Un nuovo metodo di ricerca

La testimonianza della presenza ligure nell’Appennino tosco-emiliano è stata essenzialmente legata, negli ultimi due millenni, alla lacunosa cronaca storica delle guerre romano-liguri fatta da Tito Livio nella sua colossale opera Ab Urbe Condita (La Storia di Roma), preparata in epoca augustea, e ai frammentari racconti di altri autori classici minori, spesso anch’essi in qualche modo collegati all ‘opera liviana.
Gli studiosi che si sono avvicendati nei diciannove secoli successivi si sono limitati a prendere atto di quel resoconto scritto, peraltro assai vago nella descrizione dei territori presi in esame, e hanno ripetuto la solita filastrocca della deportazione e delle fasi più cruente della guerra, divenuta sotto certi aspetti una sequenza di luoghi comuni. Tutto ciò nel più completo disinteresse di quella che invece era ed è rimasta una delle culture più antiche e misteriose della penisola. Solo nel nostro secolo si è cominciato a leggere il territorio in chiave diversa:
– l’etnografia e la toponomastica, supportando ricerche archeologiche condotte in maniera innovativa e approfondita, hanno messo in mostra i caratteri di una vera e propria nazione apuana, che neanche dopo il genocidio, la deportazione e duemila anni di silenzio sembrava (1) aver perso i suoi connotati più caratteristici;
– l’archeologia ha portato alla luce le statue-stele in Lunigiana e nella Garfagnana settentrionale, (2) oltre ai cippi in marmo bianco della Versilia,(3) peraltro riconducibili alla sfera del mondo etrusco;
– è poi emerso il culto delle cime, testimoniato nella toponomastica dagli oronimi “peina/paina“, evolutisi in “penna/pania“, la cui vasta diffusione su queste vette fa pensare alle Alpi Apuane come a delle “montagne sacre”,(4) e con tale chiave di lettura l’altro elemento, largamente approfondito negli ultimi decenni, cioè l’uso da parte degli Apuani e dei Friniati di ricorrere alle cime delle colline e delle montagne come mezzo di difesa collettiva (castellari) (5) , non appare sicuramente casuale;
– l’etnografia ha messo in evidenza particolari caratteristiche culturali,(6) somatiche e fisiche(7) presenti solo tra le popolazioni dell’area apuana o in particolari sacche di relegazione antropologica,(8)
– gli studi del professor Ambrosi hanno inoltre portato alla conoscenza dell’uso di parlate cacuminali nell’area prettamente apuana e friniate,(9)
– la toponomastica infine, analizzando l’origine degli innumerevoli toponimi e microtoponimi della catena apuana e appenninica, (10) ha funzionato come una cartina di tornasole, indicando precisamente le aree di sopravvivenza di termini mediterranei, orbitanti nella sfera ligure.
A tale proposito è in fase di preparazione un mio lavoro (La lingua dimenticata), che analizza toponimi e microtoponimi presenti nel territorio etnico delle azioni liguri apuana e friniate e che derivano da voci prelatine, spesso di matrice mediterranea. Sono raccolti oltre seimilasettecento nomi di località, raggruppati in 124 temi, basi, radici e suffissi, la cui analisi, affiancata all’area di sopravvivenza, ci permette di avere un quadro abbastanza credibile dell’area in cui sopravvissero compagini liguri apuane dopo le deportazioni del 180 a. C.
Da altri studi che ho condotto negli ultimi anni sono emersi però ulteriori fattori presenti sul territorio e sinora mai presi in esame.
Uno di questi è la capanna apuana e friniate, conosciuta forse impropriamente nel Frignano con il sinonimo di celtica.
Si tratta di un tipo di edificio, adibito ad uso di fienile o di ricovero per gli animali, diffuso in particolari aree delle Apuane e dell ‘Appennino tosco-emiliano.
La sua presenza sul territorio ha destato negli anni l’interesse di molti studiosi, che però si sono sempre limitati a darne una descrizione estetica, supportandola magari con immagini e fotografie, ma senza allargarne lo studio all’area di espansione. Qualche anno fa, notando con sempre maggiore attenzione come questa particolare struttura fosse presente solo in determinate aree di relegazione delle Apuane della Garfagnana, cominciai a prendere in seria considerazione l’eventualità di una accurata ricerca sul territorio, che permettesse di avere un quadro completo sulle comunità che adottavano la capanna e su quelle che invece non ne conosce/ano l’uso.

