di Romolo Formentini

Nel corso di una recente ricognizione a varie località denominato “Castellaro” , fatta allo scopo di trovare le tracce nel territorio di antiche fortificazioni liguri del tipo di quelle così frequenti nel territorio provenzale, mi è avvenuto di constatare, con una certa meraviglia, in tutte le località da me visitate (1), la totale assenza di ogni traccia di costruzione muraria; cosa tanto più degna di nota in quanto abbastanza frequenti sono i ritrovamenti di avanzi di tali costruzioni in località che presentano pressoché identiche condizioni ambientali. Scartata infatti necessariamente l’ipotesi della totale scomparsa di ogni traccia di opera difensiva, rimane assai difficile comprendere l’origine e il significato del toponimo così frequente nella regione ligure – apuana(2).
E’ fuori dubbio che il toponimo “castellaro” deve essere posto in relazione con il francese “chatelier” (del resto talvolta notato anche castelar) (3) e poiché al toponimo “chatelier” corrisponde sempre in Francia in località che conserva tracce evidenti di costruzioni difensive , tale dovrebbe essere l’aspetto anche dei “castellari ” lunigianesi.
Il primo, e fino ad oggi unico, studioso che formulò il piano di studiare sistematicamente le fortificazioni liguri della Lunigiana fu Ubaldo Mazzini e purtroppo la sua prematura fine gli impedì di raggiungere un risultato sia pure sommario; rimane infatti soltanto presso la biblioteca Civica della Spezia, di cui egli fu il primo direttore, il suo lavoro preliminare costituito da un certo numero di schede nelle quali sono notati i toponimi del tipo “castellaro”, “castello”, “castiglione”, “rocca”, ecc., senza però alcuna descrizione, né nota di carattere discriminativo; cosa che egli si proponeva evidentemente di fare in un secondo tempo, probabilmente dopo aver compiuto una serie di ricognizioni sul luogo. Nessuno ha avuto pertanto ancora l’occasione di notare l’opportunità della distinzione fra i toponimi del tipo “castellaro” e gli altri, che sono evidentemente di origine più recente.
Il fatto quindi che i ritrovamenti archeologici siano avvenuti sempre in località designate da toponimi del secondo tipo fa logicamente supporre che si debbano distinguere due diversi successivi periodi nella tecnica della sistemazione a difesa delle popolazioni liguri: il primo caratterizzato dallo sfruttamento pressoché esclusivo delle caratteristiche naturali del luogo, con tutt’al più l’intervento del braccio umano in opere di terrazzamento e di disboscamento, corrispondente all’età del toponimi “castellaro”, ed il secondo invece ben più evoluto, caratterizzato dal pieno impiego di opere murarie talvolta monumentali (4) corrispondente ad una età in cui il latino ha influenzato la forma del toponimo originario (castello, castiglione) e introdotto nuove voci di analogo significato (turris).
Il differente aspetto dei “castellari” lunigianesi rispetto ai “chatelier” francesi sarebbe in tal caso facilmente spiegabile considerando il più arretrato stato di cultura della nostra regione, testimoniato sufficientemente dal diverso grado di evoluzione dei “menhirs” e delle “statue stele” nelle due regioni.
Basta infatti confrontare il “manhir” di Biassa (5) con gli analoghi monumenti così numerosi in territorio francese, o le “stele” del Golfo della Spezia con quelle del tipo di Collorgues e di S. Sernin che pure sono pressoché coeve, per rendersi conto di tale diversità (6).
Aggiungiamo poi la mancanza di tracce di abitazioni in pietra di età preromana almeno in tutta la parte orientale della Liguria italiana, che ci fa legittimamente supporre che i pastori agricoltori dell’eneolitico almeno, se non anche della prima età del bronzo, abitassero in capanne di rami o di canne, mentre ben sviluppata per le stesse esigenze naturali dell’ambiente , doveva essere la tecnica del terrazzamento, del quale del resto rimangono ancora oggi frequentissime tracce (7), e potremo formarci un quadro abbastanza indicativo, se pure sommario, del particolare stadio culturale degli antichi liguri abitatori della nostra regione (8).
