
Tra le testimonianze che le epoche preistoriche ci hanno lasciato senza dubbio le coppelle costituiscono la classe più ermetica, problematica e, vorremmo aggiungere, più ingrata.
Infatti, a prescindere dalla loro povertà estetica e dalla difficoltà di ricondurne i caratteri ad un preciso schema tipologico, i quesiti che esse pongono finiscono con l’interessare non soltanto il loro possibile significato bensì la stessa loro appartenenza alla preistoria.
Tali interrogativi, in genere non sorgono dinnanzi a certe amigdale, a certe incisioni antropomorfe, alle armi – alle nostre statue-stele, naturalmente – ma invece si affacciano puntualmente e con prepotenza quando ci si trova al cospetto di certe buchette che, certo, potrebbero essere preistoriche, ma potrebbero pur essere state praticate da pastori e da viandanti di pochi secoli o addirittura di pochi decenni or sono.
In ossequio alla prudenza che tutti questi aspetti suggeriscono di mantenere, è dunque preferibile parlare non già di coppelle (vocabolo che di per sé implica l’esecuzione preistorica) bensì di cavità coppelliformi; vale a dire di quelle cavità che oggettivamente si presentano coppelliformi, aperto rimanendo il discorso sull’attribuzione cronologico.
La relativa frequenza di cavità coppelliformi in Lunigiana già ha suggerito il tentativo di una prima inventariazione della manifestazione (1), e che davvero non rende per ora una completa idea della diffusione di questa pratica, sembra quantomeno già delineare tre distinte macchie di presenza, i cui rispettivi centri possono individuarsi, grosso modo, sulla dorsale montuosa che da Portovenere volge verso Levanto (separando la costa delle Cinque Terre dal Golfo della Spezia e quindi dalla Val di Vara), nel bacino dell’Aulella e, infine, nella medio-alta valle di Magra.
Anche nella vicina Garfagnana esistono cavità analoghe e, tenuto conto degli stretti legami che uniscono queste attigue regioni, specialmente alle falde del massiccio apuano, sembra opportuno trattare, in questa breve rassegna, anche di quest’ultima zona.
La presente memoria si propone di registrare i più recenti riconoscimenti di tali cavità nei vari siti, senza trascurare di rammentare anche i possibili riferimenti preistorici ed archeologici. Ciò, peraltro, all’unico scopo di fornire una più completa idea dei rispettivi contesti ambientali e senza volere affatto implicare alcuna diretta connessione – d’altronde indimostrabile – con le manifestazioni coppelliformi.
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- Nella media ed alta valle di Magra
Sulle montagne che delimitano il medio e l’alto bacino della Magra già si sono osservate parecchie cavità coppelliformi e scodelliformi. Talune di esse presentano anche relazioni abbastanza dirette con testimonianze preistoriche reseci dall’archeologia (grotta di Canossa (2), Taponecco (3) o dal folklore (Monte Burello) (4). Ma altre cavità sono state più recentemente riconosciute, e tutte concorrono a definire una vasta area nella quale, questo fenomeno, senza assurgere ad una particolare intensità appare tuttavia piuttosto diffuso.
- Giaredo
Una piccola composizione di coppelle e canalicoli è presente sopra un masso, assai prossimo al torrente Gordana, proprio a margine di un ampio spiazzo erboso di natura alluvionale che si stende tra le case di Giaredo ed il corso dell’acqua. Il masso è posto esattamente a settentrione del Monte Burello. La composizione è assai consunta e perciò difficilmente descrivibile. Si può dire comunque che le cavità non sono meno di otto, scavate a pochi centimetri l’una dall’altra, disposte grosso modo in due file parallele e collegate in parte da canalicoli. La superficie incisa è di circa cm. 20 x10 ; le cavità sono piuttosto piccole (i diametri sono di circa 1 cm e poco meno misura la loro profondità). La sezione è per lo più conoidale. I canaletti presentano invece una sezione più arrotondata ed in qualche tratto sembra coincidano con fessure naturali della pietra. Il masso (sicuramente enorme: la parte visibile è lunga oltre due metri e larga circa la metà) presenta le incisioni in una zona apparentemente marginale della superficie scoperta; ad una prima ispezione non sembra che esso contenga altre composizioni, ma occorre tener conto del fatto che quasi tutta la pietra è coperta di muschi e di licheni, i quali non rendono affatto agevole la lettura. La zona è oltremodo interessante sotto il profilo toponomastico (5), archeologico (6), geografico (7) e folklorico (8) ma l’assieme di questi aspetti non deve farci dimenticare la possibilità – data anche la vicinanza delle case (ora abbandonate) di Giaredo – che la composizione sia invece opera relativamente recente (9). La stessa consunzione dell’intero complesso di per sé non è indicativa, trattandosi di un tipo di pietra non molto dura.
- Arzelato
Ad Arzelato, gruppo di casali del Pontremolese occidentale, non lontano dal Monte Burello (10), ci sono stati segnalati due distinti episodi litici (11)
- Una coppella grande quanto un pugno, scavata sul sagrato della chiesa di San Michele (12)
- Due buchette scavate in una pietra affiorante su una vicina sommità
Rammentiamo che il territorio di Arzelato, similmente al non lontano sito del Burello ed a quello di Giaredo, è ricco di leggende assai interessanti, molte delle quali hanno quale protagonista il diavolo (13)
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Dario Manfredi, Recenti riconoscimenti di cavità coppelliformi in Lunigiana e Garfagnana, in Preistoria d’Italia – Alla luce delle ultime scoperte – Volume quarto, Atti del IV Convegno nazionale di Preistoria e Protostoria, Pescia 8-9 dicembre 1984
- D. Manfredi, Cavità coppelliformi in Lunigiana, in Giorn. Stor. Lunigiana, XXVI – XXVII (1975-1976), pp. 290-304
- Sulle incisioni rupestri di Canossa v.: D. Mfredi, Cavità, cit., pp. 297-298; F. Ruschi, Istoriazioni geometriche nella grotta di Diana presso Canossa in Lunigiana, in Boll. Centro Cam. St. Preist., XVI (1977), p. 139. Presso Canossa sono state rinvenute due statue-stele.