Il risultato ha superato ampiamente le aspettative e, comparato agli altri studi sulla toponomastica, sul linguaggio e sui costumi, permette di asserire che la capanna costituisce un relitto architettonico di grande rilevanza storica, esempio vivente assai indicativo su come si presentassero gli insediamenti apuani e friniati quando ancora i romani non avevano assoggettato la regione.
II. La capanna apuana e friniate
IIa. Forma, uso e materiale utilizzato
La struttura di questi edifici è talmente singolare che colpisce subito l’attenzione di chi si trovi a osservare paesaggi sulle Alpi Apuane e nella parte di Appennino interessata.
Le capanne si presentano con base rettangolare e tetto aguzzo molto inclinato. Un tempo avevano il tetto coperto da spighe di segale e altri cereali di montagna, (11) raccolte in fasci, ma adesso quelle sopravvissute sono quasi tutte ricoperte da lamiere di metallo.
Erano adibite al doppio uso di stalla e fienile: al piano di calpestio si trovavano gli animali (capre, mucche, pecore, etc.), mentre nel sottotetto, in cui era stato ricavato un piano, si poneva il fieno, destinato poi in gran parte a quegli stessi animali sistemati sotto di esso.
Queste capanne assumono varie forme a seconda della zona in cui si trovano.
Ad esempio possono avere una struttura interamente in legno, oppure con i muri in pietra.
Vari testimoni concordano nel ricordare che la capanna fosse presente in ogni comunità in ambedue i tipi. L’analisi del fenomeno rende comunque evidente come, zona per zona, si tenda spesso a favorire una soluzione estetica piuttosto che un’altra, magari in forza del materiale a disposizione (pietra nei territori sassosi, legno in quelli boscosi). Premessa la promiscuità di entrambe le soluzioni in medesimi territori rileviamo che casi del primo tipo abbondano:
-nel gruppo orografico dei monti Ornato/Lieto/Gabberi, cioè nell’ area dell’ antico Comunello di Farnocchia (che comprendeva anche Sant’Anna e La Culla, riprendendo per sommi capi il confine di un’entità demoterritoriale preromana), a Pomezzana, a Ruosina, a Valdicastello e alle Mulina (12) (tutte attuali frazioni del comune di Stazzema, nell’Alta Versilia);
-sul massiccio dei monti Prana e Piglione, interessando vari paesi e Alpeggi dei comuni di Camaiore (Metato, Campo all’Orzo, Gombitelli, Passo del Lucese) e Pescaglia (buona parte del territorio comunale, eccetto la valle della Freddana e parte di quella della Pedogna).
-intorno al monte Rovajo e all’Alpe di Sant’Antonio, fino ai paesi di Sassi ed Eglio (comune di Molazzana);
-nel comune di Camporgiano;
-nella parte appenninica dei comuni di Coreglia Antelminelli, Bagni di Lucca, Barga, Fosciandora, Pieve Fosciana;
-nel comune di Casola in Lunigiana, soprattutto intorno alla frazione di Regnano;
-in numero assai contenuto un po’ ovunque nel territorio dove si presenta la capanna apuana.
I casi del secondo tipo invece costituiscono la norma e sono molto più diffusi:
-nei comuni di Minucciano, Giuncugnano, Vagli Sotto, Careggine, Piazza al Serchio, Sillano e San Romano in Garfagnana;
-nell’Alta Versilia a Palagnana e Petrosciana (Stazzema);
-nei comuni di Fabbriche di Vallico e Vergemoli;
-intorno a Corfino ed alla Pania omonima (comune di Villa Collemandina).
-nei comuni di Pescaglia, Bagni di Lucca, Camaiore, Molazzana, Stazzema, Barga, Fosciandora, già visti nel primo caso, dove si presentano anche sacche in cui prevale la pietra rispetto al legno.
IIb. Struttura, volumetria e ruolo all’interno dell’abitato
La struttura di questi edifici non si presenta uniforme, ma varia da zona a zona. Nel cuore delle Apuane e nella parte appenninica della Garfagnana mantiene ancora una particolare elaborazione, con il retro absidale, il fronte sporgente ed un taglio nella parte anteriore del tetto (Careggine, Vagli Sotto, Minucciano, Piazza al Serchio, Giuncugnano, Sillano, San Romano e Corfino, nel comune di Villa Collemandina).
Data l’area altamente conservativa in cui si manifesta, viene da pensare che sia la più simile a quella originaria apuana.
Nella rimanente parte di territorio la struttura si standardizza, perdendo tutte queste caratteristiche. Ecco che abbiamo capanne con il solo tetto a spiovente e una forma molto semplice, priva di qualsiasi sporgenza.