Se la mancanza di opere murarie mi colpì immediatamente per la sua stranezza, non tardai a rendermi conto di altri caratteri comuni notevolmente interessanti, che descriverò in breve con le osservazioni e le conclusioni che da essi mi sono state suggerite.
Ho voluto in un primo tempo studiare a fondo quelle località che avevo maggiore opportunità di ripetutamente visitare e per le quali mi trovavo nella favorevole condizione di una pressoché perfetta conoscenza dei luoghi; pur non mancando di visitare, almeno di sfuggita, numerose altre località portanti la stessa denominazione (9), allo scopo di notare eventuali contraddizioni alla tesi generale che sarei venuto a sviluppare nell’esame del più ristretto ambiente.
Limitando quindi l’esame approfondito all’alta valle del Taverone, ho potuto constatare anzitutto come tutti i «castellari » ivi identificati facessero certamente parte di un unico sistema difensivo tendente ad impedire l’accesso alla zona montana. All’altezza di Licciana, sulla costa sinistra della valle, è il primo castellaro, che chiameremo appunto: Castellaro di Licciana. La costa sale rapidamente e passando per Bastia, dove è probabile, sebbene non sia possibile accertarsene, che il castello e il paese sorgano nel sito di un castellaro, giunge al monte Torre Nocciolo (990 m.), che mostra avanzi evidenti di un lavoro di trinceramento circolare sulla vetta (il nome è dovuto ad una torre, probabilmente medievale o al più tardo romana, di cui sono ancora visibili le fondamenta); mentre un altro castellaro si trova sulla pendice, di questo stesso monte. verso la valle del torrente Arcinasso alla. quota di 800 m. circa. Sulla costa destra bisogna salire fino a più di 900 m. per trovare il Castellaro di S. Antonio, proprio di fronte al Torre Nocciolo. Manca quindi quasi certamente un elemento della difesa, e penso che il castelliere mancante. dovesse trovarsi nel sito occupato appunto poi dal castello malaspiniano di Monti; poiché oltre a rispondere alle caratteristiche generali d’aspetto dei castellari, questo è anche il luogo nelle cui immediate adiacenze fu rinvenuto un importante frammento di statua stele (10).
Proseguendo lungo la valle si giunge ad un costone che divide i due rami del Taverone di Tavernelle e di Comano. Si tratta di uno sprone del monte Giovo, la montagna che chiude l’orizzonte della valle del Taverone, dominandola in tutto il suo alto corso. Sul primo contrafforte di questa costa ecco il castellaro di Prota (739 m.) che difende l’accesso alla montagna lungo una delle vie più agevoli; mentre un altro ancora più agevole accesso è difeso da un castellaro non nominato nelle carte che si trova alla confluenza del rio Ropiccio con il Taverone di Comano, a poca distanza dalla località Casa Pelati (Comano).
I capisaldi del sistema difensivo della valle sarebbero dunque rappresentati da tre massicci montani : la Prada di Cisigliana (di cui fa parte il Torre Nocciolo), il Monte S. Antonio (da cui si giunge alla catena dei monti Biancani), e il Monte Giovo, grande massiccio prativo che, come ho già fatto osservare, domina tutta l’alta valle del Taverone. Le caratteristiche comuni di questi tre monti sono essenzialmente due e, mi pare, alquanto significative : essi sono in diretta comunicazione, in linea di cresta, con il complesso di catene dell’Appennino tosco-emiliano, e la loro parte più alta, quella cioè che è posta all’interno della linea difensiva dei castellari, è prevalentemente prativa, si da offrire ottimi pascoli. E’ naturale quindi che alla domanda che sorge spontanea : « Quale era l’oggetto di si cauta e complessa difesa ? » dovremo rispondere: « Oltre alla vita degli abitanti, anche la salvezza delle greggi e degli armenti, fonte indispensabile, e in guerra addirittura unica, di vita”.
