ALBORI DELLA RESISTENZA A PONTREMOLI

La targa commemorativa delle Brigate Beretta esposta nella piazzetta della Pace a Pontremoli

Il territorio pontremolese costituisce l’estremo lembo Nord della Lunigiana (o Val di Magra). Esso è compreso in quell’arco naturale formato dalla catena dell’Appennino tosco-emiliano, tra il monte Gottero a ponente, il monte Molinatico a Nord e la catena del monte Orsaro a levante. La città si trova allo sbocco delle valli del Magra, del Verde e del Gordana.

Pontremoli, detta dagli antichi, «chiave e porta» dell’Appennino, è situata in un punto vitale per le comunicazioni tra la pianura padana occidentale e l’Italia tirrenica centro -meridionale.

Le antichissime vie che attraversano l’Alta Lunigiana, dirette ai valichi appenninici, passavano tutte dal nodo obbligato di Pontremoli; di qui transitarono re, eserciti, pellegrini, commercianti, dai tempi dei romani, durante il Medioevo e sino ai tempi nostri. Notissime, sin dall’antichità, la cosiddetta «via di Cenova» per la valle del Gordana, Zeri, Sesta Godano, Sestri Levante; le vie «del Borgallo e del Bratello» per Borgotaro, Bedonia, Bardi, Piacenza; la famosa via «Francigena o di Montebardone» (l’attuale statale 62  o della Cisa) per Montelungo, Berceto, Fornovo; la via «del Cirone» per Corniglio, Langhirano, Parma.

Al sud della città tutte queste vie si riunivano per proseguire per Sarzana, Pisa, Roma. Il possesso di queste strade, e dei valichi appenninici del territorio pontremolese, diedero luogo ad infinite contese, per cui Pontremoli si trovò sempre al centro di vicende belliche – spesso contesa od alleata di Stati assai più potenti, come Milano, Firenze, Genova, Parma o Piacenza.

Pontremoli nell’Alto Medioevo fu libero e fierissimo Comune e quale città della Lega Lombarda partecipò alle lotte antifeudali specie contro i Malaspina, alleandosi ora con Piacenza ora con Parma, per mantenere la propria indipendenza vedi Storia di Parma dell’Affò).

Nel 1167 si oppose fieramente a Federico Barbarossa, che tentava col resto del suo esercito, di ritorno da Roma, di penetrare per la Cisa in Lombardia; tanto che il Barbarossa, trovato sbarrato il passo, dovette ricorrere all’aiuto dei Malaspina e raggiungere Pavia attraverso i monti dello Zerasco.

Nel 1495 si oppone all’imperatore Carlo VIII di Francia, che tornava dalla spedizione di Napoli, e fu da costui incendiata pochi giorni prima della famosa battaglia di Fornovo.

La città però indebolita da violente discordie interne, all’aprirsi del sec. XVI, non potè più resistere alle aggressioni dei forti stati vicini, e così cadde sotto una lunga serie di signorie italiane e straniere, dai Fieschi di Lavagna a Castruccio Castracani di Lucca, dai conti Rossi di Parma agli Scaligeri di Verona, ai Visconti ed agli Sforza di Milano, dai re di Francia a Carlo V ed ai re di Spagna. Dipese dal Ducato di Milano per circa 260 anni, dalla Repubblica di Cenova, dal Granducato di Toscana e dopo il periodo Napoleonico, dal Ducato di Parma. Prima del 1859, Pontremoli era capoluogo di una provincia degli Stati parmensi detta «Lunigiana parmense», poi sotto il Regno d’Italia fu trasformata in Circondario e Sottoprefettura. La Diocesi, epilogo di una lunga vicenda tra Autorità civile ed ecclesiastica, fu eretta nel 1787, dopo che Pontremoli assurse ufficialmente al rango di «Città». Anticamente il borgo era cinto di alte mura e difeso da tre fortezze (Piagnaro, Cacciaguerra, Castelnuovo) e da sei torri. Rimangono notevoli vestigia del suo illustre passato: alcune delle antiche porte, alcuni ponti, il castello, le torri sono ancora visibili e ben conservati. Notevoli alcune antiche chiese, alcuni palazzi dagli artistici portali lavorati in pietra, alcune strade che conservano nel loro aspetto il ricordo dell’antica grandezza.

Per questo lo storico Lodovico A. Muratori ebbe a scrivere: “ Pontremoli terra antica, terra nobile e capo di bel paese, e tale che fa nobiltà… Corron già molti secoli che quella terra è potente e rinomata nella storia, e però degna di qualsivoglia onore».

Pontremoli fu anche elogiata negli scritti di Giuseppe Mazzini per lo spirito fiero e battagliero dei suoi abitanti.

Valorosi combattenti parteciparono alle lotte garibaldine ed alla Grande Guerra 1915-’18.