Anche la volumetria è variabile, e risulta spesso connessa alla forma.

Infatti, dove si presentano quelle del secondo tipo, le capanne sono di modeste proporzioni e in rari casi la lunghezza del lato maggiore della base supera i quattro-cinque metri, per una larghezza che varia in genere tra i due-tre metri ed un’altezza di tre-quattro metri (solo nei pressi del Ciocco e tra Chiozza e San Pellegrino in Alpe, nella parte appenninica dei comuni di Barga e Castiglione Garfagnana, si hanno capanne di questa forma sensibilmente più grandi).
Nel caso delle capanne del primo tipo invece, in cui la forma risulta assai elaborata, anche la grandezza aumenta notevolmente. Notiamo così capanne come quelle di Roggio, grandi come chiese, o come quelle che appaiono su una foto dei primi del Novecento, in cui si vede il paese di Vagli Sotto.(13) Le misure registrate in questa area, che va da Careggine a Corfino, seguendo la testata montana dell’Alta Garfagnana, arrivano fino a quindici venti metri di lunghezza per la base maggiore, cinque-sette metri per quella minore e undici-dodici metri per l’altezza, ma non è escluso che vi possano essere in zona capanne ancora più grandi, dal momento che ne ho catalogate solo una piccola parte.
Anche il ruolo della capanna all’interno dell’abitato, infine, varia a seconda di come si presenta ad oggi la struttura dell’edificio.
Così, mentre le capanne con struttura del secondo tipo si presentano in genere come edifici estranei al contesto del paese, spesso relegati in zone boschive o al limite di campi, quelle del primo tipo tendono a coesistere con l’abitato stesso, integrandosi in taluni casi con il nucleo delle case. Abbiamo così paesi in cui spiccano, tra i tetti rossi delle case, anche quelli aguzzi delle capanne apuane. Basti pensare a Roggio (Vagli Sotto), che costituisce probabilmente l’esempio più significativo, ma anche a Gorfigliano, Gramolazzo, Agliano (Minucciano), oltre a quasi tutti i paesi dei comuni di Giuncugnano e Sillano.
Dall’analisi della struttura, della grandezza e del ruolo della capanna all’interno dell’abitato deduciamo dunque che esistono a tutt’oggi due principali tipi di capanna apuana:
1) forma semplice, senza sporgenze, dotata di un tetto a spiovente e costruita con mura o in pietra o in legno, dalle dimensioni generalmente modeste e posta quasi sempre fuori dal paese, in zona boschiva o coltivata.
2) forma molto elaborata, con fronte sporgente, retro absidale e taglio sulla parte anteriore del tetto, costruita con mura in pietra o in legno, dalle dimensioni molto superiori a quella del primo tipo, posta fuori ma anche all’interno del paese, spesso integrata al resto delle case.
III. Possibili origini e cause
Una delle prime domande che sorgono trovandosi di fronte a queste capanne è come mai abbiano proprio determinate caratteristiche strutturali, attualmente inusuali in gran parte della Liguria Etnica e del resto d’Italia, ma che non dobbiamo escludere fossero presenti in passato anche in zone dove attualmente se n’è persa memoria.

Il tetto così inclinato è dovuto probabilmente a più fattori, tutti di tipo pratico:
1) maggiore resistenza alla neve, alla pioggia, al vento ed agli agenti atmosferici in genere;
2) maggiore stabilità della struttura portante dovuta alla legge fisica che vuole due corpi più stabili se poggiano tra di loro partendo da un grado di inclinazione maggiore (basti pensare al modo con cui si accoppiano le carte quando vengono costruiti i castelli di carta). Questo uso del tetto molto inclinato risulta assai diffuso presso quasi tutte le antiche culture della Terra, da quelle asiatiche, a quelle europee e americane.
Esiste inoltre un terzo fattore, da non sottovalutare, e cioè la tendenza conservatrice dei popoli, specie quello apuano e friniate, che tendono a mantenere certe tradizioni facendone spesso vere e proprie bandiere della loro terra. E’ il caso di Careggine e di Palagnana, dove la capanna apuana è assurta al ruolo di simbolo, anche nei cartelli turistici.
Lo studio dell’area di diffusione della capanna apuana, come già detto nel paragrafo iniziale, mi ha portato a fare interessanti scoperte, quali il costante accostamento tra le zone dove sono sopravvissuti microtoponimi mediterranei, o i dialetti cacuminali, e quelle, appunto, della capanna in questione. Basti pensare a Gombitelli, isola cacuminale(14) e apuana in una zona ormai fortemente toscanizzata, dove sopravvive, a conferma di quanto asserito, la nostra capanna.
