“Ma interroga pure le bestie,
perché ti ammaestrino,
gli uccelli del cielo,
perché ti informino,
o i rettili della terra,
perché ti istruiscano
o i pesci del mare
perché te lo faccian sapere.
Chi non sa, fra tutti questi esseri,
che la mano del Signore
ha fatto questo? ” (Gb. 12,7-9)
Nella spiritualità cristiana è stata sempre racchiusa la relazione vicendevole tra Dio — uomini — animali secondo quell’ordine, frutto e manifestazione della creazione, descritto nel libro della Genesi. Cosi non deve stupire se all’interno della tradizione cristiana, sia negli scritti ufficiali come nelle tradizioni popolari, si trovano esempi di questa relazione. Scrive Enzo Bianchi: “Chi ha una certa dimestichezza con la Bibbia, anche solo dal punto di vista letterario, non solo sa che gli animali sono co-creature che condividono la terra con gli esseri umani, ma scopre anche che essi, creature volute e benedette da Dio, sono in relazione con Dio. E questo non soltanto perché Dio pensa a loro fornendo il cibo con sollecitudine o perché Dio dà loro un soffio vitale e poi glielo toglie, Ina perché essi comunicano con Dio servendosi di linguaggi impenetrabili e impensabili per I ‘uomo. Al di là dello straordinario, del miracoloso che ci cattura, nella Bibbia sta scritto che Dio tramite una colomba ha comunicato la fine del diluvio, attraverso un asino ha ammonito un profeta, con un grosso pesce ha fatto capire a Giona la direzione da prendere in obbedienza alla sua volontà, con un corvo ha nutrito il profeta Elia in una grotta, ancora con una colomba ha significato la discesa dello Spirito santo su Gesù di Nazareth, con il canto di un gallo ha ridestato Pietro alla coscienza del suo peccato, ed è con un agnello che ha designato l’uomo per eccellenza, il servo del Signore”.
Tanti sono gli animali presenti nella vita di Gesù (passeri, belve, maiali, asini, muli ecc.) e nelle vite dei Santi, animali da combattere o da “convertire” (draghi, lupi, leoni, serpenti, orsi ecc.) e animali “amici”, animali che portano loro da mangiare o animali loro compagni di “cammino” (cani, corvi, cavalli ecc.). E quanti sono i Santi a cui vengono associati animali per episodi legati alla loro vita o per essere simboli di qualche virtù da loro praticata o di qualche tentazione da loro vinta! Tra i legatili meno noti e rappresentati in tre quadri pontremolesi si possono segnalare S. Isidoro con i buoi, S. Francesco Saverio con il granchio e S. Margherita da Cortona con il cagnolino.

La tradizione vuole che il contadino Isidoro, quando si appartava per pregare, fosse aiutato nel suo lavoro da un angelo, che al suo posto guidava l’aratro trainato dai buoi, raffigurazione conservata presso la sede della Misericordia e un tempo collocata sopra l’altare a lui dedicato e appartenente alla compagnia degli agricoltori.

In un quadro custodito nel Duomo si può ammirare S. Francesco Saverio con il “suo” granchio, quadro che ci ricorda un episodio singolare della vita del Santo: nel 1546, mentre egli era in navigazione verso le isole Molucche, si scatenò una tempesta che egli tentò di placare immergendo, con una corda, nel mare il suo crocifisso, ma le onde glielo strapparono di mano. Appena sbarcato, un granchio gli riportò il crocifisso tenendolo con le chele (2) (2 bis).


Nel quadro del Luchi, conservato in S. Francesco, tra gli altri Santi ai piedi dell’Immacolata è presente S. Margherita da Cortona con il suo fedele cagnolino che, secondo la tradizione, la condusse al ritrovamento del cadavere sfigurato di suo marito Raniero ucciso dai briganti (3) (3 bis).