Anche nell’ultimo conflitto la città di Pontremoli non smentì le sue origini e le sue tradizioni, opponendosi fieramente all’invasore nazi-fascista, dando aiuto e rifugio ai prigionieri alleati, ai soldati sbandati in transito, fornendo ai primi nuclei partigiani non solo assistenza morale e materiale, ma dando alla resistenza armata la sua migliore gioventù.

La lunga oppressione fascista, i morti di una guerra non sentita dal popolo, il sentimento antifascista, alimentato dai numerosi emigrati nelle libere democrazie, e soprattutto la vecchia matrice dei partiti democratici, quali il Partito Popolare qui fondato da Gronchi e dal «Crociato Severino», il partito socialista e comunista, il partito d’azione e repubblicano, le cui idee erano radicate da antica tradizione nell’anima popolare, fecero esplodere, nella gioventù di allora, di tutti i ceti sociali: studenti, operai, contadini, un movimento spontaneo di ribellione, che diede vita ai primi nuclei di «ribelli» della zona.

Sorsero così agli albori del 1944, le prime formazioni partigiane, esigue di numero e male armate, ma che saranno(? il seme delle future brigate partigiane.

E qui doveroso ricordare questi primi nuclei, anche se l’elenco è succinto e forse Incompleto:

1) un distaccamento di «Beretta» dal nome di battaglia dei leggendari fratelli borgotaresi: Guglielmo e Gino Cacchioli , allora inquadrato nella brigata «Vecchia Cento Croci», operò sin dall’inizio, inverno 1943-1944 , sui monti di Zeri, nei pressi del valico dei «Due Santi», di cui facevano parte giovani di Zeri, Cervara, Vignola, ecc.

2) nella zona del Molinello – Groppo del Vescovo Logarghena, operò il gruppo: «Birra» dal nome di battaglia del comandante: Giuseppe Molinari, già ufficiale degli Alpini della Julia , composto di giovani pontremolesi, di estrazione cattolica, che poi farà parte della II brigata Julia e quindi confluirà nel marzo ’45, nella III brigata «Beretta» div. Cisa).

3) sui monti di Cervara, confinanti col borgotarese, operò sin dai primi tempi sino all’agosto ’44 , il battaglione «Picelli» di estrazione di sinistra , proveniente dal Monte Penna e comandato prima da Fermo Ognibene( medaglia d’oro al V.M. – caduto a Succisa il 15/3/44), e poi da «Facio» (Castellucci Dante) – medaglia d’argento al V.M., che dopo audaci imprese ( tra cui la battaglia del Lago Santo) morirà, nell’agosto ’44, sui monti di Zeri, fucilato da uno «pseudo» tribunale di guerra, composto da suoi compagni di fede e di lotta, per motivi tuttora oscuri di rivalità personale (vedasi una dettagliata relazione in: «Storia della Brigata Matteotti – Picelli» di G. Ricci – Istit. Stor. Resist. La Spezia, 1978).

4) nelle montagne di Rossano-Zeri sorse, ad opera del Maggiore inglese: Gordon Lett, fuggito da un campo di prigionia, (capo della Missione alleata, poi Governatore militare di Pontremoli), un gruppo denominato: «Battaglione Internazionale», perché comprendente oltre ad elementi locali, anche ex-prigionieri alleati, disertori ed ex militari di vane regioni e nazionalità.

5) nella zona della «Madonna del Monte», in territorio di Mulazzo, prese vita il «Battaglione Pontremolese», che colla formazione di Gordon Lett, faceva parte della IV Zona operativa Ligure, comprendente le brigate «Matteotti-Picelli » .

Subito dopo l’8 settembre ’43, Pontremoli, assiste allo sfacelo di un nostro reggimento di alpini, dislocati nei pressi del valico della Cisa. I soldati abbandonati dagli Ufficiali, gettano le armi per far ritorno alle loro case. Tali armi, in prevalenza vecchi moschetti ’91, vengono raccolte e nascoste dai giovani della zona e serviranno poi ai primi partigiani.

In questo periodo Pontremoli è testimone e vittima di una delle prime rappresaglie tedesche nell’Italia del Nord.

Il singolare episodio merita di essere citato.

Nella notte del 30 settembre ’43, due ufficiali inglesi fuggiti da un campo di concentramento del Massese, sorpresi nel sobborgo della SS. Annunziata da due tedeschi, li uccidono a colpi di pistola. Le autorità naziste impongono allora alle autorità civili la consegna di dieci ostaggi civili: cinque comunisti e cinque antifascisti; al netto rifiuto, i germanici prelevano 14 pontremolesi più o meno sospetti di sentimenti antifascisti e li traducono al Tribunale di Guerra Germanico di S. Stefano Magra. Nel frattempo però i due inglesi vengono ripresi presso il valico della Cisa. Costoro saputo del prelievo degli ostaggi, si dichiarano responsabili del fatto e mentre gli ostaggi vengono liberati, un plotone di esecuzione li fucila sul luogo della cattura, essi muoiono coraggiosamente gridando: «Long live England».

