STRUTTURE OSPEDALIERE IN LUNIGIANA: DAL CENSIMENTO ALLA MICROANALISI

Ospedale S. Giacomo di Filattiera

La mia relazione si articolerà in due parti: nella prima, più breve, tratterò degli ospedali lunigianesi di età medievale, della loro consistenza, dislocazione ed evoluzione sulla base di un loro primo censimento. Nella seconda, più ampia, mi soffermerò invece sulle presenze gerosolimitane nella medesima area. I due temi, a prima vista piuttosto slegati, in realtà risultano uniti da almeno due fattori, uno di necessità e l’altro di metodo.

Quando mi è stato chiesto di trattare, in questo convegno, dei cavalieri di S. Giovanni in Lunigiana, mi sono inizialmente mantenuta molto sul vago. Non sapevo in realtà se ci sarebbe stato qualcosa da dire di preciso sul tema, ma di una cosa ero certa: non esisteva una trattazione generale avente per oggetto gli ospedali medievali lunigianesi. La Lunigiana è ed è sempre stata innanzi tutto un’area di strada; lo è stata a maggior ragione nel medioevo, attraversata com’era per tutta la sua lunghezza dalla Francigena e occupata da un vero e proprio reticolo di arterie minori con i relativi sbocchi al mare (1). Data la forte caratterizzazione stradale, praticamente l’intera storiografia relativa a questa minuscola regione storica a cavallo tra il centro e il nord d’Italia tratta, parla, si occupa di strade e di conseguenza anche degli edifici religiosi e assistenziali che ne punteggiavano il percorso. Ma nonostante ciò, nessun autore si è mai dato pena di riunire i tanti dati dispersi relativi a questi enti, tentando un discorso di sintesi. Gli ospedali indicavano la strada, ma la strada che portava agli ospedali era ancora tutta da percorrere. Quindi, ho  pensato, se non proprio di gerosolimitani almeno di qualcosa avrei potuto parlare: degli ospedali lunigianesi nel loro complesso.

Quella che è stata inizialmente una scelta dettata dal bisogno. si è tuttavia presto rivelata un’imprescindibile  questione di metodo. Infatti i gerosolimitani in Lunigiana li ho trovati piuttosto velocemente, ma con tante e tali informazioni spezzettate. ambigue e contraddittorie da rendere assolutamente d’obbligo un’analisi preventiva di tutte le presenze ospedaliere nella regione, dei documenti che le attestano e delle segnalazioni trasmesse dalla tradizione erudita.

A questo proposito faccio presente che la bibliografia relativa alla Lunigiana medievale è fin troppo ricca. Tra gli studiosi che si sono dedicati a questa regione si trovano grandi storici, ottimi ricercatori, eruditi locali di alto, medio e infimo livello: ne risulta una produzione, oserei dite, sterminata, frammentata oltre ogni immaginazione, non semplice da recuperare e in gran parte bisognosa di una lettura critica attenta. Per dare solamente un’idea, il mio database bibliografico conta attualmente 760 titoli ed è tutt’altro che esaustivo (2).

 ln questo mare magnum di articoli, recuperare le informazioni e sottoporle a verifica è stata un’impresa non agevole. Inizialmente, ad esempio, risultava che i cavalieri di Altopascio avessero fondato in Lunigiana 4 o 5 ospedali: un più attento controllo ne ha lasciato in piedi per l’età medievale soltanto uno: l’ospedale dei SS. Giacomo e Cristoforo a Massa. Analoghi fraintendimenti e sviste hanno anche investito le presenze gerosolimitane, date per certe a Massa e a Pontremoli nel XII secolo, ma in realtà confermabili rispettivamente per il XIV e XV secolo. Per alcuni autori, inoltre, gli ospedali massesi di S. Leonardo al Frigido, S. Maria Maddalena di Cerbaria e S. Maria di Calcaiola erano da considerarsi un’unica struttura: pur con qualche dubbio si deve invece ritenere che fossero tre enti distinti (3).

A margine di una produzione bibliografica straripante e non sempre attendibile, il fronte documentario presenta una situazione non proprio rosea. A parte le grandi raccolte, quale il Codice Pelavicino, il Registrum Vetus del comune di Sarzana e le carte del monastero del Tino (4)  – che si interrompono tuttavia con la fine del XIII secolo  – ancora numerosi sono i documenti inediti sparsi per archivi e biblioteche lunigianesi e non: Aulla, Firenze, Massa, La Spezia, Parma, Pisa, Pontremoli, Torino, Genova, Modena. Alcuni di questi atti si trovano trascritti nei preziosissimi manoscritti di Giovanni Sforza conservati alla biblioteca civica “U. Mazzini” della Spezia: non sempre però la trascrizione è completa e corretta. Su queste basi spero lo comprendiate – è stato veramente difficile operare un censimento attendibile degli ospedali lunigianesi del medioevo, ancor più difficile tentare inoltre un discorso di sintesi che li riguardi: arduo ma non per questo meno doveroso.

Il censimento è stato fatto, per ora sulla base delle fonti edite, di pochi fondi inediti e di gran parte della bibliografia: il risultato è l’elenco degli enti ospedalieri pubblicato in appendice a questo saggio (5). Si tratta di una lista che aspira, ovviamente, a essere esaustiva e corretta, ma che, purtroppo, è condannata anche a restare per lungo tempo provvisoria. Non può essere altrimenti dati i presupposti documentari e bibliografici che ho già esposto. È proprio per questo motivo – per il gran numero di fonti inedite che dovrebbero essere consultate e per la miriade di articoli che sono rimasti da controllare – essa viene pubblicata anche su Internet, presso il sito del dipartimento di Medievistica dell’Università di Pisa (6). In questo modo i dati potranno essere costantemente aggiornati e corretti: non solo da me, ovviamente, ma anche da tutti coloro che, interessati all’argomento o semplicemente studiosi di cose lunigianesi, si trovassero nella felice situazione di poter contribuire all’accrescimento di una conoscenza comune.

Le presenze ospedaliere certe, ossia segnalate dagli studi e di cui ho trovato un qualche attendibile riscontro nelle fonti, sono, tra IX e XV secolo, 56 su un areale di oltre 1700 kmq . Si tratta, com’era da aspettarsi, di un’incidenza molto alta: circa un ospedale ogni 30 kmq., che in una regione montuosa e boscosa come la Lunigiana si traduce in un edificio assistenziale a ogni crocicchio, presso ogni guado e passo, a coprire, come gli attuali autogrill, tratti piuttosto brevi delle “autostrade” del tempo.

La maggior parte degli enti attestati si trovano elencati nelle rationes decimarum bonifaciane o nell’estimo della diocesi di Luni del 1470 (8) . La qualità di tali fonti, purtroppo, ci dice ben poco, o quasi nulla, sull’origine di questi ospedali, in che modo e da chi fossero gestiti, quali dimensioni avessero e a quali funzioni assolvessero. Altri edifici assistenziali, non compresi negli elenchi suddetti, sono invece spesso nominati nella documentazione una sola volta e in maniera del tutto casuale, anche soltanto come semplice confinanza di un terreno. Così è, ad esempio, per l’ospedale dell’Anforara sulla via Francigena, poco prima della confluenza del Taverone nella Magra, ricordato nel patto di alleanza stretto nel 1256 tra Lucca e Sarzana. Così ancora l’ospedale di Scognavarano, a Ponzano, tra Santo Stefano e Sarzana, nominato casualmente in due documenti del 1198 e del 1279, ma non nelle decime di fine Duecento. Sono esempi significativi, che, più che edotti, ci rendono semplicemente consapevoli di quante e quali informazioni sulle strutture chiave del territorio ci siano negate, almeno dalla documentazione scritta, e di come, su questo piano, l’unico autentico aiuto ci possa venire, eventualmente, dall’archeologia.

Il recente scavo all’ospedale di Tea, sul monte dell’Argegna, lo ha pienamente dimostrato. Qui, dove la documentazione segnalava solamente una presenza, senza nulla aggiungere alla nostra conoscenza sulle dimensioni, la storia e la dislocazione della struttura, l’indagine archeologica ha svelato molto, consentendo agli archeologi di proporre ipotesi plausibili sul transito di mercanti e pellegrini in una importante strada di collegamento tra Garfagnana e Lunigiana (9).

Date, invece, le pesanti limitazioni imposte dalla documentazione scritta, non molto, purtroppo, si può dire sull’evoluzione delle presenze ospedaliere in Lunigiana nel loro complesso. In una prima fase furono enti promotori re, imperatori, conti e le grandi abbazie da loro riccamente dotate: lo xenodochium di S. Benedetto di Montelungo, di probabile fondazione longobarda poi passato a S. Salvatore di Brescia; l’ospedale di S. Maria della Cisa, forse carolingio, anch’esso attribuito al monastero bresciano; l’ospedale del castrum di Aulla, fatto costruire dal conte di Lucca e poi affidato all’abbazia di S. Caprasio. Nessuno di questi enti di antica origine, tuttavia, rimase ln vita così a lungo da essere catalogato dai collettori delle decime duecentesche (10). Tra XII e XIII secolo nacque, evidentemente, una nuova e vivacissima generazione di ospedali: risultano infatti attestate in questi due secoli più della metà delle strutture censite. Molte sono state evidentemente partorite dalla volontà del vescovo – come l’ospedale dei SS. Giacomo e Cristoforo di Feleta presso La Spezia, S. Leonardo in capite paludis vicino a Castelnuovo, S. Sisto di Monte Forca tra Carrara e Fosdinovo – altri sorsero probabilmente spontaneamente per iniziativa di singoli o di famiglie laiche o di congregazioni che rimarranno per sempre sconosciute – come i già citati ospedali di Scognavarano, dell’Anforara o anche quello di Zulliano, presso Ceparana. Buona parte di questi organismi, testimoniati tra XII e XIII secolo, non risulta elencato nelle decime bonifaciane, nemmeno tra gli enti esenti: segno da un lato che queste fonti non offrono un quadro completo degli enti religiosi della diocesi di Luni (11), dall’altro che molti ospedali sorsero e prosperarono al di fuori del quadro diocesano. Date queste premesse è impossibile stabilire quanti ospedali, tra quelli elencati ex novo nell’estimo della diocesi del 1470-71, siano stati effettivamente fondati dopo le decime duecentesche. Di certo nacquero tra XIV e XV secolo l’ospedale di Cervaria, presso Pontremoli e S. Antonio di Fivizzano, sorto per volontà di Spinetta Malaspina: per tutti gli altri origine, fondatori, patroni e gestori rimangono totalmente ignoti. Relativamente rara e tardiva, come già notato, risulta la presenza di cavalieri di Altopasci (12), non attestati i Templari; presenti invece in posizione chiave i cavalieri di S. Giovanni di Gerusalemme, come illustrerò tra poco.

Risulta evidente da queste poche righe, come sia frustrante tentare di operare una sintesi dei dati che il censimento degli ospedali lunigianesi ha fornito. Troppe le lacune, eccessive le incertezze, sproporzionate le differenze tra le informazioni assemblate. Anzi, alla fine di questo discorso si potrebbe affermare, provocatoriamente, che il lungo lavoro di raccolta e vaglio dei dati è stato sostanzialmente inutile, ha fallito il suo scopo, se questo fosse stato non creare uno strumento utile ad approfondimenti futuri, ma definire la storia dell’insediamento ospedaliero in Lunigiana. Informazioni così diversificate, casuali e disomogenee, infatti, per quanto riunite e verificate, non possono da sole far emergere un contesto generale plausibile.

La strada giusta per fare affiorare in qualche maniera il ruolo sociale, insediativo e in qualche caso anche politico, che potevano svolgere le strutture ospedaliere, deve quindi essere necessariamente un’altra: non l’inventario ma l’analisi puntuale su una singola istituzione. La microstoria, infatti, restringendo il campo di analisi, consente tuttavia di allargare il ventaglio della documentazione utile e quindi di giungere a un discorso maggiormente articolato e argomentato. È quello che è stato fatto per le strutture lunigianesi dei cavalieri di Gerusalemme.

I gerosolimitani tra Lunigiana e Mediterraneo

Se ci limitassimo semplicemente a riportare i dati restituiti direttamente dalle fonti, la presenza dei gerosolimitani in Lunigiana risulterebbe alquanto limitata e soprattutto tardiva. Due sole presenze, una a Massa, l’altra a Pontremoli. La prima documentata nella prima metà del Trecento, la seconda ben un secolo dopo. A queste notizie si può aggiungere solo un tentativo non riuscito di penetrazione nel Massese agli inizi del XIII secolo. In apparenza ben poco, quindi, su cui poter lavorare. Ma poiché, come dice Mario Nobili “le ipotesi più spesse e articolate intessono le loro trame proprio sui più profondi vuoti documentari”, ho provato a disegnare una qualche trama partendo da questi grandi vuoti stemperati da minuscoli indizi: un “quasi nulla” documentario che tuttavia mi ha portato, incredibilmente, a ipotizzare un intrigo internazionale (13).

Partiamo dall’ospedale massese di S. Leonardo sul Frigido. Ricordato nella cronaca che racconta il ritorno dalla terza crociata di Filippo Augusto (1191), questa struttura ospedaliera compare tra gli enti esenti nelle rationes decimarum della fine del XIII secolo, così come nell’estimo della chiesa lunense del 1470 (14). Diversi autori si sono occupati di S. Leonardo: soprattutto Giovanni Sforza e, dopo di lui, prendendo soprattutto da lui, Formentini, Pfanner, Armanini e altri (15). Nella maggior parte dei testi, soprattutto in quelli più datati, l’oggetto di studio è tuttavia non tanto l’ospedale, quanto la presunta collocazione dello stesso nel medesimo luogo dove in età antica esisteva la località Taberne frigide, nominata nella Tavola Peutingeriana. Per gli studiosi tra XIX e XX secolo le prove di una presunta continuità tra romanità e medioevo erano infatti più importanti della problematica sulle strutture assistenziali del territorio. La vicinanza di questo ente con altri ospedali aventi o meno il titolo di S. Leonardo e l’ambiguità stessa di alcuni documenti quattrocenteschi, ha fatto poi sorgere in questi studiosi una certa confusione sulla collocazione, l’appartenenza e la durata dell’ospedale di S. Leonard0 (16). Ricostruiamone quindi rapidamente la storia.