E’ assai noto infatti che le popolazioni liguri montane oltre all’agricoltura, i cui prodotti erano solitamente limitati per le scarse risorse del suolo, praticavano su larga scala la pastorizia, particolarmente, col sistema dell’alpeggio e cioè in sostanza facendo pascolare le greggi sui monti ( 11). E’ probabile che le greggi dopo aver passato la buona stagione all’alpe, si ritirassero per l’inverno in luoghi più riparati ai limiti della zona prativa, in villaggi situati però spesso ad una notevole altezza sul livello del mare (fra i 500 e gli 800 metri), da dove i pascoli potessero esser raggiunti in breve tempo anche durante le stagioni che non consentivano più l’alpeggio continuato. E’ questa del resto ancor oggi la posizione di molti paesi della valle del Taverone, anche se l’attività pastorizia locale è quasi scomparsa per dar luogo, sempre però su scala alquanto ridotta, alla transumanza dalla zona littoranea toscana; cosicchè è venuta a mancare a questa posizione la sua logica giustificazione, e si assiste al graduale spopolamento di paesi probabilmente un tempo fiorenti, i quali oggi non hanno che un prodotto: la castagna; poichè le culture così faticosamente impiantate dagli antichi abitatori sono state abbandonate come troppo poco redditizie e troppo disagevoli nei confronti dei terreni di fondo valle.
Nella valle del Taverone ed in quelle adiacenti, e. cioè nello ambito del sistema dei castellari, Apella, Taponecco, Catognano, Cassettana, Prota, Groppo S. Pietro, Camporaghena, La Braia il Biantognolo, Salano, Baccana, Bastia, Paretola, Cisigliana, Treschietto, Iera, Campione e Collesino, per non fare che un elenco assai incompleto, si trovano nella situazione suddetta, ed è interessante notare anche come a questi nomi, alcuni dei quali soltanto sono romanizzati con il tipico suffisso << iana » o << ana », facciano riscontro nel fondo valle nomi perfettamente latini come Licciana, Crespiano. Comano, Tavernelle, Fivizzano. Il fatto che questi paesi, che per me segnano probabilmente, almeno in modo approssimativo, il luogo degli antichi abitati liguri, si ritrovino in molti casi più a valle della linea dei castellari non è ragione sufficiente per escludere la possibilità della loro identificazione, in quanto è assai probabile che gli antichi abitatori liguri fossero disposti, in caso di attacco, ad abbandonare senza troppo rimpianto le loro capanne di rami e di fango, pur di poter salvare, oltre alle greggi, le loro proviste di formaggi e gli scarsi prodotti dei campi, del resto facilmente trasportabili.
Veniamo ora a considerare la sistemazione e l’aspetto di ciascuno dei cinque castellari identificati con sicurezza: Innanzitutto dovremo notare come in tutti i casi il castellaro sia costituito da almeno due prominenze, fra le ali passa invariabilmente una strada, che mostra sempre una certa importanza e, una probabile antichità. Questa situazione è tuttora evidente per il castellaro di Comano, dove la strada ben lastricata di grossi sassi e protetta da massi laterali di notevoli dimensioni, sale dalla confluenza di due torrenti, Ropiccio e Taverone, al paese di Comano; pure perfettamente riconoscibile per il castellaro di Cisigliana, dove la strada che passa fra le due vette è formata dalla confluenza di due mulattiere ben tracciate, provenienti l’una da Cisigliana e l’altra da Quarazzana, e proseguenti in tal modo verso il Torre Nocciolo; e per il Castellaro di Prota dove la strada proviene appunto dal villaggio di Prota; mentre non molto chiara è la posizione dell’antica strada nei castellari di S. Antonio e di Licciana, per quanto tuttavia sembri assai probabile che anche in questi due casi si ripetesse l’identica situazione dei precedenti ( 13).