Al momento del rilascio i 14 ostaggi portano alla città la condanna del Comando tedesco. La sentenza dice: «La città di Pontremoli viene condannata alla pena di lire italiane trentamila, perchè, perquisiti i due ufficiali inglesi, catturati al passo della Cisa, e rei confessi dell’uccisione di due tedeschi al Canal d’Angelo, vennero trovati in possesso di carne arrostita ancora tiepida. Fatto questo che sta a provare come i due ufficiali siano stati ospitati e rifocillati da gente del pontremolese.

Dal Comando Superiore Germanico – Tribunale di Guerra – 1 ottobre ’43».

E frattanto i primi nuclei dei partigiani cominciano a far sentire la loro presenza nella zona con colpi di mano contro le vie di comunicazione stradale e ferroviaria. Alcuni giovani studenti, richiamati alle armi e posti a guardia della linea ferroviaria Parma-La Spezia, vengono nottetempo prelevati dai partigiani d’intesa con i militari, e passano con armi e bagagli a far parte della resistenza. La predetta milizia ferroviaria veniva ironicamente chiamata: «Banda d’Affori».

I tedeschi ed i fascisti, cui preme grandemente la sicurezza delle di rifornimento e che hanno già fatto di Pontremoli la base di rifornimento per la vicina «linea gotica», non tardano a passare al contrattacco, terrorizzando con atti di gratuita ferocia la popolazione inerme.

Il 13 e 14 marzo 1944, alcune centinaia di militi del Battaglione S. Marco e della X Mas di Valerio Borghese che a Spezia aveva ricostituita la formazione militare, vengono sguinzagliati nei sobborghi a nord di Pontremoli. Dopo aver concentrata tutta la popolazione di Vignola e Casa Corvi nella piazzetta del paese, i repubblichini si danno alla ricerca dei «ribelli» casa per casa.

Delusi da questa ricerca, semiavvinazzati si danno alla caccia all’uomo, sparando all’impazzata contro chiunque si muova nei campi e per le strade; vengono cosi barbaramente uccisi due giovani, innocenti contadini: Silvio e Renato Galli, che potavano tranquillamente le viti; viene pure ucciso, a distanza, tale Ferrari malato di cuore, che si era seduto su un macigno, per riposarsi.

Il 17 marzo 1944 per vendicare l’attacco al treno operato il 13/3/44 dal gruppo «Betti» nella stazione di Valmozzola, per liberare alcuni partigiani prigionieri, vengono fucilati sempre a Valmozzola dal Battaglione «S. Marco-X Mas» del comandante Borghese, sette giovani partigiani catturati nel Bagnonese (tra cui due soldati russi disertori) dopo essere stati rinchiusi e torturati nel Seminario di Pontremoli, nonostante le dure proteste e l’accorato intervento del Vescovo di Pontremoli: Mons. Giovanni Sismondo medaglia d’argento al Valor Civile).

(Vedasi: opuscolo di Mons. Sismondo: «Nei venti mesi di dominazione tedesca» – Tipografia Artigianelli – Pontremoli, relazione per la S. Sede).

Nell’assalto al treno in Valmozzola perde la vita, assieme al Comandante della scorta fascista ed a due militi della R.S.I., il capo dei ribelli: ten. Mario Betti, poi decorato di medaglia d’oro al Valor Militare.

Il giorno dopo l’eccidio di Valmozzola, il comandante la «X Mas», ha fatto affiggere in Pontremoli, un manifesto che dice: «A Valmozzola sono stati fucilati otto banditi».

Il Vescovo di Pontremoli, Mons. Sismondo, che ha visitato e confortato nel Seminano i morituri, ha scritto ai genitori dei Caduti: «Sono morti sorridendo. La loro morte ha sapore di Martirio! ».

Tali episodi di ferocia non abbattono il morale dei «ribelli», nè quello della popolazione che presta loro generosa ospitalità.

I partigiani, sebbene ancora esigui di numero e male armati, compiono azioni di grande risonanza nella zona, attaccando numerosi presidi nemici e le vie di comunicazione.

In una di queste azioni, il 15 marzo 1944, muore a Succisa, combattendo eroicamente contro forze fasciste preponderanti, il valoroso comandante del gruppo «Picelli»: – Fermo Ognibene medaglia d’oro alla memoria. A lui succederà il suo vice-comandante, il prestigioso: Facio, che dopo pochi giorni (18/3/44) sosterrà con nove uomini la leggendaria battaglia del Rifugio del Lago Santo contro uno schiacciante numero di tedeschi e fascisti (v. Mugerli in «La battaglia del Lago Santo – ed. Artigianelli Pontremoli).