Nel Frignano tale capanna, diffusa generalmente nell’Alta Valle dello Scultenna e del Dragone, e in maniera più massiccia in varie frazioni del comune di Pievepèlago (Sant’Andrea, Le Tagliole, Sant’Anna Pèlago), di Fiumalbo (Doccia) e di Frassinoro (Piandelagotti), viene definita celtica, seguendo quella tendenza degli storici del passato, secondo cui i Friniati sarebbero stati liguri fortemente celtizzati.
Tale fatto sicuramente non appare dalla toponomastica, che vede prevalere in quelle zone voci mediterranee e liguri su quelle prettamente celtiche e indoeuropee, e neanche appare dalla lingua, che fino a pochi decenni fa si presentava nel Frignano con caratteri cacuminali, come nella zona apuana (15). Inoltre la struttura dell’edificio, molto simile a quella celtica, non costituisce necessariamente una prova, anzi, può risultare fuorviante.
L’archeologia infatti sta mettendo in evidenza architetture molto simili a quelle della capanna apuana e friniate per civiltà anteriori alla discesa dei celti in Italia. Basti pensare alla ricostruzione dei tetti delle capanne villanoviane, o a quelli della Roma quadrata, sul Palatino (VIII sec. a. C.), compreso il modellino della capanna di Romolo, giunto sino a noi dalle epoche più remote.
La tecnica del tetto aguzzo dunque non va ricondotta necessariamente ai celti, anzi, è probabile che loro stessi ne abbiano attinto l’uso da popolazioni più antiche a cui sappiamo per certo essersi sovrapposti, così come già avevano fatto i liguri in Italia con le popolazioni mediterranee.
Negli scavi archeologici di alcuni castellari ed insediamenti dell’età del bronzo, emergono tracce di capanne sia di forma circolare che rettangolare, lasciandoci nel dubbio se tale struttura debba essere ricondotta alla sfera indoeuropea o a quella del substrato etnico e culturale preesistente.(16)
Nella sezione ligure del Museo archeologico di Castelnuovo Garfagnana sono state ricostruite delle capanne liguri apuane nei disegni di alcuni pannelli. Tali ricostruzioni prendono spunto dai ritrovamenti di fondamenta di capanne liguri (IV-III sec. a.C.) presso i monti Pisone e Castellaraccio, a S. Romano in Garfagnana. Da questi siti sono emersi dei muri a secco rettangolari appartenenti, secondo l’analisi del professor Rossi e del professor Notini, a edifici rustici che, da una base in pietra, si sviluppavano in legno e in paglia, come traspare ad esempio dalla completa assenza di residui d’intonaco. Ciò collima fedelmente con l’attuale struttura della capanna apuana, che ha una base in pietra ed uno sviluppo in legno e paglia.
L’archeologia, dunque, conferma un tipo di struttura, presente sul territorio in maniera quasi inalterata da almeno duemila anni, e che potrebbe (con molti forse) affondare le proprie radici fino alla lontana età del bronzo o ancora più indietro, grazie ad una forma molto funzionale e pratica, che ha permesso alle popolazioni montane un comodo utilizzo delle risorse presenti sul territorio nell’ ambito di una società rurale.
Tratto da La capanna apuana e friniate, di Lorenzo Marcuccetti, Mauro Baroni Editore, 1996
1)L’uso dell’imperfetto è purtroppo dovuto al fatto che negli ultimi decenni molte delle caratteristiche culturali e linguistiche proprie delle popolazioni apuane sono andate in buona parte perdute. Fortunatamente gran parte dei lavori di ricerca risalgono agli anni ’50, quando ancora risultavano ben evidenti tutta una serie di fattori molto indicativi ai fini della nostra ricerca.
2) A. C. AMBROSI, 1972; 1981, p. 126 e sgg. Per la vasta bibliografia a riguardo (Ambrosi, Anati, Formentini, Mazzini, etc.) vi rimando a questi due studi.
3) B. ANTONUCCI, 1985, p. 5 e sgg.; E. PARIBENI, 1990, p. 151 e sgg.
4) M. GIULIANI, 1964, pp. 39-47; A. C. AMBROSI, 1994, pp. 25-40.
5) R. FORMENTINI, 1951, p. 105 e sgg.; A. C. AMBROSI, 1981, p. 110 e sgg.; E. SERENI, 1955 (b), p. 350 e sgg., p. 379 e sgg. Per la vasta bibliografia a riguardo vi rimando a questi tre studi ed alla bibliografia di questo medesimo (A. C. AMBROSI, G. MARTINI, 1965; R. SCARANI, T. MANNONI, 1973).
