RELIGIOSITA’ POPOLARE: LE MAESTA’

Come già annunciato nel n. 13 della Rivista «Le Apuane» pubblichiamo la relazione sulla storia delle «maestà» nel territorio massese e lunigianese, sulle differenze con quelle limitrofe, e in particolare sul problema della religiosità popolare, tenuta dal prof. Augusto C. Ambrosi in occasione della presentazione del volume di Giovanni Martini, Maestà.

Maestà presente sulla vecchia strada per Arzelato

Prima di entrare nell’argomento propostomi, la presentazione del volume «Maestà» di Giovanni Martini, penso di fare alcune osservazioni preliminari per introdurre in un argomento che mi sembra di grande interesse.

Sfogliando questo volume ci viene subito in mente quanto l’attenzione per gli studi sulla religiosità popolare stia attraversando un periodo di rinnovata fortuna.

Le cause sono molteplici e vanno dalle numerose sollecitazioni provenienti dagli studiosi di folklore al moltiplicarsi ed infittirsi dl indagini e di inchieste di tipo antropologico le quali hanno visto nelle indagini e negli studi della «vita quotidiana» un possibile campo dalle numerose applicazioni.

Ma il «popolo» oggetto delle ricerche diviene anche soggetto esso stesso in un vero e proprio revival.

Si pensi a quanti convegni, a quante pubblicazioni, a quante iniziative si attuano oggi legate, tutte, al grande tema delle manifestazioni popolari e della religiosità popolare in modo particolare.

L’attenzione a quanto attiene al «popolare», facilitata anche dalla fortuna che il termine ha avuto da alcuni decenni, sembra ora presentarsi nella componente di una massificazione per cui la «popolarità» non è più caratteristica di una ben individuata categoria, ma è della intera nostra società. Tutto questo ha finito col provocare una specie di senso di colpa collettiva perché il processo di massificazione ha avuto come conseguenza immediata la scomparsa o l’appiattimento di quanto veramente genuino e spontaneo, di quanto appunto «popolare» esisteva ancora tra la nostra gente.

Pertanto, parallelamente, nello sforzo di recuperare valori che sia per chi li studia come per chi li vive appaiono sempre più lontani e sempre più irriconoscibili, si finisce col creare un enorme arricchimento spirituale, di integrazione e di recupero (come si suol dire) della propria identità tanto individuale che sociale.

In questo senso si muovono molti studi sulla religiosità popolare. lavori ed intenti che hanno fascie di osservazione vastissime e che partono spesso da presupposti e da motivi che portano qualche volta a conclusioni diverse se non antitetiche.

Non vè dubbio di quanto questo lavoro sia utile e necessario per una ricognizione storica del fenomeno religioso e del fenomeno del cristianesimo, particolarmente, dalle sue origini ad oggi.

Balza subito evidente lo spessore delle stratificazioni, dei significati e delle varietà che si colgono oggi nel moderno concetto di religiosità popolare e le differenze sostanziali che il problema presenta da luogo a luogo, da regione a regione, non soltanto nell’ambito europeo, ma anche nella nostra stessa penisola e nell’ambito della stessa Toscana. Ed il fenomeno che stiamo esaminando è una riprova abbastanza significativa se non addirittura emblematica.

Devo subito dire che non si tratta soltanto di ricerche antropologiche o di motivazioni suggerite dall’esperienza gramsciana, ma anche squisitamente pastorali che mirano a fornire elementi di riflessione e di valutazione di fronte ad un fenomeno che a partire almeno dalla EVANGELII NUNTIANDI ha attirato più volte l’attenzione del magistero e promosso convegni e incontri di liturgisti e di teologi. In questo ambito si esclude una certa tendenza riduttiva, spesso in atto, per la quale la religiosità popolare è sola caratteristica del mondo contadino o finisce con essere soltanto la «religione degli ignoranti». Tutto questo è contraddetto dal carattere di antichità, di resistenza e di autonomia della religiosità popolare, la quale nell’accettare nuove forme di devozione le trasforma sempre ed ha pertanto una vitale capacità di rielaborarle e di farle proprie, di plasmarle secondo la sua sensibilità, la sua struttura mentale, secondo l’organicità della sua fede, secondo il grado di maggiore o minore convinzione.

Ciò premesso dovremo ancora chiarire quanto le espressioni «devozione o religiosità popolare» siano incerte ed ambigue, non rispondenti certamente a quella somma infinita di valori spirituali che esprimono e che sottintendono.

