
Il 18 maggio del 1848 Vincenzo Gioberti venuto a Pontremoli da Parma, incognito, prese alloggio nell’ albergo del « Pavone » , di faccia alla piccola piazza di S. Geminiano. L’ospitalità del “Pavone » era nota e cara a tutti i viaggiatori dell’ antica e frequentata strada della Cisa, onde una epigrafe marmorea, premessa ad una lunga nota di illustri personaggi, può vantare l’ onore che essi dettero aedibus hisce iamdiu frequentiae viatorum Patescentibus.
Poco distante dall’ albergo, ma quasi di faccia, era, ed esiste tuttavia, nelle botteghe di una casa sulla quale è murata un’antica iscrizione che ricorda l’incendio di Carlo VIII, la farmacia Ceppellini. Gioberti vi si recò a chiedere un rimedio per un mal di gola assai forte che lo tormentava; ed essendo stato a tale scopo, dal giovane di farmacia, indirizzato per consiglio ad un medico, il Dott. Martelli, a caso presente, fu da questi riconosciuto. Tentò, sulle prime, il filosofo, di negare la sua identità, ma finì con l’arrendersi e con l’ammetterla. Così, in breve, la notizia si sparse in paese e, in poco tempo, in sulla sera, si andò spontaneamente preparando una cordiale dimostrazione in onore del1′ ospite illustre (1).
La banda cittadina si recò più volte all’albergo, il paese fu illuminato, alcuni cittadini vollero prestare al Gioberti una guardia d’ onore, e fu infine costituita una deputazione di cittadini perché si recasse ad esprimere all’ illustre personaggio l’ammirazione del pubblico pontremolese e la sua gioia di averlo ospite. La deputazione era composta del Gonfaloniere Cav. Luigi Bocconi, del Capitano della Guardia Civica Giulio Parasacchi, del Parroco di S. Colombano Don. G. Matteo Farfarana, di Antonio Bologna e dei Dottori Domenico Giumelli e Raffaello Reghini.
La deputazione presentò al Gioberti “quella iscrizione che esposta al pubblico nelle feste del Settembre 1847 lo proclamava come potente iniziatore di riforme” , iscrizione che non mi è stato possibile rintracciare.
Mentre la deputazione esponeva al celebre filosofo il sentimento dei Pontremolesi, il popolo, in folla, sotto le finestre dell’albergo, acclamava e salutava il Gioberti, invitandolo ripetutamente a pronunziare qualche parola.
Gioberti aderì all’ invito; ma per la indisposizione che aumentava la sua afonia quasi abituale, scrisse il discorso e lo fece leggere da uno dei presenti.
Ed ecco il testo del discorso che doveva avere tanta celebrità :
Generosi Pontremolesi,
venendo tra voi, collocati dalla Provvidenza sulle porte della Toscana, io vi saluto come figli illustri dei Paese più bello e più gentile d’ Italia.
Quando le sorti dei popoli dipendevano dal capriccio dei potenti, voi foste trabalzati da uno ad altro dominio, e talvolta servire doveste a odioso e odiato Signore. Ma ora i tempi sono mutati, e le nazioni rientrano nei loro termini naturali, perché hanno ricuperato il possesso di se medesime. Voi appartenete per sito, lingua, stirpe al ramo più culto della «stirpe italiana, laonde prestando omaggio allo scettro civile di Leopoldo, Principe ottimo e liberatore, voi riannodaste i vincoli della vostra origine. E aggregandovi a uno dei principali stati della Penisola, in vece di ordinarvi separatamente, deste un esempio degno di essere imitato dai vostri fratelli. Lo spirito di Municipio è in questo punto il maggior nemico d’ Italia; maggiore del tedesco medesimo, perché questo ci combatte con anni impotenti e quello colle lusinghe. E perciò è funesto il nome di Repubblica come quello che sveglia e seco adduce il genio e gli scismi municipali. Lode a voi, Pontremolesi, che non vi lasciaste sedurre alle larve ingannevoli e ad un falso amor di patria, e che riconosceste la vera patria non mica nella Città o nella Provincia, ma nella Nazione. Affratellandovi colla Toscana, voi faceste un passo verso l’unità Italica, e siete quindi benemeriti di tutta la penisola. L’ unità italica al di d’ oggi non può essere che federativa. Abbiamo già i rudimenti di questa sacra alleanza nella lega doganale la quale in breve diverrà civile. Tutta l’Italia superiore sarà fra poco raccolta sotto lo scettro di Carlo Alberto: le nostre divisioni statuali si ridurranno a sole quattro, e sarà quindi di tanto più facile il vincerle con un patto comune. L’ atto solenne di fratellanza verrà rogato in Roma ai piedi di Pio, primo nostro Redentore, e ogni città, ogni comune assisterà coi suoi Deputati a un patto unico nelle Storie.
