CERVARA, STORIA DI UN PAESE

ORIGINI

La gente che per prima abitò queste contrade, si crede con ragione, fossero gli antichi Liguri, popolo guerriero e amante di luoghi impervi.

Come molti altri paesi subì danni per l’alloggio e il passaggio di soldati spagnoli.

Non si hanno notizie circa le origini del paese di Cervara. Le sue origini si perdono nel tempo. Esistono solo un paio di tentativi di spiegare il significato del nome.

Cervara o Cervaria: nome dovuto alla presenza di cervi nella zona e conseguente ipotesi che gli abitanti fossero cacciatori e pastori; Cervara, come zona selvosa, da « selva » o « sérva ». Quest’ultima ipotesi è sostenuta da Manfredo Giuliani ed è avvalorata dall’esistenza di una vicina località denominata « La selva » o « sérva ».

La tradizione orale sostiene che anticamente era situata in una località, ora chiamata Campiglia o Campia, cinquecento metri sotto l’attuale paese. Qui si sono rinvenuti teschi umani e la conformazione del terreno indica che un tempo veniva coltivato.

In questa località esistono, ancora oggi, ruderi di una chiesetta, che la tradizione vuole sia stata la prima chiesa dell’alta Val del Verde ed il primo cimitero pubblico anche per i morti provenienti da Zeri, da Bratto, da Braia. Si può ritenere che questa chiesetta sia sorta nel sec. V, a poca distanza dall’importante strada, che dalla Valle del Taro arrivava nella Valle del Verde.

Toccava Navola, attraversava il torrente Verde con un ponte, sotto la frazione chiamata, ancora oggi, « La Strada ». (Vicino vi era un mulino, di cui, ancora, si vedono i ruderi, detto di « Fasela »). Proseguiva per Campiglia, Cervara, Vignola, fino a Luni.

ORATORIO – OSPEDALE

Se vogliamo una data precisa con la quale Cervara esca dal silenzio della storia, troviamo un documento di grande rilievo del 21 novembre 1328.

In tale data un certo Alberto de Marinelli della Cervara del Distretto di Pontremoli, con atto rogato dal notaro Andrioli di Pontremoli, fondava nei suoi beni, che ivi possedeva, un ospedale per i poveri con un Oratorio in onore della Assunzione della Gloriosa Vergine Maria. Dotava tale ospedale ed Oratorio dei suoi beni, riservandosi di designare con altro atto pubblico chi avrebbe dovuto averne il giuspatronato.

Con successivo atto del 18 febbraio 1338, rogato dal notaio Giovannetto Pagano di Filippo di Pontremoli, il pio fondatore disponeva che dell’oratorio della Cervara se ne facesse una Chiesa per il servizio perpetuo della santissima Vergine, dove si celebrasse l’Eucarestia e dove egli avesse un perpetuo suffragio per l’anima sua, per quella della consorte e dei suoi parenti. Disponeva ancora che i capifamiglia del paese avessero tutti i diritti in quell’Ospedale ed Oratorio e ne dovessero eleggere il Rettore o Governatore. Questo avvenne allorché il Marinelli e i capifamiglia della Cervara alla unanimità concessero in perpetuo ogni diritto di patronato a frate Raffo, sindaco e procuratore del Monastero di Sant’Andrea di Borzone.

A nome di detto Monastero il Raffo agiva e stipulava l’atto di accettazione del giuspatronato dell’ospedale ed Oratorio di Cervara e l’Abate-parroco di Borzone, quindi, ne diveniva in perpetuo il legittimo superiore e patrono.

Le condizioni apposte sull’atto di fondazione mettono in evidenza lo spirito profondamente cristiano e umanitario, che anima tale istituzione: esse hanno per oggetto la maggior  gloria di Dio, lo splendore della Religione e dell’Ordine monastico di Borzone e la salvezza delle anime ( …e dei corpi, aggiungiamo noi, trattandosi anche di un ospedale).

Della storia successiva e dell’attività di questa istituzione resta solo una serie di nomi dei Rettori-Governatori, che si succedono nella conduzione del complesso.

Circa la persona del fondatore dell’Oratorio e cioè il Marinelli, la tradizione orale non è troppo incline a ritenerlo originario di Cervara, mancando del tutto un tale cognome nel paese e nei registri parrocchiali.

Questa opinione potrebbe, però, essere in parte smentita dalla esistenza di un cognome simile: Marini, abbastanza comune nel paese.

Attorno al 1876 i beni di questa Cappella furono incamerati dal Governo italiano e messi all’asta per la somma di lire 3.000. Si interessarono all’acquisto alcuni del paese, membri dell’opera parrocchiale, i quali avrebbero voluto riscattare quei beni a favore della Chiesa parrocchiale, per continuare a mantenere un sacerdote in paese oltre al parroco, perché celebrasse una seconda Messa festiva a mezzogiorno, dopo quella parrocchiale del mattino (non si concedeva facilmente, a quei tempi, la binazione). Questa seconda Messa nel passato era celebrata dal titolare della Cappella dietro compenso dell’Opera parrocchiale.

Eliminato, dietro compenso, un concorrente di Bratto, rimase un certo Cimati di Pontremoli, che si aggiudicò il tutto portando l’asta a L. 7.000. Più tardi tali beni furono acquistati da abitanti locali, sempre piuttosto restii ad entrare in possesso di questi terreni per una sorte di malocchio, che sembrava perseguitasse i proprietari.

L’ultimo titolare della Cappella fu D. Luigi Franchi, morto pochi anni prima che avvenisse l’asta.

Di questo complesso religioso-assistenziale attualmente non resta più nessun edificio. Nel piccolo spazio, dove sorgeva la cappella, c’è ora un orto coltivato. Il luogo porta ancora oggi il nome: la Cappella. A pochi passi una casa di antica costruzione, con alcune pietre del muro scolpite a forma di viso umano, « mascheroni », potrebbe suggerire la presenza dell’antico ospedale. Si tratta comunque di un’ipotesi. (Storia dell’Abbazia di Sant’Andrea di Borzone, di Giovanni Brizzolara. Ed. Tipografia Salesiana, Sampierdarena, anno 1891).