L’edificio ancora esistente di S. Leonardo al Frigido fu costruito probabilmente nell’XI secolo, anche se non è esclusa una data di fondazione ancora anteriore (17).  È molto probabile tuttavia che il luogo dove sorse, nei pressi di un passaggio del fiume Frigido, fosse caratterizzato da strutture di ospitalità fin dall’epoca romana, come dimostra il già citato toponimo di Taberne frigide della Tavola Peutingeriana. La data della sua prima attestazione (1191) segna, tuttavia, un periodo di particolare prosperità e importanza per S. Leonardo, come dimostrano la qualità delle sculture che ne ornavano il portale d’ingresso, oggi conservate al Metropolitan Museum di New York (18). Si tratta di altorilievi di notevole fattura, in cui è rappresentata l’entrata trionfante di Cristo a Gerusalemme, S. Leonardo e l’Annunciazione: tutte opere di maestro Biduino, un artista attivo in area pisana nella seconda metà del XII secolo. A questo scultore, infatti, si deve il bassorilievo che nel 1180 andò ad ornare la pieve di S. Casciano nel Valdarno pisano, raffigurante sempre l’entrata del Messia a Gerusalemme (19). Di qualche anno anteriori sarebbero le sculture dell ‘ospedale massese.

A S. Leonardo al Frigido, i gerosolimitani risultano presenti con certezza solo dal 1333, anno in cui il priorato pisano dell’Ordine indisse un’inchiesta sui propri beni, analoga a quella che nel medesimo anno venne condotta dal priorato di Roma (20). In un estratto dell’inchiesta, riguardante proprio l’ospedale di S. Leonardo, l’ente risulta essere appunto di pertinenza dei gerosolimitani, possedere una serie cospicua di terreni e di affittuari, oltre che una cappella dedicata a S. Margherita, posta nella vicina località di Montignoso (21). I diritti dell’Ordine su questo ospedale si mantennero costanti almeno fino alla seconda metà del XV secolo. Ma se il 1333 è il limite ante quem, fino a quando possiamo far risalire il passaggio dei cavalieri di S. Giovanni attraverso il portone scolpito da maestro Biduino?

Per Ubaldo Formentini fin dall’epoca della sua messa in opera e l’ipotesi, lo devo ammettere, mi trova concorde, per le seguenti ragioni: in territorio pisano e a Pisa si trova, fin dal 1113, uno dei più importanti priorati italiani dell’Ordine di Gerusalemme, che potrebbe essere plausibilmente, come sostiene il Formentini, il committente delle sculture.

  • Dalle decime della fine del Duecento sappiamo che l’ente era esente, quindi autonomo, non vincolato alla pieve, o al Capitolo, o al vescovo, segno che apparteneva invece a un’organizzazione religiosa esterna alla diocesi 22. Nella prima metà del XII secolo gli Ospitalieri di S. Giovanni si insediarono all’interno delle principali città e porti del Mediterraneo. L’avvio fu dato, com’è noto, dalla bolla emanata in loro favore da Pasquale II nel febbraio 1113, da cui risulta che Pisa fu la prima città marittima d’Italia ad ospitar1123 . Qui i Gerosolimitani si insediarono nella chiesa e ospedale di S. Sepolcro, un complesso che tra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo si arricchì anche di un ramo femminile. Praticamente all’indomani dell’entrata dell’Ordine a Pisa, i gerosolimitani si estesero anche nel territorio toscano proprio lungo le direttrici della Francigena: nel 1173 un loro ospedale è attestato nel Senese, nel 1191 un altro è a Poggibonsi presso un ponte sul torrente Staggia (24). Avvenne nei medesimi anni la loro espansione in ambito ligure: nel 1151 crearono la sede di Genova e nel 1196 fondarono la seconda base giovannita della Liguria, a Savona. (25).
  • In quest’ultima città, chiesa e ospedale sorsero sotto il titolo di San Leonardo e Santa Margherita, esattamente i medesimi santi intercessori riscontrati a Massa. La dedicazione a Margherita, che caratterizza sia la cappella di pertinenza dell’ospedale di S. Leonardo al Frigido sia la chiesa savonese, ha un legame anche con la sede genovese dell’ordine, l’ospedale di S. Giovanni di Pré, in cui sono stati messi in luce affreschi del XII-XIII secolo con le storie di questa santa, venerata in particolare dalle donne gravide e inferme (26).

Sono tutti indizi collaterali, me ne rendo conto, ma disegnano un quadro plausibile. Nella seconda metà del XII secolo i Gerosolimitani si insediarono nei punti chiave della costa tirrenica settentrionale: Pisa, Genova e Savona. Nulla di più facile e naturale che lo abbiano fatto quindi anche a Massa, lungo la Francigena, in un punto importante della strada che collegava il litorale con la Lombardia e in un territorio senza alcun dubbio sottoposto all’influenza del priorato pisano dell’Ordine. Quella del 1333 sarebbe quindi solo una testimonianza tardiva, a mio giudizio, di una presenza in loco già vecchia di un secolo e mezzo.

In teoria si potrebbe applicare il medesimo ragionamento anche all’ospedale dei SS. Giovanni e Leonardo di Pontremoli, fuori di Porta Parma, anch’esso attestato nelle decime bonifaciane e nell’estimo lunense del 1470 come ente esente (col solo titolo di S. Giovanni) (27).Purtroppo però tra le sue mura i gerosolimitani sono attestati ancora più tardi che a S. Leonardo sul Frigido: vi entrarono nel 1420 secondo un cronista pontremolese (28), vi erano certamente nel 1433 secondo la documentazione superstite. A questa data, infatti, l’ente era in mano a una prestigiosa famiglia del luogo, gli Enrighini (29), e in particolare a un loro membro, Ludovico, che, tra 1433 e 1438, curò la sede pontremolese dell’Ordine e gestì l’ospedale e le chiese di S. Leonardo al Frigido e S. Margherita di Massa, dietro incarico del priorato del Santo Sepolcro di Pisa (30).

Non è assurdo ipotizzare anche per la casa di Pontremoli un legame con i cavalieri di Gerusalemme più antico di quello direttamente testimoniato dai documenti. In fondo questo importante borgo lunigianese era “porta e chiave della Toscana”, come dichiara nel 1313 un legato imperiale, e per il priorato pisano avere una dipendenza qui e una a metà strada tra sede principale e il passo della Cisa doveva avere una importanza non trascurabile. Siamo comunque totalmente nel campo infido delle ipotesi.

All’interno di questo quadro ipotetico, cerchiamo comunque di inserire un particolare episodio che si verificò all ‘inizio del Duecento.

Nel 1210 donnicella Georgia, marchesa di Massa, fondò presso il Frigido, la strada pubblica e il ponte di Martino Ferrano, un nuovo ospedale, che venne chiamato popolarmente in de Calcaiola, de Cultraxana o ancora de Comitissa, quest’ultimo termine in diretto riferimento alla fondatrice (31). Donnicella Georgia fece fabbricare a proprie spese l’ospedale, lo dotò riccamente di beni e lo affidò a due coniugi, Corso e Garsenda. Si riservò inoltre di erigere nello stesso luogo, o altrove, un monastero di monache intitolato alla Vergine a cui ‘ospedale sarebbe stato in seguito assoggettato. In tutto il lungo documento i gerosolimitani non compaiono mai, ma vi sono alcuni indizi che, soprattutto alla luce di quello che accadde qualche anno più tardi, fanno sospettare un loro coinvolgimento fin dal momento della fondazione. Quali: il fatto che il documento venne rogato a Pisa, nella casa di abitazione della stessa Georgia; che la marchesa di Massa volle affidare l’ospedale a un monastero o a una chiesa da costituirsi non longe ad eodem hospitali, aut in Pisana diocesi, che il monastero in questione, mai costruito, doveva essere femminile, come femminile era l’ospedale cittadino sottoposto al priorato pisano.

Il proposito di fondare un convento di monache non venne attuato, probabilmente per sopravvenuta morte della fondatrice. L’ospedale invece sorse e una altra marchesa di Massa la nipote Benedetta – lo pose proprio sotto il giuspatronato dell’Ordine ospitaliero di S. Giovanni di Gerusalemme. Il passaggio di consegne venne tuttavia fieramente ostacolato, sia dai gestori dell’ospedale Corso e Garsenda, sia soprattutto da Andrea marchese di Massa (32) e dalla curia dei suoi vassalli. Costoro nel 1217 (sette anni dopo la fondazione dell’ospedale) donarono l’edificio assistenziale e le sue pertinenze al monastero del TinO (33). I gerosolimitani si opposero promuovendo un’azione legale e, di conseguenza, nel 1218 l’abate del Tino nominò un procuratore perché lo difendesse contro il priore pisano riguardo all’hospitale de Comitissa, quod apud Frecitum est (34). A Benedetta non restò che rimangiarsi la parola data: nel luglio dello stesso anno, attaccandosi a un pretesto formale, annullò la donazione già da lei fatta all’Ospedale gerosolimitano di S. Giovanni e confermò invece quella del marchese Andrea e dei suoi vassalli al Monastero del Tino (35). Nel 1219 il vescovo di Luni diede piena approvazione alla donazione, ma la controversia legale si protrasse almeno fino al 1231 quando Gregorio IX confermò finalmente al monastero del Tino l’ospedale della discordia (36).

Fin qui tutto sembra un banale caso di disputa legale sulla giurisdizione di un ente ospedaliero minore. Lo sarebbe se i personaggi implicati non fossero di un calibro estremamente elevato, se questi non mutassero parere e inspiegabilmente nel giro di pochi anni, se dietro l’operazione non ci fosse uno dei più importanti priorati dell’Ordine – quello pisano-, se proprio sul fiume Frigido, dove sorgevano sia l’ospedale di S. Leonardo che quello di S. Maria Maddalena di Cerbaria, nei medesimi anni di cui parliamo, non si fosse svolta una battaglia cruciale per la storia di Pisa e gli equilibri politici dell’alto Tirreno.

La trama

Mi permetto quindi, come in un giallo che si rispetti, di presentarvi molto brevemente i protagonisti dell’intreccio e poi di raccontarvi per sommi capi la trama, così come l’ho ricostruita.

Donnicella Georgia, la fondatrice dell’ospedale, è la secondogenita di Costantino Salusio III giudice di Cagliari e la moglie di Oberto marchese di Massa, del ramo di Massa-Corsica della stirpe obertenga (37) . Questa famiglia, com’è noto, si insediò stabilmente a Massa, facendone il centro del suo dominio, nella seconda metà dell’XI secolo (38). Nel periodo seguente i marchesi allargarono la loro giurisdizione dalla Lunigiana al castello di Livorno (ricevuto in feudo dall’arcivescovo di Pisa), alla Corsica, a Piombino e infine alla Sardegna, costituendo tra XII e XIII secolo un sorta di “signoria tirrenica”. Tale elaborata costruzione venne fatta anche e soprattutto grazie agli stretti legami che la famiglia intrecciò col ceto dirigente pisano (39).

Nel 1187 il marchese Oberto e suo figlio Guglielmo, ovviamente appoggiati dai pisani, intrapresero l’occupazione del giudicato di Cagliari, facendone sloggiare il giudice Pietro, filogenovese. In seguito Guglielmo, divenuto lui stesso giudice di Cagliari, si alleò a quello di Torres e occupò metà del giudicato di Arborea, portando avanti una politica probabilmente diretta da Pisa e avente comunque l’appoggio di influenti famiglie pisane. Guglielmo venne in seguito coinvolto in imprese guerresche di vario genere, che da un lato consentirono a Pisa di presentarsi come autorità super partes e dall’altro favorirono l’impianto di una colonia mercantile pisana a Cagliari e la sua espansione nel giudicato (40).

Guglielmo, come sua madre Georgia e di conseguenza anche il resto della sua stirpe, ebbe una posizione peculiare in Toscana. Marchesi di Massa, giudici di Cagliari e Arborea, i membri di questa famiglia erano infatti contemporaneamente anche cives pisani, residenti e proprietari in città e dotati per di più di particolari privilegi (41). Ma è una posizione di prestigio che tuttavia non aveva basi solidissime: nel medesimo periodo in cui Guglielmo tentava di consolidare il suo potere nel cagliaritano, la famiglia pisana dei Visconti si affermava in Gallura ed entrava in logico conflitto con quella dei marchesi di Massa. La chiave di volta si ebbe negli anni 1209-1210 quando divenne podestà di Pisa Gottifredo Visconti, che ovviamente favorì la sua famiglia a dispetto di quella di Guglielmo.

Nel 1213, tre anni dopo la fondazione dell’ospedale da parte di Donnicella Georgia e proprio nelle vicinanze di quella struttura, maturò lo scontro diretto tra i due schieramenti: da una parte Guglielmo, il conte Guido Guerra suo suocero, alcuni milites di Pisa e Pistoia, il contado di Luni e in particolare Massa, i nobili del Valdarno, della Valdelsa, della Valdinievole e il contado di Volterra; dall’altra parte Lucca, Rosso e Medio Lombardo di castello Aghinolfi, i pisani Gottifredo e Ubaldo Visconti (42).

A Pisa si aprì, quindi, di fatto una divisione tra le famiglie che appoggiavano il marchese di Massa e quelle schierate invece a favore dei Visconti. La lotta si risolse col prevalere di questi ultimi: Ubaldo, vincitore della battaglia, divenne podestà di Pisa (1215-1218) e grazie a questo poté dirigere anche la politica sarda, favorito dalla morte di Guglielmo ( 1214) (43).

È a questo punto, credo, che si debba collocare la donazione dell’ospedale ai Gerosolimitani da parte di Benedetta, figlia ed erede di Guglielmo, desiderosa di consolidare i suoi legami con una parte del ceto dirigente pisano. Ma per la giovane marchesa la situazione era tutt’altro che rosea. La città toscana, in mano ai Visconti, le era ormai divenuta ostile al punto che nel 1215 Ubaldo Visconti entrava in Sardegna con l’esercito, calpestando i diritti della giudichessa e costringendola, l’anno successivo, a cedere il colle cagliaritano sul quale sorse di lì a poco la roccaforte del Castello.