Naturalmente in tutti i casi osservati la strada è soggetta per un notevole tratto all’offesa di coloro che occupano le due prominenze del castellaro, mentre, e questo è un altro assai importante tratto caratteristico, nulla appare che possa dare a chi percorre la strada il sospetto di un’imboscata; ed è questa, io penso, la ragione della totale assenza di ogni opera muraria che avrebbe richiamato inevitabilmente l’attenzione degli assalitori.
Le due prominenze (o almeno la più elevata delle due) presentano inoltre di solito nel lato che domina la strada uno scoscendimento in apparenza del tutto naturale, tanto più oggigiorno, ma che, per il suo stesso costante ricorrere’ in identica posizione, mi pare. suggerire legittimamente il dubbio di un intervento umano per altro perfettamente mascherato (14).
Si intende perciò come il carattere di questo tipo di castellaro sia totalmente diverso da quello dei castellari di Provenza o della Istria che mostrano invece gli avanzi di notevoli opere murarie ancora visibili a chi s’avvicini e quindi assai più evidenti ancora al tempo in cui dovevano assolvere il loro compito di fortificazione (15). Al diverso carattere doveva evidentemente corrispondere una diversa tecnica difensiva, che io non esito a ritenere meno evoluta e quindi notevolmente più antica, se confrontata nell’ambito di una stessa regione ( 16). Quale fosse questa tecnica mi par facile ad intuirsi: all’approssimarsi di una schiera di invasori troppo numerosa o troppo ben armata per poter essere affrontata in campo aperto (del resto i Liguri antichi non sembrano aver mai considerato disonorevole il venir meno alle regole della lealtà guerresca), i villaggi vengono ordinatamente abbandonati e la gente non atta alla guerra si avvia con le greggi, gli armenti e le provviste (probabilmente sistemate sui muli) verso la montagna, lasciando agli uomini validi il compito di ostacolare il nemico almeno fintantoché il grosso della popolazione non abbia raggiunto la piena zona montana, dove l’assalitore non ama inoltrarsi, temendo agguati ben più pericolosi, oltre alle stesse difficoltà del suolo e avversità naturali. Compito questo assai facile per quei perfetti montanari, rapidissimi nella corsa e abilissimi frombolieri, che potevano attendere il nemico sul passaggio stabilito, al quale la strada lo conduceva inevitabilmente, per metterlo in fuga con la violenza e la subitaneità dell’attacco. Non era, io penso, probabile che l’assalitore ritentasse la I prova, ma ove anche lo avesse fatto e sia pure con decisione disperata, c’era sempre aperta alle spalle dei difensori una via di scampo che la loro maggiore conoscenza dei luoghi oltre alle superiori attitudini fisiche rendeva sicura e agevole.
Che tale tattica però fosse usata contro i Romani, almeno oltre il primissimo periodo della loro espansione locale, pare assai improbabile se si pensa che essi nella loro sistematica conquista solevano procedere ad operazioni belliche di ben più ampio respiro di quanto non lo sia l’attacco improvviso di uno o più villaggi, così lontani del resto dalle loro normali vie di transito. I Romani preferivano evidentemente lasciare in pace le tribù Liguri dell’interno, limitandosi ad azioni di intimidazione solo nei confronti di quelle tribù che troppo da vicino minacciavano le loro vie di traffico, attendendo di procedere, quando lo avessero ritenuto opportuno, ad una radicale operazione bellica che riuscisse ad assoggettare per sempre quelle popolazioni. Coloro che invece si trovarono per ben più lungo periodo in situazione di vicinato, probabilmente tutt’altro che pacifico, con i Liguri di Lunigiana furono gli Etruschi, particolarmente nel periodo della loro massima espansione (17); ed è assai verosimile che da questo popolo partissero le frequenti incursioni fatte a scopo di razzia (o forse talvolta anche di rappresaglia per scorrerie degli abitanti della montagna) che costrinsero i Liguri di questa regione ad organizzare una difesa comune (18). E’ probabile che l’organizzazione difensiva sia poi stata usata in un primo tempo anche contro i Romani, che si erano sostituiti agli Etruschi nella loro vittoriosa espansione, ma non credo, per le ragioni sopraccennate che i castellari sarebbero stati così sistemati se questa fosse stata l’occasione della loro creazione.