IL PAESE – I CASATI LE CASE

Veramente caratteristico questo paese nascosto tra i boschi di castagno ricchi di pace e di silenzio, che ricrea e riposa.

Sorge sulla destra del Verde e sulla sinistra del Darnia.

Diviso in quattro gruppi di case: Centro a m. 721 – Ceresola a m. 740 – Barca a m. 810 – Prà del Prete a m. 680.

Il primo casato fu quello dei Corvi chiamati pure « principi » per i loro numerosi possessi. Gli altri sono assai posteriori e della più strana provenienza.

Gli Zuccarelli dai saraceni;

i Perini dai ribelli (gente ricercata) ;

i Cocchi da Bratto o dalla Lombardia (gente benestante) ;

i Marchetti dalla Lucchesia;

i Travaglini dalla Valditacca (Parma);

i Crovetti da Pieve Pelago (Modena).

Possiamo stabilire che le prime case siano sorte da « Bruda », come testimonia, ancora oggi, una pietra datata 1172 e all’ingresso del paese, dove sono state costruite le nuove case abitate dai Marchetti (Case di Loriana). Infatti, durante lo sradicamento del ceppo di un castagno, abbattuto per farne delle tavole, vennero alla luce fra le macerie, un vecchio volto, dei cocci ed una pietra con la data 1096.

Le case sono d’aspetto scure e misere, senza intonaco e con piccole finestre, ammassate una sull’altra, come se, in quella solitudine, volessero restringere il nodo dell’umano consorzio o ripararsi dal freddo una con l’altra, coperte di lastre d’una specie di lavagna, disposte a lisca di pesce. La gente le chiama piagne ed, in genere, provengono come pure i sassi, dalla Groppa, un monte che sovrasta Cervara. La sabbia veniva preparata nel torrente Verde e trasportata a spalla o a dorso d’asino; la calce, invece, veniva cotta sul posto in apposite fornaci.

Foto dello studio fotografico Domenichini-Formaini

Specialista in materia era un certo Bruschi Giacomo.

Resti di queste fornaci ne esistono ancora parecchi; alcuni persino nel bosco in prossimità del Canale della Serra. Opera delle abili mani del « mastro » Bruschi Giacomo sono pure tutti i mulini, costruiti lungo il torrente Darnia, macine comprese.

Nelle camere niente mobili. Il letto era un rudimentale solaio di tavole con saccone pieno di paglia. In cucina niente stufa, niente camino; il fuoco era acceso per terra sopra un « suolo fatto d’argilla e sassi, cavati dai Cornali e resistenti al calore. Il « suolo » serviva da base al testo » campanaro per cuocere pattona, torte ecc.

Foto dello studio fotografico Domenichini-Formaini

Come illuminazione, chi aveva la possibilità, usava la candela o il lume ad olio (olio ricavato da loro stessi dal gheriglio delle noci — allora abbondanti — e conservato nella « preda »); gli altri, i più, si accontentavano della fiamma del fuoco. A quella scarsa luce filavano, tessevano e ricamavano.

Nelle serate invernali usavano fare grandi veglie: in una sola casa era facile incontrare una trentina di persone. Lasciamo immaginare quanti pettegolezzi! ! !

ALIMENTAZIONE – MODO Dl VESTIRE

L’alimentazione era scarsa e, se pur genuina, più da animali che da esseri umani. La colazione consisteva in un pezzo di « marenda » o una fetta di polenta di castagno. La « marenda », a modo di crescente, è un impasto molto duro di farina di castagno e di segale, cotto sotto il testo, di ottimo gusto e facile digeribilità. Il pranzo non esisteva. La cena consisteva in una misera minestra di patate e fagioli con tagliatelle di segale o bucce di fagioli o grano « Pilato », scottato nell’acqua, svestito e usato come riso.

La « pila » era un grosso mortaio di legno scavato con la sgorbia, il pestello, invece, di sasso, lungo circa 50 cm. Il condimento era costituito quasi esclusivamente da un poco di lardo: il burro e l’olio erano di scarso consumo perché troppo cari. Per ‘la cottura dei cibi era usato il « bronzo » o la pignatta di terra cotta. Le pentole non sapevano cosa fossero. I bronzi davano indubbiamente un cibo molto più saporito del nostro moderno alluminio. I cucchiai e i mestoli erano di legno. Il piatto delle grandi occasioni erano i tortelli; anche il pane, forse, si mangiava solo in queste circostanze.

I servizi igienici completamente inesistenti creavano seri problemi. Per gabinetto si usava un quadrato nell’orto vicino a casa (chi l’aveva), coperto e circondato da paglia con sotto la fossa raccoglitrice, oppure la strada: difatti numerosi erano i… monumenti.

Le scarpe erano rarissime e quelle poche tutto di un pezzo e di tomaia dura. Si calzavano zoccoli, ottenuti scavando legno d’ontano. Spesso si camminava scalzi.

Gli uomini portavano calzoni corti di lana e di canapa, prodotte e tessute sul posto, e tinti con il mallo delle noci; scendevano fin sotto il ginocchio e venivano allacciati con un cordone della stessa filatura. Il polpaccio era ricoperto di rustiche calze di lana, ma fatte con molto gusto. Qualcuno si metteva gli orecchini (ordinati dal medico per rafforzare la vista! ).

Foto dello studio fotografico Domenichini-Formaini

Le donne portavano sul capo una « tovaglia » bianca (scialle) che scendeva sino a mezza schiena, una gonna lunga, pieghettata a fisarmonica, al petto un corto busto (farsetto) e sotto una blusetta. Nei giorni festivi, invece della tovaglia, indossavano il « drappo » ricamato. Il sarto era Zuccarelli Giuseppe; cuciva tutto a mano; aveva imparato il mestiere dal fratello D. Pietro, una specie di tuttofare.