Nel frattempo a Massa governava il marchese Andrea, che nell’incertezza della situazione aveva cercato, ancor prima del conflitto, di mantenere una posizione di equilibrio, spostandosi se non proprio verso Genova, certamente in direzione di Lucca (44) . Ad essa giurò infatti fedeltà nel 1207, mentre dieci anni più tardi contraddisse la donazione fatta da Benedetta ai gerosolimitani, affidando l’ospedale della Cerbaria al monastero di S. Venerio del Tino (45). Questo era infatti un cenobio legato da antica data ai marchesi e non certo ostile a Pisa, ma nemmeno collegato a triplo filo ad essa come il priorato di S. Giovanni di Gerusalemme. Nel 1218, dopo la presa di Cagliari da parte del Visconti e la morte del marito Barisone, anche Benedetta seguì la scia di Andrea, cedendo a Lucca, in pegno fondiario, la rocca di Massa e avallando la donazione dell’ospedale ai monaci del Tino (46). La lotta intestina tra Visconti e Massa-Corsica per il dominio in Sardegna aveva avuto tra le più dirette conseguenze l’espansione e il consolidamento dell’influenza lucchese in Versilia. Ricapitoliamo brevemente date e avvenimenti:

1210: venne fondato l’ospedale della Cerbaria, presso il Frigido a Massa;

1213: il marchese Guglielmo fu sconfitto a Massa dalla coalizione visconteo-lucchese;

1214: (probabilmente) la figlia Benedetta donò l’ospedale ai gerosolimitani di Pisa;

1215: la stessa venne attaccata dai Visconti nel cuore stesso del suo dominio, a Cagliari;

1217: Andrea, marchese di Massa, donò l’ospedale al monastero del Tino;

1218: Benedetta decise di revocare la precedente donazione dell’ospedale ai gerosolimitani, rivolgendola in favore dei monaci del Tino; contemporaneamente strinse accordi col comune di Lucca.

Data la rapida e stringente successione degli avvenimenti, sembra lecito concludere che dietro la mancata acquisizione da parte dei cavalieri di S. Giovanni dell’ospedale della Cerbaria e delle sue ricche pertinenze (terreni in parte coltivabili in parte paludosi estesi dalla strada fino al mare) vi sia stato molto di più che una mera questione patrimoniale. La stessa fondazione della struttura ospedaliera, come la sua successiva donazione ai gerosolimitani, furono indubbiamente il frutto di una politica familiare precisa, con cui i marchesi di Massa-Corsica cercarono di consolidare il proprio dominio in alcune zone chiavi del Tirreno: Pisa, Massa e Cagliari. Questo loro progetto trovò due potentissimi ostacoli: in primo luogo i Visconti, impegnati in un analogo e concorrente disegno di dominio; in secondo Lucca intenzionata ad estendere la propria influenza verso il mare e poco propensa a consentire che Pisa, tramite i gerosolimitani e la potente famiglia del marchesi, rafforzasse il proprio controllo sui guadi del Frigido e quindi su un tratto determinante della Francigena. Se accettiamo per buona l’ipotesi che i gerosolimitani fossero presenti a quel tempo anche a Pontremoli, comprendiamo bene come la dislocazione strategica delle loro domus ospitaliere in Lunigiana acquistasse in un momento così contrastato, una rilevanza decisamente più politica che assistenziale.

Una controversia apparentemente banale e localistica, vista nel contesto dei rapporti di forza, assume quindi un valore più ampio e articolato di quello intuibile in prima battuta. Da un ospedale sorto sul fiumiciattolo di una piccola cittadina lunigianese siamo balzati nel bel mezzo del Mediterraneo, all’interno del conflitto tra le grandi potenze di Genova, Pisa e Lucca, nelle pieghe di una guerra civile che cambiò le sorti della repubblica marinara toscana.

Protagonisti comprimari ne furono anche i cavalieri di S. Giovanni di Gerusalemme, strumento certo consapevole delle politiche di Pisa e dei marchesi di Massa in una vicenda dai contorni mediterranei.

Gerosolimitani e monaci del Tino ebbero ancora contrasti per gli ospedali di S. Leonardo al Frigido e di S. Maria Maddalena della Cerbaria, in particolare nel secolo XV, età in cui il secondo edificio risulta ormai distrutto. I monaci dell’isola spezzina giocarono sporco: basandosi sul lungo tempo trascorso e sull’atto di donazione marchionale che conservavano, cercarono di dimostrare che l’ospedale di S. Leonardo al Frigido (che sappiamo con certezza essere a quel tempo gerosolimitano) e quello della Cerbaria erano in realtà il medesimo istituto e che quindi entrambi spettavano a loro. In questo contrasto il fattore politico giocò un ruolo secondario rispetto alla disputa precedente, mentre il problema del servizio assistenziale fu quasi inesistente, dato che l’ospedale fondato da donnicella Giorgia era stato prima abbandonato e poi distrutto, ex dolo seu propter impericiam et negligentiam degli abati del Tino (47). Quello che interessava, a questa data, era essenzialmente il patrimonio immobiliare di S. Leonardo, compresa quella chiesa di S. Margherita a Montignoso che risulta essere appartenuta all’ospedale fin dal 1333 (48). La diatriba continuò per tutto il secolo e si risolse molto probabilmente a favore dei monaci del Tino. Lo intuiamo dal fatto che tre secoli dopo, nel 1773, S. Leonardo era sotto la loro giurisdizione (49).

Appendice: gli ospedali medievali della Lunigiana

Elenco alfabetico per titolatura e località (50).

ospedale dell’Anforara: sorgeva sulla via Francigena nei pressi del santuario della Barcara (Caprigliola). Viene ricordato una sola volta nel patto di alleanza e confederazione stretto il 22 giugno 1256 tra Lucca e Sarzana, in cui la struttura segna il confine del territorio della città lunigianese (51). Non è nominato nelle decime bonifaciane né negli estimi del 1470-71.

ospedale di Capria: nella pieve di Filattiera. È attestato nell’estimo del 1470-71. Capria è il nome di un affluente di sinistra della Magra ed era, fino al secolo scorso, anche il nome di un affluente di destra (ora Teglia) (52). Geo Pistarino ritiene che l’ospedale sorgesse su uno dei due itinerari medievali della val di Magra, all ‘incrocio di uno di questi due affluenti (53).

 ospedale de Castro: nella pieve di San Pietro in Castello (Piazza al Serchio). È attestato nelle decime del 1296-97 e 1298-99 e nell’estimo del 1470-71. Secondo Ubaldo Mazzini si tratterebbe dell’ospedale di San Romano, mentre Augusto Cesare Ambrosi, più recentemente, lo colloca nei pressi della Pieve di Castello o nella vicina zona di Sala (54).

ospedale de Cerreto Grosso: attestato nelle decime del 1296-97 e del 1298-99 e nell’estimo del 1470-71 tra gli enti esenti della diocesi, contemporaneamente all’ospedale di san Lorenzo delle Cento Croci, al passo del Cerreto. Si tratta quindi di due enti distinti. Si trovava probabilmente nella pieve di Vignola, presso Gravagna.

ospedale di Cervaria: chiesa e ospedale presso Pontremoli. La struttura è attestata solo come oratorio nell’estimo del 1470-71 , anche se Geo Pistarino sostiene, senza indicare la provenienza della notizia, che l’ospedale venne costruito nel 1338 (55). Ferrari riporta che la chiesa e l’ospedale della Cervara sono ricordati in un atto notarile del 1529 come dipendenti dalla abbazia di S. Andrea di Borzone (56).

ospedale di Linari: si trovava presso la celebre abbazia dei SS. Salvatore e Bartolomeo di Linari, al passo del Lagastre11057 . È attestato nelle decime del 1296-97 (hospitale de Lynario) e in quelle del 1298-99 (hospitale de Limario) come dipendente direttamente dal vescovo di Luni. Nell’estimo della chiesa lunense del 1470-71 è ricordato invece come monastero (58).

ospedale de Luna: attestato una sola volta nel 1140 (59). Potrebbe forse essere identificato con quello S. Lazzaro di Servarecia testimoniato nel XIII secolo.

ospedale di Mulazzo: attestato nell’estimo del 1470-71 come direttamente dipendente dal vescovo di Luni.

ospedale di Nara: nel comune di Massa, al confine con Montignoso; attestato nei libri di gabella lucchesi dell’inizio XV secolo (60).

ospedale di Revosgia: risulta dipendente dal vescovo di Luni nella decima del 1296-97, mentre è elencato solo come cappella di Ronoschia nelle decime del 1298-99 e come cappella di Ravoschia negli estimi del 1470-71. Se ne ignora la posizione topografica.

ospedale di Scognavarano: sorgeva presso Ponzano, tra Santo Stefano e Sarzana. È ricordato in due documenti del 1198 e del 1279 (61).

S. Antonio dell’Avenza: ospedale presso Carrara, attestato nell’estimo lucchese del 1398-1401 (62).

S. Antonio di Carrara: ospedale attestato nell’estimo lucchese del 1398-1401 (63).

S. Antonio di Fivizzano: ospedale attestato semplicemente come “ospedale di Fivizzano” nell’estimo del 1470-71 nella pieve di S. Paolo di Vendaso. Venne costruito per volontà di Spinetta Malaspina, espressa nel testamento dei 1352. Il marchese assegnò, infatti, 200 lire imperiali per la costruzione di un ospedale in Verrucola Bosi e costituì sui beni dell’eredità un fondo che potesse fornire alla nuova struttura un reddito annuale di 50 imperiali. Dell’ospedale avrebbe dovuto essere patrono il primogenito fra i suoi eredi (64). Nella prima metà del XV secolo Eugenio IV lo unì per indulto ai padri di S. Antonio del Fuoco di Firenze, che lo tennero fino al 1669 (65).

S. Antonio di Pontremoli: due ospedali con medesimo titolo, uno posto nella parte inferiore di Pontremoli, nella parrocchia di S. Cristina a Cazzaguerra infra, l’altro invece in S. Niccolò a Cazzaguerra supra. Formentini li crede esistenti alla fine del XII secolo e Gonetta invece li ritiene posteriori al 1300: ma entrambi non supportano le loro affermazioni (66). La prima data certa, in cui entrambe le strutture esistevano contemporaneamente, sembra essere il 1508, quando venne redatto a fini fiscali il rilevamento delle proprietà civili e degli enti religiosi di Pontremoli. Tuttavia uno dei due ospedali, non si sa con certezza quale, esisteva precedentemente, forse nel 1363, certamente nel 1468, ed era sotto la giurisdizione della città di Parma, come è confermato nel 1492 (67). Dal Ferrari apprendiamo che il convento pontremolese di S. Antonio Abate delle monache Rocchettine prese il posto dell’ospedale omonimo, posto nella parte inferiore di Pontremoli (parrocchia di S. Cristina), dopo che questo venne distrutto nel 1638. Nel 1642, l’ente della struttura demolita venne fuso con quello omonimo della parrocchia di S. Niccolò (68).

S. Antonio di Vienne: ospedale degli Antonini a Pontremoli, attestato con certezza il 4 maggio 1471, quando frate Pietro Paolo, precettore di questo ospedale e dipendente dalla precettoria di Cremona, dichiarò di aver ricevuto il canone d’affitto di una casa di proprietà dell’ospedale. Probabilmente esisteva però fin dal 1417, data in cui Giovannina dei Macaroni da Mulazzo, residente a Pontremoli, fece redigere il proprio testamento in vista del suo prossimo pellegrinaggio in Francia, alla chiesa di S. Antonio di Vienne. La sua esistenza è ancora confermata nel 1508, quando venne redatto a fini fiscali il rilevamento delle proprietà civili e degli enti religiosi del luogo. Scompare nel rilevamento successivo, del 1559 (69).

S. Bartolomeo del Borgallo: ospedale nella pieve di citato come cappella nelle decime del 1296-97 e come ospedale in quelle nel 1298-99 e nell’estimo del 1470-71.

S. Bartolomeo della Casilina: ospedale situato in località Prado de Arcola. Non si conosce con esattezza la data di fondazione anche se il Fiamberti riporta la notizia di una bolla di Sisto IV del 1472, che estende all’istituzione la protezione pontificia (71).

S. Bartolomeo de centum clavibus: ospedale nella pieve di Arcola. È attestato la prima volta nel 1245 quando un in un documento si trova nominato il portulo hospitalis centum clavium et balnearum in dicto portu existentiurn. È attestato poi nella decima del 1296-97 come cappella de centum clavi, in quella degli inizi XIV secolo come hospitale, e infine nell’estimo del 1470-71. Sorgeva in riva al mare, presso acque medicinali dette “li bagni”, Tra le varie ipotesi sull’origine del nome la più convincente sembra quella di Rosa Carletti che collega il termine clavis alla base mediterranea clava, che indica delta d’acqua e sorgenti e che è alla base anche del toponimo Chiavari. Cessa la sua attività alla fine del XVI secolo, quando rimane solo un oratorjunt cantpestre sub tirulo Sancti Bartolomei, ancora utilizzato per celebrare messa nel 1634; la chiesa viene distrutta nel 1798 (72).

S. Bartolomeo di Sarzana: ospedale sul lato a valle della strada Romea, subito fuori della porta di Ymoborgo (a nord-est). Secondo Marzia Ratti e Franco Bonatti l’istituzione è stata il centro di gravitazione della vita sociale e istituzionale di Sarzana fin dall’inizio del XII secolo. È attestato la prima volta in due documenti del 1129, oggi scomparsi, in cui ricevette alcune donazioni (73): Nel 1140 acquistò e parzialmente ricevette in dono terre in località Ara Donica (74). Nel 1175 risulta proprietario di terre vineate situate nella località di Monte Cavallino (75). Venne trasferito nella seconda metà del XVI tra l’attuale piazza Garibaldi e via Mazzini in un momento di ristrutturazione del borgo a scopi militari (76).