Il capitano delle SS che comandava la spedizione, disse di quei nove partigiani, che gli erano sfuggiti, dopo il drammatico accerchiamento durato più giorni: «Questi sono gli italiani che dovrebbero combattere con noi».

Il 16 aprile 1944 le forze (X Mas) di Valerio Borghese, che aveva il quartier generale a La Spezia, guidate da spie fasciste, compiono un massiccio rastrellamento nelle montagne della Cervara, ove si era acquartierato il battaglione «Picelli», proveniente dal Monte Penna (Parma).

I militi fascisti non riuscendo ad accerchiare i partigiani (circa 60 uomini), che riescono a sottrarsi in tempo, devastano ed incendiano le case del paese, uccidendo anche alcuni civili.

Il giorno dell’assalto ai caselli ferroviari (aprile ’45), il Comando della divisione «Cisa», di stanza alla «Cervara», riuscirà a stento a trattenere quel prodi montanari da azioni di rappresaglia sui numerosi prigionieri tedeschi concentrati in quella zona, che anzi verranno rifocillati e poi consegnati agli Alleati.

Intanto a Pontremoli primavera 1944), occupata da ingenti forze nazifasciste che presidiavano la città, la strada statale della Cisa e la Ferrovia Parma-La Spezia, il movimento popolare antifascista che fa capo al costituito Comitato Liberazione Nazionale (C.N.L.), organizza la resistenza passiva all’invasore, raccogliendo notizie belliche e rifornimenti per i partigiani. Di esso fanno parte, per la D.C.: Italo Podestà e Del Nero; per il P.C.I.: Capelli; per il P.S.I.: Bertolini; per il partito d’azione: Angella. Altri esponenti dell’antifascismo locale sono: Ottorino Buttini poi Sindaco alla Liberazione), Girolamo Lungo, Mario Savani, Guglielmo Gianello, Agostino Orioli, Pinotti, Rabuffi, Ferrari, Ravani, Coltelli, Spuri, Bisciotti, Dani, Del Signore ed altri.

E doveroso ricordare anche il prezioso contributo dei medici pontremolesi, in particolare del Prof. Uggeri, primario dell’Ospedale civile, che ebbe a curare diversi partigiani feriti, ricoverandoli spesso, a rischio della vita, sotto falso nome, nel suo nosocomio, controllato dai nazifascisti, ove i feriti venivano amorevolmente assistiti dalla indimenticabile suor Armanda.

Da ricordare anche il generoso contributo professionale, tra rischi e disagi, prestato a favore dei partigiani dai medici della zona, tra cui: il dott. Bertolini, il dott. Giumelli, il dott. Drapchind.

Per più dettagliati particolari sull’opera degli antifascisti e dei medici pontremolesi, nonché per i numerosi episodi d’eroismo partigiano e per l’elenco dei caduti, vedasi l’opera in tre volumi di Mino Tassi, antifascista della prima ora ed organizzatore con «Birra» (Giuseppe Molinari) della II Brig. Julia e quindi della III Brig. Beretta, di cui assumerà la carica di «Commissario».

(V. Mino Tassi: «Pagine Pontremolesi», editore: Tipografia Artigianelli, Pontremoli – 1960).

A tale unanime moto antifascista della popolazione, non è da meno il clero pontremolese, che sin dall’inizio ha dato asilo ed aiuto ai giovani partigiani ed alle loro travagliate famiglie. Ne è la riprova il fatto che nella diocesi di Pontremoli ben sette sacerdoti sono stati fucilati dai tedeschi durante l’occupazione. Essi sono: D. Lino Baldini, parroco di Camporaghena, D. Eugenio Grigoletti Adelano Prof. D. Angelo Quiligotti (Zeri), D. Michele Rabbino (San Terenzo Monti , D. Alberto Battilocchi (Ceserano), D. Sante Fontana ( Comano) , D. Giuseppe Lorenzelli (Corvarola), ed infine D. Quinto Barbieri (Succisa) che morirà a seguito dei maltrattamenti e sevizie subiti.

(Vedasi opuscolo di: D. Bruno Ghelfi dal titolo: «Stole Insanguinate – Contributo del Clero Pontremolese alla lotta di Liberazione» Edizione Artigianelli, Pontremoli).

Da ricordare, ancora, che nel luglio 1944, oltre trenta sacerdoti della diocesi pontremolese vennero prelevati dai tedeschi e deportati a Parma, per essere interrogati circa la loro sospetta attività antifascista. Dopo molti giorni di detenzione vennero rilasciati per l’energico intervento del Vescovo di Parma: Mons. Evasio Colli. (V. Mons. Sismondo in «Venti mesi di dominazione tedesca – Ediz. Artigianelli Pontremoli, già citato).