La canapa veniva coltivata anche a Cervara, e tessuta un po’ ovunque. Esistevano tre telai a Vignola, uno a Guinadi e uno a Cervara. Gli anziani ricordano una fiorente coltura della canapa, che si protrasse fino ai primi decenni di questo secolo. La canapa coltivata e filata dalle donne locali veniva poi tessuta nei telai, che un certo Jardoni Giovanni teneva in un ampio « voltone », vicino alla fontana di « Büiü”. In località « Rio sopra il ponte, lo stesso Jardoni. detto anche « Montagna », aveva dei laghetti, dove si metteva la canapa a macerare. Il « mazzuolo era lo strumento, con cui si liberava la fibra dalla parte legnosa.

Foto dell’Associazione Manfredo Giuliani

SERVIZI SANITARI

Medico e medicine non si conoscevano: chi non era dotato di forte fisico andava al Creatore; la mortalità infantile, poi, era spaventosa. Facile immaginarlo! La causa dicevano, è il « male del gruppo ».

Non un pronto soccorso, un antisettico; le ferite erano curate, gettandovi sopra terra o ricavando dalle tasche filacce di stoffa; la dermatosi pruriginosa con polvere di tavole marce, però solo di faggio.

Non esistendo strade, gli ammalati venivano trasportati all’Ospedale mediante barella a spalle. Erano le occasioni in cui si verificavano i fatti più strani. I portatori, al ritorno, si fermavano a Casa Corvi per diversi giorni a giocare e a bere. E poiché si ubbriacavano, dimenticavano la barella. Dovevano quindi ritornare a cercarla e l’occasione serviva per altra sosta e magari, presi dall’alcool, per attaccare brighe fra loro e trasformare un servizio umanitario in ridicola gara di pugilato.

ESERCIZI PUBBLICI – SCUOLE

Esisteva una sola bottega con osteria: non mancava la merce, ma mancavano i consumatori; i viveri duravano mesi. Pochi chili di pane bastavano una settimana, ma il vino meno. Infatti, quando andavano con gli asini a prendere il vino a Busatica o alla Pieve di Saliceto, spesse volte tornavano con i barili vuoti, perché durante il viaggio l’avevano bevuto tutto.

Non esistevano scuole, ne vi erano insegnanti. I paesani Franchi Giovanni (Fitocco), Rossi Giorgio (Giorgio dl’Argianen), impartivano qualche rudimentale nozione. Ma chi ne approfittava? Il primo titolare della scuola governativa fu D. Luigi Franchi: la prima maestra Moroni Elvira da Parma. Era priva di una mano, ma molto abile. Faceva scuola nella sua casa. Sposò poi in paese un certo Jardoni Giovanni (Montagna).

SERVIZI SOCIALI – AGRICOLTURA

Ammirevole era l’unione dei Cervaresi: bastava un suono di campana e tutti accorrevano. Quando bruciava una cascina, una casa, era una gara di generosità e di aiuto. Quando cadeva la neve, allora raggiungeva anche il metro, non solo pulivano le contrade, ma aprivano un sentiero, per tutte le necessità, sino a Pontremoli.

I terreni, per la loro ubicazione, zona di alta collina, si prestavano molto a prodotti tipici della terra e dell’opera dell’uomo: castagne, pecorino, segale, patate, fagioli. Qualcuno seminava anche il grano, ma con scarsi risultati. I prati erano ben tenuti, l’erba falciata, i sentieri e le strade pulite. Accurata e scrupolosa la raccolta delle castagne. Il perché è intuibile: era il loro pane.

Il reddito maggiore veniva dalla pastorizia. Ogni famiglia teneva il suo branco di pecore. Durante la guardia al pascolo, le donne filavano la lana dall’inseparabile rocca. Difficile, però, assaggiare la carne degli agnelli, perché venivano venduti per ricavarne un aiuto alla vita.

La lana, filata, serviva per la confezione di coperte, maglie, calze e vestiti.

Alla fine di aprile iniziava lo sfollamento dal paese per le cascine. Portavano con loro tutto, persino il gatto, e vivevano in quelle baite sino ai primi di ottobre. Camera da letto era il fienile. Lassù avevano i pascoli e i terreni.

VIABILITA’

La vecchia strada, che da Cervara porta a Pontremoli, è stata aperta dalla tenacia e volontà dei frazionisti, sfidando persino i tribunali. Il ponte sul Darnia fu costruito nel 1816 e la mano d’opera non fu pagata in soldi, ma con tre etti e mezzo di farina. Durante detta costruzione, nevicò per tutta l’estate. Per non morire di fame, la gente valida fu costretta a sbandarsi per la Toscana in cerca di lavoro e di pane.

Venne poi successivamente allargato da certo Garavaglia, quando comprò il bosco nel 1883. Il Garavaglia doveva fornire il legname occorrente per l’apertura della galleria Borgallo-Borgotaro. Il legname del bosco veniva fatto scorrere dal Marginello alle « Baracche di Garavaglia » su due canali, preparati con tronchi di legname, chiamati « Tiròn ». Dalle « Baracche di Garavaglia » veniva poi trainato a mano, con l’aiuto di un « marlen » o « comando », sino al canale della Serra, dove un impianto di segheria provvedeva alla lavorazione del prodotto.

Sino ai Cornali funzionava una specie di ferrovia con binari in legno e vagoncini trainati da cavalli e buoi; proseguiva poi sino al paese caricato su slitte.

Il materiale venne scartato e rifiutato ed il povero sfortunato si mangiò capitale ed interessi.

LA PARROCCHIALE – IL CIMITERO – IL CAMPANILE

L’attuale Chiesa parrocchiale (alcune voci dicono essere più vecchia anche di Campiglia) era una piccola coppelletta chiamata « Portina », con annesso cimitero.

Non si conosce la data di costruzione e subì diverse modifiche. Fu allungata la prima volta nel 1720, una seconda nel 1888. Primo battezzato nella nuova chiesa fu Beccari Pietro di N.N. Nel suo insieme è solenne ed accogliente. Si adoperò nell’allungamento una parte delle pietre della caduta cappella di S. Maria Assunta.