Che bel giorno sarà quello, o degni Pontremolesi, e bello per tutti e bellissimo per voi, che foste dei primi a dare il generoso esempio di anteporre al vostro comune gli interessi della Patria.
Invitandovi a contemplare quel lieto giorno, io intendo porgervi il ringraziamento migliore che per me si possa delle amorose accoglienze con cui mi onorate. Imperocchè festeggiandomi, voi dimenticate la pochezza della mia persona e rendete omaggio all’ idea di unione che io rappresento. Viva dunque l’ Unione, vivano i buoni e forti pontremolesi che vollero rendersi toscani per essere italici !
Il manoscritto del discorso fu chiesto in dono dai deputati, e Gioberti non ebbe difficoltà a concederlo. Perché fosse conservato nel modo migliore, con atto del 19 maggio, redatto, nella sua casa di Piazza Grande (ora Vittorio Emanuele), dal Not. Antonio Restori fu depositato presso di lui e unito all’ atto che ricordava le particolarità da noi riferite circa Gioberti, e ne conteneva una copia, che doveva trasmettersi al Pubblico Archivio dei contratti. Presenti all’ atto, oltre tutti i membri già ricordati della Deputazione, erano anche, quali testimoni, Bernardo Ricci e Francesco Romiti (2).
Né questo discorso pontremolese fu senza importanza nella vicenda della fortuna politica di Gioberti in quell’anno. Fu pubblicato a Firenze, ove il Gioberti lo ricordò per difendersi dal sospetto di congiuratore che cercasse di rivolgere a Carlo Alberto i sudditi di altri principi(3); come pure fu in parte riferito nel discorso dello stesso Gioberti tenuto agli Anconitani (4) e fu poi inserito nelle” 0perette politiche” pubblicate con una introduzione del Massari a Capolago (5).
In Lunigiana questo discorso suscitò una polemica che non è priva di interesse regionale.
Nel secondo passaggio del Gioberti a Sarzana, 1′ avv. Federico Grossi, pure con ogni riguardo, rimproverava al futuro ministro Piemontese, con espressioni piene di accoramento, le parole dette a Pontremoli, con le quali, incitando i Pontremolesi a star uniti alla Toscana, aveva contribuito ad infrangere il generoso sforzo della regione lunigianese per riunirsi, una dalla Cisa al Golfo, rifusa alla Liguria, incorporata al Regno di Sardegna, «propugnacolo della Indipendenza Italiana» . E quasi ribattendo, parola per parola, le affermazioni del filosofo, notando nella Lunigiana “una violenta disgregazione che ognuno desiderava cessasse”, e ne faceva risaltare l’unità documentata «nella comune origine, nella somiglianza dei dialetti, nella vicinanza e nella reciprocità degli affetti e degli interessi (6).
Tanto le parole dette dal Gioberti in Ancona (7), quanto le altre pronunziate a Sarzana (8} in risposta ai rimproveri mossigli, confermano l’affermazione del Grossi circa il tentativo di unire la Lunigiana tutta al Regno di Sardegna. Per spiegare in qualche modo il contegno del Gioberti a Pontremoli e specialmente l’ esagerazioni di certe frasi, come quella, per es., che affermava Pontremoli toscano “per sito, per stirpe’ e anche per lingua (!)”, bisogna forse tener presente che il capo della deputazione pontremolese che lo aveva invitato a parlare era quel famoso parroco di S. Colombano, uno dei più ardenti fautori della fazione toscanista, alimentata in modo speciale a Pontremoli da famiglie toscane ( 9), e in Toscana da pontremolesi ivi residenti (10).