A coronamento di questo, al di sopra di ogni altro sacerdote, emerge però la luminosa figura del Vescovo di Pontremoli: Mons. Giovanni Sismondo, le cui benemerenze verso la cittadinanza sono state riconosciute anche con la concessione della Medaglia d’Argento al valor civile.

Egli sempre si adoperò, al limite di ogni pericolo o sacrificio, in favore della popolazione inerme, degli ostaggi, dei perseguitati di qualsiasi colore. Protestò spesso (come sopra ricordato per l’episodio di Valmozzola) presso i Comandi nazifascisti della città per le barbarie, cui era testimone.

Si adoperò in ogni modo, anche per lo scambio di prigionieri, salendo sulle montagne presso i Comandi partigiani,( di Beretta e di Gordon Lett), riuscendo anche ad ottenere, attraverso le Missioni Alleate ivi dislocate, che fosse evitato a Pontremoli il preannunciato «bombardamento a tappeto». Riuscirà, poi, nell’imminenza della ritirata, ad ottenere dal Comandante della Wermacht l’ingente ammasso di viveri della guarnigione, che egli distribuirà a favore dei poveri e di tutta la popolazione. Il fermo atteggiamento antifascista, del resto, Mons. Sismondo lo aveva già dimostrato sin dai primi giorni dopo l’8 settembre ’43 continuando imperterrito e con raro coraggio a recitare nei solenni pontificali, la preghiera per il «Re», prevista dal Concordato e che egli continuò a considerare pubblicamente come unico governo legittimo, nonostante le ripetute minacce di prigionia da parte dei fascisti.

Non va, poi, dimenticato il più valido e coraggioso collaboratore del Vescovo, durante quei mesi tempestosi, e cioè: il canonico D. Marco Mori, professore del Seminano Vescovile, che spesso espose la sua vita, per portare a termine azioni pericolose a favore di prigionieri, di ostaggi, di perseguitati, seguendo il Vescovo nelle varie missioni presso i Comandi partigiani ed i Comandi nazisti.

Intanto l’11 luglio 1944 le truppe alleate liberano Firenze e si spingono sino agli avamposti della linea «Gotica», che va dal Tirreno (lido del Cinquale – Massa) sino all’Adriatico( Rimini). Trattavasi di una serie di fortificazioni (fortini, gallerie, campi minati, ecc.) che rafforzavano le già notevoli difese naturali offerte dal massiccio dell’Appennino Tosco-emiliano, realizzate in pochi mesi dall’organizzazione germanica dall’ing. Fritz Todt, con il lavoro forzato di circa 20.000 italiani e prigionieri di varia nazionalità.

Mentre il gruppo d’ Armate Alleate comandato dal gen. Alexander si prepara a scardinare l’ultima linea tedesca che dà accesso alla Valle Padana, in quell’estate piena di speranze, le file partigiane si sono ingrossate; tutti credono imminente la «liberazione». Nell’Italia occupata i partigiani hanno creato a prezzo di sacrifici e di sangue alcune zone «libere», le più note: la Repubblica della Val d’Ossola e di Montefiorino.

A Pontremoli la popolazione segue con entusiasmo le notizie che provengono dalla vicina «Val Taro», ove le formazioni partigiane, agguerrite e ben equipaggiate hanno creato, dopo sanguinose e vittoriose battaglie con i tedeschi, la «Libera Repubblica della Val Taro». (Vedi motivazione medaglia d’oro, in appendice).

La stampa antifascista, edita nella vicina libera Repubblica Partigiana, reca i nuovi ideali di libertà e di democrazia (v. «La Nuova Italia»).

I giovani corrono in massa verso le montagne dell’Appennino per arruolarsi tra i partigiani; si creano canzoni, è tutto un fiorire d’iniziative in vista della prossima liberazione. L’intera popolazione, infatti, è al loro fianco, i «rlbelli» sono figli della nostra terra; figli adottivi diventano anche i partigiani del meridione e di tutte le contrade italiane, così come i disertori delle divisioni fasciste (Italia, Monterosa) che hanno preferito la libertà, ed i magnifici combattenti russi, che hanno disertato dall’esercito tedesco.

Della splendida solidarietà italiana, in quest’ora di speranze, il maggiore inglese: già evaso da un campo di prigionieri, comandante del «Battaglione Internazionale» dislocato nello Zerasco-Rossano, ebbe a dire: «Quando siamo fuggiti dai campi di concentramento nulla conoscevamo delle popolazioni italiane. Pian piano camminando verso il mare, verso Spezia, abbiamo cominciato a conoscere la gente. Erano quasi tutti contadini, ma brava gente, solidi, con un coraggio tremendo, naturalmente andavamo a letto sporchi; ma era vita di allora.

Io, come molti altri inglesi ed ex partigiani di altre nazioni, non saremmo vivi oggi se non avessimo avuto la solidarietà di quel magnifico popolo».