S. Benedetto di Montelungo: ospedale sul versante lunigianese del passo della Cisa, a 756 metri di altezza, entro la pieve di Vignola. La sua fondazione, già assegnata da Ubaldo Mazzini al 638, è stata collocata dal Formentini nel 752 (77). A quanto risulta, tuttavia, la prima attestazione è del 772, nel diploma in cui Adelchi confermò al monastero regio di S. Salvatore in Brescia un ente religioso non meglio identificabile (monasterias et ecclesias) in loco que dicitur Monte Lungo (78). La struttura ospedaliera vera e propria compare la prima volta nel diploma degli imperatori Lotario e Lodovico II dell’8 dicembre 851 a favore di Gisla, loro figlia e sorella, e del monastero di S. Salvatore di Brescia: hospitale sancti Benedicti in monte Longo (79).  Venne in seguito confermata negli anni 861 e 865, insieme allo xenodochio di S. Maria della Cisa (80). È ricordato inoltre negli itinerari di Sigerico (990-994) e Filippo Augusto (1191) (81). Nel 1014 un diploma di Enrico II lo indica come appartenente all’abbazia di san Salvatore di Leno presso Brescia (82). Alla metà dell’XI secolo sorse una disputa tra il vescovo di Luni e l’abbazia di Leno, decisa nel 1060 da Niccolò II: il monastero ebbe il diritto di tenere chiese e decime e altre rendite ecclesiastiche godute almeno da 30-40 anni, anche se il vescovo avrebbe potuto mostrare diritti più antichi. A Montelungo l’abbazia di Leno istituì un priorato con diverse chiese soggette nell’alta val d’Antena, collocate lungo le strade secondarie, varianti del percorso fra i tronchi principali della Francigena, l’uno diretto al passo della Cisa, l’altro al passo del Cirone (83).

SS. Giacomo e Cristoforo di Carrara: attestato nel 1335, quando il vescovo di Luni gli concesse alcune indulgenze (84).

SS. Giacomo e Cristoforo di Feleta: ospedale e poi cappella al Filettino, presso La Spezia. L’ospedale venne istituito per mandato di Andrea II, vescovo di Luni tra il 1160 e 1162 in Alpe Terricia in loco ubi dicitur Insula, come risulta da un breve del 6 febbraio 1182 (85). Nell’estimo del 1470-71 è nominata sotto questa titolatura solo una cappella, nella pieve di san Venerio (86).

S. Giacomo di Filattiera: nominato la prima volta nelle memorie di Giovanni Faye semplicemente come spedale de Feletera (87); nel 1545 risulta essere di diretto dominio dell’ospedale di S. Giacomo d’Altopascio in Val di Nievole (88).

SS. Giacomo e Cristoforo di Massa: ospedale attestato la prima volta in un documento del 1262, in cui è ricordato col titolo di San Giacomo di Altopascio (89), e in seguito nell’estimo della Vicaria di Massa del 1398-1401 , che lo pone in località Prato nella pieve di san Vitale (90). Il Matteoni sostiene che se ne ha notizia dal 1092 ma non documenta l’informazione (91). L’ente non viene nominato nelle decime bonifaciane, anche se l’estimo lunense del 1470 annota una cappella sancti Jacobi posta nel piviere di Massa, che però, almeno secondo Formentini, si riferirebbe all’antica chiesa esistita nella rocca altomedievale di Massa vecchia. L’ospedale, che sorgeva ad occidente della città presso la via Sarzanese, vicino alla chiesa di san Martino, venne soppresso alla fine del XVIII secolo quando la duchessa Maria Teresa Cybo fece costruire il nuovo ospedale in un posto diverso.

S. Giacomo di Piellaburga o di Piella Borgari: ospedale in Val d’Antena, sulla strada di valico detta del Cirone fra Pontremoli e Parma. Venne detto anche di Mallaticcha e di Pracchiola e infine Ospedaletto. È attestato nelle decime del 1296-97 (hospitale de Piellaburga), del 1298-99 (hospitale de Mallaticcha) e nell’estimo del 1470-71 (hospitale de Pitaborga), come ente direttamente dipendente dal vescovo di Luni. Negli statuti di Pontremoli del secolo XIV si stabilisce che, per rendere più sicura la strada, si dovesse tagliare la boscaglia per uno spazio di 100 braccia (50 metri) ab hospitali de Piella Borgari sino alla costa soprastante Pracchiola. Per Zucchi Castellini è una fondazione dei cavalieri di Altopascio, ma non vi sono riscontri in proposito. Nel 1536 venne concesso in giuspatronato perpetuo alla famiglia Venturini di Pontremoli (92).

S. Giacomo di Pontremoli: chiesa e ospedale. La chiesa di S. Giacomo del Campo compare in documenti del 1271 e 1272 (93), nelle decime bonifaciane e negli estimi del 1470-71. Solo nel 1508 l’ente è attestato come priorato dei Cavalieri di Altopascio, quando, in seguito alla licenza del Maestro Generale dell’Ordine, venne trasformato in un monastero di monache agostiniane. La presenza di un ospedale fin dalla fine del XII secolo, sostenuta da Formentini, non risulta provata (94).

S. Giacomo al Prato: ospedale presso Massa, nella località al Prato; probabilmente dipendente dalla chiesa di S. Giacomo di Groppino situata nel soprastante poggio, vicino alla rocca. Attestato alla fine del XIV secolo (95).

S. Giacomo di Zulliano: ospedale sulla via Aurelia, tra Ceparana e la Pieve di sant’Andrea, nella località di Ospedaletto. In età medievale è nominato in un unico documento del 1222: hospitale de Zulliano in via subtana iusta galeramfluminis Vare (96).

S. Giovanni di Migliarina: ospedale attestato nell’estimo del 1470-71 nella pieve di san Venerio. Formentini ritiene che sia una precedente fondazione dei monaci di san Venerio, ma non esibisce riscontri documentari (97). La Petacco afferma che è attestato dal 1160, ma anche in questo caso non sono fornite indicazioni utili (98).

SS. Giovanni e Leonardo di Pontremoli: chiesa e ospedale fuori dalla porta di Sommoborgo (ora Porta Parma), nei pressi del sobborgo di Terrarossa. Un monastero di san Giovanni di Pontremoli è attestato in un placito del 1091, ma non è possibile stabilire, come sostiene Formentini, se abbia un legame con l’hospitale Sancti Johannis de Pontremulo attestato solo a partire dalla fine del XIII secolo nelle decime bonifaciane e nominato in seguito nell’estimo del 1470-71 tra gli enti esenti (99). Negli statuti cinquecenteschi di Pontremoli si legge di un mulino ecclesiae sive hospitalis sanctorum Leonardi et Iohannis, che sembra essere l’unica attestazione simultanea di entrambi i titoli (100). Per Formentini l’ospedale apparteneva all’Ordine dei cavalieri di S. Giovanni di Gerusalemme fin dalla fine del XII, quando i gerosolimitani si insediarono anche a san Leonardo al Frigido (101), ma si deve rilevare che non solo il legame non è provato, ma che anche la presenza gerosolimitana nel XII secolo in S. Leonardo al Frigido non è certa (si veda questo ospedale). Secondo Bernardino Campi, cronista pontremolese del XVII secolo, l’ospedale divenne una commenda dei gerosolimitani nel 1420 per opera del cavaliere Antonio Enrighini (102), un cui familiare, Tommaso, è stato nel 1418 vescovo di Brugnato. Gli dovette succedere un altro parente, Ludovico Enrighini, attestato in documenti seguenti. In effetti l’appartenenza dell’ente ai gerosolimitani si documenta con certezza nel 1433 e nel 1438, quando Ludovico Enrighini è attestato come preceptor et administrator hospitalis S. Leonardi de Pontremulo, dell ‘ospedale di S. Leonardo al Frigido e della chiesa di S. Margherita di Montignoso, e risulta subordinato al priorato del Santo Sepolcro di Pisa (103). Nel 1590 la commenda appare sotto il titolo dei SS. Maria e Leonardo: Zucchi Castellini ritiene che la titolazione alla Vergine gli derivi da un altro oratorio che l’Ordine gerosolimitano ebbe entro l’abitato di Pontremoli: la chiesa di S. Maria di Piazza o della Madonna del Rosario. Alla fine del XVI dell’antico ospedale esisteva solamente un portone, che venne demolito (104).

S. Lazzaro di Pietrasanta: ospedale presso il ponte di Pietrasanta, nella cappella di Corvara o di Vallecchia, pieve di santo Stefano di Versilia. È attestato nel 1352, quando risulta amministrato da Matteo de Corvara, pievano di S. Felicita, e ancora nell’estimo del 1470-71 (105).

SS. Lazzaro (e Martino) di Pontremoli: ospedale presso l’Annunziata di Pontremoli, sulla via della Cisa dove la strada gira con una forte curva intorno a un costone roccioso e boscoso e dove è attestato il toponimo Groppus tavernellae o de tabernula (ossia “sperone del ricovero”). Manfredo Giuliani afferma che una domus Sancti Lazarii era stata istituita dal Comune di Pontremoli nei secoli dopo il Mille vicino alla più antica chiesa di S. Martino, ma non specifica da dove ricava la notizia. Della sua esistenza abbiamo infatti prove solo nel secolo XVI. Il Campi racconta che nel 1515 Ludovico del fu Guglielmo Villani ottenne dal Papa in commenda l’ospedale di S. Lazzaro fuori della porta inferiore di Pontremoli, ma che ne fu rimosso per pubblico decreto del consiglio dato che si trattava di beni laici. Da un’ispezione del 1584 prima attestazione della struttura – veniamo in effetti a sapere che tra chiesa di S. Martino e il lazzaretto non vi era alcun legame e che il secondo non era una struttura religiosa. Solo in seguito, quindi, la chiesa prese anche il titolo del lazzaretto. Nel 1599 le rendite dell’ospedale vennero assegnate alla costruzione della chiesa di un nuovo convento (106). Secondo Formentini l’ospedale esisteva già alla fine del XII ma non fornisce riscontri utili (107). Ferrari, riprendendo gli statuti di Pontremoli, dice che era di fondazione laica, che disponeva di larghe rendite e che su di esso aveva piena giurisdizione il Comune, che ne eleggeva ogni 6 mesi il massaro (108).

S. Lazzaro di Servarecia: ospedale presso Sarzana, sulla via Aurelia, nell’odierna località di San Lazzaro. Corrisponde all’ospedale leprosorum de Servarecia, ricordato nel 1228 e in diversi testamenti del 1262 (109) oltre che nell’estimo lucchese del 1398-1401 (110). Nel 1469 papa Paolo II, con una bolla, sganciò l’ospedale dalla giurisdizione vescovile e lo aggregò, con tutti i suoi beni, all’Opera della Cattedrale di S. Maria di Sarzana, mettendolo alle dipendenze della sede apostolica. Continuò ad esistere fino al XVIII secolo (111).

S. Leonardo in capite paludis: ospedale ai piedi del colle di Castelnuovo, sulla Romea tra Luni e Sarzana. Attestato per la prima volta nel 1151 quando il vescovo di Luni Gottifredo donò l’ospedale in capite paludis, con la cappella di san Leonardo, ai canonici di S. Frediano a Lucca, insieme all’ospedale di Monte Forca (112). Entrambi gli ospedali rimasero alle dipendenze di S. Frediano fino al 1204, dopo di cui le loro vicende si diversificarono. Nel 1204 il vescovo di Luni, infatti, cedette la chiesa di S. Pietro di Avenza ai canonici di san Frediano per recuperare l’ospedale di S. Leonardo. Anche se nel documento in questione l’ente è detto semplicemente ecclesia Sancti Leonardi de Padule (113), l’ospedale doveva ancora sussistere: lo prova un documento di un solo anno anteriore in cui il vescovo di Luni affittava terre presso l’hospitale de Palude (114).

S. Leonardo al Frigido: sorto nel luogo dove più autori collocano l’albergo di età antica designato sotto il vocabolo di Taberne frigide o Taberna frigida nella Tavola Peutingeriana (115), l’ospedale medievale serviva di appoggio all’unico ponte che attraversava il fiume Frigido in pianura (116).  È ricordato per la prima volta da una cronaca inglese che descrive il ritorno dalla terza crociata di Filippo Augusto nel 1191 (per Seint Leonard) (117). Nel XIV secolo è di pertinenza dell’Ordine di S. Giovanni di Gerusalemme, ma non è certo se agli stessi cavalieri gerosolimitani si debba ascrivere anche la sua fondazione. Per Ubaldo Formentini la risposta al quesito deve essere assolutamente positiva: lo proverebbe il fatto che le sculture del portale della chiesa annessa all’edificio ospedaliero, oggetti attualmente conservati al Metropolitan Museum of Art di New York, sono opera di maestro Biduino, artista della seconda metà del XII secolo, che ha decorato con le medesime scene scolpite a S. Leonardo (in particolare l’entrata trionfante di Cristo a Gerusalemme) un bassorilievo della pieve di san Casciano nel Val d’Arno pisano (118) . Formentini suppone che le murature della chiesa possano essere state ordinate direttamente dal priorato degli Ospitalieri di Pisa a questo stimato artista. Si deve tuttavia notare che secondo Bertozzi le sculture del portale, databili intorno al 1175-1180, stridono con l’impianto architettonico della chiesa, che sembra anticipare a prima del X la sua edificazione, mentre secondo l’archeologo Quiros Castillo queste potrebbero appartenere all’XI (119): Entrambe le datazioni, comunque, precedono uno o due secoli gli anni di attività di maestro Biduino: quindi si deve ritenere che la fondazione dell’ospedale sia da anteporsi a quella della decorazione del portale. Quanto alla committenza gerosolimitana è solo ipotetica. L’ospedale di S. Leonardo, tuttavia, è attestato nelle decime bonifaciane, nell’estimo di Massa Lunense del 1398-1401, fino all’estimo della Chiesa di Luni del 1470-71 come ente esente, quindi era indubbiamente gestito, fin dalla fine del XIII secolo, da un ente diverso dal vescovato o dalla canonica di Luni. Dal punto di vista documentario solo un testo del 1333, frammento di un catasto dei beni dell’Ordine ospitaliero di Gerusalemme, fornisce la prima prova certa dell’appartenenza della struttura ai gerosolimitani. Il frammento elenca tutte le numerose pertinenze dell’ospedale, beni che troviamo ancora numerosi nell’estimo della vicaria di Massa del 1398-1401 (120). Nel 1433 la chiesa e l’ospedale di S. Leonardo e la cappella di S. Margherita di Montignoso ad esso pertinente, erano amministrati da frate Ludovico degli Enrighini dell’Ordine gerosolimitano della commenda di Pontremoli, sottoposto al priorato di Pisa. Nel corso del XV secolo la giurisdizione dell’Ordine sull’ospedale e le due chiese di Massa e di Montignoso fu contestata dai monaci olivetani di san Venerio del Tino, che identificarono erroneamente S. Leonardo con il loro distrutto ospedale di S. Maria Maddalena de Cerbaria (vedi) (121). I monaci vinsero la causa e ottennero il controllo della struttura e dei suoi beni fino al 1773 quando li cedettero a Domenico Ricci di Sarzana, provvisioniere dei soldati modenesi (122).