Incerta ed ambigua perché sfugge a qualsiasi definizione sociologica precisa e perché sembra quasi opporsi implicitamente a «devozione di élite» 0 alla «devozione del clero». Fatto questo che non è vero nelle accezioni più generali anche se, come meglio vedremo, la religiosità popolare può avere un suo spazio sacro autonomo ed una serie di componenti al limite della eterodossia, componenti nelle quali si può cogliere la pratica in disuso, dimenticata o scomparsa sotto ulteriori rinnovamenti, quasi memoria o fossile e di forme del passato. È stata anche definita «l’antica religione del clero” a cui sono state aggiunte altre connotazioni di varia natura.

Questa premessa ci sembra necessaria per avvicinarci al mondo e al tema del libro che presentiamo, anche se, nel nostro caso, si tratta di una religiosità popolare tutta particolare, un genere che non è stato ancora studiato come meriterebbe e che presenta aspetti estremamente complessi, complessi perché sembra quasi uscire da un concetto «popolare» generico, quale prodotto di una categoria subalterna che, a ben vedere, nella maggioranza dei casi non avrebbe avuto le possibilità economiche di acquistare immagini del genere. Sembra qualche volta esulare ancora dal concetto di «devozione popolare» per il grado e la valenza iconografica di tutto rispetto che, se non può considerarsi «arte», è comunque prodotto, spesso, di un artigianato di buona tecnica e di provata abilità.

Ma alla base di tutto questo sta ancora la religiosità popolare che vede nell’immagine sacra un aiuto ed una guida nel cammino della vita. Una protezione che preserva la casa dalle disgrazie, dalle malattie, dai terremoti, una benedizione che veglia sulle messi, sui pascoli, sulla strada che si deve percorrere ogni giorno per raggiungere i campi, il luogo di lavoro, che preserva dalle disgrazie materiali ma anche da quelle spirituali. Spesso i committenti considerano la costruzione della Maestà come un’opera buona, della quale post obitum la loro anima potrà lucrare qualche vantaggio, specialmente dalla Maestà si invita il passante a dire una giaculatoria. L’immagine sacra è presidio e difesa contro le forze delle tenebre ed è significativo trovare nelle leggende di Resceto tre misteriosi e sinistri cavalieri che scendono a valle per la via Vandelli, ma che, ad un certo punto sprofondano nel buio del canale per non passare davanti ad una Maestà.

L’immagine sacra come espressione dell’insicurezza, del desiderio di protezione, della necessità di protezione celeste si ricollega al rapporto mitico che l’uomo ha sempre avuto con il Divino. È naturale pertanto collegare queste semplici ed aggraziate architetture della fede cristiana con i lares compitales o con le aediculae patentes. La venerazione della immagine sacra offerta al pubblico in nicchie, all’ingresso delle abitazioni, ai crocicchi, sulle fontane, sui ponti, ai confini dei territori comunitari, ai confini delle proprietà, lungo i percorsi delle rogazioni sono tutte forme di una religiosità popolare espressa quasi in forma «di segnaletica socio-religiosa»; come una presenza divina negli spazi che l’uomo percorre o abita in tutte le ore del giorno, in tutto il tempo della sua umana vicenda.

Le immagini di cui parliamo vengono ad essere lo spazio religioso o privato che fa corona e che si irradia dallo spazio religioso collettivo che è la chiesa, la parrocchia, la pieve. In essa si ritrovano analoghi temi iconografici che figurano sulle pale degli altari, nelle stampe devozionali dei libri di preghiera, e che sono i temi stessi delle prediche e dei domenicali sermoni.

Ho accennato al problema molto complesso per una definizione coerente di questo genere di espressione religiosa. Perché se diciamo che è una manifestazione di religiosità privata rischiamo di non comprendere quelle immagini che probabilmente sono state volute da una comunità o da un gruppo di persone o da una compagnia religiosa, da una «casaccia» come anche nel caso di Massa appare per due volte.

E chi è il committente della «maestà-rifugio», quelle cappelline che sorgono ai valichi montani per dare riparo ai passanti durante le cattive stagioni? E quelle poste ad indicare il punto di arrivo delle rogazioni. Indubbiamente molte di queste opere sono collettive; è la comunità che magari attraverso le «comandate» o giornate di lavoro obbligatorio realizzava queste opere di utilità pubblica ed anche di utilità spirituale.