Sopra una pietra, murata a mezzogiorno, si legge l’anno 1718, ma non risulta a chi o a che cosa tale data si riferisca. Il tetto è stato coperto a tegole nel marzo del 1933. Il popolo ha dato una superba prova di unità e di amore per la casa di Dio. Ha pensato al trasporto del materiale (sabbia, cemento, tegole, oltre diecimila), alla rimozione e livellatura di tutta l’armatura del tetto, alla sostituzione delle tavole e dei travi più fatiscenti, alla copritura e lavori di finimento. Tutto gratuitamente. Il tempo fu assai favorevole e non accadde il minimo incidente. Lavori di restauro e di pittura furono fatti dai fratelli Biagini Antonio e Carlo di Pontremoli nel 1889: la pittura fu rinnovata nel 1935 per mano dei fratelli Arrighi Germano e Vitale fu Guerrino di Pontremoli e nel 1960 dai fratelli Triani, pure pontremolesi. La popolazione ha contribuito con slancio e generosità.

I registri parrocchiali risalgono al 1632.

Comunque possiamo stabilire che la Chiesa parrocchiale esisteva già nel 1470 ed era in piena efficenza. Vi era parroco un certo D. Pasquini.

Tale data è fornita dalla Storia delle Diocesi di Luni (Vedi Geo Pistarino, Le Pievi della Diocesi di Luni, parte 1 B ) . Fra le parrocchie soggette agli estimi dovuti alla Diocesi di Luni viene elencata la parrocchia di Cervara soggetta alla Pieve di Vignola, insieme alle parrocchie di S. Lorenzo, di Guinadi, di Braia e Bratto, di Valdena, di Montemasio. Probabilmente la Chiesa dedicata a S. Giorgio fu eretta circa i primi del 1400, non risultando nei precedenti elenchi delle parrocchie soggette alle decime bonifaciane, dovute alla Diocesi di Luni.

Il cimitero vicino alla Chiesa fu poi soppresso e le ossa raccolte e messe in tre fosse comuni sotto il pavimento della Chiesa. Ancora oggi si possono vedere le tre croci su mattonelle.

Nel 1720 il cimitero venne costruito in località « S. Rocco », a spese dell’opera parrocchiale, nel terreno di proprietà del beneficio. E’ ancora oggi esistente, ma fuori uso.

L’attuale, vicino al vecchio, fu benedetto la terza domenica di luglio del 1891 dal parroco D. L. Terroni.

Il primo campanile basso e a forma di camino risale al 1871, dotato di tre campane provenienti dalla « cappella”.  A seguito della rottura di una furono ricolate e portate a quattro nel 1914 dalla Ditta Capanni di Castelnuovo Monti (RE) e messe su un castello di legno nel piazzale.

Dalla stazione di Grondola-Guinadi, montate su slitte, furono tirate in paese a mano, per gli impervi sentieri del Ciotone.

Il nuovo campanile, a cuspide di mattoni vuoti intonacati, fu costruito nel 1920, su progetto eseguito dall’Ing. Cav. Guido Scannerini fu Cesare di Pontremoli, per la spesa di L. 14.159. Il pagamento fu fatto con l’impiego di lire 553 ricavato dalla vendita di terreni di proprietà dell’Opera parrocchiale; la differenza fu versata mediante risparmi ed economie dell’Opera, l’aiuto di oblazioni private e la mano d’opera gratuita dei parrocchiani. Ma l’intonaco non resistette all’usura del tempo e la cuspide fu rifatta, in armatura in ferro e malta cementizia, nel 1927.

Il metallo occorrente per la fusione delle quattro campane, non essendo sufficiente il metallo ricavato dalle campane vecchie, fu interamente pagato dall’Opera parrocchiale al prezzo di L. 2,65 al Kg. Oltre a questa somma venne pagato L. 1,10 al Kg., per il complessivo peso delle campane nuove, che era di Kg. 1080 circa, quale compenso della lavorazione ed altre spese.

La campana, che era nella Chiesa di Campiglia, è ora nel campanile di S. Lorenzo (rubata?), quella della « cappella », che serviva per il segnale d’inizio delle funzioni, è nella parrocchiale. Si dice pure che sia stata rubata dai Guinadesi e portata nel loro Oratorio una statua di San Rocco. Infatti la località, dove sorgeva il vecchio cimitero, è ancora oggi chiamata « S. Rocco”.

Per le maggiori solennità i cervaresi e i guinadesi, usavano scambiarsi, assai numerosi e vestiti di camice, la partecipazione alle funzioni pomeridiane, per sfilare, poi, in processione con le insegne. La sparizione della statua di S. Rocco originò le prime beghe; i rapporti divennero più tesi, e degenerarono in vere e proprie battaglie. L’ultima, ma la più famosa, avvenne nel Verde: volarono calci, pugni, bastonate e i picchiatori più forti fecero uso anche dei lanternoni. Da allora, guai passare i confini o incontrarsi.

SAGRE E FOLKLORE

Le sagre principali erano e sono ancora oggi: S. Giorgio (23 aprile), la Madonna Ausiliatrice ( 1a domenica di luglio), la Madonna del Rosario (1a domenica di ottobre).

La statua della Madonna era una sola e sembra sia stata regalata dai monaci, che avevano il convento a Predonica, località a breve distanza dal Passo del Borgallo.

L’abito fu donato dalle donne del paese e confezionato dalla maestra Moroni Elvira. La statua si conserva, ancora oggi, in una credenza in sacrestia, ma è interdetta.

Le attuali sono recenti.

Frequentatissime le funzioni e le processioni; erano le poche occasioni per « incignare » il nuovo vestito o la camicetta.

Gruppi di giovani, con la faccia tinta di carboni e in testa vecchi cappelli per non essere conosciuti, scortavano la processione, sparando con vecchi fucili a bacchetta. Detti fucili, quelli ad una canna, erano indubbiamente militari, quelli a due canne, invece, erano stati comperati da « Busticca », un fabbro pontremolese, che per pochi soldi ne dava dei fasci (roba vecchia s’intende).

