La simbologia templare rinvenuta in Lunigiana comparata con quella presente in Italia e in Europa

Questo libro è il naturale frutto del Convegno Internazionale sul tema “Il Processo dei Templari”, organizzato dalla Associazione Fratres Cruciferi-S di Spino d’Adda, tenutosi presso il Monastero di Santa Croce dei Padri Carmelitani di Bocca di Magra (Ameglia) nei giorni 23-24 Settembre 2000.
ln preparazione e a prosieguo del Convegno si tenne dal 16 al 30 Settembre, in Sarzana, nel Chiostro del Convento di San Francesco, una mostra di pannelli che riproducevano elementi della storia dei Templari in generale e immagini di simbologie, ascrivibili ai Templari, rinvenute nella Lunigiana Storica.
La mostra, per la parte di interesse generale, si ripetè in molte citta dell’Italia Settentrionale e anche in Sardegna. Prima di questa iniziativa non si poteva credere che la Lunigiana vantasse così tanta ricchezza di simbologia templare. La presente ricerca costituisce un completamento del primo lavoro, e si estende anche a iconemi che risultano collegati con quelli utilizzati dai Templari, i quali si ritiene interpretassero così una loro direttiva interna secondo la quale il Maestro Generale raccomandava di lasciare traccia della loro presenza nei luoghi frequentati, perché i posteri ne fossero edotti, quasi una sorta di previsione di una futura rinascita dell’Ordine.
Man mano che la raccolta veniva incrementata, l’interesse verso la stessa cresceva, anche perché una parte delle immagini era stata già mostrata in Internet.
Divenne così possibile trasformare il contenuto del sito Internet in un libro e si unì a questa operazione culturale, come coautore, il ricercatore Luigi Battistini, che già aveva partecipato alla organizzazione del convegno suddetto, e vi aveva anche sviluppato una relazione a titolo “Il Sacro Calice”. Questo studioso ha messo a disposizione della ricerca i propri contributi di approfondimento delle varie simbologie e dei vari iconemi emergenti.
Con l’uscita del libro sarà possibile approfondire le tracce che i Templari (o, in caso di errata attribuzione, altri ordini cavallereschi) hanno lasciato nella <<Lunigiana Storica», terra di itinerari preistorici, protostorici e storici fra la Pianura Padana e il Mar Tirreno, terra ricca di porti e di passi utilizzati fin dall’antichità. Come scrive Geo Pistarino nell’articolo a titolo “La Lunigiana storica”, riportato nel volume LIV-LVI delle “Memorie della Accademia Lunigianese di Scienze”, il nome Lunigiana deriva dal “municipium romano di Luni… anche se contornato dal prestigio del porto lunense, come sede della flotta romana imperiale, e dal configurarsi della diocesi cristiana, modellata sull’ambito municipale”.
Fanno patte della Lunigiana il suggestivo, nel “richiamo onomastico, Castello Aghinolfi, il castello del re Agilulfo del secolo VII” nonché “lo spazio sudorientale della Provincia Maritima Italorum bizantina, le res comprese nei “fines Lunenses (diciamo Lunigiana marittima) e fìnes Lunianenses o Surianenses (diciamo Lunigiana Interna)”.
Pistarino adduce come carta fondamentale della Lunigiana il privilegio di papa Eugenio III del 1148, confermato da Anastasio IV nel 1154, in cui sono elencate le possessiones e i bona del presule di Luni: Corvara e Vallecchia, la costa tirrenica, la sponda sinistra della Magra fino a Santo Stefano, la sponda destra del fiume con Ameglia e Vezzano, il golfo della Spezia e il litorale fino al Montale di Levanto, la valle interna del Vara fino a Sesta Godano e Zignago, il territorio di Pignone, i territori a oriente del Vara fino a Montedivalli e Bolano, il bacino dell’Aulella, Pieve San Lorenzo, Offiano, Codiponte, Viano e il territorio fino a Piazza al Serchio, l’Alta Valle della Magra, fino a Soliera, Pontremoli e fino all’estremo lembo di Vignola (il luogo ove alla festa di Santa Croce si portavano in processione i “pipin», idoletti in legno di forma fallica, la cui tradizione risale alla preistoria).
Il presule di Luni nel 1183 viene insignito dall’imperatore Federico 1° Barbarossa e confermato nel 1185 episcopus et comes Lunensis, cioè vescovo-conte di Lunigiana. Questa investitura, mentre sancisce l’importanza della terra di Lunigiana come terra di transito fra la Pianura Padana e la costa tirrenica, fornisce garanzia della transitabilità dei passi appenninici, necessari per raggiungere Roma da settentrione.