S. Lorenzo di Cento Croci: ospedale al passo detto dell’Ospedalaccio, sull’antico valico del Cerreto (Fivizzano). Il Formentini lo identifica con S. Lorenzo in alpibus nominato nel 1116 nella bolla di Pasquale II tra le dipendenze dell’abbazia di S. Apollonio di Canossa (123). Nel 1137 un diploma di Lotario lo assegna al monastero di S. Prospero di Reggio (124). Nelle decime del 1296-97 è attestato tra gli enti esenti.

S. Lucia di Selva Donica: ospedale tra Filattiera e Villafranca, nella pieve di Filattiera, poco distante dalla confluenza del torrente Monia con la Magra. Attestato nelle decime bonifaciane della fine del XIII secolo è nominato anche nel libro di memorie di Giovanni Faye (1447). In questo testo risulta gestito in accordo dalle comunità di Filetto e Mocrone: De l’ano soprascrito s’è fato la caxa, o rifata, dello Spedale de Santa Locia, overo chiamato lo Spedale de serva Donegha e ala rifata el comun de Feleto e de Mochoron (125). E’ ricordato infine nell’estimo del 1470-71. Ubaldo Mazzini erroneamente lo identifica con l’ospedale di san Giacomo d’Altopascio esistente a Filattiera almeno dal 1462, che è invece detto de Feletera dallo stesso Faye (126). Nel XV secolo Mocrone e Filetto, insieme con Orturano, Irola e Malgrate, formavano il feudo di Malgrate, risultato dalla divisione del 1351 tra gli eredi del marchese Niccolò Malaspina. Nel 1648 l’ospedale fu ripristinato ad uso dei viandanti (127).

S. Maria di Antona: ospedale a Massa nella zona di Ponte, nella pieve di S. Pietro di Bagnara. È attestato alla fine del XIV secolo come dipendente dall’Opera di S. Maria d’Antona (126).

S. Maria di Calcaiola: ospedale presso Massa. È attestato la prima volta nel 1220, in una bolla di Onorio III al monastero del Tino, in cui il pontefice conferma al cenobio i possedimenti, in particolare l’ospedale de Calcarola e beni in Corsica e nella Palmaria (129). . Nel 1290 è tuttavia un laico, Bonaventura detto Tura figlio di Arrigo Guercio di Lucca, a dare facoltà a frate Antonio, che vive ad hospitale Sancte Marie de Calcaiola districtus Masse lunensis diocesis, di affittare terre e possedimenti dell’ospedale stesso (130). Ed è certamente un discendente di Bonaventura il prete Alessandro, figlio di Arrigo Guercio di Lucca, che è rettore dell’ospedale nel 1388 (131).  L’ente è elencato come hospitale de Calcaiola/Calcagiola tra gli enti esenti alle decime bonifaciane della fine XIII e inizio XIV secolo e nell’estimo del 1470-71 (132). Difficile invece dire se corrisponda ad esso l’ospedale di S. Maria di Massa attestato nell’estimo del 1398-1401 (133).

S. Maria della Cisa: ospedale di fondazione probabilmente imperiale perché ricordato in due diplomi carolingi dell’861 e 865 (xenodochium S. Marie cum ospitali S. Benedicti in Montelongo) indirizzati al monastero di S. Salvatore di Brescia (134). Non sembra attestato in documenti successivi. Le sue rovine furono scoperte nel 1924 (135).

S. Maria di Forno: ospedale presso Massa, gestito dall’Opera di S. Maria di Forno (136). Attestato nell’estimo di Massa Lunense del 1398-1401 in cui l’Opera risulta possedere una casa in vicinia Furni deputata pro hospitali (137).

S. Maria di Groppofosco o di Abaritulo: chiesa e ospedale nella pieve dei SS. Ippolito e Cassiano di Bagnone; sorgeva a mezza costa sul colle situato a occidente di Fornoli, in prossimità di un importante guado della Magra, tra Villafranca e Terrarossa, secondo Formentini nel luogo di un antico castello scomparso dopo il XII (1164). Nel 1 187 l’ospedale è dei canonici di Luni, come si legge in una bolla di Gregorio VIII, e dovrebbe essere posteriore alla chiesa de Arbaritulo la cui origine risale ai duchi e marchesi di Tuscia e che già nell’ 884 era stata ceduta da Adalberto all’abbazia dei SS. Maria e Caprasio di Aulla, unitamente a una contigua corte domnicata appartenente allo stesso donatore. Nel 1207 l’ospedale è ricordato tra le pertinenze dell’abbazia di Linari, ma le decime bonifaciane del 1296-97 e l’estimo del 1470-71 lo fanno ancora dipendere dal capitolo dei canonici (138), mentre la chiesa non è attestata nella colletta del 1276, nelle decime del 1296-97, 1298-99, 1303, né nell’estimo sudetto. L’ospedale venne confermato al capitolo della cattedrale di Sarzana da Niccolò V nel 1453 (139). Nell’Archivio del Capitolo di Sarzana è conservato un inventario dei suoi beni del 1546 (140).

S. Maria di Massa: ospedale attestato alla fine XIV secolo entro la pieve di S. Pietro, nella zona di Ponte, in una casa per metà di proprietà del marchese Malaspina (141). Potrebbe identificarsi con l’ospedale di S. Maria di Calcaiola.

S. Maria di San Vitale: ospedale nel comune di San Vitale, a Massa, attestato alla fine XIV secolo. Dipendeva dall’Opera di S. Maria (142).

S. Maria di Portovenere: ospedale attestato nel XIV secolo. Al pari di tutti gli altri enti religiosi del distretto di Portovenere faceva parte della diocesi di Genova (143).

SS. Maria e Caprasio di Aulla: monastero importante della Lunigiana, presso cui un ospedale è attestato solamente nel 884 – senza alcuna titolatura -, in occasione della fondazione del castello da parte di Alberto I conte di Lucca (144).

S. Maria Maddalena di Cerbaria: ospedale e chiesa presso il Frigido a Massa, detto anche de Cultrexana, de Comitissa, de Carçala (145). Lo fondò nel 1210 a proprie spese, dotandolo largamente di beni, donnicella Georgia, marchesa di Massa, con un atto rogato nella sua abitazione di Pisa (146). Il proposito di Giorgia di fondare in aggiunta all’ospedale anche un convento di monache – come si legge nel medesimo atto – non venne attuato.

L’ospedale invece sorse e una altra marchesa di Massa – donnicella Benedetta – lo mise sotto il giuspatronato dell’ordine Ospitaliero di san Giovanni di Gerusalemme che aveva in Pisa uno dei suoi più importanti priorati. Si opposero tuttavia alla donazione il comune massese e il marchese Andrea, che invece lo cedettero al monastero di S. Venerio del Tino nel 1217 (147). L’anno successivo anche Benedetta confermò il passaggio al monastero del Tino, revocando la donazione precedente (148). Nel 1219 il vescovo di Luni Marzucco diede piena approvazione alla donazione, ma questo non impedì il sorgere di una controversia legale tra il monastero di santo Venerio e il priorato gerosolimitano di Pisa(149), che si concluse nel 1231. A quella data, infatti, tra i beni che papa Gregorio IX confermò al monastero del Tino si nomina l’ospcdale di Cerbaria con le sue pertinenze (150). Nel 1440 l’ospedale risulta distrutto (151). Data la sua vicinanza con l’ospedale gerosolimitano di S. Leonardo, anch’esso prossimo al Frigido, i monaci olivetani del Tino confondono le acque e intentano una causa per occupazione contro l’Ordine di Gerusalemme nella persona di Ludovico de Enrighini di Pontremoli, che lo gestisce per il priorato di Pisa, sostenendo che le due strutture fossero in realtà una sola, quella fondata dai marchesi di Massa. Nella sentenza vescovile dell’ 8 aprile 1440, infatti, i monaci dichiarano di possedere da moltissimo tempo quoddam hospitale cum ecclesia que tunc vocatur Sancti Leonardi et olim vocabatur Sancte Marie Madgalene, quod hospitale nunc destructum olim edificatum et constructum fuit in territorio Masse [ . . .l ultra annos centum eidem monasterio Sancti Venerii acquisitum ac traditum afundatoribus (i marchesi di Massa) (152). Le ragioni dell’illegittima occupazione dell’Ordine di Gerusalemme andrebbero cercate, sempre secondo i monaci, nell’abbandono in cui l’ospedale sarebbe stato lasciato dai precedenti abati ex dolo seu propter impericiam et negligentiam. I monaci del Tino, quindi, a oltre di due secoli di distanza dalla fondazione, confondono più o meno intenzionalmente gli ospedali di S. Leonardo al Frigido e quello di Cerbaria, di cui solo in questa occasione veniamo a conoscere il titolo di S. Maria Maddalena. In tempi più recenti molti studiosi locali hanno invece identificato quest’ospedale, fondato dalla marchesa di Massa, con quello di Calcaiola, sempre intitolato a S. Maria, ma la lettura dei riscontri documentari pone notevoli dubbi. Nei documenti che li riguardano, infatti, non si riscontra mai il toponimo Calarola/Calcaiola accanto a quelli di Cultraxana/Cerbaria/Carçala (153), né si riscontrano somiglianze onomastiche nei gestori o ricorrenze topografiche nelle confinanze. D’altronde non si comprende come, essendo distrutto nel 1440, l’ospedale potesse ancora essere elencato nell’estimo 1470. A mio giudizio i due enti debbono, quindi, essere considerati distinti, anche se rimane da scoprire il motivo per cui l’ospedale di Cerbaia non è nominato negli elenchi delle decime bonifaciane, nemmeno tra gli enti esenti, dove invece ritroviamo quello di Calcaiola. Nell’estimo della vicaria di Massa del 1398-1401 l’ente attestato col titolo di S. Maria Maddalena de Alcino (o Altino?) risulta possedere nei suoi pressi un prato di 1000 pertiche che confina col mare e la palude (154).

S. Maurizio: chiesa e ospedale (?) alla foce del Magra. Nel XII secolo la chiesa apparteneva all’abbazia di santo Venanzio di Ceparana e tra 1 189 c 1 190 venne ceduta, per comune consenso dell’abate e del vescovo Pietro, all’ospedale pisano di S. Croce a Bocca d’Arno, istituzione che aveva il compito di assistere i naviganti. In questa occasione viene nominato, per la prima e unica volta, anche l’ospedale, ma l’interpretazione del testo è ambigua e meriterebbe un controllo sul documento originale (155). Attestata ancora nel 1278, la chiesa continuò ad essere usata dai canonici di Luni fino al XVI secolo, quando il culto di S. Maurizio venne trasferito nella cattedrale di Sarzana (156).

S. Michele di Centocroci: ospedale presso l’attuale passo di Centocroci, nel territorio di Varese Ligure. Si trovava proprio sotto il passo a quota 1000 metri. Secondo il Sassi, che non fornisce alcun riscontro documentario, la struttura è documentata all’inizio del XIII e risulta già distrutta nel 1746. Dal 1446 era alle dipendenze dell’abbazia di S. Salvatore di Lavagna (157). Nel 1506 il cardinale Niccolò Fieschi rinunciò ad essa a favore dcl vescovado di Brugnato (158).

S. Niccolò di Pietra Corice: ospedale nei pressi del Passo del Bracco, tra Carrodano e Sestri Levante. È attestato con certezza dal 1222, ma si deve rilevare che il toponimo è nominato in un diploma carolingio del 774 e una struttura esisteva probabilmente dalla prima metà del XII secolo; nel XIII era sotto la giurisdizione di S. Salvatore di Lavagna. Cadde in rovina poco oltre la metà del XVI (159).

S. Nicolao di Tea: ospedale sopra l’abitato di Regnano, nel punto di valico tra la valle del Serchio e quella dell ‘Aulella a circa 950 metri sul livello del mare. Il luogo dove sorgeva è stato identificato da Augusto Cesare Ambrosi e in seguito confermato da uno scavo archeologico condotto nel 1997-98 da Juan Antonio Quiros Castillo. L’oronimo Tea appare nell’XI secolo ma l’ospedale è documentato dal XII fino al XV come dipendente dalla pieve di S. Lorenzo (160). Dagli scavi archeologici si è rilevato che nei primissimi anni del XIII secolo, l’ospedale fu completamente ricostruito, reimpiegando e adattando con grande perizia le strutture già esistenti, mentre nei secoli XIV-XV venne ulteriormente ampliato. La costruzione della chiesa di S. Nicolao nella vicina località di Metra nell’anno 1616 data invece l’abbandono definitivo della struttura ospedaliera (161).

S. Pietro di Avenza: chiesa e ospedale presso Carrara, entro la pieve di S. Andrea. La chiesa rimase alle dipendenze del capitolo fino al 1204, quando il vescovo di Luni la cedette ai canonici di san Frediano per recuperare l’ospedale di S. Leonardo in capite paludis (162). L’ospedale è attestato dal 1586, data della visita a Carrara del priore di S. Frediano (163).

S. Sisto di Monte Forca: ospedale presso Castelpoggio, sulla via tra Carrara e Fosdinovo. Il Monte Forca va identificato con lo sperone di maestrale di monte Sagro (vetta oggi chiamata Pizzacuto). Dipendente inizialmente dal vescovo di Luni, nel 1151 venne da questo ceduto al monastero di S. Frediano a Lucca insieme all’ospedale di S. Leonardo in capite paludiS. Rimase alle dipendenze del monastero lucchese fino al 1204. È attestato ancora nel 1218 (164).