Alla sera poi al « Castello » grande scarica di mortaletti.

Quando il Vescovo veniva per amministrare la Cresinna (mezzo di trasporto era un asino), i bambini andavano ad attenderlo alla « Lanzena » e gli offrivano grossi mazzi di fiori campestri o di piante da frutto.

Arrivava la vigilia di S. Giorgio e pernottava in canonica. La camera è, ancora oggi, chiamata la « camera del Vescovo ».

I matrimoni erano celebrati o il mattino presto o la sera tardi. Non vestivano grandi abiti, ma quelli soliti: non grandi pranzi. Per i più li attendeva, come viaggio di nozze, la cascina in montagna e il lavoro dei campi.

IL NUOVO COMUNE

Cervara fu staccata dal Comune di Zeri e annessa a quello di Pontremoli con decreto sovrano del 23 dicembre 1851. I primi iscritti nei registri del nuovo Comune furono:

Nati: Menotti Eugenio di Giovanni; Franchi Maria di Francesco.

Morti: Menotti Margherita di Bartolomeo e Corvi Maria di anni 45, coniugata Pizzanelli Giovanni.

Matrimoni: Corvi Baldassare di Giovanni e Corvi Anna Maria di Giuseppe.

Il motivo del distacco da Zeri è da ricercarsi nelle abbondanti nevicate (talvolta superavano i due metri). Zeri era raggiungibile solo a piedi attraverso i sentieri dei monti; impossibile, quindi, nel periodo invernale recarsi colà in tempo utile per le denunce di nascita e di morte.

EMIGRANTI PRESENTI

Come ogni contrada della Lunigiana, anche Cervara ha versato un contributo elevatissimo all’emigrazione, che si è riversata verso la Francia e la Svizzera. Chi rimaneva doveva aiutarsi con le carbonaie, la pastorizia, un poco d’agricoltura, ma soprattutto con la raccolta dei prodotti del sottobosco: mirtilli, fragole, lamponi, funghi, che, ogni sera, dovevano essere portati al Borgallo, unico posto di vendita.

Essendo insufficienti i terreni, si ricorreva ai « ronchi »: veniva disboscato e scorticato una fetta di terreno, bruciata la sterpaglia e poi seminata la segale.

Foto dello studio fotografico Domenichini-Formaini

La paglia serviva per la copertura dei cascinali in montagna e anche per le case di civile abitazione in paese; lo scarto per il letto delle bestie.

Il raccolto in parte veniva venduto. Di buon mattino, verso le due o le tre, con sulle spalle (pochi i proprietari di bestie da soma) un fascio di fieno o un sacco di carbone o di patate, si muovevano dai monti diretti a Pontremoli. Scaricavano la merce, facevano una misera spesa e riprendevano subito la via del ritorno. Era facile conservare la linea con quaranta chilometri nelle gambe!!!

Arrivati a casa la giornata non era finita: forse incominciava!

CURIOSITA’

—- Un certo Corvi (nonno materno di Pineto) è stato ufficiale nell’esercito di Maria Luisa.

— Rossi Giorgio (nonno della Rossi Francesca) sergente nello stesso esercito.

— D. Luigi Franchi da Cervara il primo titolare della scuola governativa.

— D. Domenico Maria Corvi, ex soldato di Napoleone, reduce dalla campagna di Russia. Mediante le sue premure Cervara ottenne il passaggio dal Comune di Zeri a quello di Pontremoli.

— Da un foglio trovato nell’Archivio parrocchiale Cervara nel 1848 contava 504 abitanti (252 uomini di cui 82 impuberi – 75 adulti celibi – 69 ammogliati – 15 vedovi – 6 sacerdoti 5 chierici).

252 donne di cui 92 impubere – 77 adulte nubili – 69 maritate – 14 vedove) ripartiti in 88 famiglie.

— I registri dell’Archivio parrocchiale risalgono al 1632, il primo parroco che si conosca è D. Giovanni Bertucci.

— Nella primavera del 1931 attraversò Cervara la linea di energia elettrica, che, partendo da Teglia di Mulazzo, arriva a Sesto S. Giovanni, di proprietà delle A.F.L. FALCK.

— Il  6 aprile 1935, alle ore 19, arrivò per la prima volta a Cervara un automobile. Fu audace impresa! Autista: Giovanni Novelli di Vignola (vulgo bocca storta).

Dopo la soppressione dell’Ospedale, in un fondo, veniva lavorato un « fungo da esca » (la lasca), un basidiomiceto che cresce sul tronco di alberi come faggi e quercie, in decomposizione. I suoi grossi corpi sporiferi, dapprima teneri poi legnosi, hanno forma di mensole. Era raccolto per preparare dell’esca, Per lavorarlo, prima era ben battuto con un martello, poi messo in ammollo dentro u scorzu fra cenere e bugaruia, quindi spezzettato. Interessato all’acquisto era uno di Zeri, conosciuto col nome di lascalaruia, che lo commerciava.

Dopo l’invenzione dei fiammiferi è caduta completamente in disuso insieme all’acciarino. Andava anche per le farmacie sotto il nome di « fungo dei chirurgi », utilizzato per arrestare le emorragie. Era buona fonte di guadagno; un certo Rossi Francesco fu Domenico Antonio ne vendette 8 pesi (Kg. 64,700) e col ricavato comprò addirittura una mucca.

-— Con atto notarile del Dott. Raffaello Reghini in data 13 settembre 1856 sessantadue ditte comprano le località denominate Marginello e Freddano (la Macchia e i Beni Sociali). Qualcuno per detto acquisto si è venduto anche il « bronzo”

— La lapide, che ricorda sulla facciata della Chiesa, il sacrificio dei 24 Caduti nella guerra 1915-18, è stata inaugurata il 17 settembre 1939. Organizzatore della giornata come pure dell’erezione , fu il Sig.Angelo  Andreetti. In detto giorno  stata benedetta la statua della Madonna del Rosario, dono dei coniugi Pizzanelli Luigi e Assunta.