La Maestà è soltanto espressione di religiosità o è anche espressione elitaria, specie di status-simbol, quasi biglietto da visita di una certa agiatezza,  documento di fede ma anche espressione di vanità, ostentazione di un raggiunto benessere, la cui protezione veniva affidata alla sacra immagine messa sopra la porta di casa?

Queste domande-ipotesi (ma quante altre potremmo ancora porre?) indicano la complessità del fenomeno che ha tanti risvolti e tante chiavi di lettura  in relazione agli interessi di chi se ne occupa.

Abbiamo iniziato questa conversazione parlando di «religiosità popolare» ma è logico dire subito che è la religiosità del committente, che, ad un certo punto della sua vita sente il bisogno, religioso o non, di procurarsi questi bassorilievi da porre su una facciata della sua casa, al margine di un suo campo, ai confini della sua proprietà. Ma, come ho già accennato, l’ esecuzione si deve ad un artigiano che rivela diversi stadi di preparazione, diverse possibilità di assimilare lo spirito del modello, diversa fantasia nel rendere l’immagine, la composizione o la dinamica narrativa.

Per questa ragione non esiste una Maestà uguale ad un’altra: “le officine» sono sempre caratterizzate da una estrema, peculiarissima individualità.

 Anche se si tratta di tutt’altro fenomeno, sotto questo punto di vista qualche relazione può essere vista con gli ex voto; nel senso che anche in quel caso, pure nella grande varietà e libertà degli schemi illustrati, affiorano degli archetipi, quasi irriconoscibili, nelle più varie interpretazioni.

È logico pensare che in uno studio un po’ più approfondito di questo fenomeno bisognerà andare alla ricerca dei motivi ispiratori di molti di questi bassorilievi.

Anche guardandoli sommariamente non sfugge la ripetitività di certe forme, riconducibili forse ad un’unica matrice.

Per le «targhe devozionali» dell’Emilia Romagna, cioè per questo stesso  fenomeno in ceramica anziché in marmo, si sono visti i modelli di ispirazione nelle stampe popolari. Non c’è dubbio, infatti, della grande diffusione che tali pubblicazioni ebbero in tutta la fase postridentina per riaffermare e per recuperare certi principi che la Riforma aveva messo in discussione. Qualche anno fa Lorenzo Baldacchini, consultando soltanto tre biblioteche, la Vaticana, l’Alessandrina e l’Estense ha schedato ben 412 titoli di stampe popolar- religiose, pubblicate nei secoli XVI e XVII. Non a caso, forse, sono gli stessi secoli che vedono una grande diffusione delle nostre Maestà.

In una zona ove il marmo è la materia prima più comune  e a minore prezzo ed ove gran parte delle maestranze è solita convivere  col martello e con lo scalpello e anche con i grandi maestri  che qui venivano a scolpire le loro opere, era logico che si sviluppasse una attività artigianale in grado di fare fronte ad una certa richiesta. È un po’ ‘lo stesso fenomeno delle sculture in pietra serena che si trovano nella Lunigiana interna: sono fatte nella materia più abbondante e più malleabile ed in tutti i tempi è stata utilizzata per le sculture più diverse: dalle statue-stele, alle teste apotropaiche, ai motivi architettonici dei palazzi, alla cornice che serviva ad inquadrare e a far risaltare la Maestà in nobilissimo marmo bianco. Ma a prescindere dall’accennato impiego della pietra nei palazzi e nelle pievi, non crediamo che esistesse una particolare committenza per queste sculture minori. Questo per dire, che, probabilmente, non sempre doveva esistere un rapporto di committenza anche per le nostre Maestà. In una terra di scalpellini di professione non andremo molto lontani dal vero immaginando che alcune Maestà fossero scolpite «per sua devotione» dal proprietario della casa sulla quale venivano poi poste.

Tutto questo non cambia i termini del problema, ma il fatto che non si trovi documentazione alcuna di questa attività, sembra proprio indicare il carattere saltuario, individuale di questo lavoro, che doveva essere al margine di altri, forse l’impiego del tempo libero di chi passava la sua giornata a riquadrare o a lizzare blocchi.

