Racconta gli anni della giovinezza il veterano della Guerra di Liberazione Nazionale Kodhel Zere, abitante del villaggio di Voskopoja nel distretto di Korçë (ALBANIA).
Quella che segue è la storia avvincente di un ragazzo albanese, catturato e deportato in Germania dai nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale. Una vicenda che ricorda le esperienze vissute da molti dei nostri connazionali in quegli stessi anni. Ma sorge spontanea una domanda: cosa lega la storia di un prigioniero albanese a un sito dedicato alla vita, alla storia e alle tradizioni di un piccolo angolo di terra come l’Alta Lunigiana? Talvolta il destino unisce persone e luoghi in modi inaspettati, intrecciando storie che, a prima vista, sembrerebbero lontane ma che, nel profondo, parlano anche di noi.

Non era un segreto il fatto che Voskopoja e i villaggi intorno fossero legati alla guerra per la liberazione dell’Albania sin dall’inizio del 1942. Anche lo stato maggiore partigiano, situato a Lavdar, si appoggiava agli abitanti di questa zona per garantire le basi per gli irregolari e i combattenti delle prime formazioni partigiane. Gli invasori italiani vennero a conoscenza che anche il monastero di San Prodhom era stato trasformato in una base per i partigiani. Un’auto-colonna italiana armata arrivò nel villaggio l’8 luglio 1942 e iniziò il rastrellamento del territorio. Il pastore Kodhel Zere, di 13 anni, quando l’auto-colonna arrivò, prese le pecore (del monastero) e si allontanò nei boschi per tenerle al sicuro. Quando tornò, dopo due giorni, trovò tutto bruciato; alla porta del Monastero giaceva il corpo senza vita di Lluka Qoses, ucciso nel corso del rastrellamento.
Kodhel non aveva un posto dove ricoverare gli animali; dal comando partigiano di Lavdar arrivarono Yrkja ( Gapo Kollumba) e l’ispettore Raqi Qirinxhi. In un’ampia radura costruirono le stalle e per quasi un anno si occuparono del bestiame del Monastero.

Kodhel continuò a lavorare come pastore. Voleva imparare a scrivere e leggere. Yrkja, gli insegnò le basi. Un giorno Kodhel riuscì a scrivere su un foglio il suo nome, Kodhel scrisse ovunque potesse il suo nome, e lo scrisse anche sulla roccia, a “Lemi”, mentre pascolava le pecore. Ora, dopo 62 anni , chiunque passi da lì può ancora leggere “KODHEL”.
Il 15 giugno 1944 i tedeschi circondarono Voskopoja. Il comando partigiano non riuscì a portare via il bestiame dal monastero. Kodhel, 15 anni, fu catturato e costretto ad accompagnare gli animali verso i pascoli di Zhember, a quattro ore da Voskopoja. Lì si trovavano già altri pastori. Il giorno seguente migliaia di capi di bestiame, con pastori e contadini, furono spinti dai tedeschi verso Korçë, nella zona chiamata Hani i Nasit.
“Noi pastori fummo portati in prigione”, esordisce Khodeli, “ricordo che mi svegliavo di notte ascoltando le grida di un partigiano ferito in una vicina cella chiusa a chiave, il giorno dopo gli altri li liberarono, mentre io venivo chiamato “bandito” e continuarono a trattenermi per altri sei giorni.Il settimo giorno mi misero in una colonna di prigionieri e mi condussero in Grecia, a Florina.”

Da lì furono mandati, il 15 agosto, in un campo di concentramento, nella zona di Kulas a Salonicco. “ Io e altri 474 albanesi fummo uniti a prigionieri greci. Eravamo tutti affamati e stremati, non riuscivamo a stare i piedi. I prigionieri greci, vedendo la nostra situazione, ci davano una parte della loro razione di pane” .
Presto le scorte di cibo terminarono. I tedeschi iniziarono a dare solo il minimo per mantenere in vita i prigionieri: a colazione una piccola tazzina di caffè, a pranzo una manciata di cavolo e alla sera due patate bollite grandi quanto un uovo. Si sparse la voce che ci avrebbero deportati in Germania. “Avevamo sentito parlare dei terribili campi di sterminio, ma nessuno di noi immaginava di finirci davvero dentro”.