S. Sisto di Pradarena: ospedale, pare di origine matildica, al passo di Pradarena (Sillano) di cui è ancora visibile la struttura. Nel 1395 Bonifacio IX ne diede il giuspatronato al Comune di Sillano (165).

S. Sisto di Ripa di Corvara: ospedale presso Serravezza, dipendeva dal monastero di S. Pietro di Camaiore. È attestato nelle decime del 1296-97 e del 1298-99 e nell’estimo del  1470-71 come ente esente(166).

Enrica Salvatori, Strutture ospedaliere in Lunigiana: dal censimento alla microanalisi, in Riviera di Levante tra Emilia e Toscana: un crocevia per l’ordine di San Giovanni, Atti del convegno (Genova-Chiavari-Rapallo: 9-12 settembre 1999), Genova, Istituto Internazionale di Studi Liguri, 2001, pp. 189-222

  1. In Lunigiana la Francigena seguiva un tratto particolarmente importante e delicato. Per suo percorso in Toscana si vedano R. STOPANI, La via Francigena in Toscana. Storia di una strada medievale, Firenze 1984; I. MORETTI, La via Francigena in Toscana, in Ricerche storiche,VIT, 1977, pp. 386-406. In particolare per il tratto lunigianse è meglio leggere U. FORMENTINI, Le due “Viae Emiliae“, in Rivista di Studi Liguri, XIX, 1953, pp. 43-74; ID., Itinerari medioevali. Via quam Bardum dicunt, in Memorie dell’Accademia ‘G. Cappellini’, XIII, 1933, pp. 43-47; A.C. AMBROSI, Sulla via dei pellegrini in Lunigiana e sul porto di San Maurizio, in Il pellegrinaggio medievale per Roma e Santiago de Compostella. Itinerari in Val di Magra, Centro aullese di ricerche e studi lunigianesi, Aulla 1992. Per le sue diramazioni si veda GR. COPPEDÉ, La strada sulla riva sinistra del Magra da Aulla a Sarzana e oltre, la sua diramazione verso occidente e il sistema viario della Lunigiana nei secoli del basso medioevo, in Alle origini della Lunigiana moderna. Settimo centenario della redazione del Codice Pelavicino (1287-1987), Atti del convegno, Lerici-Villa Marigola: 18-19 settembre 1987, Memorie dell’Accademia ‘G. Cappellini’, LVII-LVIII, 1987-1988, pp. 177-259. Si vedano anche i numerosi studi di Manfredo GIULIANI riuniti nel volume Saggi di storia lunigianese, Pontremoli 1982. Collocare su carta questi tracciati, così come sono stati messi in luce da una quantità incredibile di ricerche storiche a carattere erudito, significa disegnare una grande e intricata ragnatela, che ha i suoi punti d’attacco nei passi appenninici a monte dei bacini del Vara e del Magra (primo fra tutti il passo della Cisa), le sue direttrici nelle vie di crinale e di fondovalle i punti di incrocio nei 120 castelli che punteggiavano le alture lunigianesi. Sull’importanza della strada nella Lunigiana medievale si veda il più recente E. SALVATORI, La Francigena nella Lunigiana medievale: una strada da percorrere?, in Studi sull’Emilia occidentale nel Medioevo, a cura di R. GRECI, Parma 2000 (Itinerari medievali e identità europea) .
  2. È interamente consultabile in linea, sia in forma testuale che tramite maschera di ricerca: vi si accede tramite il sito del Dipartimento di Medievistica di Pisa (http://www.humnet.unipi.itjmedievistica), voce “bibliografie in linea”.
  3. Per ognuno di questio enti si veda l’appendice .
  4. Rispettivamente Il regesto del codice Pelavicino, a cura di M. LUPO GENTILE, in Atti della Società Ligure di Storia Patria, XLIV, 1912; Il ‘Registrum Vetus” del Comune di Sarzana, a cura di G. PISTARINO, Sarzana 1965 (Fonti e studi dell’istituto di storia medioevale e moderna dell’Università di Genova, VIII); Le carte del monastero del Tino, a cura di G. FALCO, I (1050-1220), Pinerolo: 1916; II (1220-1300), Torino 1934. Altre preziose edizioni di fonti sono Le carte del monastero di S. Venanzio di Ceparana (1185-1441), 2a ed., a cura di G. PISTARINO, La Spezia 1951 ; Regesto delle pergamene del Regio Archivio di Stato in Massa, a cura di E. LASINO, Pistoia 1916.
  5. Ad esso rimando per gran parte degli ospedali citati nel testo.
  6. Sempre all’indirizzo http://www.humnet.unipi.it/medievistica. In un secondo tempo saranno rese disponibili anche le opportune carte topografiche di corredo.
  7. La misura corrisponde a quella dei bacini del Magra e del Vara (G. CACIAGLI, Storia della Lunigiana, Pontedera 1992, p. 19) anche se i limiti geografici considerati sono in realtà più ampi, corrispondendo a quelli della diocesi di Luni, che si estendeva a est fino a Pietrasanta; cfr. U. MAZZINI, Per i confini della Lunigiana, in Giornale storico della Lunigiana, I, 1909, pp. 4-38 e MN. CONTI, Prima rettifica ai confini della Lunigiana dedotti da Ubaldo Mazzini, in Memorie dell’Accademia ‘G. Cappellini’, XXXIII, 1962. Si legga comunque anche G. PISTARINO, La Lunigiana storica, ibidem, LIV-LVI, 1984-1986, pp. 3-22 e ID., Le pievi della diocesi di Luni, Bordighera, La Spezia 1961, pp. 157 e ss. Attualmente la Lunigiana è divisa tra due provincie e due regioni: il settore meridionale e occidentale fanno capo alla Spezia e quindi alla Liguria, quelli settentrionali e orientali a Massa-Carrara e alla Toscana.
  8. PTSTARTNO, Le pievi, cit.; G. SFORZA, Un sinodo sconosciuto della diocesi Luni-Sarzana (1470-71), in Giornale storico della Lunigiana, V, 1904, pp. 225-251.
  9. S. GOBBATO, F. GRASSI, e J.A. QUIROS CASTILLO, Lo scavo dell’ospedale di San Nicolao di Tea (Minucciano, Lucca), in Notiziario di Archeologia Medievale, 69-70, 1997, pp. 44-46; L’ospedale di Tea e l’archeologia delle strade nella Valle del Serchio, a cura di J .A. QUIRÔS CASTILLO, Casola 2000.
  10. Eccetto S. Benedetto di Montelungo che divenne un priorato.
  11. Sulle ragioni di alcune lacune riscontrabili nelle rationes decimarum della fine del XIII si legga PISTARINO, Le pievi, cit., pp. 77-78, che tuttavia spiega solo l’assenza di alcune cappelle che non avevano ancora assunto funzioni parrocchiali alla data delle decime, mentre non commenta l’assenza delle strutture ospedaliere attestate altrove.
  12. S. Giacomo di Pontremoli risulta appartenere all’ordine solo nel 1508, S. Giacomo di Filattiera nel 1545. Non si può non rilevare come alcuni eruditi locali abbiano talvolta attribuito una struttura ai cavalieri di Altopascio solo in base alla presenza del titolo di S. Giovanni.
  13. M. NOBILI, Sviluppo e caratteri della dominazione obertenga in Corsica tra XI e XII secolo, in Annuario della Biblioteca civica di Massa, 1978, pp. 1-35, in particolare p. 4.
  14. Ex gestis Henrici II. et Ricardi 1., in MGH Scriptores, ed. F. Liebermann, Hannoverae 1885, XXVII, pp. 81-132, 2a ed. Stuttgart-New York 1964, in particolare p. 131; PISTARINO, Le pievi, cit.; SFORZA, Un sinodo, cit.
  15. E. REPETI, Dizionario geografico, fisico, storico della Toscana contenente la descrizione di tutti i luoghi del Granducato di Lucca, Garfagnana e Lunigiana, Firenze 1 833, 6 voll., I pp. 346, 680; G. SFORZA, La stazione romana ‘ad taberna frigida’ e lo spedale di S. Leonardo al Frigido, manoscritto alla Biblioteca «U. Mazzini» della Spezia (MS IV 27 – 2); U. GIAMPAOLI, Una scultura di maestro Biduino nella chiesa di San Leonardo al Frigido, in Giornale storico della Lunigiana, XIII, 1923, pp. 113-121; U. FORMENTINI, Gli ospedali di S. Leonardo e di S. Maria Maddalena ‘prope frigidum’, in Atti e Memorie della Deputazione di Storia Patria per le Province Modenesi, s. 8a II, 1949, pp. 111-112; L. MUSSI, L’ospizio di san Leonardo ad Taberna Frigida, Pistoia 1949; L. PFANNER, Le origini di Massa: la Taberna Frigida’ e la chiesa con ospedale di San Leonardo al Frigido, Massa 1954; A. G. POGGI, Le terre di San Leonardo ‘de Frigido’, in Giornale storico della Lunigiana, n.s. VIII, 1957; C. GOMEZ-MORENO, The Doorway of San Leonardo al Frigido and the Problem of a Master Builder, in Metropolitan Museum of Art, Bulletin, n.s., 23/10, 1965 Jun, pp. 349-360; M.G. ARMANINI, S. Leonardo al Frigido: un insediamento lungo il cammino della via Francigena, in La via francigena, Atti della giornata di studi. La via francigena dalla Toscana a Sarzana attraverso il territorio di Massa Carrara: luoghi, figure e fatti (Massa: 5 maggio 1996), Modena-Massa 1997, pp. 117-129. Ringrazio Sandra Fritz, del Central Catalog del Metropolitan, per avermi inviato con sollecitudine tutte le informazioni richieste.
  16. Vengono confusi da alcuni autori S. Lonardo al Frigido con l’omonimo ospedale detto però in capite paludis, posto sotto la collina di Castelnuovo. Alcuni atti del XV secolo del monastero del Tino hanno poi contribuito a far identificare erroneamente il nostro ospedale con quello vicino di S. Maria Maddalena di Cerbaria. Per tutti questi enti si veda l’elenco in appendice.
  17. L’incertezza della datazione si deve imputare alle differenti valutazioni che si sono date delle murature ancora esistenti. Si veda in proposito la nota 119.
  18. Nella sezione “The Cloister Collection”.
  19. In proposito si legga GIAMPAOLI, Una scultura, cit.; GOMEZ-MORENO, The Doorway, cit.; PL. MOSTI-ZONDER, S. Leonardo e il portale del Biduino. Elementi artistici e architettonici, in La via francigena, cit., pp. 139-143.
  20. D. MOULLOT, La fortune du prieuré romain de l’Ordre de Saint-Jean-de-Jérusalem dtaprès Itenquête de 1333, Paris 1970.
  21. Catasto omnium bonorum et possessionum, omnium mansionum, tam Militie Templi, quam sancti, Ioannis lerosolimitani, totius province et prioratus Pisarum nec non omnium, hospitalium prefati prioratus vocato sive vulgariter dicto Martilogio (1333). Di questo estratto ne esistono almeno tre copie, tutte redatte nel 1473 dai notai pisani Andrea dal Campo e Carlo Corsi: una è conservata nella BIBLIOTECA ESTENSE DI MODENA (Campori Appendice 1782 filza 198/2 cartella 9a fasc. 1); una nell’ARCHIVIO Dl STATO Dl TORINO (S. Venerio del Tino, mazzo 4, 1473 marzo 26) ; una infine nell’ARCHIVIO DI STATO DI GENOVA (Libri diversi 351B); edizione parziale in SFORZA, La stazione,cit., pp. 100-107; trascrizione integrale dei beni in POGGI, Le terre, cit. La ragione di queste numerose copie notarili risiede molto probabilmente nella controversia legale che mise in contrasto i gerosolimitani con i monaci olivetani del Tino nel corso del XV secolo, proprio riguardo alla proprietà di S. Leonardo al Frigido.
  22. PISTARINO, Le pievi, cit., p. 77.
  23. A. LUTTRELL, The Hospitallers of Rhodes and their Mediterranean World  2° ed. Akdershot, , Hampshire (GB) 1992.
  24. Si legga la relazione di G. GARZELLA e ML. CECCARELLI LEMUT in questo stesso volume.
  25. G. PETTI BALBI, I Gerosolimitani in Liguria in età medievale tra tensioni politiche e compiti istituzionali, in Cavalieri di San Giovanni e territorio. Liguria e la Provenza nei secoli XIII-XVII, a cura di J. COSTA RESTAGNO, Atti del convegno (Genova-Imperia-Cervo: 11-14 settembre 1997), Bordighera 1999, pp. 165-190, in particolare pp. 166-168.
  26. G. ROSSINI, San Giovanni di Pré e la tipologia delle chiese doppie presso l’ordine di San Giovanni di Gerusalemme, in Cavalieri di San Giovanni e territorio cit., pp. 71-1 IO, in particolare pp. 86-87.
  27. PTSTARINO, Le pievi, cit.; SFORZA, Un sinodo, cit.
  28. BERNARDINO CAMPI, Memorie historiche nelle quali secondo la serie degli anni, e più antichi, et autentici historici si contengono l’origine, e successi memorabili dell’antica città d’Apua, hoggi Pontremoli con le Famiglie, et Huomini insigni, che in virtù e dignità qui fiorirono, Pontremoli 1975.
  29. Tommaso Enrighini fu nel medesimo periodo anche vescovo di Brugnato. Cfr. nota seguente.
  30. G. SFORZA, Memorie e documenti per servire alla storia di Pontremoli, 3 voll., Firenze-Lucca 1904, ristampa anastatica Bologna 1972, II, pp. 610, 629; Regesto delle pergamene, cit., nn. 364, 370.
  31. Solo un documento del 1440 svela il titolo dell’ente, che era dedicato a S. Maria Maddalena (SFORZA, La stazione, cit., p. 1 13-121). Il documento di fondazione delL’ ospedale è in SFORZA, La stazione, cit., p. 29.
  32. Probabilmente si tratta di Andrea Bianco dei Massa-Parodi, mentre Benedetta è dei Massa-Corsica. Genealogie medievali di Sardegna, Cagliari-Sassari 1984, p. 333.
  33. SFORZA, La stazione, pp. 44-46.
  34. Le carte del monastero del Tino, cit., II, n. XX.
  35. Ibidem, n. XXL
  36. Ibidem, nn. XXII, XXXII.