Se si viene ora a considerare ‘l’etimologia della voce dialettale “ castellar » è evidente che non si può, accettando le premesse archeologiche poste più sopra, postulare una derivazione dal latino « castrum », attraverso il diminutivo « castrellum », dato che in tale caso l’attribuzione del n. l. dovrebbe essere assai recente, nè si vede come una voce che doveva ormai suggerire senza dubbio la presenza quanto meno di rilevanti tracce di opera muraria di fortificazione avrebbe potuto essere attribuita a località che di tali tracce dovevano essere anche allora totalmente prive, ed avevano naturalmente da tempo perduta la loro funzione difensiva. Infatti l’ipotesi che il nome sia da riportarsi all’età romana, e che i Romani stessi avessero per primi notato la distinzione fra i <<castelli» muniti di opere murarie difensive ed i «castellieri», luoghi di fortificazione naturale, non regge neppure ad una critica molto sommaria, in quanto il termine « castellaro », così frequente nella toponomastica, non è mai notato nei testi latini, che sempre definiscono le fortificazioni dei Liguri << oppida » o « castella ». Più verosimile è pertanto la supposizione dell’esistenza nell’antico linguaggio dei Liguri di una radice cast, strettamente imparentata con l’identica radice indoeuropea, nel duplice significato di tagliare (sanscr. Castram == strumento tagliente, casati == egli taglia, gr. keàzo ==fendo, latino castrare, castra-orum) ( 19) e distinguersi, elevarsi (gr. ‘ekekasto== eminente, Kastor == Castore, R. Kad ==distinguersi) ( 20). Del resto anche la voce casna == quercia (da cui il fr. chêne) nella forma primitiva « cassanos » presuppone (con trattamento celtico di st) un castano, « che sembra bene una corrispondente mediterr. (ligure) della voce greca kastànos== castagno » ( 21); ne è difficile legare questa voce, che avrebbe infatti il valore generico di albero, almeno al secondo dei significati che per la nostra radice abbiamo supposto sull’esempio delle testimonianze indoeuropee (elevarsi, distinguersi).
Nel caso dei toponimi considerati ci colpisce immediatamente il fatto che ambedue i significati della radice sono pressoché ugualmente applicabili all’oggetto, si che vien fatto di supporre che essi coesistessero in principio nella radice stessa, differenziandosi solo in un secondo tempo (ammesso che la distinzione sia poi veramente divenuta precisa).
Tuttavia quello che sembra aver avuto la precedenza e la preminenza sull’altro oltre che per l’abbondanza delle voci derivate anche per un logico ordine di amplificazione successiva, è il significato di tagliare: è infatti assai giustificabile che da un primitivo valore di inciso, tagliato derivi per gradi successivi un separato distinto, e quindi eminente; mentre è difficilmente ammissibile una inversa evoluzione ( 22). Il significato di tagliare starebbe dunque all’origine del toponimo e ciò potrebbe essere, mi pare, assai importante, poichè nel valore attivo del termine evidentemente deverbale starebbe ad indicare il concetto di un intervento umano volto a modificare l’aspetto naturale del luogo con un lavoro di spostamento di masse di terreno, che avrebbe messo a nudo pareti naturali di roccia, come in effetti risulta in tutti i casi da me osservati, per trarre profitto dal ripido dislivello così creato ai fini della difesa ( 23). Si potrebbe pertanto considerare l’eventuale relazione con la voce « scassare » da cui « scasso » ( 24), che nei dialetti di Lunigiana ha il preciso significato di terreno seminativo ottenuto con il terrazzamento di una costa in pendio e, in tal caso, si verrebbe quasi certamente a stabilire un rapporto anche con i toponimi di radice cass assai frequenti nel territorio ligure-apuano come Cassettana,- Cassolana, Cassana, Cassano, ecc. (per Cassolana è degna di nota la lezione « Castelana », mentre per Cassettana e Cassana non si può mancare di notare la loro posizione nelle immediate vicinanze di un castellaro: di Prota il primo, proprio di Cassana il secondo).