E interessante osservare come nella determinazione dei confini della Lunigiana storica emergano toponimi di confine di origine etrusca. Il confine settentrionale, lungo la costa della Liguria orientale, mostra infatti il toponimo Anzo di Framura, e antion è termine etrusco per confine; lungo il crinale della Val di Vara si rinviene questa stessa radice in Antessio, mentre nel crinale della Val di Magra si trova la Val d’Antena, in cui sono le sorgenti stesse della Magra. Questa lettura toponomastica è sostenuta in termini di probabilità (meglio sarebbe dire per il Teorenna di Bayes sulle probabilità composte) dal ritrovamento lungo la sponda della Magra, all’altezza di Arcola, del perfetto toponimo “Pèntéma”, che con il significato di “cippo di confine” ci fornisce anche la preziosa indicazione che in epoca etrusca la riva del mare giungesse fino all’attuale ponte della ferrovia, cioè duemila metri circa dall’attuale battigia.
Ciò ci consente di calcolare un arretramento medio della costa, per il deposito di inerti trasportati dalle acque torrentizie della Magra, di un metro per anno. Ulteriore contributo a questa singolare coincidenza fra i confini della penetrazione etrusca e i confini della diocesi lunense ci è fornito dal Col di Velva, che mette in comunicazione la Val di Vara con il Chiavarese. Velva è la divinità etrusca paredra della divinità Voltumno-Vertumno, cioè mutevole aspetto» una divinità quindi capace di una doppia sessualità.
Ad arricchire ulteriormente questa ricerca toponomastica contribuisce una delle ipotesi risolutive dell’etimo di Aulla, leggibile come derivazione della voce etrusca “aghulla», cioè mercato, che bene si addice a una località che è posta al centro dell’area lunigianese, in una pittoresca confluenza della Magra con I ‘Aulella. Da questa ricerca potrebbe sembrare logico ai più trarre la conclusione che il nome Lunigiana sia derivato da una voce etrusca della Luna, ma non è così, perché la Luna, chiamata dai Greci Selene, in lingua etrusca è “Tiv». La derivazione del toponimo è molto più antica, dalla voce “loon» – acqua, che secondo il grande Giovanni Semerano, ora scomparso, deriverebbe dalla voce accadica <<lawûm». Si spiega in tal modo la convergenza di questa antica radice nelle città etrusche di Vet-loon (Vetulonia) e Pup-loon (Populonia) prossime a lagune costiere, e nella città di Lucca, prossima alle paludi interne formate dal fiume Serchio. La Lunigiana è quindi terra di acque, “terra misteriosa dedicata a divinità femminili”, così come ho indicato nel sottotitolo di un mio recente libro.
Ciò non deve apparire come una speculazione fantastica, perché Geo Pistarino, alla pagina 10 dell’articolo sopra citato, scrive: “Intorno al 1085 una donna, Lunixana, restituisce a Lamberto, signore del castello di Trebiano, una terra da lei ricevuta in controdote dal marito nel territorio di Licciana… Lunigiana è dunque antroponimo femminile già sulla fine del secolo XI: che cosa si potrebbe desiderare di più, come espressione di un modo di sentire, di un’idea che si porta nella mente e nel cuore?”.
Il legame acqua-donna appare perfetto. Ubaldo Mazzini, nell’articolo “Per i confini della Lunigiana”, scritto nel per il “Giornale Storico della Lunigiana”, così ne precisa la delimitazione geografica: la Lunigiana vescovile, il cui confine cominciava a sud, dalla foce dell’antico corso del torrente Versiglia, sotto Brancaliano, e proseguiva verso Serravezza, il passo di Sella, il passo del Cerretto, un poco più in basso del passo di Lagastrello, fino alla Cisa. Poi scendeva in val di Taro lungo il torrente Cogena, risaliva il corso del Taro e il corso del Gotra sino alla foce dei Tre Confini e al monte Gottero. Calava per il versante tirrenico lungo il Faggio Crociato, la Colla, il canale delle Croci, il canale della Gronda, la Costa di Configno sino alla confluenza tra lo Stora e la Vara. Seguiva il corso della Vara sino alla confluenza del rio di Malegua e dell’Acqua Fredda; scendeva lungo il limite parrocchiale di Lago e di Pogliasca; risaliva il rio Grande fino al monte Pistone o delle Vaggine; piegava a nord-ovest sino al rio di Malegua; procedeva sulla Costa Castagnolasca, per il monte Guattarola, la Costa delle Gruzze, il monte Grugno; scendeva al mare presso Punta dei Marmi, tra Mortaretto, ultima parrocchia lunense, e Framura, prima parrocchia genovese”. Attraverso questi territori sono passate molte genti: uomini del Paleolitico, tribù preistoriche formatesi con un nuovo DNA 15.000 anni fà, proprio nella pianura costiera che si estendeva a fronte della Lunigiana Marittima, quando il mare era a un livello di 110 metri più basso dell’attuale, tribù i cui discendenti formano oggi il 9% della popolazione mondiale, pur essendo diffusi soltanto nelle coste mediterranee e nell’Inghilterra e nella Scozia occidentali (lo stesso professore di Oxford che ha svolto questa ricerca genetica, Bryan Sykes, ne è un discendente); antichi Baschi sopravvissuti alla glaciazione, genti fuggite dal Sahara che stava desertizzandosi, come in seguito avverrà anche per gli Etruschi, popolazioni migranti dagli Altopiani Iranici e dai Balcani, come i Paleo-Umbri che si sono poi attestati in Umbria, lasciando in Lunigiana una eccezionale toponomastica; i Secli degli Altipiani Iranici, che hanno dato il nome al nostro fiume Secchia e alla Sicilia (poi arriveranno anche i Sikani a rafforzarne l’etimo); gli antichi Liguri, e i Celti, che ci hanno lasciato una invidiabile serie di toponimi, fra cui ben tre Cento Croci (ken cruach).
