
Il colera può senz’altro essere definita “la malattia dell’Ottocento”: sconvolse le condizioni di vita consuete, mise a nudo le carenze esistenti, colpì l’immaginario collettivo. Il corso del coIera era molto rapido: la sorte dell’infermo si decideva in poche ore o comunque nelle prime 24, 30, 36 ore.
Secondo le conoscenze mediche dell’epoca, il colera era una malattia difficile da prevenire e più ancora da curare. Ciò dipendeva. soprattutto da sovraffollamento e promiscuità, presenti non solo in larga parte delle abitazioni, ma persino negli ospedali. Inoltre l’adozione del letto individuale, la pratica del bagno e la pulizia degli oggetti erano frenate da atavici pregiudizi.
Il colera si manifestava con “debolezza, tremore ed abbattimento delle membra, vertigini, privazione dell’appetito… nausea forte… sensazione di sazietà, abbondante evacuazione di umore (di molto eccedente il liquido bevuto), bocca secca, lingua livida e bianca, estremità fredde, occhi rossi, volto smunto”.
Epidemie colerose si manifestarono nel 1835-37, nel 1849, nel 1854 e nel 1855; quest’ultima fu la più grave di tutte. Il primo caso di colera di quest’ultima, devastante epidemia si riscontrò a Pontremoli il 12 agosto 1855. Le autorità cittadine, però, non furono colte di sorpresa, poichè già avevano stabilito le misure da adottarsi al primo manifestarsi della malattia. Le disposizioni, firmate da Luisa Maria di Borbone e dal Governo, dal Regio Prefetto, dalla Commissione Centrale di Sanità e Soccorso, dal Podestà furono numerose.
Vennero sospese le fiere, le sagre, i mercati, le solenni funzioni religiose e qualunque manifestazione che comportasse la riunione di molte persone. Fu sospesa anche la macellazione dei maiali, in quanto “carne riconosciuta non salubre” e sconsigliato il consumo di verdura e frutta, quest’ultima soprattutto se non ben matura. Medici e chirurghi avevano l’obbligo, al primo apparire di qualsiasi malattia epidemica, di avvisare immediatamente Podestà e Protomedico di Parma; dovevano altresì, nell’ordinare medicinali per i colerosi, rendere noto se le loro famiglie fossero in grado di far fronte al pagamento o meno delle spese per le terapie.
La figura del medico non era ancora, in questo periodo, completamente affermata. La parte più povera della popolazione preferiva, molto spesso, far ricorso a maghi o ciarlatani; questo per vari motivi, innanzitutto perché la diagnosi di malattia epidemica da parte del medico portava il malato all’isolamento e molto spesso alla perdita del lavoro; in secondo piano, il medico era ricco, colto, elegante ed era difficile, non riconoscendolo come uno dei loro, che i più poveri si fidassero completamente.
Anche altre figure oltre quella del medico, ebbero molta importanza nella lotta contro il colera. Le Guardie Sanitarie, istituite il 28 luglio 1855, dovevano vigilare sui lavoratori giornalieri provenienti da paesi infetti dal coIera; i Deputati di Turno dovevano invece punire le contravvenzioni sulla nettezza di strade e case, e sulla vendita di generi alimentari “insalubri”. Guardie Sanitarie e Deputati di Turno dovevano occuparsi anche dell’obbedienza alle norme sulle Camere di Disinfezione e sulle Case d’Osservazione.
Le Camere di Disinfezione erano poste ai confini affinchè chiunque transitasse fosse sottoposto a suffumigazione (col suffumigio di “Morveau”), e così gli oggetti che recava con sè. Le camere di Disinfezione si trovavano al Bambarone, alla Cartiera Razzetti, a Nord del Regio Castello, alla Cisa, alla SS. Annunziata.
Le Case di Osservazione erano invece a Mignegno e alla SS. Annunziata: vi erano ammessi gli abitanti di case infette che, per mancanza di spazio, non potevano stare sufficientemente lontani dall’infermo; obbligatoriamente vi erano poi condotti infermieri e becchini, appena terminata la loro opera per nove giorni di contumacia. I becchini avevano un compito determinante perchè evitavano l’ulteriore espandersi del contagio. Il trasporto al cimitero doveva avvenire di notte e, grazie alla costruzione di una “bara leggera” fatta appositamente per questa circostanza, doveva essere eseguito da due soli becchini (naturalmente senza alcun corteo d’accompagnamento).
V’erano anche compiti di natura diversa, ma ugualmente importanti.
I Padri Cappuccini si occupavano della “cura spirituale” dei ricoverati in ospedale; osti e cucinieri del vitto, tra l’altro sovrabbondante rispetto alla dieta abituale dei contadini; i Parroci di “leggere e far comprendere” ai propri fedeli le norme stabilite e le misure preventive e curative che andavano osservate.
Per la prevenzione si consigliava d’incontrare il minor numero di persone possibile e così di toccare gli oggetti indispensabili; di non esporsi a rapidi cambiamenti di temperatura, di non fare uso di bevande fredde, di prestare attenzione alla propria pulizia e di condurre vita sobria; di non mangiare alimenti difficilmente digeribili, d’astenersi “dalle soverchie fatiche corporali” e mentali; di allontanare dall’abitazione letami ed immondizie; di esporsi spesso al suffumigio di “Morveau” e sottoporre alle suffumigazioni ogni esterno che arrivasse.
Purtroppo la prevenzione non si dimostrò efficace e fu necessario ricorrere alle cure. La medicina però si trovava, nei confronti del colera, ancora molto impreparata. Quali cure venivano consigliati: il salasso, i decotti di riso, malva, altea; i blandi purgativi come magnesia, tamarindo, olio di ricino, il riposo, una rigorosa dieta e bagni tiepidi.
La più grande epidemia di colera del XIX secolo si concluse, comunque, a Pontremoli con danni inferiori a quelli che sarebbe stato lecito attendersi dalle precarie condizioni socio-economiche e sanitarie. Infatti, nonostante l’enorme povertà e gli ambienti malsani, entrambi fattori predisponenti al contagio, la letalità e la percentuale di decessi in rapporto alla popolazione sono nettamente Inferiori ai dati relativi al Ducato di Parma e all’Italia.
A Pontremoli tutto sembra funzionò per il meglio. Casi come quelli della popolazione di Villafranca, abbandonata dall’autorità locale, dal medico e dai becchini, a Pontremoli non si verificarono.
Chiara Cucciol, Il Corriere Apuano, 28.3.1998
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