Una certa, singolare indicazione sul commercio di questi rilievi iconici viene insospettatamente da un’area di confine e la zona è troppo periferica per fare testo, anche se può essere presa ad esempio per molte zone interne, lontane dalla lavorazione del marmo: Lucio Masoli, un giovane prete dell’area appenninica parmense, prematuramente scomparso nel 1978, ha pubblicato un volumetto dal titolo «Maestà montanare nella valle dei Cavalieri e le corti di Monchio». Nel volumetto, piuttosto modesto nell’insieme, ma carico di tanta simpatia, si dà notizia di come venivano diffuse le Maestà in quelle valli montane. Egli dice che vi giungevano portate da uno scalpellino di Massa, che passava di paese in paese con muli carichi di «lastre già predisposte o da scolpire ex novo» secondo il volere degli acquirenti. Si tratterebbe dunque di un autore che provvedeva direttamente anche alla vendita della sua produzione e che, all’occorrenza, la eseguiva sul posto.

L’invito a tenere questa conversazione è stato per me un motivo di vivo interesse perché mi ha offerto l’occasione di avvicinarmi ad un fenomeno che ho sempre guardato con grande amore anche se non me ne sono mai potuto occupare direttamente. E in questa occasione mi sono accorto che l’area di diffusione delle Maestà in marmo è limitatissimo. Questo fatto lo aveva già rilevato Piero Donati in uno studio sulle Maestà della bassa val di Magra. E ne ho avuto conferma nel passare qualche giornata a scorrere tutta la eventuale bibliografia sull’argomento. E mi sono accorto che non esiste assolutamente nulla di organico e di approfondito sulla materia, Mentre esistono decine e decine di opere sugli ex voto, visti sotto tutti gli aspetti ed in tutte le aree,  italiane ed europee non esiste nulla al di fuori di qualche già accennalo interesse locale: l’inventario di Enrico Dolci con le «Icone marmoree di Carrara» pubblicato in Carrara-Marmi nel 1977, quello di Donati «Per sua devozione: bassorilievi devozionali in Valdimagra» pubblicato nel 1978-79 del Centro  Studi Lunensi, il già ricordato lavoro di Masoli per l’area parmense e l’articolo di Caterina Rapetti sulla guida di Zeri dell’82. Accenni e fotografie si trovano anche da tante altre parti, ma manca sempre una trattazione organica che affronti in maniera valida il problema. L’unico studio di valore per molti motivi tematici simili alle nostre Maestà è di Maria Cecchetti «Targhe devozionali dell’Emilia Romagna», pubblicato da Silvana editore per conto del Museo Internazionale della ceramica di Faenza nel !984.

Questa totale assenza di pubblicazioni non è certamente frutto di disinteresse, ma dice che non è un problema conosciuto. E non è conosciuto perché è limitato nello spazio ed è legato strettamente alla produzione del marmo. Da Carrara e da Massa le Maestà si sono diffuse nell’interno delle valli fino a sconfinare in quelle del contermine Appennino orientale.

Stando così le cose balza subito in evidenza il valore che l’opera di Giovanni Martini rappresenta per una migliore conoscenza del fenomeno, concepita come censimento, è in realtà uno strumento di lavoro per quanti vorranno accingersi ad uno studio su queste testimonianze di fede, del loro valore iconografico, sui loro rapporti con l’arte che si sviluppava contemporaneamente nei grandi centri o, soprattutto localmente, in quelle chiese che,  probabilmente offrivano ai nostri lapicidi i modelli e le ispirazioni, i rapporti  con le illustrazioni di quelle stampe che abbiamo visto correre e diffondersi  un po’ ovunque. Uno strumento di lavoro per quanti vorranno studiare il complesso meccanismo psicologico che ha portato alla scelta del portale o della facciata, o delle adiacenze campestri per esporre la Maestà. La ragione della scelta di certe devozioni anziché altre, la grande preferenza per la venerazione della Madonna e di S. Antonio da Padova tanto massicciamente documentata qui, come in tutta l’area delle Maestà in marmo.

