L’agnello, le uova…..l’attesa per la festa

Anche in Lunigiana fin da tempi remoti si è mangiato l’agnello a Pasqua. Il territorio ha una notevole abbondanza di prati e pascoli che nei secoli ha reso possibile la pastorizia e ne ha fatto una delle attività economiche prevalenti. Nella stagione invernale molti pastori erano però costretti a portare i loro greggi nella Maremma toscana o nelle pianure di Pisa e Livorno. Partivano da Groppo S. Pietro, Torsana, Camporaghena, Comano, Bottignana, Sassalbo, Mommio, Regnano, Ungliancaldo, Equi, Aiola, Monzone, Tenerano, Cecina e Vinca, così veniva elencando nel 1881 I ‘ agronomo Raffaello Raffaelli e si limitava ai territori del circondario di Massa, che allora comprendeva anche la Lunigiana media e orientale e in più Calice al Cornoviglio. Per i giorni della Pasqua tornavano ai loro paesi d’origine con gli agnelli pronti per il pranzo pasquale. Piatto forte era quello cotto nei testi con patate cosparse di battuto di lardo e rosmarino: una prelibatezza. Le pecore venivano accoppiate al montone in luglio e agosto per avere in primavera gli agnelli, che rifornivano un notevole mercato. Dalla macellazione degli agnelli si ricavava anche un fermento, detto caglio o presame, che veniva usato per la coagulazione del latte nella produzione artigianale e casalinga del formaggio.
La mensa pasquale era ricca anche di uova, disponibili in abbondanza, data la stagionale intensità produttiva delle galline. Erano uno degli ingredienti principali della “pasta reale”, il dolce maestoso e soffice che si preparava in tutte le case e che si gonfiava senza uso di lievito perché i tuorli e gli albumi erano lavorati a lungo separatamente e con grande delicatezza, senza grassi, neppure per ungere i testi, si metteva sul fondo solo la carta gialla. Gli uomini dei paesi, almeno così abbiamo visto fare a Vignola, dopo essersi “confessati e comunicati almeno una volta all’ anno a Pasqua”, come prescriveva il catechismo, giocavano con le uova sode a farle scorrere su uno spazio pari di prato, che funzionava come un improvvisato campo da bocce. E poi la colazione abbondante con frittata di uova e salsicce, quelle del maiale allevato e lavorato in casa, fondamentale provvista delle famiglie per tutta l’annata.
L’ attesa della festa era forte, c’era il senso della rinascita dopo i giorni del lutto e del silenzio della Settimana Santa coi suoi riti e tradizioni. La preparazione dei “Sepolcri”, nelle chiese in luoghi speciali o davanti agli altari con esposizioni di immagini e statue di Cristo sotto la Croce o in grembo alla Madre Addolorata col cuore trafitto da frecce, era un evento molto importante e vissuto con devozione. Le visite ai “Sepolcri” di tutte le chiese erano fatte da moltissime persone, anche dai paesi. I vasi fioriti di ornamento erano preparati per tempo nelle famiglie, predominavano i “balghi”, fiori belli dai vivaci colori che forse sono delle violaciocche, e le “vecce”, piantine di grano o di orzo fatte crescere al buio che, prive di fotosintesi clorofilliana, assumevano colore bianco o giallo pallido con effetto ornamentale. Dopo la Deposizione di Gesù nel Sepolcro si “legavano” le campane: in sostituzione i fedeli erano chiamati alle funzioni con lo stridente e debole rumore delle “raganelle”, attrezzi in legno di fattura casalinga che “gracidavano” coi loro ingranaggi rudimentali: si diceva che servivano a “battere Pilato”.
Spesso dal vivo era rievocata la “via crucis”, si faceva la processione del Cristo morto (e in molti paesi del mondo cristiano si continua a fare, con grande effetto in Spagna); i protagonisti erano del paese e interpretavano con sincera partecipazione gli eventi centrali della religione cristiana. I cattivi, con tradizionale e forse ingenuo antisemitismo, erano i “perfidi giudei”, contro i quali nelle preghiere del Venerdì Santo si è continuata a invocare la maledizione di Dio fino a quando papa Giovanni XXIII finalmente la fece cancellare dalla liturgia.
L’uovo di Pasqua di cioccolata, così caro di prezzo quest’ anno, non c’era, se non per pochi fortunati ricchi di città, e neppure c’era la colomba o altro del mercato attuale. Le uova da mangiare e per fare festa erano quelle di gallina, fatte sode e colorate con vati espedienti, facendole bollire con erbe ed ortaggi, di cui una lunga esperienza aveva insegnato a conoscere le proprietà cromatiche e benefiche. Il pranzo pasquale in alcuni paesi iniziava con la consumazione di un uovo sodo portato prima a benedire in chiesa durante la Messa. Era un trionfo di uova, mangiate senza le preoccupazioni moderne dell’aumento di colesterolo nel sangue: una volta non si facevano tante analisi e forse si viveva meglio e può darsi anche più sani.
Il significato pasquale del passaggio a vita spirituale nuova era collegato anche alla benedizione delle case, concentrata nei giorni strettamente a ridosso della festa. Le donne lavoravano per tempo e minuziosamente per pulire a fondo tutta la casa e ornarla con centri e centrini: si sentiva, che veniva un “ospite” importantissimo, era Gesù risorto che portava la sua benedizione alla famiglia.
Con semplicità una Buona Pasqua.
Maria Luisa Simoncelli, Il Corriere Apuano, 10.4.2004