincineto (TO), dove aveva lasciato il padre, Bernardo di 49 anni, una sorella sposata , Marianna, e altri sette fratelli e sorelle tras i 22 e i 9 anni; Raimondo Campasso, 41 anni, di Pratiglione in provincia di Torino.
Vedovo, aveva una figlia, Maria di 11 anni, ospite di un istituto; in seconde nozze aveva sposato la guinadese Antonia Pelliccia; Natale Daltoè, 20 anni di Valmareno di Treviso dove vivevano il padre, Giacomo, e quattro fratelli tra i 13 e i 21 anni; Giovanni De Marchi, 45 anni di Trino Vercellese, è quello con la famiglia più numerosa; in Piemonte aveva infatti lasciato la moglie, Rosa di 31 anni, e cinque figli, Anto, dove aveva lasciato la madre, Felicita.
Due giorni dopo il disastro, il 9 aprile, vengono registrati altri sei decessi: Raimondo Bonomi, 33 anni che a Varrone, in provincia di Brescia, aveva un fratello, Bortolo e una sorella, Antonia; Luigi Calleri, 26 anni di Fiesole è l’unico toscano tra le vittime: nella cittadina fiorentina aveva la moglie, Elvira e i tre figli , Corinna di 5 anni; Maria di 3 e Guido di 2 anni; Giovanni Cappelli, 24 anni ad Artogne di Brescia aveva il padre, Bortolo di 64 anni, la madre, Maria 65 anni e quattro fratelli e sorelle fra i 20 e i 31 anni; Luigi Maina, 29 anni di Settimo Torinese, orfano di entrambi i genitori, era il maggiore di sette fratelli e sorelle, due delle quali, Luigia e Domenica, sposate.
Manteneva una delle altre sorelle, Gabriella, unica ancora minorenne, “in una Casa d’Orfani a Torino“; Luigi Nè, bergamasco, è la vittima più giovane del disastro del Borgallo: aveva appena 17 anni ed a Bergamo gli erano rimasti la madre, Maria di 58 anni, un fratello e una sorella; Luigi Piovani, 30 anni, era arrivato dalla provincia di Parma, da Neviano degli Arduini, unico uomo rimasto nella famiglia composta dalla madre Maria, 67 anni, e da una sorella; Cristoforo Rebuffoni, 22 anni di Berbena, in provincia di Brescia, dove vivevano il padre, Domenico, 57 anni, la madre, Giacomina 59 anni e quattro tra fratelli e sorelle, è l’ultimo a morire, l’11 aprile, il giorno dopo i funerali dei compagni.
Tra i feriti, i più gravi furono Achille Ovir, 25 anni di Castelnuovo Torinese e Antonio Vitali, 33 anni, del quale non è indicata la provenienza.
Il primo rimase ricoverato a Pontremoli fino al 13 maggio, mentre il secondo venne dimesso due giorni dopo il disastro, il 9 aprile, ma rientrato a casa “dovette mettersi a letto ammalato gravemente”.
Altri feriti erano stati Antonio Botta, Antonio Pelizzari, 17 anni di Mel (BL), Andrea Dameluz 42 anni di Udine; Domenico Bertoni 35 anni di Pavullo (MO), Luigi Bernassari di Casalmaggiore (CR), Matteo Roldo 52 anni di Trichiana (BL), Luigi Moschini 24 anni di Bedoletto (BG) e il già ricordato Alberto Innocenti di Fivizzano.
Nomi sconosciuti e lontani, dimenticati tra la polvere degli archivi da dove – a differenza di tanti altri – sono usciti perchè protagonisti loro malgrado di un evento destinato a rimanere nella memoria, magari distratta, di quanti si sono succeduti e ancora verranno a rendere presente quel tempo che loro non hanno potuto iniziare a vivere, ma hanno contribuito a costruire.
Paolo Bissoli, Il Corriere Apuano, 3.4.1993