Naturalmente una metodica accurata esplorazione delle fortificazioni liguri preistoriche, che è del resto da tempo in programma per la Sezione Lunense dell’Istituto di Studi Liguri in collaborazione con il Comitato di Studi Preistorici dell’Emilia Occidentale (25), potrebbe notevolmente contribuire a chiarire definitivamente una questione che io ho voluto soltanto proporre in modo assai sommario all’attenzione dei cultori della paletnologia ligure, come modesto contributo alla lodevolissima iniziativa di riprendere lo studio di un argomento essenziale per la conoscenza dell’antica civiltà dei Liguri.
ROMOLO FORMENTINI, Il toponimo “Castellaro”, e lo sviluppo della tecnica costruttiva nelle opere di fortificazione degli antichi Liguri”, in Memorie della Accademia lunigianese di scienze lettere ed arti Giovanni Capellini.
- Castellaro di S. Antonio, Castellaro di Prota, Castellaro di Cisigliana e Castellaro di Comano nella valle del Taverone; Castellaro d’Aiola nella valle del Lucido; Castellaro di Pignone e Castellaro di Cassana nella Val di Vara.
- Non meno di 14 sono i casi registrati dal Mazzini nella sua raccolta di toponimi (vedi oltre), e il fatto che io ne abbia identificati altri due, pur nel primo stadio delle mie ricerche e nell’ambito ristretto della valle del Taverone, fa logicamente supporre che essi siano ben più numerosi.
- Tale è almeno l’espressione usata dal Guebbard nella sua corrispondenza col Mazzini, con riferimento ai castellari provenziali (carteggio presso la Civica Biblioteca della Spezia)
- Fra i più tipici, il Castelliere di Ombria; cfr. Monaco G., Scavi e ricerche al Castelliere preromano di Ombria in Val di Ceno, in Quaderno n. 2 del Comitato Studi Preistorici dell’Emilia Occidentale, Parma, 1950-51, p.II sgg.
- Vedi Formentini R., Civiltà megalitica nel Golfo della Spezia, in Giornale Storico della Lunigiana, n.s. I, 1950
- Cfr. Formentini U., Le statue stele della Val di Magra e la statuaria megalitica ligure, in St. Lig., XIV (1948), I-3, p. 52 sg. e passim.
- Sto raccogliendo materiale per uno studio particolare sull’argomento, che del resto sarà trattato, io penso, almeno sommariamente, nella prossima pubblicazione del Sen. Emilio Sereni sull’agricoltura dei Liguri ( Sereni E., Comunità rurali nell’Italia antica)
- sulla civiltà dei Liguri, in genere vedi Marti O., Die Volker West und Mittel-Europa im Altertum, Baden-baden, 1947
- Castellaro di Aiola nell’alta valle del Lucido in magnifica posizione difensiva su di una costa percorsa da un sentiero e fiancheggiata da due “ lame” assai profonde; nessuna traccia di costruzione muraria; probabile l’intervento del braccio umano volto a diminuire l’ampiezza del passaggio ed a sbarrare il cammino con frequenti rapidi aumenti della pendenza dell’erta. — Castellaro di Cassana in Val di Vara, in cui la strada proveniente dal villaggio di Corneto (Cassana) è dominata per lungo tratto dalla prima prominenza del castellaro e raggiungendo la sella si biforca ai due lati della prominenza maggiore, il cui lato volto alla biforcazione della strada è scosceso in modo da mostrare una superficie gassosa scarsamente ricoperta dallo vegetazione, assai abbondante invece nelle altre parti del monte; nessuna traccia di opera muraria.
- Cfr. FORMENTINI R., Un nuovo frammento di “statua – stele” lunigianese, in “Studi Etruschi, XXI, serie II, 1950-51, p. 327.
- Cfr. MARTI, Op. cit., p. 23 sgg.
