All’inizio degli anni Settanta del secolo scorso quando, con gli amici delI ‘Associazione “Manfredo Giuliani vagavo per la Lunigiana in cerca delle ultime testimonianze del patrimonio rappresentato dalla nostra cultura orale – raccolte dalla viva voce delle persone e poi confluite nella pubblicazione componimenti di letteratura tradizionale lunigianese (1) – durante una pausa, tra una intervista e l’altra, fui accolto molto cortesemente da un anziano prete che teneva parrocchia nella fascia montana del comune di Bagnone, in provincia di Massa e Carrara(2) . Nel parlare con il sacerdote delle ricerche che l’ Associazione stava conducendo sul territorio, ricerche che avevano lo scopo di raccogliere il maggior numero di dati e di notizie sugli usi, sui costumi, sulle tradizioni e sul modo di vivere nei tempi passati dalle popolazioni della Lunigiana, mi chiese, quasi a volermi interrogare, se fossi a conoscenza dell’esistenza di un personaggio che, fino a qualche decennio fa (3), nelI ‘ambito delle comunità di campagna, ricopriva un ruolo assai singolare: quello del “consolatore ” delle vedove. Ciò che a prima vista poteva sembrare una semplice battuta o una fin troppo scontata allusione, si rivelò essere invece un argomento di non trascurabile interesse sotto il profilo socio antropologico, poichè in esso si potevano cogliere spunti e significati assai interessanti soprattutto per coloro che sono impegnati a raccogliere testimonianze e documenti utili ai fini di uno studio della cultura popolare della Lunigiana. A distanza di alcuni anni, ritengo che sia opportuno ritornare su questi rapidi appunti che ora tento di riordinare. Il ruolo e la funzione di questo personaggio sono dunque già specificati dal nome che, per la verità, è stato di comune accordo coniato con il parroco, visto che in nessuna parlata della Lunigiana esiste un vocabolo atto a designare questa figura. Vediamo dunque di tracciarne il profilo. Il “consolatore” delle vedove è generalmente un uomo di mezza età, tra i 40 ed i 50 anni, vigoroso, lavoratore, discreto e, “ovviamente”, scapolo. Il suo compito era quello di prestare aiuto alle donne sole, vedove o zitelle, compito che non era dei più facili poiché esso doveva sapersi destreggiare per non suscitare gelosie tra le protette (4); si potrebbe anzi dire che l’imparzialità doveva essere la sua principale dote. Le donne, che erano consapevoli di queste regole, dovevano fare il possibile per rispettarle, e se una di loro cercava di ottenere attenzioni esclusive, o riusciva a farsi sposare – in questo caso il prestigio della donna aumentava notevolmente – o veniva automaticamente emarginata fino ad essere esclusa dalla “protezione”. Il “consolatore” riversava quindi le sue attenzioni alle donne di una certa età che vivevano sole nell ‘ambito della comunità, attenzioni che significavano soprattutto considerazione, protezione e aiuto nei lavori agricoli, nel tagliare la legna, nella semina, nella vendemmia, nella raccolta delle castagne e, qualche volta, in veste di tutore, nel “consigliare a crescere bene” i figli rimasti orfani di padre o perché trovatelli. Le donne, in cambio, lo gratificavano con le loro attenzioni, facendogli il bucato, stirandogli le camicie, accudendo alla sua casa, e tutto questo in modo discreto per non alimentare pettegolezzi o suscitare scandali. A prima vista la “professione” del “consolatore” poteva dunque sembrare assai gratificante ma, come molto opportunamente mi veniva fatto notare dal parroco, al “consolatore” non erano permesse scelte di sorta in quanto doveva occuparsi di tutte le donne sole della comunità, indipendentemente dalla loro avvenenza, dalla loro età e dal loro stato sociale. Chi svolgeva questo compito sapeva bene che non poteva permettersi il lusso di scegliere tra le giovani e le meno giovani e tra le belle e le meno belle. Come abbiamo visto, qualche volta poteva accadere che una donna più intraprendente, più abile o più ricca delle altre, riuscisse ad accaparrarsi in esclusiva le attenzioni del “consolatore” facendosi sposare, come pure poteva accadere, che questi, stanco della vita che conduceva, decidesse di metter su famiglia. In questi casi immediatamente prendevano l’avvio le manovre per la successione (5) da parte di qualche aspirante che ambiva a ricoprire il posto lasciato vacante, e se proprio nessuno del villaggio si faceva avanti (6), il periodo della vacanza poteva essere ricoperto da un aspirante proveniente da una