—- Il  4 settembre 1942 annegava nelle del « Lago Verde » Zuccarelli Luigi di Federico, di anni 22; era a casa in breve licenza dal servizio militare.

Il 1° luglio 1961 altra vittima: Jardoni Pasquale di Giuseppe di anni 17.

— Una strada tutta acciottolata, partendo da Morana attraverso le Rive Rosse e i Tagli, arrivava sino ai « Due Santi »; serviva per il trasporto in carrozza di Maria Luisa.

— A cento metri dal passo del Borgallo, in una località chiamata « Predonica » esisteva un convento di monaci, con annessa abbazia sotto il titolo di S. Bartolomeo Apostolo.

L’attuale Passo del Borgallo anticamente si chiamava Montagna d’Annido, antica stanza degli apuani, scacciati a forza d’armi dai Romani.

—-I nostri monti sono stati sempre ricchi di selvaggina. Si dice che nel gennaio del 1521 cadde tanta neve che dai monti calò al piano una tale quantità di tordi, merli, starne ed altri volatili, così tanti mai visti. Arrecarono grandi danni alle olive. Per il gran freddo che faceva, entravano nelle case, e, ponendosi vicino al fuoco, si catturavano con le mani.

— Nel 1527 oltre ai tumulti e alle perturbazioni militari, Pontremoli, e quindi anche le frazioni, fu scossa da una gravissima carestia. Il grano valeva 20 lire di Genova allo staio, le castagne 12, e non se ne trovava.

Per la fame la gente si ridusse, a guisa di bestie, a mangiare ogni sorta d’erbe, anzi le bestie stesse, come cani, gatti, sorci. Le persone cadevano morte di fame per le strade. A questo flagello si aggiunse poi la gran strage, che fece una quantità di lupi affamati, i quali, scorazzando per le campagne, uccidevano le persone e si pascevano di carne umana.

— Il 22 luglio 1546, verso le ore 21, caddero per due ore, grandini in grandissima quantità, di circa sette once ciascuna (2 etti).

— Per tutto il mese di marzo del 1568 furono pioggie, nevi e freddi intensissimi. Lo stesso avvenne per tutto il mese di maggio, sino al 13 giugno, con neve ai monti.

— Il 15 aprile 1579 cadde tanta neve che la gente fu obbligata a stare in casa per le feste di Pasqua.

Perirono tutti i frutti, specialmente le noci.

— Il 22 luglio 1635 vi fu una grandinata di inusitate proporzioni, che recò grandissimo danno. Seguì, poi, una siccità; per tre mesi non cadde più pioggia, tanto che il 21 dicembre si udivano ancora le cicale a cantare.

— Nel mese di marzo, quando si udivano i primi tuoni, i bambini dovevano andare di corsa nei prati a fare i « capiloti », per essere esenti dal male di pancia.

— Il « Casà », località poco distante dalla Ceresola, sembra sia stato abitato quando lo fu Campiglia; infatti era unito da una strada, ancora oggi, ben riconoscibile in tanti punti.

Per riconoscere il giorno della settimana, gli abitanti del « Casà », che si ritenevano superiori a quelli di Campiglia, preparavano un mucchio di fascine, quanti sono i giorni della settimana. E così scomponendo e ricomponendo il mucchio, riuscivano a conoscere il giorno esatto.

Era un singolare ed intelligente modo di supplire all’impossibilità di avere il calendario.

Quelli di Campiglia invece, dovevano chiamare quelli del « Casà », tanto è vero che, all’inizio della cattiva stagione, si sentivano spesso urlare: « O dal Casà, quand l’é nadà ».

— Falò – Il 28 agosto, sia in paese che alle « cascine », per propiziare l’abbondanza delle castagne, facevano il falò. Tutti portavano la loro fascina, e assistevano, fino che tutto era consumato dal fuoco. Fra il crepitar delle fiamme ed il fragoroso battimani, cantavano allegramente: « evviva il falò, castagne chi-tavele là ».

COME SI E’ FORMATO IL LAGO VERDE

Una giovane coppia, dopo aver adagiata sopra del fogliame la loro piccola creatura, vangava un pezzo di terreno. Un passante si ferma e chiede: c’è buon lavorare? « Come un sasso », risoondono i due e continuano il loro lavoro. Si siede, arrotola una sigaretta e, fra una tirata e l’altra, di nuovo: « C’è buon lavorare? ». I due, a cui il sudore arrivava ormai ai piedi, stanchi di sentirselo ripetere, « peggio che il cemento — rispondono — si sprofondasse tutto ». Improvvisamente si aprì una voragine, inghiotti genitori e figlio e si ricoprì d’acqua.

La sera di S. Giovanni (24 giugno) si vede la povera famiglia adagiata nel fondo del lago.

Così una vecchia favola!

LA COMPAGNIA DEI CACCIATORI

Una lettera, inviata in data 5 agosto 1837 dal Comandante al Parroco, desideroso che almeno 7 « ottimi abitanti » facessero parte di questa onorata compagnia, non precisa quale servizio doveva svolgere. Dice solo di assicurare il popolo che il far parte di questa compagnia di cacciatori non è che un onore e che per qualunque occorrenza particolare, previo permesso del comandante, gli iscritti potevano assentarsi dal loro domicilio per andare a lavorare in altri luoghi.

LA COMPAGNIA SANITARIA

La guardia sanitaria sorgeva il 13 dicembre 1836: settanta erano gli addetti al servizio alle dipendenze del sergente Jardoni Angelo. Distintivo, un nastro bianco al braccio sinistro. Prestava servizio a turni per un giorno intero, era armata di fucile. Il servizio era gratuito e obbligatorio. Suo compito era respingere quanti provenivano dalle zone colpite dal « Cholera Morbus »: non potevano entrare in zona i provenienti dallo Stato sardo, dal Regno lombardo, dallo Stato genovese e piemontese e dagli Stati di Parma. Il capoposto doveva verificare le provenienze, controllando il passaporto e la fede di sanità, senza toccarli.