Ma accenniamo anche al titolo, divenuto spesso toponimo, la “Maestà”, la voce più comune con la quale si indicano in Lunigiana queste immagini marmoree, a ben considerare una parola simile (dal latino maiestas) ad indicare queste umili ed un po’ ingenue testimonianze, può sembrare del tutto e del tutto anacronistico e del tutto disancorato da un coerente rapporto tra significato etimologico e comune accezione del termine. ln realtà anche la voce «Maestà” rientra nel grande interesse che questi monumenti offrono. Dovremo infatti ricordare che era un contributo che i tutto il mondo romano si dava alle divinità, uso rimasto anche nel medioevo e più volte testimoniato da vari autori; tra i più illustri ricorderò soltanto quello del Boccaccio: «davanti alla maestà del sommo Giove». Ma in tutto l’alto medioevo era voce che si attribuiva come supremo ossequio riservato a Dio che era sempre rappresentato nel fulgore della potenza, solita e propria dei regnanti della terra. Il concetto di Dio re dei re era certamente alla base di questa espressione che si dava anche ai reliquiari quando rappresentavano il santo effigiato in metalli preziosi come oro o argento. Il termine, per estensione passò poi a rappresentare il «fulgore dell’onnipotenza e della gloria divina» attribuito anche alla Madonna e ai santi. «Pertanto anche nel termine, noi vediamo un motivo di attardamento  e di conservazione che è ancora uno dei tipici aspetti della religiosità popolare. Non diremmo troppo semplicisticamente che era lo stesso termine che si usava per i Lares compitali, ma che viene direttamente dalla simbologia medioevale della divinità, ci sembra molto logico e calzante.

Il volume si snoda in una serie di schede, 66 per l’esattezza, che contengono i dati essenziali per la identificazione, la descrizione e la collocazione topografica. Sono prese in considerazione anche le nicchie vuote, i segni cioè di quel degrado e di quel progressivo depauperamento che si è accanito contro queste immagini. È un dato utile per una valutazione generale del fenomeno, quantitativamente in mancanza, oramai di altre valutazioni non più possibili. A questo proposito rientra, anche se al negativo quanto l’autore dice di quei proprietari che hanno tolto l’immagine dal suo posto e la tengono in casa, impedendo addirittura di vederla e di fotografarla: timore di essere defraudati di un oggetto devozionale che sentono loro o preparazione ad un conveniente e vantaggioso affare con qualche antiquario? È questo un problema piuttosto complesso e Donati, nel suo già ricordato studio, dice che l’unico elemento di salvaguardia e di difesa di queste immagini è ancora l’attaccamento, l’amore e la fede che la gente sente per questi ricordi dei loro avi. Credo che lui stesso se ne sia reso conto quando, come funzionario della Soprintendenza, ha tentato di rimuovere e mettere al sicuro una di queste Immagini, particolarmente pregevoli, nella zona di Mulazzo. C’è stata una mezza insurrezione dell’intero paese, Ciò non toglie, però, purtroppo che qualche ladro riesca poi a trovare il momento opportuno per privare quella comunità di quel bene al quale dimostra di tenere tanto. La legislazione in questo campo è estremamente carente e, allo stato attuale, non esiste una legge una disposizione che possa validamente intervenire in difesa. Si è pensato di raccoglierle e di metterle in un museo sostituendo in loco l’originale con un calco. E questa finirà con essere la soluzione ottimale per quelle Maestà che si trovano in aperta campagna nei boschi, sulle strade mulattiere non più frequentate. È una operazione della quale si dovrebbero far carico i Comuni, massimamente quelli che dispongono già di una struttura museale.

Più volte è stato detto che la pubblicazione e anche le mostre fotografiche di quelle Maestà  possono finire con essere un mezzo per farle sparire, Forse questo pericolo è meno sentito in un contesto urbano come Carrara e come Massa, ma è molto presente fuori, in montagna, nei centri abbandonati. La pubblicazione e la mostra può  diventare la mappa ed il vademecun per l’antiquario disonesto e del ladro che opera su commissione. E a questo punto dovremo dire che già da qualche anno l’Istituto Lunigianese dei Castelli disponeva dell’inventario di queste Maestà massesi, curato con tanto amore dal cav. Mario Fabbri. Un analogo inventario e schedatura è stato fatto per i Comuni di Zeri, di Mulazzo e di Filattiera da Caterina Rapetti, per il Comune di Casola è stato curato da Casotti, che ha allestito anche una bella mostra fotografica tenutasi nel Museo dell’alta valle dell’Aulella nell’estate del .1984. Qualche cosa del genere è stata fatta anche per i Comuni di Aulla, Tresana; Podenzana, Comano, Licciana, dal Centro Aullese, ma una delle ragioni che ha indotto a lasciare questo lavoro allo stato di inventario e di documentazione senza passare alla pubblicazione si deve in gran parte a questo pericolo. D’altra parte la pubblicazione porta ad un arricchimento, ad una maggiore valorizzazione dell’intera comunità e questo dovrebbe portare di conseguenza, una più oculata attenzione, ad un maggior interesse da parte, della popolazione per questo patrimonio.

