“IL GRIDO DI VITTORIA ECHEGGIO’ PER LE CONVALLI E INSORSE LA NUOVA ITALIA”

Il 18 marzo 1944 nella battaglia del Lago Santo Parmense, “Facio” e i suoi uomini scrivono una pagina di storia fondamentale per la lotta di Liberazione
La lapide posta sulla facciata del rifugio Mariotti per ricordare i nove partigiani: Dante Castellucci (Facio) – Luigi Casulla (Casulla) – Luciano Giannello (Mirko) – Giorgio Giuffredi ( Giorgio) – Pietro Gnecchi (Pietro) – Giuseppe Marini ( Marini) – Terenzio Mori (Flavio) – Lino veroni ( Lino) – Pietro Zuccarelli (Pietro)

La miglior espressione verso i partigiani del “Picelli”, l’ha proposta pochi giorni dopo i drammatici eventi del marzo 1944 un capitano tedesco in un Caffè di Pontremoli. Rivolto ad alcuni fascisti della Guardia Nazionale Repubblicana, disse: “è vero, forse sono dei ribelli o, come voi dite, dei banditi; però ci risulta che un gruppo di questi banditi presso un lago qui vicino si sono comportati da eroi”.

Nel marzo del 1944 il battaglione “Picelli” è una delle prime formazioni organizzate contro l’occupazione nazifascista e, in entrambi i versanti dell’Appennino, è ormai un punto di riferimento per tutti coloro che collaborano con le armi o con la propaganda clandestina.

Lo sanno bene i comandi nemici, e l’offensiva contro i partigiani del “Picelli” voleva spazzar via la formazione con l’imboscata tesa a Succisa dalla X Mas: uno scontro nel quale il nucleo forte del battaglione si è salvato soltanto per il sacrificio del comandante Fermo Ognibene e dei partigiani Isidoro Frigau e Remo Moscatelli.

Ognibene e i suoi trentuno partigiani avrebbero dovuto raggiungere il Lago Santo per ricongiungersi con “Facio” (Dante Castellucci) e gli otto compagni (tra i quali i pontremolesi Luciano Giannello e Pietro Zuccarelli) per l’appuntamento con l’altro distaccamento della brigata “Garibaldi”, il “Griffith” con il quale formare un battaglione unico in val di Parma. Ma le cose andarono diversamente.

18 marzo ’44: la battaglia del Lago Santo

Nelle stesse ore dello scontro di Succisa, il gruppo guidato da “Facio” deve rinunciare all’azione contro il presidio militare nella centrale di Teglia; si dirige allora verso il crinale dell’Appennino con un lungo giro; la marcia è lenta nella neve alta: ce ne sono quasi tre metri quando arrivano al rifugio del Lago Santo la sera del 17 marzo. Non sanno quello che è accaduto a Succisa e attendono invano l’arrivo del gruppo di Ognibene. L’attesa si protrae fino al tardo pomeriggio del giorno successivo quando la vedetta lancia l’allarme: stanno arrivando soldati tedeschi e militi fascisti, sono più di cento uomini.

“Facio” capisce subito che per la fuga è troppo tardi e decide di asserragliarsi nel rifugio e resistere il più a lungo possibile, confidando nell’arrivo di “Alberto”; una resistenza disperata: sono in pochi, male armati, con scarse munizioni, senza bombe a mano a mano. Gli assedianti sparano migliaia di colpi, dal rifugio si risponde con qualche proiettile mirato che va a segno: il sardo Luigi Casula colpisce in fronte l’ufficiale che, seminascosto dietro a un faggio, aveva intimato la resa. I tedeschi comprendono che non sarebbe stato facile snidare i “ribelli”; viene allora lanciato un ultimatum: la resa in cambio della vita. “Facio” intima ai suoiil silenzio. La reazione nazifascista è furibonda: sul piccolo rifugio arriva una violenta pioggia di fuoco: “è cominciato l’inferno – racconta ancor oggi uno dei protagonisti, Pietrop Gnecchi di Bedonia – avanzavano e indietreggiavano con le bombe a mano e sono entrati dalla porta in faccia al lago e noi ci siamo ritirati in cucina dove c’era una scala che portava di sopra”.

E’ il 19 marzo, qualcuno dei partigiani ricorda che è San Giuseppe: “speriamo che ce la dia buona”….. La neve ghiacciata è così alta che arriva alle finestre del primo piano: i tedeschi ne approfittano ed entrano inziando a sparare anche dalla bottola verso il piano di sotto; i partigiani sono presi tra due fuochi. Sono i minuti del tutto per tutto: con una sortita “Facio” riesce a riconquistare il primo piano, ma i tedeschi ed i fascisti attaccano di nuovo frontalmente lanciando bombe a mano attraverso la porta sfondata. Poteva essere la fine, è stato invece il momento decisivo: “Facio mostra ai compagni come prendere al volo le bombe tedesche per il lungo manico e rilanciarle loro contro, gettando lo scompiglio negli assedianti ormai anche a corto di munizioni. Intorno alle 15, dopo quasi venti ore di battaglia, gli avversari – che contavano già 16 morti ed oltre trenta feriti – si ritirano per tornare con forze fresche e mortai per distruggere il rifugio. Restano solo alcune sentinelle che tuttavia, poco dopo, non possono che fare altro che osservare da lontano i nove che, pur feriti, a gruppi di tre abbandonano il rifugio salendo le pendici dell’Orsaro. In breve arrivano nell’abitato del Cirone dove vengono curati e rifocillati da un abitante del luogo che aveva condiviso con “Facio” gli anni dell’esercito; Poi scendono a Pracchiola dove una staffetta del “Picelli”, inviata a cercarli, li avvisa della morte di “Alberto”.

“Facio” è scosso, ma tocca a lui ora riorganizzare il gruppo; in accordo con il comando della brigata a Parma, nei primi giorni di aprile vengono clandestinamente affissi copie di un bando che invita i giovani dei due versanti ad aderire alla lotta antifascista. Rispondono in tanti e in breve tempo il gruppo raggiunge le 75 unità.

Lo scontro di Succisa e la battaglia deel lago Santo potevano significare la fine del “Picelli” e rinviare di mesi il contributo del territorio alla lotta di Liberazione. Così non fu e il rischio venne scongiurato grazie alla forza, agli ideali e al sacrificio di uomini come Fermo Ognibene, Isidoro Frigau e Remo Moscatelli, all’abilità e determinazione di Dante Castellucci e dei suoi otto compagni.

“Facio” sarebbe stato ucciso 4 mesi dopo: il suo impegno e l’assoluta dedizione alla causa, unito a quello di “Alberto”, ha portato un contributo determinante nel cammino verso quella Liberazione dalla quale nasce la nostra democrazia. Resta il rammarico che la loro morte ha privato l’Italia di uomini straordinari che avrebbero potuto aiutarci a costruire un Paese migliore.

Paolo Bissoli, Il Corriere Apuano, 22 marzo 2014

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