Simbolica per eccellenza è la colomba, figura dello Spirito Santo, presente in molte raffigurazioni mariane come nello splendido bassorilievo della Madonna con Bambino, rara e preziosa opera di Agostino di Duccio custodita nella chiesa pontremolese di S. Francesco (4), un’opera in cui le tecniche della scultura a tutto tondo, del bassorilievo e dello stiacciato creano una “bellezza” unica da ammirare, come ha sottolineato il direttore degli Uffizi, Eike Schmidt, nella sua visita a Pontremoli I ‘8 settembre 2021. In quest’opera davvero si manifestano appieno le parole di S. Agostino sulla Bellezza e sull’opera dell’artista: “tutte le cose belle, che attraverso l’anima passano nelle mani dell ‘artista, provengono da quella Bellezza che sovrasta le anime e a cui giorno e notte l’anima mia sospira ” (Confess. 10, 34, 53).
La colomba del bassorilievo pontremolese, librante le ali, è posta al di sopra del capo della Vergine, in mezzo ad una cornice centinata cosparsa di soavi visi di cherubini.
Nell’opera è presente un altro uccellino, anch’esso librante le ali, stretto dalla manina del Bambino. In questo caso l’uccellino può essere la raffigurazione dell’anima dell’uomo che alla morte vola via secondo una simbologia già presente nell’antica cultura pagana trasferita poi in ambito cristiano.
Tradizionalmente l’uccellino rappresentato assieme al bambino Gesù è un cardellino, che è da sempre uno degli uccellini più amati dai bambini per il suo canto e per il suo piumaggio, ben riconoscibile per la testa rossa e nera con capo bianco. Fu usato tantissimo dagli artisti del Rinascimento con lo scopo di ricordare la sua funzione di gioco dell’infanzia. Ma in epoca medievale, per il piumaggio rosso e per un’etimologia errata, il cardellino era diventato anche simbolo iconografico proprio del bambino Gesù quale prefigurazione della sua futura passione. Infatti, secondo l’etimologia di Isodoro di Siviglia nei suoi “Etymologiarum libri” (1, XII, 74), esso si sarebbe chiamato così perché “Carduelus, quod spinis et cardibus pascitur; unde etiam apud Graecos acalanthis dicta est […] id est a spinis, quibus alitur” (“«Carduelus» poiché si nutre di spine e di cardi; da cui anche presso i Greci è chiamato “acalanthis» dalle spine con cui si alimenta”). Da qui si è diffusa la leggenda secondo la quale un cardellino, togliendo una spina dalla fronte di Gesù durante la sua salita al Calvario, sarebbe rimasto macchiato sul capo da una goccia del sangue del Redentore.

Animale simbolo sia del Cristo che di S. Giovanni Battista è l’agnello. Il santo cugino di Gesù è quasi sempre raffigurato, sia da adulto che da bambino, mentre indica con l’indice il bambino Gesù o un agnello, simbolo del Cristo, l”‘Agnello” sacrificale per eccellenza, l’Agnus Dei, di cui egli è il precursore. Proprio in questo atteggiamento il Battista. raffigurato assieme all’agnello anche nella splendida statua marmorea conservata in Francesco a Pontremoli (5), è dipinto in quadro della chiesa di Treschietto e nella pala dell’altare (6) situato nel Duomo di Pontremoli e appartenente un tempo alla corporazione dei pellai e dei merciai, di cui egli era patrono (7). Si tratta di un’ elegante sacra conversazione in cui quattro Santi fanno corona alla Vergine con il Bambino posta su un trono con sotto i suoi piedi il serpente e la mezzaluna, due simboli, questi, che uniscono i libri della Genesi e dell’Apocalisse, inizio e fine della Rivelazione, nel segno della “Donna” alla quale Dio ha legato la redenzione del genere umano dal peccato di Adamo.
Nella stessa pala sono raffigurati altri due Santi associati ad animali. Uno è di questi è S. Luca evangelista con il toro in quanto il primo personaggio citato nel suo Vangelo è Zaccaria, sacerdote del tempio e responsabile del sacrificio dei tori. La tradizione gli ha così attribuito l’immagine di tale animale in riferimento ai quattro animali dell’Apocalisse (Ap.4,7) in cui sono stati identificati i quattro Evangelisti, prefigurati anche nella visione di Ezechiele dove il carro della gloria divina era trainato da quattro esseri misteriosi, ognuno dei quali aveva quattro volti: di uomo, di leone, di toro e di aquila (Ez. 1,4-10).
L’altro Santo rappresentato è Antonio Abate, detto anche “il grande”, patriarca egiziano del monachesimo, quasi sempre accompagnato da un maialino che, in origine, era un cinghiale. Egli rimane uno dei Santi più popolari in Occidente per le tante suggestioni e tradizioni legate a lui, al suo maialino, alle tentazioni demoniache da lui subite, al fuoco a lui associato, non solo per averlo portato agli uomini dall’inferno ma anche per essere considerato il guaritore dell’herpes zoster, più conosciuto come “fuoco di S. Antonio”. Un culto accresciuto grazie all’Ordine ospedaliero dei canonici regolari di Sant’Antonio di Vienne, custodi delle sue reliquie e titolari, direttamente o indirettamente, di tanti ospedali, anche molti di quelli presenti nel corso dei secoli in terra di val di Magra: quelli di Pontremoli, di Mulazzo, di Lusuolo, di Villafranca, di Bagnone e di Fivizzano. Ancora oggi i due ospedali lunigianesi di Pontremoli e di Fivizzano sono intitolati al santo anacoreta egiziano.