La sistematica ricerca, a tappeto, del Martini ha portato anche alla compilazione di schede che poco hanno a che fare con le maestà, ma che nel particolare contesto assumono una rilevanza tutta loro. Sono ancora materia per il gusto, per la idealizzazione, direi per la consacrazione e deputazione di frammenti di motivi ornamentali, pezzi architettonici smembrati forse da altari o da vecchi oratori. E mi sembra abbastanza interessante il culto che questi frammenti vengono ad assumere per ragioni ornamentali del tutto estranee a quelle devozionali. Un discorso simile va fatto anche per la statuina funeraria, di bambina orante, assunta agli onori di una nicchia resa disponibile forse dal trafugamento della immagine sacra.

Questo libro dunque si raccomanda per la sistematicità della ricerca con una documentazione fotografica che non si limita alla sola maestà, ma che comprende anche una visione di insieme, una ambientazione che. ha grande rilievo per capire l’intero spazio sacro che dall’immagine in qualche modo si spande attorno. In qualche caso questa documentazione è un grido d’allarme per il degrado che mette impietosamente in luce.

Ci sembra interessante anche la ricerca, diremmo, anagrafica dei vari committenti: è un passo avanti nella conoscenza di chi «per sua devozione», qualche secolo fa, decise di lasciare a noi, ed anche a molti che verranno, tangibile testimonianza della sua fede, Talvolta è una immagine semplice, elementare ed ingenua che fa pensare all’arte naif, altra volta si tratta di pezzi che offrono una valutazione artistica degna di un certo rilievo.

Senza entrare nel merito del valore iconografico è subito evidente, qui a Massa, come da altre parti, una certa stratificazione cronologica e stilistica. Dall’inizio del ‘500 si arriva a date molto avanzate di questo secolo, documentando una continuità dell’uso devozionale tenace e persistente.

Anche a Massa le maggiori preferenze vanno al culto della Madonna, venerata sotto i suoi vari titoli e rappresentata con le attribuzioni dell’iconografia tradizionale. Segue il culto di S. Antonio da Padova con una decina di immagini. Non mancano riferimenti a dediche locali come la Madonna delle Grazie di Carrara o San Vitale.

Anche se mancano dati di insieme, la diffusione delle Maestà è notevole anche in zone lontane dalla presenza del marmo: nei Comuni di Zeri, di Mulazzo e di Filattiera sono 304, di queste 172 sono dedicate alla Madonna e 49 a S. Antonio. Nel Comune di Casola sono 105 di cui 32 dedicate alla Madonna e 9 a S. Antonio da solo o con altri santi. Devo queste informazioni alla cortesia di Caterina Rapetti e di Casotti.

Da notare la singolare coincidenza di una certa proporzione nella diffusione delle Maestà: ogni Comune ne ha un centinaio.

Se il censimento di Giovanni Martini ne ha raccolto una sessantina in una sola limitata area urbana di Massa è evidente che qui, sulla costa alla fonte della materia prima, la loro diffusione doveva essere ben più vasta.

Evidentemente l’intera area comunale di Massa, come quella di Carrara, dovevano essere estremamente ricche, con una notevole varietà di devozioni, di temi e di soluzioni rappresentative.

Per questa ragione dobbiamo essere grati a Giovanni Martini e all’Amministrazione Provinciale per la pubblicazione di questo volume. Non occorre essere profeti per prevedere la grande fortuna che questa opera incontrerà; non soltanto nella nostra provincia, ove le Maestà sono tanto di casa da finire inosservate, ma, soprattutto, al di fuori della loro naturale area di diffusione, dove il volume rappresenterà una vera e propria novità.

E dobbiamo ringraziare l’Amministrazione Provinciale per l’opera di diffusione che ne vorrà fare soprattutto nelle scuole, tra i giovani, per renderli coscienti di un patrimonio che è loro, che è nostro. Ci auguriamo che questa azione contribuisca a creare un nuovo rapporto tra cittadini, ambiente e vestigia del passato. Un rapporto di amore, di rispetto e di vigilanza che renda impossibili i trafugamenti e la squallida degradazione di questi gentili ed umili segni della nostra antica fede.

Augusto C. AmbrosiReligiosità popolare: le Maestà – in Le Apuane, Rivista di Cultura, Storia, Etnologia, anno 7 – 1987

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