- Per il carattere ligure del toponimo Braia cfr. FERRARI P., Il castellaro di Monte Castello nell’alta valle del Capria in Lunigiana. Parma, 1927, p. 25.
- Nel castellaro di S. Antonio non è facile riconoscere il tracciato della strada che è abbandonata in una zona di fitte vegetazioni a macchia, nel Castellaro di Licciana la recente costruzione di una carrozzabile, Licciana-Bastia, che viene addirittura a tagliare il margine della sommità del castellaro, rende ancor più difficile l’identificazione, resta di fatto che una strada doveva pur esistere in quel luogo e non poteva passare che a brevissima distanza dal Castellaro.
- Ciò è molto evidente nei castellari di Prota e di Cisigliana, meno evidente in quello di Comano e meno ancora (ma visibile) in quello di S. Antonio e di Licciana per le ragioni esposte nella nota prtecedente. Peraltro questa caratteristica si riscontra anche nei castellari estranei alla valle del Taverone, come Castellaro di Aiola e in quello di Casana (v. nota 9).
- Cfr. GUEBHARD A., Camps et enceintes, Extrait du Congrès Préhistorique de France, Autun, 1908; MARCHESETTI C., I castellari preistorici’ di Trieste e la Regione Giulia, in Atti del Mus. Civ. St. Nat., IV (n. s.), 1903, Trieste, 1903.
- Rispetto a quella ,ad esempio, praticata dai difensori del Castellaro di Monte Castello in val di Capria o di Ombria in val di Ceno.
- Per la questione della Luni etrusca vedi la relazione del Prof. U. Formentini all’adunanza dei soci dell’Istituto di Studi Liguri, il 3 Febbraio 1952 (Giornale Storico della Lunigiana, n. s., III, 1-2, 1952, p. 16.
- Cfr. JULLIAN C., Histoire de la Gaule, Paris, 1908, I, p. 118, n. l.
- (19) BATTISTI E ALESSIO, Dizionario etimologico italiano, Barbera, Firenze, 1950,s. v. castrare; GRANDSAIGNES D’HAUTERIVE, Dictionnaire des racines des langues européennes, Larousse, Paris 1949; s. v. castrare; Grandsaignes d’Hauterive, Dictionnaire des racine des langues eurpeennesLarousse, Paris, 1949, s.v.cast.
- BOISACQ E., Dictionnaire Ètymologique de la langue grecque . v. Kassìteros; S. Reinach vede in kassìteros una voce analoga ai nomi gallici Cassivellaunus, Cassignatus in cui cassi avrebbe appunto il valore di eminente, distinto, e pertanto le isole Kassiteridi non dovrebbero questo nome al metallo in esse abbondante, ma al contrario gli avrebbero dato il loro nome, come del resto bronzo da Brundisium e cuprum da Kypros.
- BATTISTI E ALESSIO o. c., s. v. casna; alla voce castagno troviamo : il greco kastanos è un probab. relitto mediterr. (cfr. arm. kaskeni id. kask castagna) da un tema castano albero, docum. anche per il ligure, cfr. casna
- Il significato di eminente riferito alla radice di castrum, sarebbe testimoniato da questa etimologia di Isidoro, alla quale peraltro è bene dare il credito che meritano generalmente le affermazioni di questo fantasioso autore: “Castrum antiqui dicebant oppidum loco altisimo situm, quasi casam altam; cuius pluralis numerus castra, diminutivum castellum est [sive quod castrabatur licentia inibi habitantium, ne passim vaga hosti pateret) ISIDORI Etymologiarum Lib. XV, 2, 13.
- Nel Castellaro di Prota (Valle del Taverone) è riconoscibile ad un esame accurato del terreno la traccia di una trincea che tronca presso la vetta il pendio nella parte in cui esso è meno ripido e l’accesso appare più agevole.
- DU CANCE, s. v. scassum: Italis Scasso, est ager cultus, laboratus.
- Vedi Quaderno n. 2 Com. St. Pr. Em. Occ., cit. p. 68.