frazione vicina a patto però che questi fosse accettato e gradito dagli uomini del paese. È molto interessante soffermarci un momento su questo aspetto che mette in evidenza l ‘ atteggiamento “degli uomini del paese” i quali, in nome del mantenimento di uno status, decidevano se accettare o respingere l’eventuale arbitro di situazioni che, degenerando, avrebbero potuto turbare I ‘equilibrio sociale del gruppo. Di regola, il gradimento si manifestava con l’accettare il forestiero nelle veglie che concludevano le giornate di lavoro, sulle aie – d’estate – e nei gradili – d’inverno nel bere insieme all ‘osteria e nel farlo partecipare al lavoro di gruppo quale la battitura del grano, la vendemmia, la raccolta del fieno, la battitura delle castagne, ecc. L’atteggiamento di rifiuto, invece, si manifestava con il non rivolgergli il saluto, con lo schernirlo e con l’intimidirlo con le minacce così conne agivano i giovani di un paese quando facevano la posta e prendevano a sassate i giovani del paese vicino per impedire che questi venissero ad amoreggiare nel proprio. Al di là delle facili e fin troppo comprensibili allusioni, è dunque evidente che il profilo di questo personaggio deve essere letto e inquadrato in un contesto particolare che è quello tipico di tutte le comunità agricole e pastorali(7) nelle quali la cultura contadina poggiava le basi su solide regole rispettate più per consuetudine che per essere scritte nei codici. Tutte queste regole si rivolgevano verso un unico e importante obiettivo che era quello che tendeva a mantenere inalterato l’equilibrio sociale della comunità al fine di preservarla da possibili alterazioni che avrebbero potuto compromettere la continuità delle condizioni che garantivano i raccolti di convivenza nell’ambito del gruppo. Ora, è fin troppo evidente che essendo la famiglia – patriarcale – il punto cardine di questo tipo di società, ogni insidia potenziale o reale – nel nostro caso rappresentata dalle donne sole – doveva essere tenuta sotto controllo e non solo per non compromettere situazioni familiari ma anche e soprattutto per non scatenare faide e rancori che avrebbero potuto avere esiti a volte imprevedibili come le vendette e gli omicidi (8). Alla luce di queste considerazioni, è evidente che il profilo di questo singolare personaggio viene ad assumere la connotazione di un soggetto al quale è stato demandato il compito di svolgere un ruolo sociale, ruolo che, pur non potendo essere ufficialmente riconosciuto né dalla Chiesa, né dalle istituzioni, per ciò che rappresentava, finiva per essere tacitamente accettato da tutti in quanto la sua funzione di valvola di sfogo contribuiva a mantenere inalterato un equilibrio che, se turbato, avrebbe potuto dar luogo a reazioni compensative sia in senso positivo che in senso negativo. Gli studiosi (10) che si sono occupati dello studio delle tradizioni popolari, di antropologia culturale, di sociologia e di demopsicologia hanno sottolineato di frequente questo particolare aspetto del comportamento sociale. E’ noto infatti che se un gruppo familiare o se persone che componevano la comunità venivano colpiti da un lutto, da una disgrazia, da un incendio, o dalla perdita di un animale, immediatamente scattava la molla della solidarietà, così come, in senso opposto, scattava quella dell ‘invidia nel caso in cui persone o fami glie per merito o per fortuna – scalavano troppo rapidamente i gradini della scala sociale (11). E’ evidente che in entrambi i casi si produceva un mutamento nell’equilibrio sociale del gruppo e la solidarietà e l’invidia non erano in fondo che gli strumenti con i quali si tendeva a ripristinare un equilibrio al mantenimento del quale, limitatamente al caso specifico che abbiamo preso in esame, contribuiva a suo modo anche il “consolatore” delle vedove.
GERMANO CAVALLI, Il “consolatore “ delle vedove, Studi Lunigianesi, vol. XXXVIII-XXXIX, Villafranca Lunigiana
- La pubblicazione dei Componimenti di letteratura tradizionale lunigianese e la loro presentazione a Villafranca, presente il professor Giacomo Devoto, è del 1974. Il lavoro di ricerca ebbe inizio nel 1972 e proseguì per tutto l’anno successivo. Il 1973 dovrebbe essere l’anno al quale dovrebbero risalire anche questi appunti.
- Il comprensorio nell’ambito del quale è stato svolta questa ricerca è quello costituito dalle frazioni più montane del comune di Bagnone, in Lunigiana, e precisamente da Vico, Iera, Compione, Treschietto e Collesino.