Ma le fervide speranze dei partigiani e delle popolazioni dovevano ben presto subire un’amara delusione, e l’aspirazione alla libertà doveva essere pagata a prezzo di sangue.

Il Comando tedesco respinto verso le Alpi Apuane, sulla linea «Gotica», dagli alleati, teme che l’azione partigiana verso Nord possa bloccare, in una morsa mortale tra l’Appennino ed il Mare, l’esercito in ritirata, tagliandogli le vie di rifornimento e di comunicazione.

E così gli Alti Comandi Germanici della linea «Gotica» preparano una gigantesca operazione di rastrellamento che possa infliggere un colpo mortale alle forze partigiane, liberando definitivamente i valichi appenninici e dando respiro per l’inverno alle armate del Terzo Reich, ormai sulla difensiva su tutti i fronti.

Tale controffensiva nazista, dimostra, se ve ne fosse bisogno il formidabile contributo dato dalle formazioni partigiane alla liberazione ed alla causa alleata.

Pontremoli diventa così la base di un ingente afflusso di materiali e truppe scelte dell’esercito tedesco, che dovranno costituire una delle tante branche della gigantesca tenaglia dell’operazione «rastrellamento», che dovrà simultaneamente investire tutti i valichi appenninici dalla «Cisa», al Bratello, Borgallo, Due Santi, Cento Croci, Bocco, Cirone, Cerreto, ecc…

Nel contempo vengono installati in apposite piazzole, a ridosso di una galleria ferroviaria nei pressi della città, due giganteschi cannoni da 420 mm. , detti «Berthe», col compito di colpire i dispositivi e le postazioni alleate, sul litorale della Versilia.

Comincia così l’ultima estate «di sangue» per la popolazione e la Resistenza pontremolese!

Il 2 luglio 1944 nove giovani, sorpresi a Pieve di Bagnone da una formazione tedesca, vengono fucilati dietro le mura dell’antica Chiesa. Compiuto il crimine, i tedeschi entrano m una piccola osteria e con tono arrogante il comandante ordina: «Vino per tutti!» . La vecchia padrona dirà poi: «Erano tutti italiani con divise delle SS tedesche».

Il giorno successivo (3/7/44) un altro eccidio viene compiuto in località Ponticello di Scorcetoli. Cinque giovani, sorpresi dal rastrellamento, vengono condotti nei pressi della Chiesa e qui barbaramente fucilati. Tra costoro i fratelli Sardella, i fratelli Angella ed il giovane Leopoldo Mori.

Il 4/7/44, in località Camporaghena, un ameno paesetto del Comune di Comano, sul piazzale della chiesa, un gruppo di tedeschi esegue la fucilazione del parroco D. Lino Baldini, che non aveva voluto rivelare i nomi dei suoi parrocchiani saliti sulle montagne.

Il 2 agosto ’44 e nei giorni seguenti il rastrellamento tedesco investe tutti i paesi dell’Alto Appennino Lunigianese. Le valli dello Zerasco, del Verde, del Magra, fino ai valichi verso Parma, Borgotaro, Varese Ligure, Sesta Godano, ecc., vengono setacciate metro per metro da ingenti forze nazifasciste, che si riuniscono ad altre forze provenienti da oltre l’Appennino Ligure e Parmense. Gli eccidi, gli incendi, le devastazioni non possono essere enumerati. Oltre cento civili vengono uccisi nei boschi e nelle case in questa gigantesca caccia all’uomo.

A Zeri cadono sotto il piombo tedesco anche due sacerdoti: D. Eugenio Grigoletti, parroco di Adelano, nella cui canonica vengono rinvenuti oggetti appartenenti a partigiani, e D. Angelo Quiligotti, stimato insegnante di lettere nel seminario vescovile, oriundo della zona.

I partigiani si difendono di fronte alle forze schiaccianti del nemico con la tattica della guerriglia, nascondendosi di giorno dopo rapidi attacchi e trasferendosi di notte attraverso sentieri ad essi familiari, in luoghi più sicuri.

Ma i danni sono enormi ed il rastrellamento, che dura ininterrottamente fin quasi alla fine del mese, scompiglia inevitabilmente le file della Resistenza, che sembra scomparire, sotto l’uragano nemico.

Ma i pochi uomini rimasti, nonostante le distruzioni e le rovine, rimarginate le ferite, riprendono a riorganizzare le file e così all’inizio dell’ottobre 1944 le formazioni sono risorte, quasi dal nulla, con immensi sacrifici e tra infinite difficoltà.

Mentre in montagna divampano gli incendi, i rastrellamenti, le fucilazioni, nella città di Pontremoli lutti e rovine venivano effettuati dagli Alleati con pesanti bombardamenti aerei.