«Viaggiammo in un treno-merci blindato per nove giorni e notti, e arrivammo a Moosburg (Stammlager non molto lontano da Monaco) sfiniti dalla fame”, ricorda Kodhel.
Tra i prigionieri albanesi, Kodheli era il più giovane. Gli adulti si prendevano cura di lui, offrendogli spesso anche un boccone del loro pane. Il primo giorno nei lager tedeschi gli rimase impresso nella memoria: tremava per la debolezza, il freddo e la paura di ciò che gli sarebbe potuto accadere da un momento all’altro. Si sparse la voce che avrebbero liberato chi aveva meno di diciotto anni, così lui si fece registrare subito, felice di crederci.
«Approfittando della mancanza di documenti, anche altri più grandi di me si iscrissero come diciottenni, convinti che sarebbero stati liberati. In realtà quella lista era per chi veniva mandato immediatamente alle camere a gas. I nazisti li consideravano troppo deboli per lavorare, perciò li eliminavano. Quando capirono di aver firmato da soli la condanna a morte, molti impazzirono dalla disperazione. Per fortuna dopo qualche giorno annullarono tutto e ricominciarono un nuovo registro per tutti i prigionieri.»
Kodheli proseguì:

«Rimasi nel lager tedesco con l’angoscia e il terrore nel cuore. Ero sempre affamato. I vestiti che avevo al momento della cattura erano ormai stracci, mentre le scarpe si erano aperte, in alcuni punti le avevo legate con del filo. Dopo la registrazione, a ciascuno di noi misero un numero tatuato sulla mano.»
“Da quel momento ci dimenticammo del nostro nome: per i nazisti ero soltanto il numero 134737, inciso anche su una targhetta di legno che portavo appesa al collo. Oltre al numero, sulla targhetta avevano aggiunto la lettera tedesca «B», perché mi avevano classificato come «nemico». Da allora le vessazioni diventarono ancora più feroci”.
“Sulle targhette che portavamo al collo era impresso «GF», abbreviazione di “gefangen” (“internato”). Ci vestirono con uniformi logore provenienti da vari eserciti. Anche le scarpe erano pezzi di fortuna, con suole rattoppate alla meglio, spesso con frammenti di tenda cuciti ai lati. Quando annunciarono che ci avrebbero impiegati nelle fattorie agricole, fummo contenti: significava che non saremmo stati giustiziati e avremmo avuto una speranza di restare in vita. Il lavoro era comunque durissimo: si cominciava prima dell’alba e si rientrava in lager quando era già calata la notte. Il sonno arrivava con il pane in bocca, perché quel poco nutrimento ci sosteneva a malapena l’anima. Erano giorni gelidi e io, essendo ancora ragazzo e non abituato ai lavori pesanti, mi ammalai. Tossivo senza sosta e la febbre non scendeva. I miei compagni cercavano di nascondermi dalle guardie, perché sapevano che in casi come il mio non risparmiavano nessuno”.
“Ricordo una mattina in cui non riuscii ad alzarmi per andare al lavoro. I compagni si preoccuparono: se non mi fossi presentato, alla sera sarebbero andati a cercarmi e, non trovandomi, avrebbero capito che mi avevano fucilato. Fu allora che mi trascinarono via a forza per salvarmi da una morte certa. Cominciarono a condividere con me anche il loro poco cibo e, a poco a poco, iniziai a riprendermi”.

