Tra povertà, carestie e pestilenze rivive dalle pagine dei registri parrocchiali pontremolesi la tragedia di una umanità in perenne balìa di nemici invisibili. Trecento anni fa si esauriva la seconda delle più gravi ondate di carestia che colpirono Pontremoli. Ma nessuno vi fece caso, già contento che non fosse stata peste o tifo petecchiale.

Dal principio furono le epidemia. La più disastrosa nel 1348, la più lunga tra 1526 e 1527, la più famosa nel 1622. Ma le carestie che imperversarono nel 1649 e 1694 potranno essere ricordate, in ordine di grandezza, come il quarto e quinto tra i maggiori fattori di mortalità nel corso di questi ultimi sette secoli. La peste del 1527 provocò 253 morti, il tifo del 1622 non più di 100, quella del 1630 solo sei, mentre le carestie di metà secolo ne produssero 320 nel triennio 1648/50 e non meno di 350 tra 1693/95. E sicuramente per difetto. La cronologia dei disastri demografici che colpirono la città è la storia comune di un’ininterrotta sequenza di sciagure che toccarono l’Europa dal tempo di Giustiniano alle soglie del XX secolo. Il primo fu la grande epidemia di peste dell’ondata bassomedievale. Giunse a Pontremoli nell’estate del 1348, quando ormai il contagio aveva infierito in buona parte del paese.
In Italia era cominciata nel 1347 come il riuscitissimo colpo di una vera e propria guerra batteriologica. Secondo tradizione giunse su dodici navi sfuggite all’assedio che i Mongoli avevano posto a Caffa, base in Crimea dei commerci genovesi nel Mar Nero. Come dodici fantasmi alla deriva, quei legni portavano in patria ammalati e moribondi, contagiati da brandelli di cadaveri di appestati catapultati dal nemico oltre le mura della città assediata. Dall’Italia si diffuse immediatamente nel resto dell’Europa e la grande pandemia che ne seguì uccise circa 25 milioni di individui su una popolazione europea che non ne contava più di 90. Da quel tempo la peste si stabilì in Europa in forma endemica riproponendosi ad intervalli più meno lunghi su scala locale, regionale o nazionale. Tra un’ondata e l’altra scoppiarono vere e proprie epidemie di vaiolo, influenza, infiammazioni gastrointestinali, tifo e difterite, senza contare la presenza continua di tisi, morbillo, scarlattina, parotite e malaria la quale ultima, importata dalle zone acquitrinose della Maremma e del litorale ligure, convisse in forma endemica in tutto il territorio fino quasi ai giorni nostri.
A completare il quadro nefasto dei tormenti che affliggevano l’uomo bassomedioevale, sul finire del secolo XV si aggiunse anche la sifilide, già presente in Europa in forma endemica ed attenuata, ma che nel 1496 venne reintrodotta in quella più virulenta dalle truppe di Consalvo de Cordoba. Per i secoli antecedenti il XVIII, purtroppo, medici e cronisti non ci hanno lasciato molte testimonianze sullo sviluppo dei contagi pontremolesi e sulle malattie presenti, limitandosi a prendere in considerazione tifo petecchiale e peste, i soli nemici che tanto preoccupavano le autorità sanitarie perché imprevedibili e irrimediabilmente fatali. Dalle scarne cronache locali e da qualche relazione sanitaria, sappiamo unicamente che le ondate epidemiche che a vario titolo colpirono Pontremoli dal ‘300 ad oggi furono in tutto poco più di una dozzina: peste nel 1348, pestilenza nel 1448 e 1450, morbo mazzucco o tifo esantematico nel 1505, peste nel 1526/1527, mal del montone nel 1562, tifo nel 1571, 1592 e 1622, ancora peste nel 1630, probabilmente febbri petecchiali tra 1649 e 1650, quasi certamente influenza e difterite nel 1694/95, malaria epidemica petecchiale nel 1817, colera nel 1885 e 1886 e, infine, Spagnola tra 1915/18. Assieme a queste, che potremmo definire ufficialmente riconosciute, non andrebbero dimenticati contagi e malattie che in misura meno drammatica, ma non per questo con conseguenze meno gravi, interessarono con una certa ricorrenza l’intera Lunigiana; come la presenza in Pontremoli di alcuni casi di “morbo di San Lazzaro” nel 1436, la “moria piccola” ricordata per il 1531 dall’Anniboni e dall’Andreani, le ondate settecentesche di tifo e vaiolo e, per quanto al di fuori del paradigma classicamente epidemico, una contenuta presenza di difilide, il mallo gallico registrato in città giù dal 1531. Le epidemie di vera peste, in ogni caso, furono soltanto tre: quelle del 1348, del 1526/27 e del 1630.
Esprimersi con certezza sui tipi di contagio è però impresa impossibile in assenza di relazioni mediche che ne descrivano con rigore la sintomatologia e quanto affermato rimane, in un paio di casi almeno, null’altro che un volenteroso tentativo di interpretare le punte di mortalità desumibili dalle fonti d’archivio alla luce del tipo di contagio che in quei tempi avrebbe potuto infierire anche in Lunigiana: in genere peste ma , soprattutto, tifo nelle sue varie forme e febbri malariche. Tra peste e tifo esantematico esistette sempre una grande confusione. La prima è un’affezione virale ad alto rischio di mortalità provocata da un gene contenuto nel sangue del ratto, lo Yersinia pestis, che viene trasmesso all’uomo dalla pulce del roditore infetto. Il tifo, invece, pur restando un’affezione virale grave, ha un rischio di mortalità più basso e il suo gene, un coccobacillo della famiglia Rickettsia, tipico dell’uomo viene trasmesso dalle feci del pidocchio quando questo, infettato, punge un altro uomo che ne subisce le conseguenze. Nel caso della peste il tasso di mortalità si aggirava attorno al 70/80% dei contagi, nel caso del tifo petecchiale, la letalità complessiva si attestava intorno al 20% potendo raggiungere, nei casi di calamità grave, anche il 30/40%. Un vero flagello.