Durante il conflitto Pontremoli ebbe a subire ben «novanta» bombardamenti aerei, di cui i più tragici quelli che colpirono, le zone: dei Chiosi, del Cimitero, di Verdeno, di Porta Parma, di S. Pietro, Stazione ferroviaria, ecc..

Solo per l’accorato intervento del Vescovo, prima presso il Comando partigiano di Gordon Lett e poi presso la missione alleata ospitata dalle brigate Beretta, si poté evitare il bombardamento «a tappeto» della città, preannunciato ripetutamente dalla radio alleata.

Nel frattempo riprendevano le azioni di guerriglia partigiana contro le linee di comunicazione tedesche della Cisa e della Ferrovia Parma-Spezia.

Nella zona che va dal valico dei «Due Santi», al Bratello, al Passo della Cisa, cominciano ad operare insistentemente le agguerrite pattuglie delle brigate Beretta, cui sulla fine del conflitto verrà assegnato il compito di liberare la città di Pontremoli.

Gli episodi salienti sono numerosi: e non possono essere qui riassunti, se non rinviando al diario di guerra delle brigate.

Anche il rastrellamento invernale del gennaio 1944, non determinerà nella zona del Pontremolese quello sbandamento verificatosi nell’agosto. Le formazioni partigiane si sono ormai specializzate nella guerriglia, e a seguito di preventive informazioni segrete, i partigiani delle «Beretta», sanno il giorno, l’ora e la direzione dell’attacco tedesco, per cui, divisi in piccoli gruppi si occultano al nemico, nascondendo armi e materiale bellico.

La temerarietà di alcuni partigiani della zona, arriverà sino a nascondersi nelle proprie case, in cui alloggiavano sino a poche ore prima i tedeschi, partiti per il rastrellamento.

Ciononostante audaci combattimenti ed azioni di coraggio non mancano durante quest’ultimo rastrellamento, condotto dai tedeschi con ingenti forze (circa 20.000 uomini), composte di truppe scelte, ottimamente armate ed appoggiate da mortai e persino dall’aviazione (le note «Cicogne»).

Nel borgotarese fallisce una manovra avvolgente del nemico. Le formazioni partigiane impegnano il nemico in duri combattimenti alle «Piane di Carniglia» e sulla provinciale Bedonia-Borgotaro.

Dal 1 al 13 gennaio ’45 le brigate Beretta tengono valorosamente fronte agli Alpini della «Monterosa» , impedendo loro di passare sulla sponda sud del Taro e di invadere la zona di Albareto, sinchè il nemico deve risalire la valle per riportarsi a Chiavari attraverso il valico del Bocco.

Senonchè il giorno 14, giungono alle spalle dei partigiani dai valichi del Bratello, Borgallo, Zeri numerose formazioni di alpini tedeschi; i partigiani, inferiori di numero e quasi più senza munizioni, devono forzatamente sganciarsi, anche per evitare alla popolazione più gravi rappresaglie. Lo sganciamento avviene in ordine perfetto, le «Beretta», nascosto il materiale pesante, si occultano tempestivamente, lasciando il vuoto nella zona.

Allora ondate di tedeschi, di mongoli, provenienti come detto dai valichi del Pontremolese, da Borgotaro, dal Cento Croci, da Bardi, invadono il territorio già occupato dai partigiani, che si ritirano faticosamente in mezzo alla neve altissima ed al freddo eccezionale di quell’inverno. Il nemico sfoga il suo furore sui pochi uomini che riesce a catturare, saccheggiando le case dei civili, ma dopo oltre dieci giorni, di vani tentativi per agganciare gli inafferrabili partigiani, il 28/1/45 si ritira alle basi di partenza.

Tra gli episodi di valore va qui ricordato il sacrificio di A. Siligato – medaglia d’oro alla memoria – morto a Codolo di Pontremoli in un combattimento di retroguardia, il 20/1/45.

I partigiani, frattanto, cessato il rastrellamento, riprendono i loro posti, pronti a continuare la lotta armata, sino alla cacciata dell’invasore.

Che il rastrellamento invernale tedesco si sia risolto in una vittoria partigiana fu riconosciuto dagli stessi Alleati; il gen. Mark Clark, comandante la V Armata USA scriveva allora nel proprio diario: «20-30 gennaio 1945 – Massicci attacchi di Kesserling contro i reparti partigiani italiani dal Bracco a Pontremoli. Il nemico sanguinosamente sconfitto dalle truppe italiane del ribelle colonnello Turchi. Posso prendere la Cisa e Parma quando voglio».