Poiché l’unica miniera di stagno disponibile nella penisola italica è la miniera delle Cento Camerelle, nel Monte Valerio, presso Piombino, sono certamente transitate dai passi di Lunigiana le genti dell’Età del Bronzo che vivevano al di qua del fiume Po, in quanto i reperti ritrovati, oggi analizzati con la micro-chimica, danno un risultato percentuale in stagno più ricco dei reperti ritrovati al di là del fiume Po, realizzati con lo stagno proveniente dalla Svizzera e dalla Boemia.
Non ci si deve stupire di questi spostamenti, anche se la cultura ufficiale ha sempre stentato molto ad accettarli, come nel caso in cui si sosteneva che i Celti non fossero capaci di attraversare i passi della Lunigiana! Ciò avveniva, purtroppo, ancora negli anni ’80 del secolo scorso, e soltanto dopo la celebre mostra tenutasi a Venezia in Palazzo Grassi, dal 24 marzo all’8 dicembre 1991, ci si convinse del contrario. Nel ricco catalogo della mostra, alla pagina 227, si può leggere infatti: “… e attesta l’interesse dei Boi per una direttrice occidentale che, attraverso il territorio dei Liguri, immetteva dalla Padana all ‘alto Tirreno attraverso la Lunigiana”.
Oggi questa sorta di incredulità, basata su una pretesa di estrema razionalità e di perfezione nella ricerca storica, appare incredibile, se si pensa che il periodo analizzato è il IV-III secolo a.C.. Un recente ritrovamento di selci in una struttura dolmenica del Caprione ci mostra, attraverso analisi spettrografiche effettuate da un professore dell ‘Università di Parma, che alcune di queste selci provengono dai Monti Lessini (Verona). Nessuna paura quindi, per le genti preistoriche, ad attraversare i passi di Lunigiana!
E chiaro che per i passi di Lunigiana transitarono anche i Romani. Il porto di Luni era infatti il terminale marittimo del trasporto dei cereali per il rifornimento delle legioni stanziate nell’Europa centrale, traffico gestito da potenti mercanti ebrei, che organizzavano sia il trasporto via mare, sia il trasporto via terra con i muli. Si spiega così la lettera di Papa Gregorio Magno al vescovo di Luni Venanzio perché facesse liberare gli schiavi cristiani che lavoravano nelle terre dei ricchi Ebrei di Luni.
L’importanza del porto di Luni, che apparteneva al Dipartimento Marittimo di Capo Miseno (Golfo di Napoli) dipendeva dalla singolare coincidenza di due traversie dominanti, la traversia di Scirocco, che portava le navi onerarie da Napoli verso il centro della Corsica, in Aleria, e la traversia di Libeccio, che portava le navi onerarie da Aleria fino a Luni. Nessun problema esisteva per il rientro, perché la Tramontana consentiva di giungere facilmente in Corsica, in Sardegna, nella Sicilia occidentale.
Si spiega così perché in quest’isola si ritrova il DNA dei Liguri, nonché vi si rinvengono i toponimi Erice, Tèllaro, Entèllo, Lévanzo, Segèsta del tutto simili ai nostri Lérici, Tellaro, Entèlla, Lèivi, Lévanto, nonché Sestri, cioè l’antica Segèsta Tigulliorum.