  37. M. TANGHERONI, Pisa e Sardegna: profondità di un rapporto e lacerazioni di un distacco, in La Sardegna nel mondo mediterraneo , a cura di P. BRANDIS e M. BRIGAGLIA, Atti del II convegno internazionale di studi geografico-storici (Sassari: 2-4 ottobre 1 981 Sassari 1983, pp. 37-43; F. ARTIZZU, La Sardegna pisana e genovese, Sassari 1985, pp. 118 e ss.; S. PETRUCCI, Re in Sardegna, a Pisa cittadini. Ricerche sui ‘domini Sardinee’ pisani, Bologna 1988 (Studi e testi di storia medievale, 17), pp. 13-29.
  38. U. FORMENTINI, Le tre pievi del Massese e le origini della città  di MASSA, in Atti e Memorie della Deputazione di Storia Patria per le Province Modenesi, s. 8a II, 1949, pp. 16-18. M. NOBILI, Le fonti altomedievali del territorio di Massa, in Le fonti scritte della storia locale a Massa, Atti del seminario di studi (Massa: settembre-dicembre 1 989), Massa: Comune di Massa, 1992, pp. 17-49.
  39. PETRUCCI, Re in Sardegna, cit., pp. 13-29.
  40. Ibidem.
  41. Secondo gli statuti pisani del 1287 i marchesi e i loro masnadieri avevano il privilegio di portare le armi in città, in base ai patti che il Comune pisano aveva fissato con alcune famiglie feudali (I brevi del Comune e del Popolo di Pisa dell’anno 1287, a cura di A. GHIGNOLI, Roma 1998 (Fonti per la storia dell’Italia medievale: Antiquiotates, 11), I-VI, p. 43 e II-VIIII, p. 311. Sulla famiglia, oltre agli studi citati alle note 37 e 38 si veda anche Genealogie medievali, cit. e gli studi raccolti nei volumi Gli Obertenghi di Massa e della Lunigiana ed i regni della Sardegna (secoli XII-XIV), Pisa 1999 e Orme pisane in Sardegna, a cura di G. PADRONI, con testi di ML. CRISTIANI TESTI, F.C. CASULA, e M. TANGHERONI, Pisa 1994.
  42. A. CRIVELLUCCI, Una cantilena storica in volgare del secolo XIII, in Studi Storici, XXIII, 1914, pp.244-246; PETRUCCI, Re in Sardegna, cit., pp. 13-29.
  43. PETRUCCI, Re in Sardegna, cit., pp. 13-29.
  44. Nel 1216 arrestò al loro passaggio gli ambasciatori genovesi inviati al papa, che vennero liberati con la pace di Lerici l’anno seguente. Potrebbe identificarsi con il marchese Andrea che fu judigi de fatu a Cagliari nel 1226, anche se Boscolo ritiene che questi sia un fratello minore di Guglielmo I (C. DESIMONI, Sui Marchesi di Massa in Lunigiana e di Parodi dell’Oltregiogo ligure nei secoli XII e XIII, in Archivio Storico Italiano, s. 4a X, 1882, pp. 324-349, in particolare p. 342; Genealogie medievali, cit., p. 333; Annali genovesi di Caffaro e de’ suoi continuatori, a cura di L.T. BELGRANO e C. IMPERIALE Dl SANT’ANGELO, Roma 1890, 11, p. 142).
  45. 4S . THOLOMAF.I LUCENSIS, Annales, in Rerutn Italicarum Scriptores, XT, Mediolani 1727, p. 1278;SFORZA, La stazione, cit., pp. 44-46.
  46. THOLAMAEI LUCENSIS, Annales, cit, p. 1279; Le carte del monastero del Tino, cit. II., n. XXI
  47. SFORZA, La stazione, p. 1 13-121 ; atto del 1440.
  48. Ibidem: omnibus iuribus iurisdictionibus et pertinentiis universis ac possessionibus ad dictum hospitale et ecclesiam sancti Leonardi quoquomodo spectantibus et pertinentibus et specialiter ecclesiam Sancte Margarite de Montetignoso cum omnibus possessionibus iuribus et bonis ad eam pertinentibus. Nell’estimo di Massa del 1398-1401 S. Leonardo al Frigido appare un ente ben dotato di case e terreni (F. LEVEROTTI, L’estimo di Massa Lunense (1398-1401 tesi di laurea, relatore M. LUZZATI, Pisa: Università degli Studi, anno accademico 1973-74 , 4 voll., ITT, pp. 626-365).
  49.  SFORZA, La stazione, cit.
  50. Avvertenze: si considerano qui i confini della Lungiana storica (cfr. supra nota 6). I documenti che maggiormente informano sugli istituti religiosi della diocesi di Luni sono le decime bonifaciane del 1296-97, 1298-99 e 1303, e l’estimo del 1470-71 già citati alla nota 7, a cui rimando una volta sola per evitare continui rinvii. La titolatura Iacopo/Jacopo è stata trasformata in Giacomo.
  51. Il Registrum Vetus’, cit., n. 24. U. FORMENTINI, La pieve di Venelia e il borgo di Licciana, in Giornale storico della Lunigiana, n.s. IX, 1958, pp. 5-17, in particolare p. 16.
  52. SFORZA, Memorie e documenti,cit., I, p. 57.
  53. PISTARINO, Le pievi, cit., pp. 141-142; P. FERRARI, L’espansione territoriale del «Comune» di Pontremoli nell’alta Val di Vara, Pontremoli 1936, p. 13; P.S. PASQUALI, I nomi di luogo del comune di Filattiera (Alta Val di Magra), Milano 1938, p. 84-85.
  54. MAZZINI, Per i confini, cit., p. 29; A.C. AMBROSI, Un sepolcreto ad inumazione nella valle del Serchio, in Giornale storico della Lunigiana, ns. IV, 1953, pp. 14-15; PISTARINO, Le pievi, cit., p. 103.
  55. 55 PISTARINO, Le pievi, cit., p. 142.
  56. P. FERRARI, La chiesa e il convento di san Francesco di Pontremoli, 2a ed., Pontremoli 1926, p. 97.
  57. L’abbazia è attestata dal 1034. Cfr. U. FORMENTINI, L’abbazia di S. Salvatore di Linari e le sue strade, in Giornale storico e letterario della Liguria, n.s. IX, 1933, pp. 16-20.
  58. PISTARINO, Le pievi, cit., p. 114, 137. U. FORMENTINI, Dalla pieve di Venelia all’abbazia di S. Salvatore di Linari, Parma 1929 (Biblioteca della ‘Giovane Montagna’, 71).
  59. | documenti dell’Archivio Capitolare di Sarzana dal 1095 al 1776, a cura di E. FREGGIA, La Spezia 1989 (Studi e documenti di Lunigiana, XI), n. K125a.
  60. F. LEVEROTTI, Massa di Lunigiana alla fine del Trecento. Ambiente, insediamenti, paesaggio, Pisa 1982, p. 115.
  61. Il ‘Registrum Vetus’, cit., n. 11 ; II regesto del codice Pelavicino, cit. n. 407; U. FORMENTINI, La pieve di Santo Stefano, in Giornale storico della Lunigiana, n.s. V, 1954, p. 31 .
  62. M.N. CONTI, Degli ospedali di Monte Forca e ‘in capite paludis’ in Lunigiana, in Atti e Memorie della Deputazione di Storia Patria per le Antiche Province Modenesi, s. 10a XI. 1976, pp. 101-110: P. BONDIELLI, Vextimum di Massa Lunense del 1398. Rilievi e note, Massa 1975, p. 32; LEVEROTTI, L’estimo, cit., m, p. 1291.
  63. LEVEROTTI, L’estimo, cit., p. 1300.
  64. U. DORINI, Un grande feudatario del Trecento. Spinetta Malaspina, Firenze 1940, p. 333-334.
  65. E. BRANCHI, Storia della Lunigiana feudale, Pistoia 1899, ristampa anastatica Bologna 1971 III , p. 461.
  66. U. FORMENTINI, Il monastero regio di S. Giovanni di Pontremoli, in i quaderni della ‘Giovane Montagna’, 53. 1940, p, 8; G.B. GONETTA, ‘Saggio istorico descrittivo della diocesi di Luni Sarzana, Sarzana 1867, p. 181.
  67. M. BERTOCCHI. Ipotesi sulle origini degli Istituti  ospedalieri a Pontremoli. in Archivio Storico per le Province Parmensi, s. 4′ XLIII,  1991. pp. 83,89. Forse si tratta dell’hospitale Sancti Antonii attestato come ente esente nell’estinto del 1470-71.
  68. FERRARI, La chiesa, Cit.pp. 223, 225, 238, 256
  69. BERTOCCHI. Ipotesi, cit. , pag. 85.
  70. M GIULIANI. La via del Borgallo,  il pagus Vignolensis’ e il Castrum Grundule.”, in Archivio Storico le Province Parmensi, s, 4, VI, 1954. pp. 51-77.
  71. 0.F, BON.ATTI ed PETACCO, Arcola. storia e  istituzioni, Arcola 1987, pp. 83-84, P. FIAMBERTI, Cenni storici del Comune di Arcola. Chiavari 1835. p. 34.
  72. Ibidem,  pp. 79-83.
  73. F. BONATTI e M. RATTI, Sarzana, Genova 1991 , pp. 9, 14-15; I documenti dell’Archivio Capitolare di Sarzana, cit., n. K 125. È quindi anticipata la datazione del 1189 proposta da Pistarino (G. PISTARINO, Una fonte medievale falsa e il suo presunto autore: Saladino de ‘castro Sarzane “ e Alfonso Ceccarelli, Genova 1958,p. 36, n. 1).
  74. I documenti dell’Archivio Capitolare di Sarzana, cit., n. K 125b.
  75. Ibidem, n. K125c. Altri documenti dell’ospedale nella medesima filza.
  76. BONATTT, RATTI, Sarzana, cit., p. 45.
  77. U. MAZZINI, L’epitaffio di Leodegar, Vescovo di Luni, in Giornale storico della Lunigiana, X, 1 919, pp. 99-100; U. FORMENTINI, I Longobardi sul monte Bardone, in La Giovane Montagna, 73, 1929, p. 15; ID., Le due “Viae Emiliae”, cit., p. 55.
  78. Codice diplomatico longobardo, a cura di C. BRÜHL, Roma 1973 (Fonti per la storia d’Italia, 63), n. 44.
  79. litharii I. et Lotharii II. diplomata, in MGH Diplomata Karolinorum, III, bearbeitet von Th. SCHIEFFER, Berlin-Zürich 1966, n. 115.
  80. Ludovici II. diplomata, in MGH Diplomata Karolinorum, TV, bearbeitet von K. WANNER, München 1994, nn. 34, 48.
  81. Adventus archiepiscopi Sigerici ad Romam, inRerum Britannicarum Medii Aevi Scriptores , ed. W. STUBBS, London 1874, LXÏÏÏ, pp. 391-395; EX gestis Henrici Il. et Ricardl Ì.,cit., p. Ì 31.
  82. Heinrici II ef Arduini diplomala, in MGH Diplomata regum et imperatorutn, III, Hannover 1900, n. 300.
  83. A. BALDINI, Note per una storia delle istituzioni monastiche a Pontremoli dalle origini al XIII secolo, in Studi Lunigianesi, 10, 1980, pp. 199-212, in particolare p. 205; PISTARINO, Le pievi, cit., p. 115; FORMENTTNT, Le due “Viae Emiliae”, cit., p. 55; A. ZACCARIA, Dell’antichissima badia di Leno, Venezia 1767, p. 87; SFORZA, Memorie e documenti, cit., II, pp. 371-375, L. SCHÜTTE, Der Apenninenpass des Monte  Bardone und die deutschen Kaiser, Berlin 1901; G. SCHIANCHI, Gli antichi ospedali di Roncaglia e di Sancta Maria della Cisa, Parma 1926; G. MARIOTTI, La strada Francesca di Monte Bardone e l’ospedale di S. Benedetto di Montelungo, in I quaderni della ‘Giovane Montagna’, 59, 1940, P.11 e ss.
  84. Da una lapide un tempo murata nel campanile della chiesa attuale e ora collocata all’interno. Cfr. C. LAZZONI, Carrara e le sue ville, Carrara: 1880, rist. anastatica Bologna 1985, pp. 110-111; C. PISANI, L’antico ospedale dei SS. Giacomo e Cristoforo di Carrara dal 1796 all’ Unità d’Italia, in Massa e Carrara da Maria Beatrice a Vittorio Emanuele II (1829-1859), a cura della Deputazione di Storia Patria per le Antiche Provincie Modenesi, Atti e memoria del convegno (Massa -Carrara – Versilia: 8-10 settembre 1989), Massa -Modena 1990, pp. 85-104.
  85. Il regesto del codice Pelavicino, cit., n. 10, con le correzioni apportate da U. MAZZINI, Correzioni critiche di alcune date del Regesto del Codice Pelavicino, Genova 1914.
  86. PISTARINO, Le pievi, cit., pp. 113 e 143; SFORZA, Un estimo, cit., p; 238: C. de Fe!eto cum beneficio de Milearino.
  87. J. BICCHIERAI, Cronaca di G. Antonio da Faye, tratta dall’autografo e per la prima volta pubblicata, in Atti della Società ligure di Storia Patria, X, 1866, si veda sotto l’anno 1462; P. FERRARI, L’ospedale di ‘Selva Donnica’ e l’ospedale di San Giacomo d’Altopascio di Filattiera, in Giornale storico della Lunigiana, XIII, 1923, pp. 95-112, in particolare p. 104.
  88. FERRARI, L’ospedale, cit., pp. 105-106.
  89. Il cartulare di Giovanni di Giona di Portovenere (sec. XIII), a cura di G. FALCO e G. PISTARINO, Torino 1958 (Biblioteca della Deputazione Subalpina di Storia Patria, LXXI), n. CCCXXXIII.
  90. G. SFORZA, Scritti e documenti su la storia di Massa, manoscritto miscellaneo a Biblioteca «U. Mazzini» della Spezia (MS IV 27); BONDIELLI, L’extimum, cit., p. 32. LEVEROTTI, L’estimo, cit., II, pp. 672673.
  91. G.A. MATTEONI, Guida delle chiese di Massa Lunense, Massa 1879.
  92. PISTARINO, Le pievi, cit, p. 113; U. FORMENTINI, L’ospedale dei SS. Giacomo e Cristoforo a Massa e gli itinerari per S. Jacopo di Compostella attraverso la Lunigiana, in Giornale storico della Lunigiana, IV, 1953, pp. 17-19; M. GIULIANI, La «strada lombarda» del Cirone nell’alta val di Magra, in ID., Saggi di storia lunigianese, Pontremoli 1982, pp. 53-63, in particolare p. 60; N. ZUCCHI CASTELLINI, Gli ordinamenti ecclesiastici della Valdantena e dell’alto bacino della Magra, in Archivio Storico per le Province Parmensi, 1961,p. 15.
  93. Le carte del monastero del Tino, cit., 11, nn. CXCVII, CXCIX
  94. FERRARI, L ‘ospedale, cit., p. 105; SFORZA, Memorie e documenti, cit., pp. 369, 626, 639-640; FORMENTINI, Il monastero regio, cit., p. 8.
  95. LEVEROTTI, Massa, cit., p. 1 15.
  96. Il regesto del codice Pelavicino, cit., n. 473; PISTARINO, Le pievi, cit., p. 135; FORMENTINI, La pieve di Santo Stefano, cit., p. 32.
  97. U. FORMENTINI, San Venerio, in Memorie Lunigianese G. Cappettinit, XVIII, 1937,p. 41.
  98. BONATTI, PETACCO, Arcola, cit., p. 80.
  99. FORMENTINI, Il monastero regio, cit.; SFORZA, Un sinodo, cit., p. 250.