Queste brevi frasi d’elogio del Comandante della V Armata USA denotano l’ampiezza e la potenza del rastrellamento tedesco e sottolineano il contributo militare ed il sacrificio delle formazioni partigiane che operavano nella zona, dal valico della Cisa, ove operavano le brigate Beretta, alla valle di Zeri, ove operava la Divisione «Liguria» (IV zona operativa) comandata dal colonnello Turchi (Mario Fontana ed in precedenza dal col. Lucidi morto nello zerasco nel rastrellamento estivo), sino al passo del Bracco sulla via Aurelia ed al passo del Cento Croci, ove operava la brigata «Cento-Croci» comandata da Richetto (Federico Salvestri). Per più ampi particolari sulle operazioni delle brigate della IV Zona Operativa spezzina, (Battaglione Internazionale, Battaglione Pontremolese, ecc. citati più sopra – vedasi il libro: «Rossano in fiamme» del maggiore Gordon Lett, nominato alla fine della guerra comandante militare alleato di Pontremoli. Libro che ha avuto vasta diffusione anche all’estero. Vedasi anche l’opuscolo: «Mario Fontana e la IV Zona Operativa del Corpo Volontari della Libertà», edito dall’Istituto Storico della Resistenza di La Spezia – 1972».

Anche il collegamento con i comandi alleati, che finora si erano limitati ad alcuni lanci notturni di materiale bellico, viene ad assumere maggiore sicurezza e continuità, grazie alle prime «missioni» paracadutate tra i partigiani. Il compito di tali missioni, fornite di stazioni radiotrasmittenti, è però sempre stato puramente informativo. Il Comando e la direzione delle operazioni belliche resta sempre in modo assoluto in mano ai comandi partigiani.

Ma l’opera delle missioni è preziosa, perchè svolgendosi a stretto contatto con le Brigate rappresenta ai comandi alleati l’efficienza delle nostre organizzazioni e le necessità più urgenti delle Brigate.

Di fatto, i rifornimenti si fecero via via più frequenti ed abbondanti, specie negli ultimi mesi di guerriglia, con l’intensificarsi della spinta finale alleata.

Vennero così lanciate oltre alle tipiche armi leggere «sten», anche mitragliatrici pesanti «bren», alcuni mortai, bazooka, vestiario, generi alimentari, ecc.

La prima missione, se così si può chiamare, fu quella del capitano italo-americano Bernini, sbarcata a Moneglia, nel febbraio 1944 da un sottomarino alleato, ed avente unicamente lo scopo di sabotare il ponte parabolico della ferrovia Parma-Spezia, presso Ostia (Valtaro), ed i cui componenti, intercettati nella zona di Albareto da un rastrellamento fascista, si aggregarono ai primi gruppi Partigiani.

Il primo vero lancio di collegamento da parte alleata, si ebbe però con la missione «Rochester», nel giugno 1944. Detta missione, comandata dal capitano italo-americano «Piero» e formata da esperti radiotelegrafisti, con le più moderne attrezzature radio, fu paracadutata nell’Alta Val Taro fra le formazioni partigiane, con l’espresso compito di collegamento con il Comando Alleato.

Nell’ottobre 1944, viene poi lanciata a Bosco di Corniglio, presso il Comando Unico, la missione inglese del Maggiore Holland, con quindici uomini radiotelegrafisti, con il compito di controllare il transito delle truppe corazzate e motorizzate tedesche lungo la statale 62 della Cisa ed altresì con il compito di minare con l’aiuto partigiano, i punti più difficoltosi delle vie di comunicazione nemiche.

Nel dicembre 1944, viene lanciata a Porcigatone( Alta Val Taro) la missione americana del «capitano Bob», con cinque radiotelegrafisti, per i collegamenti di tutte le formazioni partigiane dell’Alta Val Taro, con la base alleata di Taranto, aggregatasi inizialmente alle brigate « Beretta», si unì successivamente al Comando Unico.

Infine nel marzo 1945, viene lanciata in Albareto (Alta Val Taro) presso il Comando della II brigata Beretta, l’ultima missione americana del «Cap. Benes».

Va qui ricordato che i “lanci» di materiale bellico ( armi, munizioni, viveri, vestiario), a mezzo di aerei alleati bimotori Douglas) avveniva nei primi tempi in misura assai scarsa, di notte, in zone di montagna, con appositi segnali: accensione di fuochi (a forma di linea, di triangolo, ecc.) secondo preordinate segnalazioni, precedute da radiomessaggi con speciali parole d’ordine per ogni brigata destinataria, ad es.: «Le ciliegie sono mature», «Vagabondi delle stelle», «Il pianto della luna», «I prati sono in fiore», od in caso di contrordine, col messaggio negativo: es. «Il fiore è appassito», ecc.

Successivamente, verso la fine del conflitto, i lanci assai più numerosi avvenivano in pieno giorno, nelle zone liberate, tra gran tripudio ed accorrere di partigiani e di fedeli montanari.

Tratto  da La Resistenza a Pontremoli – Le Brigate Beretta nelle retrovie della linea Gotica, di Aristide Angelini, Luigi Battei, Parma 1985

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