
Diretto erede dei rizotomi ed erborarii, nonché dell’apothecarius di epoca romana, lo speziale “patentato”, cioè iscritto alla Corporazione, era innanzitutto un maestro preparatore di medicamenti. La sua arte – intesa nell’accezione medievale del termine con il quale si intendeva la sapienza di un mestiere – prevedeva alcune materie fondamentali, fra cui la conoscenza dei medicamenti semplici di origine minerale, vegetale o animale, la conoscenza della migliore “elezione”, ovvero delle buone caratteristiche organolettiche dei “semplici” per trarre da essi le migliori proprietà terapeutiche, la loro raccolta, conservazione e preparazione, la “composizione”, ossia l’arte di mescolare i medicamenti semplici per ottenere i medicinali composti, e la loro corretta conservazione fino al momento della somministrazione. Nel periodo alto medievale si diventava speziale dopo un periodo di apprendistato presso la bottega di un maestro speziale che spesso accoglieva il discepolo nella propria casa, come famiglio. In epoca comunale, nei grandi centri urbani come Siena, troviamo gli speziali associati in corporazioni o ‘arti’, la cui struttura sovraintendeva all’osservanza delle regole dell’arte e garantiva che le persone che esercitavano il mestiere fossero effettivamente competenti. Il Breve degli Speziali del 1355, conservato nell’Archivio di Stato di Siena (Fondo Arti 132) stabiliva che chi volesse esercitare la professione di maestro speziale e condurre una bottega, dovesse essere esaminato da una commissione severissima composta dai tre Rettori e dal Camarlengo dell’Arte, da tre speziali scelti e da tre medici. Bisognerà aspettare i primissimi anni del XVIII secolo, e un editto del 1706 del granduca Cosimo III de’ Medici, perché venisse fatto obbligo a chi voleva esercitare la professione di speziale ed essere ammesso all’Arte, di aver frequentato per almeno tre anni le lezioni di un ‘Semplicista’ presso lo Studium, cioè l’Università, e avere superato positivamente la sua valutazione finale.

Tale rigore non doveva essere richiesto ovunque e ne è prova la vicenda professionale di una delle figure più interessanti della storia lunigianese: lo speziale bagnonese Giovanni Antonio da Faie (1409-1470), noto dal suo scritto autobiografico Libro de croniche e memoria e amystramento per lavenire che sollecita non poche riflessioni intorno alla realtà medievale delle spezierie e al significato che quest’arte ha avuto nel tempo. Lo speziale quattrocentesco fiorentino o senese aveva connotati ben diversi da uno speziale di un piccolo borgo lunigianese. Nonostante il lavoro svolto presso le botteghe di importanti maestri speziali toscani, il da Faie non riuscì mai a compiere un completo apprendistato, aveva ancora molto da imparare, sapeva a malapena leggere e scrivere da autodidatta ma con pochi fiorini sfidò la sorte aprendo bottega nell’antico borgo di Gottola. A metà strada nell’immaginario moderno fra l’alchimista e il cerusico, la figura dello speziale medievale assume un certo fascino quando si pensa alla bottega con vasi e albarelli colmi di erbe medicamentose, della favolosa teriaca, di minerali polverizzati, di rimedi di ogni tipo.
La realtà era spesso più semplice e l’uso ripetuto del termine speziale riferito per esempio al da Faie rischia di essere fuorviante facendo credere che fosse un protofarmacista. La figura professionale dello speziale come preparatore di farmaci si delineò in realtà solo all’inizio del Cinquecento, mentre alla metà del Quattrocento il termine non definiva una figura specifica ma un orizzonte incerto in cui un mestiere ne comprendeva altri, e il confine che delimitava una specializzazione da un’altra era tenue e confuso.