Con l’aggravarsi della guerra sul Fronte Orientale, il comando del campo decise di spostare gli internati dalle fattorie e impiegarli nelle retrovie dell’esercito. Kodhel, insieme agli altri prigionieri albanesi, lavorò dapprima nel campo nazista di Mauthausen, poi nelle retrovie dell’esercito nella città di Haibling e infine a Monaco. Qui erano addetti alla pulizia della città dalle macerie dei bombardamenti alleati. Trovavano cadaveri in putrefazione di uomini, donne e bambini, ma anche superstiti mutilati. Rimuovere quei corpi a mano era un lavoro durissimo e logorante. Vedere con i propri occhi migliaia di morti rendeva il pensiero della morte sempre più presente.
«Mi sentivo così disperato e stremato – racconta Kodheli – che desideravo la morte, ma mi ripetevo: “Voglio morire solo quando rimetterò piede in Albania, così almeno le mie ossa riposeranno nella mia patria.”»

Con l’avvicinarsi del momento della resa dei conti, i nazisti, rendendosi conto di essere prossimi a perdere la guerra, diventarono un poco più “umanitari”. Un giorno distribuirono ai prigionieri un pezzo di carta chiedendo di scrivere alle proprie famiglie. Tutti, pieni di gioia, si misero a scrivere. «Scrissi a mia madre, a mio padre e a mia sorella per dire loro che ero vivo, stavo bene e che presto sarei tornato,» racconta Kodheli. «Per giorni e notti immaginai il loro volto mentre leggevano la mia lettera: fu quella speranza a tenermi in vita in quelle settimane di fame e di stanchezza estrema.»
Presto però anche quell’illusione svanì: durante le pulizie di un edificio a Monaco trovarono immensi mucchi di lettere, forse milioni, che nessuno si era mai preoccupato di spedire ai destinatari.
«Ci rendemmo conto di essere stati ingannati. Mentre ero al lavoro, durante un attacco alleato fui colpito da una scheggia alla gamba destra. Persi molto sangue e, non avendo nessuna medicazione, presi un’infezione e la febbre non scendeva: per la seconda volta la morte mi fiutava da vicino, giorno e notte. Mi ritrasferirono nel lager di Moosburg e mi rinchiusero in cella. Lì trovai alcuni albanesi e prigionieri di varie nazionalità. Venivano con il rancio, io chiesi di lasciarmi morire, ma loro mi rassicuravano: “Tieni duro, la liberazione è vicina.”»
E infatti il 9 maggio 1945 la Germania nazista capitolò. «Immaginate la nostra gioia! Noi albanesi ci ritrovammo, costituimmo la nostra “band” nel campo, nominammo comandante Maqo Tasin e commissario Ramadan Burelin. Non so dove trovarono i copricapi con la stella e la nostra bandiera, ma quando uscimmo nel cortile eravamo “completi”. Non ero ancora ristabilito, ma i compagni mi sollevarono e mi portarono in piazza. Così festeggiammo la vittoria: sfilammo, cantammo, gioimmo. Restammo in attesa altre due settimane, finché non si ristabilirono i collegamenti in Europa, poi ci rimandarono verso casa.»
L’8 luglio 1945 Kodheli mise piede sulla soglia di casa a Voskopoja. Tutti lo credevano morto, e la sua famiglia visse momenti indimenticabili: la madre lo accarezzava, lo baciava e piangeva, continuando quasi a non credere che quel ragazzo, il suo unico figlio, fosse davvero lì con lei. La sorella, la prima a corrergli incontro, lo abbracciò fino a soffocarlo: poco dopo tutto il paese riempì la casa come in un matrimonio.

Oggi Kodheli ha 77 anni ed è circondato da una grande famiglia: tre figli e due figlie, tutti sposati e con bambini — due figli vivono a Voskopoja, tre a Maliq, le figlie a Berat e a Fier. «Basta una mia telefonata e arrivano tutti in giornata» dice. «La mia gioia sono i nipotini: ne ho 14 e li adoro. A volte confondo i nomi, ma loro non me ne vogliono; sono felici di stare col nonno e la nonna. In estate vengono a trovarci e non vorrebbero più andare via, anche se i genitori insistono per portarli via.»
L’articolo è tratto da un’intervista rilasciata da Kodhel nel 2005 a Jorgeta Gjanci, del periodico albanese Spekter.