- Anche a Taponecco è stata rinvenuta una statua-stele
- Sul Monte Burello, che molti indizi folkloristici additano quale sede di un culto preromano delle vette, cfr. i due fondamentali lavori di Manfredo Giuliani, Gli usi funebri nella Val di Magra, in Arch. Etnog. Psic. Lunig., I (1911), II; Monte Burello e il culto ligure delle cime, in Arch. Stor. Prov. Parm., s.q. XVI (1964). Sulle incisioni del Burello in particolare v.: D. Manfredi, La chiesa di S. Giovanni Battista di Rossano ed i culti preromani nei “luci”, il Cron. Stor. Val di Magra, X-XI (1981-1982), pp. 31-36
- Su Giaredo cfr.: M. Giuliani, Zeri e il suo etimo e la Z dentale sibilante, in Arch. Stor. Prov. Parm., s.q. XVI (1964)
- A Giaredo fu rinvenuta dal Giuliani una punta di freccia neolitica di selce ( M. Giuliani, Leggende Pontremolesi, in Arch. Etnog. Psic. Lunig., III (1914), 1-2, p. 21 n. 1) e, di là dal torrente, è assai prossimo il sito di S. Cristoforo di Gordana, nelle cui pertinenze è emersa la più settentrionale delle statue-stele e, forse, un menhir (M. Giuliani, su un ritrovamento a San Cristoforo di Gordana, in Mem. Acc. Lunig. Scienze G. Capellini, XXVIII – XXIX (1958)
- Ancorché la zona appaia oggi appartata, o meglio, del tutto fuori mano, converrà non dimenticare che così in passato non era e che inoltre, sull’altra riva del torrente, alle falde del Burello, si è fissata la tradizione che ivi transitasse la via di Annibale (V.: M. Giuliani, La via del Borgallo, il “Pagus Vignolensis” e il “Castrum Grundulae”, in Arch. Stor. Prov. Parma. S.q. VI (1954)
- Negli Stretti di Giaredo è tutt’ora operosa la leggenda dei “sarasin”, che avrebbero abitato le tane di queste scoscese contrade. In proposito v.: I. Cocchi. Due memorie geologiche sulla Val di Magra, Firenze, Barbera, 1870; M. Giuliani, Leggende, pp. 20-21.
Meriterà osservare che tra le varie ipotesi avanzate circa l’origine di queste leggende (intese quali travisati ricordi oscuri di presenze bizantine, ungariche, saracene ect.) c’è pur quella che la riferisce a popolazioni celto-liguri, sfuggite tanto alla romanizzazione quanto alla successiva cristianizzazione del territorio (M. Ferrari, ipotesi sui “Sarasin”, in Arch. Stor. Prov. Parm., s.q. XXXI (1979), pp. 53-57. Rammentiamo che leggende di “sarasin” sono presenti anche in altre zone lunigianesi (P. Ferrari, Il “Castellaro” di Monte Castello nell’alta Valle del Capria in Lunigiana, in Arch. Stor. Prov. Parm., XXVI (1927); C. Caselli, Lunigiana Ignota, La Spezia, 1933; M. Giuliani, Il Comune di Parma e la “Valsazulina” in Lunigiana, in Arch. Stor. Prov. Parm. S.q. VII (1955): Id., Alcune particolarità della “Valdantena” (Alta Val di Magra), in Arch. Stor. Prov. Parm. S.q. XIII (1\961) Tracce di simili leggende furono peraltro colte anche sul versante parmense dell’Appennino (G. Micheli, Il viaggio del Capitano Antonio Boccia nell’Appennino Parmense, Parma, 1906)
- Annotiamo che presso un’abitazione rustica di Ponteccio (Garfagnana)si osserva una composizione assai simile, il cui stato di conservazione – di gran lunga migliore – induce tuttavia a proporre per essa un’assai più recente datazione
- Il luogo è interessato da una curiosa leggenda, profondamente radicata nella tradizione locale. V.: R. Boggi, Son tornate le formiche sul campanile di Arzelato, in La Nazione, cron. Lunigiana, 4 ott. 1983
- Manfredo Giuliani riferisce una leggenda (fissata nella Storia di Pontremoli manoscritta di Vitale Arrighi) secondo la quale al di là del paese di Arzelato ci sarebbe una grotta che reca inciso un piede di cavallo. Il cavallo e il suo cavaliere altro non sarebbero stati se non due demoni che avrebbero impedito a dei pontremolesi di impossessarsi del “tesoro di Apua”, presso Saliceto (M. Giuliani, Leggende Pontremolesi, cit., pp. 17-18). È noto che in Lunigiana come altrove, le leggende di cavità legate a demoni ed a destrieri sono ben radicate e tutt’altro che infrequenti. Cfr. Le impronte del diavolo versione raccolta da R. Boggi) in Componimenti di Letteratura Tradizionale Lunigianese, Villafranca Lunigiana, Ass. M. Giuliani, 1974, pp.41-42, anche per la ricca bibliografia ivi citata.
- Il luogo è interessato da una curiosa leggenda, profondamente radicata nella tradizione locale. V.: R. Boggi, Son tornate le formiche sul campanile di Arzelato, in La Nazione, cron. Lunigiana, 4 ott. 1983.