Nel ’49 quando il Duca di Parma prese possesso di Pontremoli, per il malumore dai pontremolesi mostrato contro il suo dominio, proclamò lo stato d’ assedio. Fu naturalmente, con ogni rigore, perseguitata ogni manifestazione patriottica. E il manoscritto giobertiano, così gelosamente depositato dai pontremolesi nell’ Archivio notarile, attirò, in modo speciale, le ire del nuovo governo.
Una notte, alcuni funzionari a capo di un picchetto di soldati, svegliarono all’ improvviso l’ archivista Eleonoro Uggeri, e gli di seguirli. Condotto all’Archivio, gli fu imposto di consegnare un documento sovversivo ivi custodito. L’ Uggeri non poté rendersi, subito, conto di quale potesse essere il documento pericoloso giacente in un Archivio di contratti; finalmente capì che si trattava del1′ autografo giobertiano. Dichiarò allora di non consegnarlo se non dietro ordine del Generale comandante la piazza. Il Generale fu cercato e svegliato, l’ordine fu emesso, e il manoscritto pericoloso, uscì così, tra le armi, dall’ Archivio. Vi rimaneva, però, ignota al governo parmense, la copia del discorso unita all’ atto di consegna (11).
In questi brevi termini si riduce la storia dell’azione politica di Gioberti a Pontremoli ; più interessante sarebbe il ricercare la influenza del suo pensiero religioso e filosofico specialmente nel clero pontremolese, nel quale contò amici ed ammiratori. certo più importante, ma difficile a trattare, poiché non sarebbe agevole per ragioni più morali che materiali, rintracciare i documenti necessari.
MANFREDO GIULIANI, Gioberti a Pontremoli nel 1848, Giornale Storico della Lunigiana, Vol. 3, 1911
- Questo particolare mi fu gentilmente riferito dal Cav. Odoardo Buttini che lo ha saputo dallo stesso garzone della farmacia Ceppellini, che indirizzò il Gioberti al Dott. Martelli.
- Arch. Not. di Pontremoli. Atti del Dott. Ant. Restori, 19 maggio 1848.
- Del Rinnovamento Civile d’ Italia, Bari, 1911 Vol. I, Nota pag. 225 e segg. – G. MAZZINI ne citava un brano il 27 maggio cfr. Scritti,, vol. VI pag. 207.
- Operette Politiche, Capolago, 1851. Tom.II, pag. 98.
- Ivi, tom. II, pp. 76. E nel proemio del MASSARI, tom. I, pag. 94.
- A. NERI, Vincenzo Gioberti a Sarzana in questo Giornale, III, pp. 43 sgg.
- passando testè per la Lunigiana e trovando che taluno fra i suoi ottimi abitanti parteggiava pel Piemonte » ecc. Op. POL. tom. II, pag. 98.
- « Passando io per Pontremoli ed essendosi già costituito sotto la Toscana, mentre diversi erano i partiti che colà s’ agitavano » … A. NERI, op. cit.
- «Giovani di agiate e nobili famiglie, il conte Luigi Fantoni di Fivizzano, Rinaldo Ruschi di Pisa, passavano le notti del Novembre sulle rocce intorno a Pontremoli a montar la guardia insieme coi contadini : l’ operosissimo ing. R. Castinelli edificava gli apparecchi della difesa » MONTANELLI, Memorie sull’ Italia e specialmente sulla Toscana dal 1814 al 1850. Torino, I863, Il, 49.
- «Dicesi qua che una deputazione di Pisa e Livorno abbia fatto rimostranze al G. Duca per la nostra cessione : io procurerò che lo faccia anche Pistoia e spero riuscirvi : altre città potrebbero dopo seguirne l’ esempio. Ma intanto mostratevi degni della stima universale, guadagnatevi sempre più la simpatia di tutti. Protestate e resistete» Da un carteggio privato inedito, da una lettera del 18 8bre 47, prov. da Pistoia. Tali manifestazioni popolari, nelle varie città della Toscana, fornirono ai liberali ottimo pretesto di agitazione.
- Questo aneddoto mi è stato riferito dall’attuale archivista cav. Domenico Angella, che lo seppe dallo stesso Uggeri. La copia che ora si conserva in Archivio corrisponde al testo stampato nelle “Operette Politiche”, salvo qualche variante di nessun conto, dovuta a sviste di trascrizione