Posidonio e Diodoro Siculo affermano infatti che i Liguri “navigano il mar di Sardegna e il Mare Libico su imbarcazioni più semplici delle zattere, del tutto privi di strumenti necessari alla navigazione…”cioè spinti soltanto dalla forza degli elementi meteorici naturali!
Viaggiando entro questi antichi confini di Lunigiana, spesso accompagnato dall’ingegner Sergio Berti, alla ricerca delle tracce di incisioni preistoriche, è stato possibile rintracciare un esteso e multiforme corpus epigrafico. Si tratta di simboli che provengono dalla preistoria e mirabili sono Ie simbologie rinvenute nel corso delle ricerche fatte assieme all’ingegner Aldo Marginesi di Bagnone, anch’egli appassionato della scoperta delle radici lunigianesi. Assieme ad esso, e ad alcuni suoi collaboratori, sono stati percorsi i sentieri appenninici per ritrovare l’altare celtico dedicato al dio Cernumnos, già scoperto nel Massiccio del Sillara (etimologia da Silvanus ara) dal socio del CAI della Spezia Marcello Gozzi, e purtroppo ora perduto nella boscaglia.
L’immagine di questa divinità, proveniente dalla mitologia indiana e divenuta poi il dio Silvano dei Latini, è stata pubblicata alla pagina 115 del libro di Priuli e Pucci (1994). Durante queste ricerche lungo il Sentiero 118 CAI, che da Treschietto sale al Passo di Badignana, sono state rinvenute alcune simbologie presenti anche in India, accorpate in un unico petroglifo, quali la losanga, i tridenti, il quadrato con il templum, la verga da rabdomante a rotazione verticale (quindi fatta con il rame) e il misterioso angolo inscritto nel cerchio, ancora da decifrare. Guardando se per caso si trovassero in antichi edifici parti di statue-stele inserite nella muratura sono stati invece rinvenuti molti simboli che appartengono a una ricca iconografia templare. Dopo aver studiato la importantissima simbologia preistorica del Sentiero 118 CAI, simbologia comune con un petroglifo che si trova nel luogo sacro di Vijaianagar, nel distretto di Hampi, nell’India centrale, e averla illustrata, dal 1996 a oggi, in numerosi convegni internazionale e nazionali, è sorta imperiosa la necessità di decifrare la ricca simbologia medioevale che si rinviene lungo i vari itinerari che mettevano in comunicazione gli approdi costieri (Avenza, Santo Maurizio, Barbazzano, Lerici, Porto Venere, Vernazza, Monterosso, Levanto) con i diversi passi di Lunigiana, gli attuali passi di Cento Croci, del Bocco, del Rastrello, della Cisa, del Lagastrello, del Cerretto, dei Carpinelli e gli antichi passi della Foce dei Tre Confini, dei Due Santi, del Borgallo, del Cirone, di Badignana, dell’Ospedalaccio, di Tea e l’antico e attuale Passo del Col di Velva.).
Per poter decifrare questo “corpus epigrafico” sono state lette molte opere, sono stati fatti molti viaggi, anche all’estero, sono stati consultati molti siti Internet, sono stati seguiti molti convegni di settore. Si sono dovuti affrontare molti enigmi storici, legati al fatto che, purtroppo, mancano le fonti. Si è anche fatto appello a tutte le possibili risorse in termini di ipotesi basate sul calcolo delle probabilità composte.
È stato di grande aiuto il confronto con la letteratura relativa alle iconografie delle strutture templari del Portogallo, che inspiegabilmente risultano eguali a simbologie presenti in Lunigiana. Per meglio verificare ciò è stata fatta una visita presso l’Archivio do Tombo di Lisbona, che vanta il possesso di migliaia di pergamene, ma queste sono risultate tutte relative all’Ordo do Templo, l’ordine che ereditò la tradizione del Tempio col favore del re, esso stesso templare. Pur non avendo trovato risposte circa le suddette coincidenze presso l ‘ Archivio do Tombo ci è stata riservata una grande sorpresa, come di seguito spiegheremo. Per la acclarata mancanza di fonti dirette è da tutti riconosciuto che è impossibile risolvere molti dubbi storici, ma nonostante ciò noi riteniamo che i frutti della nostra ricerca siano incredibilmente copiosi, tanto che speriamo si possa fare un passo avanti nel rendere in futuro giustizia ai cavalieri dal bianco mantello. Infatti presso l’ Archivio do Tombo di Lisbona si trova una pergamena che documenta come il Papa Clemente IV avesse cercato di proteggere i Templari con la propria bolla “Dignum esse cospicimus” dell’8 giugno 1265. In questo incredibile documento si vieta di “pronunciare ogni e qualsiasi sentenza di scomunica e di interdizione contro i Templari”!