6) A. C. AMBROSI, 1955; Note di etnografia: il gioco della forma in Garfagnana, Studi storici, Miscellanea in onore di Manfredo Giuliani, Parma 1965, pp. 35-53; G. BOTTIGLIONI, Etnografia Apuana, “l’Italia dialettale”, XIII, Pisa 1935, pp. 153-184. Per un maggiore approfondimento vi rimando alla bibliografia di tali studi ed a quella di questo medesimo (G. BOTTIGLIONI, 1952; Mazzini, 1918).
7) V. FORMICOLA, 1975 (a), pp. 97-111; 1975 (b), pp. 49-77; 1976, pp. 531-545; V. FORMICOLA, E. IACOPETTI, 1977, pp. 131-143; F. BERNARDI-A. FRECCERO, 1972, pp. 376-382.
8) R. FORMENTINI, 1953 (a), pp. 60-63; C. PIZZI, 1960, pp. 6-27.
9) Le parlate cacuminali sono quelle dove si sostituisce alle consonanti labiali quelle dentali (la “l” con la “d’; es. padella = padeda), ma anche, in forma attenuata, la “c” con la “g” o la “p” con la “b“. Esse si riscontrano nelle aree di maggiore conservazione dei caratteri mediterranei e delle popolazioni più antiche (Paesi Baschi, Sardegna, Sicilia, zona Apuana, Caucaso, India). A. C. AMBROSI, 1956 (a), pp. 5-25; 1956 (b), pp. 3-9; 1967, pp. 121-126; S. PIERI, 1906 (a), pp. 309-328; 1906 (b), pp. 329-354. Per maggiori approfondimenti vi rimando alla bibliografia (A. C. AMBROSI, 1974; G. BOTTIGLIONI, 1952; 1961; R. FORMENTINI, 1953 ).
10) A. C. AMBROSI, 1952, pp. 1-11; 1953 (b), pp. 72-79; 1956 (d), pp. 46-47; R. AMBROSINI, 1981, pp. 285-314; C. A. DEL GIUDICE, 1988 (varie voci); 1993 (varie voci); S. PIERI, 1898 (varie voci); V. PISANI, 1941, pp. 385-395.
11) E. SERENI, 1972, pp. 136-252; Per la vasta bibliografia a riguardo vi rimando a tale opera. Da non sottovalutare, nell’economia Apuana antica, il farro, cereale ancor oggi molto diffuso in Garfagnana e Lunigiana, e che trova minore riscontro nel resto d’Italia. Alcuni studiosi ritengono che esso costituisse un alimento caratteristico presso le antiche tribù della nazione apuana.
Per la capanna celtica e le sue raffigurazioni o trattazioni vedi: I. FERRANDO CABONA,E. CRUISI, 1988, p. 59; C. PAOLICCHI, 1981 (varie); G. BERTELLI, 1990, pp. 87-89; TOSCOEMILIANO-ROMAGNOLO DEL CLUB ALPINO ITALIANO, La Pania di Corfino, Alto Appennino Tosco-emiliano; C. SOLI, I borghi dell’appennino modenese (varie). Per la descrizione della capanna apuana vedi B. NICE, Le Alpi Apuane, studio antropogeografico, Lucca 1952, pp. 80-81.
12) In questi ultimi tre paesi è stato riscontrato un unico esempio di capanna apuana. A Ruosina apparteneva ad un uomo originario di Farnocchia, ed ora è stata demolita, mentre nel caso delle Mulina l’edificio è stato abbattuto nel 1993. Vedi anche note 18 e 24.
13) M. VERDIGI, Vagli, Terre di frontiera, terza foto dopo p. 80.
14) S. PIERI, 1906 (a), pp. 309-328; C. PIZZI, 1960, pp. 6-27.
15) A proposito delle lingue cacuminali e delle loro caratteristiche, vedi nota 9.
16) A. C. AMBROSI, 1981, p. 83, riguardo gli scavi del Castelliere di Zignago. Per le citazioni bibliografiche vi rimando a tale studio. Da altri scavi archeologici dell’età del bronzo (Candalla, Camaiore), emergono invece tracce di capanne rettangolari, con struttura di canniccio, legno, fango, e tetto di paglia (D. COCCHI GENICK, 1994, p. 116 e sgg.). Nelle ricostruzioni tale tetto non appare molto inclinato, ma la struttura generale non è comunque molto dissimile dalle future capanne apuane.