Furono costruite tre capanne, una alla « Fontana della Cobia », un’altra alla « Costa dell’Africo », una terza al « Lago Peloso ». La costruzione di queste ultime era di spettanza dei cervaresi, ma arbitrariamente il sergente Moscatelli le affidò ai « prepotenti zeraschi ». Furono però trovate mal costruite e pessimamente coperte, tanto che, quando pioveva, dentro la stessa capanna occorreva tenere aperto l’ombrello. Costretti ad abbandonare il servizio riparavano alla Cobia. Il loro ripristino fu affidato ai cervaresi.

Il popolo cervarese, dice un rapporto, è stato ubbidientissimo ed ha prestato servizio irreprensibile.

UN GRAVE ERRORE. CHI I RESPONSABILI?

La sera del 23 marzo 1924 si era cercato un accordo fra la Ditta Orlando Armenti, assegnatario dell’asta per il taglio della Macchia e Beni Sociali, e i frazionisti di Cervara, per il riadattamento della strada dal ponte sul Lanzena sino in paese, con ben precise condizioni, ossia: dieci giornate gratuite per famiglia, versamento di lire 30.000, libero passaggio.

La Ditta Armenti s’impegnava al versamento di lire 10.000, all’assicurazione degli operai, all assunzione di mano d’opera locale. Le proposte del Sig. Armenti, se pure vantaggiose, non furono accettate.

Diffidenza? Sobillazione? Vedute ritardate? Loschi interessi di terzi? Mistero!!!

LE FRAZIONI

Barca

Frazione a m. 810 s.l.m., molto caratteristica, inerpicata su di un groppo, si staglia a dominare la vallata sottostante; una strada tortuosa, ma panoramicamente eccezionale, porta sino sulla costa.

La vecchia strada della Costa era il confine fra Vignola e Cervara.

Un tempo, come pure Prà del Prete, era popolata solo in estate. I terreni di Fontaneta-Panigale-Pézzola erano di proprietà dei Vignolesi, acquistati in seguito dai Cervaresi: detta strada serviva appunto ai Vignolesi per passarci con le « benne ». La parrocchia di Vignola possiede, in Fontaneta, una superfice prativa di discreta estensione.

I primi a dimorare questa contrada furono i « Prüssia » (Beccari Domenica) e i « Fu » (Zuccarelli Pasquale).

Erano tutti del paese di Cervara: vi andavano nei mesi estivi a lavorare, poi, forse, perché più vicini ai terreni o più bella la posizione, si fermarono in permanenza.

 Incominciò a popolarsi non più di centocinquanta anni fa.

Le case, tranne i seccatoi, erano coperte a paglia e piccole. A far provviste d’acqua andavano alle sorgenti del Maraffo o del Fontanone, in Prà del Prete o a qualche bozzo; per lavare nel Darnia o nel Lanzena.

Si dice che sulla Costa ci fosse stato un castello, o posto di guardia in corrispondenza con il castello di Grondola, di cui oggi è scomparsa ogni traccia. E’ presumibile che avesse le sue fondamenta, dove sono sorte le nuove case: lo lasciano supporre resti murari.

Pra’ del Prete

Posta a m. 680 s.l.m., amena frazione, le cui case dai tetti rossi, rari i vecchi tetti, emergono in mezzo al verde tenero dei prati e degli annosi boschi di castagno.

I primi a stanziarsi in questa località furono i « Turëta » (Beccari) e i « Tavân » (Jardoni).

La prima casa, ancora oggi esistente, anche se un rudere, è vicino alla abitazione dei Pistola (Zuccarelli Giuseppe).

In mezzo a tanta miseria si ricorda una famiglia facoltosa, i « Cabré », aveva dei figli preti (forse di lì il nome?). Si dice che in occasione della benedizione delle case, il vecchio avesse messo il suo gruzzolo in una tazza, perché fosse benedetto (o visto?).

Oggi le due frazioni contano 22 famiglie con 51 abitanti e sono dotate di telefono, di acquedotto (non ancora completato) e di una ottima strada che le collega al capoluogo.

Ceresola

Sorge a 740 m. s.l.m., circondata da bei castagneti, da prati di verde smeraldo, con tipiche costruzioni di epoche passate. E’ abitata da poche famiglie.

E OGGI?…

Alla fine della lettura di questo opuscoletto, che non ha mire ambiziose, sono convinto, che il lettore si chiederà: adesso a che livello di civiltà e di progresso si trova?

Cervara è stato, forse, il primo paese ad essere tenuto in considerazione e che ha avuto tante comodità, che ha fatto veramente passi da gigante.

Voglio lasciare ad altri il compito di presentarlo in chiave moderna, perché il parlare in prima persona, è cosa odiosa, caso mai, parlino i fatti. Strade che portano in tutte le direzioni, asilo, scuola, telefono, servizio di corriera, fognature, pavimentazione strade interne, acquedotto moderno ed efficientissimo, illuminazione publica, ponte TV, attrezzati locali pubblici, sede della Sagra del Mirtillo, laureati, diplomati, impiegati.

Non più visi grinzuti di gente sciupata dal lavoro e dalla miseria e invecchiata anzi tempo, non mani che presentano segni di un lavoro rude e prolungato, ma visi sorridenti ed abbigliamento alla moda, non più case scure, ma villette di buon gusto e appartamenti dotati di moderni conforti.

Tante cose sono rimaste insolute per l’avversione e la opposizione di miseri mestatori.

CERVARA PARTIGIANA

E’ legge fondamentale di psicologia che l’uomo non può esimersi dal parlare ed ancora parlare di quello che maggiormente gli sta a cuore, ma è doveroso ricordare il contributo di Cervara al movimento partigiano, perché quassù si crearono le prime formazioni di ribelli, i primi nuclei armati.

Quelle montagne, che, per tanti anni, hanno visto il sacrificio e gli stenti di quei poveri montanari, privi di tutto, tranne che di buona volontà, spettatori muti di tante fatiche, di tante privazioni, oggi ospitano nuove generazioni vive, operose e decise di costituire una nuova comunità sottratta alla negazione dei più elementari valori umani.