100) ZUCCHI CASTELLINI La commenda di S. Leonardo e l’ospedale di S. Giovanni di Pontremoli, in Studi storici in onore di Manfredo Giuliani, Parma 1965, pp. 220-237, in particolare p. 226.

101) FORMENTINI, Il monastero regio, cit., pp. 3-5.

102) CAMPI, Memorie historiche, cit.

103) SFORZA, Memorie e documenti cit., II, 610, 629; Regesto delle pergamene, cit., nn. 364, 370.

104) ZUCCHI CASTELLINI, La commenda, cit.; FERRARI, La chiesa, cit., pp. 72 e 103.

105)V. SANTINI, Commentarii storici sulla Versilia centrale, Pisa 1861, 6 voll, V pp. 89-90; SFORZA, Un sinodo, cit., p. 236 e 248.

106)M. GIULIANI, Il «Groppus de Tabernula» sulla via di Montebardone e l’oratorio di S. Lazzaro di Pontremoli, in ID, Saggi, cit., pp. 109-120.

107)FORMENTINI, Il monastero regio, cit., p. 8.

108)FERRARI, La chiesa, cit., p. 104-105.

109)Il regesto del codice Pelavicino, cit., n. 9, datazione corretta da Ubaldo MAZZINI, Correzioni, cit.; Il cartulare di Giovanni Giona, cit., nn. CXCVL, CCLXXXII, CCCV, CCCXVIII, CCCXXXIII, CCCLX, CCCLXIX, CCCLXX; PISTARINO, Le pievi, cit., p. 133.

110)BONDIELLI, L’extimum, cit., p. 32; LEVEROTTI, L’estimo, cit., 111, p. 1288.

111)I documenti dell’Archivio Capitolare di Sarzana, cit., nn. FI 5 e F 16; G. TRABUCCHI ANDREANI, l’ospedale di S. Lazzaro dei lebbrosi in località Silvaricia, in La via francigena, cit., pp. 93-100 (la Trabucchi sbaglia però sul documento del 1228 assegnandolo alla metà del XII secolo).

112)Il regesto del codice Pelavicino, cit., n. 326, con le correzioni apportate da MAZZINI, Correzioni, cit.

113)PISTARINO, Le pievi cit., p. 50; M. FERRARI, L’origine di Catselnuovo Magra, Barga 1912, p. 25.

114)Il regesto del codice Pelavicino, cit., n. 268.

115)REPETTI, Op. cit., 1, pp. 346, 680; SFORZA, La stazione, cit.; FORMENTINI, Le pievi, cit., pp. 1618. Nel 1950 alcune ricerche archeologiche hanno portato al rinvenimento, nell’area antistante l’attuale chiesa di S. Leonardo, di tre selciati romani sovrapposti, fondazioni murarie e frammenti di lapidi romane e medioevali (LEVEROTTI, Massa, cit., p. 112).

116)LEVEROTTI, Massa, cit., p. 111.

117)Ex gestis Henrici 11. et Ricardi I, cit., p. 131.

118) Su di esso si vedano le note 15, 18 e 19.

119) A.C. AMBROSI , M. BERTOZZI E G. MANFREDI, Massa Carrara. Pievi e territorio della Provincia, Pisa 1989, p. 42. Juan Antonio Quiros Castillo, che ringrazio, ha espresso la sua opinione verbalmente, in forza della sua ormai lunga esperienza di scavi medievali nell’area lucchese e lunigianese.

120)LEVEROTI, L’estimo, cit., III, pp. 626-365. Le proprietà del 1333 sono state esaminate da POGGI, Le terre di San Leonardo, cit.

121)L’identificazione portò in seguito a valutazioni erronee da parte degli studiosi.

122)SFORZA, La stazione, cit.; si veda anche la nota 15.

123)U. FORMENTINI, Chiese lunensi dipendenti dai monasteri antoniani dell’Emilia, in La Giovane Montagna, XXXVIII-I I, 1937 Novembre I, pp. 1-6; ID., San Venerio, cit., pp. 36-38.

124)G. TIRABOSCHI, Dizionario topografico storico degli Stati Estensi, Modena 1821, 2 voll., ristampa anastatica Bologna 1963, p. 196 in cui rimanda a documenti su questo ospedale presenti nell’archivio di S. Prospero; PISTARINO, Le pievi, cit., p. 118.

125)J. BICCHIERAI, Cronaca, cit., cfr. sotto l’anno 1447.

126)MAZZINI, Per i confini, cit., ipotesi contestata da FERRARI, L’ospedale, cit.

127) FERRARI, L’ospedale, cit.

128)LEVEROTTI, Massa, cit., p. 1 16, 236.

129)Le carte del monastero del Tino (1220-1300), cit., n. XXIV. Quest’atto, di poco successivo a quello in cui il vescovo di Luni Marzucco confermò al monastero del Tino le donazioni relative all’ospedale de Cultrexana/Cerbaria, farebbe pensare che si tratti del medesimo ente (Ibidem n. XXII, 1219 marzo 23). Tuttavia si deve notare che non solo i toponimi di riferimento differiscono, ma anche appena un mese dopo la bolla di Onorio III l’abate di S. Venerio non poteva ancora vantare la giurisdizione sull’ospedale de Cultrexana/Cerbaria perché era nel pieno della battaglia legale ingaggiata contro di lui dai cavalieri gerosolimitani (Ibidem n. XXV, 1220 ottobre 6).

130)Ibidem n. CCLIX, L’ospedale è nominato anche in un atto del 1259 (Ibidem n. CXXXII).

131)ARCHIVIO Dl STATO Dl TORINO, S. Venerio del Tino, Mazzo V, n. 64 (1388 luglio 27). SFORZA, La stazione, cit., p, 97.

132)LEVEROTTI, Massa, cit., p. 115. SFORZA, Un sinodo, cit., p. 250.

133)LEVEROTTI, L’estimo, cit., 1, pp. IX, 665.

134)Si veda la nota 80.

135)FORMENTINI, Le due “Viae Emiliae”, cit., p. 55.

136) MATTEONI, Guida, cit.; LEVEROTTI, Massa, cit., pp. 1 16, 236.

137)LEVEROTTI, L’estimo, cit., 111, p. 602.

138)FORMENTINI, Le due “Viae Emiliae“, cit., p. 57; ID., La «plebs civitatis» e il capitolo dei canonici della cattedrale di Luni, in Giornale storico della Lunigiana, n.s., IV, 1953, pp. 1-9, in particolare p. 3; AMBROSI, BERTOZZI e MANFREDI, Massa Carrara , cit., p. 179; SFORZA, Un sinodo, cit., p. 248.

139)PISTARINO, Una fonte, cit., p. 192-194.

140)| documenti dell’Archivio Capitolare di Sarzana, cit., n.V/6

141)M. LALLAI, La chiesa colleggiata di S. Pietro a Massa, in Giornale storico della Lunigiana e del territorio XXXI-XXXII,1980—81, p. 61; BONDIELLI, L’extimum, cit, pag. 32; Massa, Cit.,p. 116.

142)LEVEROTTI, L’estimo, cit., IT, p. 665 e III p. 1284. EAD., Massa, cit., p. 1 16.

143)PISTARINO, Le pievi, cit., p. 1 74; ARCHIVIO Dl STATO Dl TORINO, S. Venerio, mazzi IV e V, docc. 1348 giugno 11, 1360 settembre I , 1372 novembre 5, 1374 luglio 21 .

144)L.A. MURATORI, Delle antichità estensi, Modena 1717, 2 voll, 1, pp. 210-212. G. PISTARINO, Medioevo ad Aulla, in Società civile e società religiosa in Lunigiana e nel vicino Appennino dal IX al XV secolo, Atti del convegno (Aulla: 5-7 ottobre1984), Sarzana 1986, pp. 93-132 in particolare pp. 113-118.

145)All’atto della fondazione l’ospedale risulta ubicato in Lunensi diocesi, scilicet in confinibus Masse Marchionum in Cervaria, iurta stratam publicam in loco ubi dicitur pons Martini ferrarii vel area Coltrexana, e la terra di cui viene dotato ha le seguenti confinanze: ex parte Frezedi vel Frigidi terre bonorum hominum de Massa, qui dicitur Curiales de Massa; ex altera parte et a superiori parte coheret terre Marchionum; et inferiori parte protenditur usque ad litus maris (si veda nota seguente). Nel 1218 viene specificato che l’hospitale de Comitissa… apud Freçitum est (Le carte del monastero del Tino (1220-1300), cit., n. XX). La presenza della struttura accanto al Frigido è ulteriormente confermata da un atto della nipote della fondatrice, Benedetta marchesa di Massa: hospitale quondam positum sub Massa predicta prope Frigiolum (ibidem, n. XXI). Infine ecco le indicazioni topografiche di un atto del 1219: edificato prope flumen Frigidi, inter Frigidum videlicet et burgum Aventie, in loco ubi dicitur Pons Martini ferrarii, vel etiam Cultrexana (ibidem, n. XXII).

146)ARCHIVIO DI STATO DI GENOVA, Abbazia di S. Venerio del Tino, Mazzo I, 1527 E, perg. n. 26; trascrizione manoscritta in SFORZA, La stazione, cit., p. 29; regesto in MAZZINI, Per i confini, cit., p. 36

147) SFORZA, La stazione, cit., pp. 44-46.

148)Le carte del monastero del Tino (1220-1300), cit., nn. XX, XXI.

149)Ibidem nn. XXII, XXIV, XXV, XXIX

150)Ibidem n. XXXII; si veda anche n. CXL.

151)SFORZA, La stazione, cit., pp. 1 13-121; FORMENTINI, Le tre pievi, cit., pp. 16-18; LEVEROTTI, Massa, cit., p. 1 15.

152)Il documento è stato trascritto dallo SFORZA (La stazione, cit., pp. 113—121), che sostiene di aver visto l’originale nell’archivio di Stefano Bernucci di Sarzana.

153)Del Giudice, che colloca entrambi i toponimi Cerbaria e Calcaiola tra il Frigido e l’Avenza, basa la sua affermazione proprio sulla identificazione, probabilmente erronea, dei due ospedali in un’unica struttura fatta inizialmente da Sforza e ripresa da Formentini e da altri dopo di lui. (C.A. DEL GIUDICE, La toponomastica del comune di S. Vitale (Massa di Lunigiana), Massa-Modena 1988, p. 35; ID., Toponomastica storica nella valle del Frigido, Modena 1992, pp. 78-81, 1 12.)

154) LEVEROTTI, L’estimo, cit., III, p. 1300: Hospitale Sancte Marie Madalene de Alcino. Prato allo Spidaletto dalla strada; i. palude da tre; i. marina; i. strada; i. Arrighellus Iacopucci e Andreas Arrigi. Pert.1000, ext. L. 60.

155)Il regesto del codice Pelavicino, cit.-nn. 361.361

156)FORMENTINI, la pleb civitatis, cit., p. 2

157)L. CIMASCHI, introduzione ai problemi archeologici e topografici di Pietra Colice, in Giornale storico della Lunigiana, VIII, 1957, pp. 5-21, in particolare p.7

158)F. SASSI, L’ospedale e la cappella di Centocroci a Varese Ligure, in Giornale storico della Lunigiana, 1951, pp. 17-18

159)CIMASCHI, Introduzione, cit.

160) SFORZA, Un sinodo, cit., p, 236 e 241

161)Si veda la nota 9.

162) PISTARINO, Le  pievi, cit., p. 50; FERRARI, L’origine, cit., p. 25.

163)F. BUSELLI, S. Andrea Apostolo duomo di Carrara, Genova 1972, p. 164.

164)CONTI, Degli ospedali, cit.

165)R. RAFFAELLI, Descrizione geografica, storica ed economica della Garfagnana, Lucca 1879, p. 396; A.C. AMBROSI, Su due toponimi ‘baselica’ nell’alta Garfagnana, in Giornale storico della Lunigiana, ns. 11, 1951, pp. 23-26.

166)PISTARINO, Le pievi, cit., p. 118; F. BUONANOMA, Indice di documenti inediti riguardanti la badia di San Pietro di Camaiore e altre chiese e luoghi della Versilia, Lucca 1858, nn. 88,

106; SFORZA, Un sinodo,cit., p. 250.

L’immagine di introduzione alla pagina – ospedale S. Giacomo di Filattiera – è tratta dalla pagina facebook Visita la Lunigiana…….

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