Il Papa Clemente IV, cioè Guido le Gros di St. Gilles, cardinale di Santa Sabina, eletto il 5 febbraio 1265 mentre era in Inghilterra per una ambasciata, amico di Tommaso d’Aquino e di Bonaventura da Bagnoregio, conosceva bene i Templari, perché era stato il giurista di Luigi IX il Santo. Dall ‘emanazione della sua Bolla si evince come già sotto il suo pontificato esistesse nel seno della chiesa un partito ostile all’Ordine del Tempio.
Ciò fu conseguenza del rifiuto dell’ Ordine di combattere contro Re Manfredi d’Altavilla, nonostante la Chiesa volesse imperiosamente ciò. Infatti il giuramento dei Templari vietava di alzare la spada contro i Cristiani, ed essi vollero onorarlo. Va considerato che lo stesso Clemente IV nel 1265 aveva inviato ai dignitari dell’Ordine una lettera in cui si diceva che i Templari si guardassero dall’abusare della sua pazienza, affinché la Chiesa non fosse costretta a esaminare più da vicino un certo stato di cose reprensibile all ‘interno dell’ordine.
Per poter meglio capire ciò, va considerato che Clemente IV fu colui che legalizzò l’occupazione francese del Regno di Napoli da parte degli Angiò, dopo aver in precedenza lanciato la scomunica contro Re Manfredi. Questo intreccio fra fede e politica, o se si vuole l’abuso della scomunica contro Manfredi, da cui derivò la condanna cantata da Dante nel libro terzo del Purgatorio (in cui si legge il celebre verso “la bontà divina ha si gran braccia, che prende ciò che si rivolge a lei” — versi 122-123 ) non viene quasi mai trattato dagli studiosi per far meglio capire come si sia potuti arrivare ai gravi passi compiuti dai papi successivi.
Il Papa Clemente V, succube di Filippo il Bello, un re in bancarotta, fece ciò che Clemente IV, pur redarguendo i Templari, aveva vietato di fare con la sua precedente bolla. Si apre così un capitolo oscuro e poco noto nella storia della Chiesa, per cui un papa va contro una bolla di un altro papa. Forse Clemente V voleva consentire al nuovo re di recuperare la perdita finanziaria subita dalla corona francese per riscattare suo nonno re Luigi IX e i crociati, sconfitti a Mansourah e condotti prigionieri al Cairo. Il riscatto pagato fu di un milione di bisanti d’oro, e fu anticipato dai Templari. Una cifra enorme, che mise certamente in ginocchio le finanze francesi.
Ne nacque però una operazione mal condotta, che oggi definiremmo di “mobbing” (per non usare termini ancora peggiori) gestita da uomini che non erano all’altezza delle decisioni storiche da prendere in quel momento, fossero essi uomini di religione, quali il papa e cardinali, o uomini dell ‘apparato politico, quali il re e i suoi ministri. Dimostrarono tutti una dimensione morale di veramente basso livello e la loro strategia politica fu limitata a sotterfugi di bottega, per cui riuscirono soltanto a dar vita a un misfatto gravissimo, che macchiò, e ancora macchia, la storia di Santa Madre Chiesa.
Tutto ciò fu il frutto amaro di avere violato le leggi storiche fondamentali della struttura della Chiesa Temporale, che vogliono che il papa venga eletto in conclave segreto, e non pilotato con le raccomandazioni forzose di un re, e che vogliono che il papato stia nella città ove è stato martirizzato I ‘apostolo Pietro, primo vescovo di Roma e primo Papa, secondo e parole di Cristo “Tu sei Pietro e su questa pietra onderò la mia Chiesa”.
Per porre fine alle ingiuste accuse che vengono levate contro i Templari si riproduce un passo tratto alla pagina 479 del libro “Storia delle Crociate” (Michaud) pubblicato nel 1884: “Non è dell’istituto di quest’opera l’arrestarsi a parlare intorno al processo de’ Templari, ma come mai puossi credere che un ordine militare e religioso, il quale aveva veduto, venticinque anni prima, trecento de’ suoi cavalieri farsi scannare sulle rovine di Safed, piuttosto che abbracciare la fede di Maometto; un Ordine che era quasi interamente seppellito sotto le rovine di Tolemaide, potesse avere fatto un accordo cogli Infedeli, aver oltraggiata la religione cristiana con orribili bestemmie, ed aver dato in preda ai Saracini quella Terra Santa, che tutta era piena delle loro imprese e della o gloria guerresca?”.
Dalla Presentazione al libro