- Il periodo nel quale si collocano le vicende che sono oggetto di questa ricerca è quello compreso tra la fine dell’800 e l’inizio del 900 “quando in viaggio cli nozze gli sposi andavano a Villafranca a vedere il treno e i più fortunati potevano permettersi cli arrivare fino a Pontremoli a mangiare le paste dagli Svizzeri e far ritorno a casa, la sera stessa, con la diligenza dell ‘impresa Zani e Simonini” I tempi nuovi arrivati con il nuovo secolo e lo scompaginamento sociale dovuto all ‘emigrazione, avevano relegato ad un ruolo di secondo piano la figura ormai patetica del “consolatore” che, tuttavia, aveva per così dire, ritrovato forza e vigore al tempo della Prima Guerra Mondiale quando molti uomini erano stati chiamati alle armi e molti di essi non avevano fatto ritorno.
- Era questo un argomento molto interessante che presentava però alcune difficoltà anche durante la fase delle interviste data la riservatezza che l’argomento richiedeva. Da mettere in evidenza come, da parte degli intervistati, si tendesse ad esprimersi facendo quasi sempre riferimento ai comportamenti tipici del mondo animale ” […..] le galline non sono mica gelose del gallo [……]una gatta in calore a Vico tira giù tutti i gatti randagi dall ‘Arpa [……] quando il montone non ce la fa più a guidare il gregge, deve lasciare il posto ad uno più giovane “
- Ancora un esempio che fa riferimento al comportamento del mondo animale:” […..]se il capo del branco rimane alla tagliola, i maschi più giovani che prima se ne stavano calmi calmi, cominciano subito a prendersi a cornate”.
- Ancora qualche tempo fa, a Bagnone, si raccontava di un prete (che sembrerebbe uscito dalla penna dello Stecchetti) il quale, visto che molti uomini erano lontani dal paese perché emigrati o perché richiamati alle armi, in un periodo di vacanza aveva indossato, oltre alla tonaca, anche i panni del “consolatore” e probabilmente con molto successo visto che, ancora negli anni Cinquanta del secolo scorso, nel Bagnonese se ne parlava ancora.
- Caratterizzate, come nel nostro caso, da un’economia di tipo chiuso che si reggeva su di una stentata agricoltura, sui pascoli, sulle attività boschive e soprattutto sulla raccolta delle castagne. La vita che si svolgeva in queste piccole comunità che, di regola, non contavano che poche centinaia di abitanti, si svolgeva monotona tra la casa, i campi e l’alpeggio, interrotta e scandita soltanto dalla venuta a Bagnone, il Lunedì, per il mercato settimanale.
- Omicidi e vendette per fatti di donne avevano vasta risonanza e sollecitavano storie e fantasie destinate a rimanere per lungo tempo fissate nella memoria collettiva. Anche il Faie nelle sue Cronache quattrocentesche non trascura questi avvenimenti. Eccone alcuni: “A dì 7 de Ottobre 1453fue amazato e morto Bertono de Simone sartore de Bagnone [… ]. E perché uxava con una certa giovana, el padre con certi suoi parenti si l’ocixeno una sera che era andato a dormire con quela. Era gioveno di 38 anni o cerca. Dio li perdona. A dì de marzo 1457, uno fiolo de meser Ghixelo marchese da Mulazo à amazato uno suo homo, ciò fo uno fiolo de Bertolomé de la Bianca, e fo per sospeto cde femina. “
- A questo proposito è interessante considerare I ‘atteggiamento della Chiesa – meglio sarebbe dire del parroco del luogo – la quale ben consapevole dei danni che sarebbero potuti derivare dai tradimenti e dagli scandali che avrebbero compromesso gli assetti famigliari, chiudeva spesso un occhio e, tollerando di fatto la figura del Consolatore, in pratica ne legittimava il ruolo.
- Tra i tanti, vorrei citare: Clara Gallini, Il consumo del sacro, fèste lunghe in Sardegna, Laterza, Bari, 1971 , pag. 216.
- Nelle società contadine, mentre la solidarietà si manifestava sotto forma di consolazioni, prestazioni di aiuto e offerte in danaro e in natura (collette), quella negativa dell’invidia si poteva manifestare con lo sgarrettamento degli animali , con lo sradicamento degli alberi , con i dispetti, con il malocchio, con le fatture e, ancora, con gli omicidi. Attingiamo ancora dal Faie: “A dì 7 d’aghosto ( 1429)fue amazato Antonio e Brunelo, e fioli de Brunelo da Iera da un loro vexino per custione d ‘uno confino…li scanò tuti dui e moriteno de fato. Dio ghe perdoni. Del dito mileximo (1464) a dì [… ] Decembre, un fiolo de Antonio de Acatino da Pegazana à amazato Zan Piero de Pagian dal Gropo [… ] Del dito Illileximo siendo una ponta (contesa) a Fornolo tra 2 familie, l’una se chiamavano queli di Madalena e li altri queli de Andruzo, queli di Madalena, che erano 6 frateli, amazarono uno prete Domenico fiolo de questo Andruzo. Fo a dì 8 decembre 1464. “