Non si può dimenticare, inoltre, il suo patronato sugli animali, particolarmente su quelli domestici, che, motivato con ragioni diverse, potrebbe trovare, però, origine in alcune parole della sua vita scritta da S. Atanasio: Antonio che viveva da solo su “un monte altissimo” veniva visitato da “alcune belve” che “si recavano lì per bere e spesso gli danneggiavano la sentina e la coltura. Ma egli prese con dolcezza una di quelle e disse a tutte le altre: «Perché mi danneggiate mentre io non vi faccio alcun danno? Andate via e in nome del Signore non venite più qui». Da quel momento le belve, come se avessero temuto l’ordine, non si avvicinarono più a quel luogo. […] [Antonio] era veramente degno di ammirazione perché, pur vivendo solo nel deserto, non temeva l’aggressione dei demoni, né la ferocia di tanti animali che vi erano, belve, quadrupedi, rettili. Ma, come sta scritto (Sal. 124,1), confidava nel Signore come il monte Sion, con la mente tranquilla e senza turbamenti. Perciò i demoni fuggivano e le bestie feroci, come sta scritto (Gb. 5,23), stavano in pace con lui “
Nel bel quadro conservato nella chiesa di Treschietto, datato 24 maggio 1596 come ricorda la scritta che riporta anche il nome di don Giovanni “Finalio” probabile donatore, il Santo è raffigurato al centro, con il libro, la campanella, il bastone a tau, il fuoco ai suoi piedi e a lato il maialino, qui di colore scuro tanto da essere somigliante ad un cinghiale secondo l’iconografia originaria (8). Nel paesaggio sullo sfondo sono proposti tre episodi significativi rievocanti la visita di Antonio, ormai novantenne, a S. Paolo eremita che aveva 113 anni, la maggior parte dei quali passati in solitudine. Secondo la “Leggenda Aurea”, Antonio avrebbe incontrato un centauro e un satiro che gli indicarono la via per raggiungere il santo eremita. Durante l’incontro con il santo anacoreta un corvo scese dal cielo portando due pani secondo una consuetudine che lo stesso Paolo confidò accadere da 40 anni: un corvo giornalmente gli portava mezzo pane.

Sebbene la devozione a S. Antonio abate in terra lunigianese sia molto diffusa non supera quella verso S. Rocco, il santo pellegrino francese, soccorritore degli appestati e appestato lui stesso, grande taumaturgo per ogni genere di epidemie, visibili ed invisibili, “l ‘ultimo santo laico del Medioevo” (A. Vauchez). La sua iconografia tradizionale lo associa al simpatico cagnolino recante un panino in bocca, come nella raffinata statua conservata nella chiesa pontremolese di S. Giacomo del Campo oggi della Misericordia (9). Ecco come racconta l’origine di questo amichevole legame la più antica vita di S. Rocco o “Vita anonima”, più comunemente detta “Acta breviora” (1420-1430): Rocco “si recò in fretta a Piacenza, avendo saputo che la peste vi infieriva. Anche qui si dedicò agli appestati, guarendoli in nome di Gesù Cristo e della Sua santissima Passione: innanzitutto si impegnava nelle case e negli ospedali dei poveri, cioè in quei luoghi dove c’era più bisogno di assistenza. Dopo aver operato a lungo nell ‘ospedale di Piacenza, un giorno, […J destatosi, sentì il bubbone della peste in una delle cosce e allora rese grazie a Dio, accettando la Sua volontà. […J Sfinito dall ‘acuto dolore, reggendosi sul bastone e benedicendo Dio Onnipotente, Rocco giunse nel bosco di una valle solitaria, non lontana da Piacenza, ed ivi si costruì, con delle fronde, un piccolo giaciglio. […]. Poco lontano sorgeva una villa rurale, abitata da alcuni nobili, tra cui Gottardo, caro a Dio […]. Uno dei suoi cani da caccia, allevato in casa, ogni giorno, sottraeva dalla mensa del padrone una pagnotta di pane che portava a Rocco. Ben presto Gottardo si accorse di ciò e, poiché sia lui che i suoi famigliari ignoravano a chi la portasse, ordinò di mettere sulla tavola un panino. Subito il cane, come ormai era sua il abitudine, lo prese e si affrettò per raggiungere Rocco. Gottardo seguì la cara bestiola, giunse al rifugio del Beato e vide il cane porgere il panino al santo uomo, salutarlo con reverenza e accucciarsi accanto a lui. Ma Rocco, temendo che il cane venisse contagiato dalla peste, gli disse: «Amico mio, allontanati in pace perché sono appestato» La diffusione della devozione a S. Rocco in Lunigiana è testimoniata non solo da maestà, chiese, altari, quadri e statue, ma anche dalla tradizione secondo la quale il santo pellegrino sarebbe passato in questi territori di ritorno da Roma toccando paesi come Corvarola e Virgoletta e sarebbe stato assalito nei pressi del passo del Bratello dai “malandrini”, tradizione singolare raccontata da Fra’ Ginepro, al secolo don Luigi Fugaccia.
Un piccolo contributo, questo, sul significato simbolico di alcuni animali nella spiritualità e iconografia cristiana per ricordare la ricchezza del linguaggio dei simboli perché “non solo viviamo in un mondo di simboli, ma un mondo di simboli vive in noi” (J. Chevalier).
Paolo Lapi, Almanacco Pontremolese 2022, edito e curato dal Centro Lunigianese di Studi Giuridici