Secondo la tradizione ippocratica ancora dominante, i medici del tempo credevano che l’esplodere del contagio dipendesse dai miasmi pestilenziali che a vario titolo ammorbavano l’aria, come le esalazioni del suolo e delle acque paludose, il correre eccessivo di venti umidi, le condizioni di sporcizia e le esalazioni provenienti da cose e corpi putrefatti o in via di decomposizione. Nonostante gli interrogativi che tra XIV e XV secolo si ponevano con il massimo del rigore scientifico possibile Pietro da Tussignano e Ferro Saladino, ancora nel 1526 Girolamo Fracastoro continuava a credere nei miasmi “apicicatici”, mentre Girolamo Cardano reputava che la pestilenza dell’anno 1524 e dei successivi fosse effetto di una sfavorevole congiunzione di Saturno e Giove nel segno dei pesci. Un fatto, comunque, era certo e sotto gli occhi di tutti, medici, eruditi e poveri ignoranti: ogni grande morìa nasceva tra la sporcizia ed era sempre preceduta da una carestia, dal passaggio di un esercito, o da quello di una moltitudine di pellegrini. Se peste, tifo, vaiolo, malarie, morbillo, influenze, pulci, pidocchi e zanzare tormentarono l’uomo fin dall’antichità , furono soprattutto la carestia e le affezioni broncopolmonari, derivanti da un avita vissuta in modo disagiato in ambienti malsani, a spezzare le resistenze dei sopravvissuti. Purtroppo le fonti parrocchiali paiono non confortare con puntualità i resoconti demografici dei cronisti del tempo perché i dati percentuali di mortalità ordinaria da loro desumibili risultano di gran lunga inferiori a quelli standard, ma 214 decessi in termini assoluti nel 1649, 105 nel 1650, 83 nel 1693, 216 nel 1694 e 110 nel 1695 ( e tutto ciò in presenza di un numero di abitanti che aveva raggiunto il minimo storico degli ultimi quattro secoli) confermano, pur nella loro imperfezione, una situazione di mortalità del tutto straordinaria non necessariamente attribuibile a specifiche epidemie.
All’alba del 1696 una città che contava poco meno di 2900 abitanti si svegliava con 409 morti in più rispetto a tre anni prima e con un calo demografico di poco superiore a quello provocato dall’altra carestia del periodo 1648/50. Ma a tutti non parve il caso di preoccuparsi eccessivamente: non erano comparse le temibili petecchie, dunque non era peste. E questo bastava, anche se qualcosa di veramente grave era successo. Prima del disastroso flagello della Spagnola, che giunse paradigmaticamente al termine di anni di cattivo raccolto e di guerra, saranno ancora gli anni 1670, 1672, 1673, 1677, 1687, 1714, 1716, 1736, 1740, 1746, 1760, 1783, il biennio tra 1816 e 1817, con la già citata malaria petecchiale e il 1885/86, con il colera, a marcare i vertici di questa inarrestabile ascesa di morte.
Nonostante la scoperta di vaccini ed antibiotici, furono principalmente le migliorate condizioni igieniche e un diverso sistema alimentare a modificare in positivo il quadro generale della salute, fortificando le difese immunitarie e riducendo i rischi di contagio. Per quanto riguarda la peste, gli storici della medicina ed i demografi si chiedono ancor oggi perché sparì dal mondo occidentale, opinando tra l’immunità biologica che l’umanità acquisisce nel tempo rispetto a certi geni, lo spontaneo decadere delle malattie, il successo delle strategie sanitarie preventive, o la prevalenza del ratto marrone, che è la specie murina parassitata da una pulce relativamente meno pestigena, sul ratto nero, che è il portatore della micidiale Xenopsylla Cheopis.
La questione è destinata a restare aperta ma rimane il fatto che nel 1841, semplicemente applicando i principi di igiene e sanità messi a punto in tre secoli di elaborazione empirica occidentale, in un solo anno i Turchi eliminarono la peste del bacino del Mediterraneo. Quel che ancora è più certo ovunque essa – o qualunque altra malattia contagiosa – si sia presentata o continui ad esistere, le ancelle che l’hanno accompagnata rimangono sempre le stesse: carestie, affollamento demografico, guerra e assenza di condizioni igieniche. Come ai tempi della peste, anche in quelli della difterite ( e poi del vaiolo e del colera) meno igiene voleva dire più propagazione della malattia, più malnutrizione significava indebolimento delle difese immunitarie e più rischi, mentre maggior affollamento corrispondeva a una più alta possibilità di contagio.
E meno conoscenza dei sistemi di cultura delle terre più carestia, meno disponibilità di cibo più morte.
Vale a dire ignoranza e fame, fame e povertà.
Come ai tempi di Giustiniano.
Come sempre.
Edoardo M. Filipponi, Il Corriere Apuano, 23 marzo 1996
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