Quindi se il da Faie non completò l’apprendistato, se non conseguì mai una vera e propria “patente” da speziale, se – come si intuisce dalla lettura del suo manoscritto – non esisteva accanto alla sua bottega bagnonese un medico che controllasse, come prescritto dalle regole dell’arte, le sue preparazioni medicamentose, che mestiere svolgeva e cosa vendeva nella sua bottega? Come ci rivela la sua epigrafe tombale SI – CVIOS – INGENUO – PATRIE – CONSULTO – CREDENDUM – FUIT – IO – ANTONIO – DE – FAIES – QUI – PRIMIVS – BAGNONI – FACULTATEM – EXCOLVIT – AROMATARIAM – CUIUS – CORPUS HOC – MARMORE – LAUDITUR – ANIMA – VERO – ASTRA – TRANSVOLAVIT – 1470 egli doveva essere in realtà un aromatario, e anche gli aromatari fra la fine del Trecento e gli inizi del Quattrocento erano genericamente identificati come speziali; le loro botteghe erano luoghi dove si commerciavano le spezie, preziose più dell’oro stesso, per lungo tempo uno dei prodotti commerciali di maggior pregio utilità per la preparazione e per la conservazione dei cibi: pepe, noce moscata, zafferano, macis, cannella. Gli aromatari fornivano inoltre sostanze che erano indispensabili a usi diversissimi e che univano nell’impiego sia le classi agiate delle città sia i contadini dei borghi. Dunque si può intuire perché il da Faie, con la sua bottega ben fornita e senza concorrenza nell’immediato circondario, avesse in breve tempo raggiunto una notevole agiatezza economica. Se si dimentica il contesto sociale medievale non si può capire il ruolo incisivo dell’aromatario all’interno di una piccola comunità: numerose fonti medievali offrono rubriche nelle quali si elencano i prodotti di aromataria nel Quattrocento: “semplici diversi, erbe, sementi, fiori, radici, acque stilate, stilationi diverse, decottioni de infusioni, elettuari di tutte le sorti, lambitivi, conserve condite in zuccaro (in mele e cotognate diverse), confettioni solide di ogni sorte, spetie aromatiche, polveri, siroppi et giuleppi, succhi condensati e liquidi, pillole, trochisci, unguenti, cerotti, empiastri, grassi, medicamenti diversi”. Ma anche olii di tutti i tipi e creme protettive astringenti con le quale impomatare la pelle per impedire l’entrata infettiva, attraverso i pori corporei, dell’agente della malattia, secondo teorie a lungo in voga. Tra l’altro, essendo molto scarse le fonti quattrocentesche, non è facile separare i prodotti di pertinenza delle spezierie abilitate da quelli venduti nelle botteghe degli aromatari (in futuro, rispettivamente farmacisti e droghieri): entrambi confezionavano e vendevano un elenco lunghissimo di prodotti: gli aromi – cioè le spezie che servivano sia per la cucina che per i medicamenti – gli zuccheri e le relative confetture, le gelatine e il marzapane, i saponi, la cera per le candele e gli ex-voto, i prodotti per la concia delle pelli, i profumi, e poi orzo, crusca, rose, bietole, mercuriale, agrimonio, centaurea, semi di anice, bacche di alloro, lupini, miele rosato, bocca di leone, tuorlo d’uovo, calomelano, grasso di montone, rementina. L’aromatario in più vendeva anche lo spago, la carta da scrivere, i colori per tingere i panni, gli inchiostri per le miniature e le mercerie. Ovviamente si vendevano anche i “semplici”, cioè le erbe che medicavano, ma per quelle spesso bastava la sapienza erboristica delle mammane, e comunque all’aromatario non ne era permessa la manipolazione ma solo la vendita su ricetta medica.
Fra il mestiere dell’aromatario e quello dello speziale esisteva poi quello del rizotomo, che ebbe popolarità dal Cinquecento in poi. Il rizotomo (da riza = radice) preparava le radici che entravano nei recipe dell’apotecario: figura e “arte” leggermente più elevata dello speziale non abilitato. Entrambi, come artigiani al suo servizio, coadiuvavano il medico fisico, l’arte in assoluto più elevata, ben distinta da quella del chirurgo, che come gli speziali, gli aromatari, i rizotomi, i barbitonsori, i cerusici, gli apotecari, svolgeva comunque un lavoro manuale e quindi tenuto in minore considerazione.
Rossana Piccioli, Speziali e aromatari medievali, tratto da Almanacco Pontremolese 2013, edito e curato da Centro Lunigianese di Studi Giuridici