Quei monti hanno brillato, allora, in tutto il loro splendore, la loro bellezza, ed hanno sorriso a quelle giovani vite, che iniziavano il loro calvario per un nuovo Risorgimento.

Ecco quei monti ospitali, popolati di armati, scrivere pagine gloriose dei figli più sani, votati alla morte, per la rinascita della Patria. Quei monti non più semplici spettatori, ma partecipi, che hanno sentito la grandezza delle immolazioni volontarie, hanno imprecato ai persecutori, ai carnefici e si sono inchinati in segno di omaggio alle vittime, volontari di un’idea, risoluti a vivere liberi, consacrati dai martiri con l’offerta del sangue.

Arrivano nel dicembre 1943. Sono poche unità al comando di Alberto (Fermo Ognibene) e Faccio (Dante Castellucci), malamente vestiti e peggio armati, ma capaci di tenere in allarme il tedesco e il suo servo fascista. Si aggiustano in alcune cascine al « Lago Soprano », località a un’ora da Cervara, spazzata dal vento, da dove si domina tutta la valle del Verde. L’inverno è duro, snervante per le abbondanti nevicate e lo scarso equipaggiamento, ma il sangue giovanile resiste ed attende impaziente la primavera. Il numero si ingrossa per l’adesione di elementi locali. Aumentano anche le azioni di disturbo. Il nemico, beffato da tanto coraggio, non ne conosce la forza, ma prepara la vendetta; con l’aiuto della solita spia li raggiunge. Il 16 aprile 1944, per Cervara e i pochi armati, è stata l’ora della prova, del terrore, della vendetta. Colonne provenienti da ogni direzione hanno, di buon mattino, accerchiata la zona, e Dio volle che, per un banale errore di località (Lago Scuro anziché Lago Verde), fosse rimasto incontrollato questo unico varco, da dove fu possibile raggiungere la salvezza. Non poterono reagire, perché colti di sorpresa e in possesso di poche munizioni.

Cervara, già duramente provata nella persona dei suoi figli uccisi, lo fu anche nelle cose. Centinaia di cascine bruciate e devastate. Particolare curioso: nell’unico cascinale, risparmiato dalle fiamme, un partigiano dormì tranquillamente, ignaro di quanto accadeva attorno a lui, sino a sera inoltrata; quando si destò, si trovò solo in mezzo a si orrendo spettacolo. Rastrellarono quanti uomini trovarono, perquisirono case, rubarono quanto poterono. Gli uomini allineati sotto le finestre della canonica, erano controllati a vista con le mitraglie puntate. Fortuna volle che, non mancò un solo tedesco all’appello, altrimenti sarebbe stata la fine. Ma rimasti beffati, si vendicarono con i rastrellati. Li caricarono di pesanti armi e munizioni e li portarono alla Spezia a disposizione del Comando tedesco. Subirono le più afferrate angherie, più dai rinnegati fratelli che dal tedesco. Ritornarono alle loro famiglie dopo una detenzione di parecchi giorni. Al rastrellamento presero parte pure diversi pontremolesi in camicia nera.

Sulla fine del giugno 1944, anche Pra’ del Prete fu rastrellata ed incendiata dai tedeschi. Volevano rioccupare Borgotaro in mano ai partigiani e allo scopo di proteggersi le spalle nell’avanzata verso il Brattello avevano piazzato mitragliatrici e mortai sul Castello di Grondola. Di lì sorvegliavano tutta la zona. E fu proprio di lì che una notte della fine di giugno partirono moltissime raffiche contro alcune case della Barca, i cui abitanti incautamente, erano usciti con le lampade a carburo. Per due giorni di seguito i tedeschi, risalendo i due torrenti che abbracciano Pra’ del Prete, rastrellarono ed incendiarono i fienili della frazione, alla ricerca di ribelli e catturarono Pizzanelli Emilio, Menotti Eugenio e Zuccarelli Giorgio. Tutti e tre furono portati via, ma il Menotti riuscì a Scappare verso Vicofertile, il Pizzanelli nella zona di Suzzara, mentre lo Zuccarelli fu deportato in Germania. Ritornò ammalato, dopo la guerra e non si riebbe più. Poco dopo morì.

L’albero della libertà, seppur scottato, non seccò, ma crebbe più forte, la balda gioventù visse la sua più bella primavera e il nemico, aguzzino del popol, lo ripagò cara.

Ritornava il tedesco nel gennaio del 1945 a sfogare il suo odio contro l’inerme popolazione, ma non troverà che donne, vecchi e bambini; i giovani erano ai monti arruolati nelle ormai ben organizzate bande partigiane.

Li racchiudono in Chiesa, li minacciano, li spaventano, ma nessuno parla, nessuno scopre. E’ doveroso dire grazie, in quell’occasione al Prof. Giuseppe Bola, che trattò col nemico e lo ridusse a ripensamenti.

La redenzione dell’Italia dopo tanto soffrire, oppressa e straziata da tirannidi straniere e domestiche, è vicina.

Ogni volontà nemica sarà infranta, ogni ostacolo cadrà in polvere. La primavera riporta il profumo dei fiori, il verde dei prati, la speranza nel cuore, l’entusiasmo e la volontà nell’operare.

Il Comando della “Divisione Cisa”, formata dalle tre Brigate Beretta, si trasferisce a Cervara. I caselli ferroviari da Borgorato a Pontremoli, sono presi d’assalto e sgomberati del marciume tedesco, che li presidiava. Tutta la zona è sotto controllo delle forze partigiane.

L’ora della verità sta per scoccare: il tedesco che porterà nei secoli, come una catena ai piedi, la condanna  inflittagli dalla coscienza, batte in ritirata, accompagnato dagli untorelli italiani, verso il Po. Ma daranno ancora un saggio della loro  vigliaccheria e cattiveria: saltano i ponti in città, massacrano sulla piazza alcuni nostri fratelli, a cui un raggio di libertà e di speranza era penetrato nelle celle, ma il cuore disumano dei barbari, non permette di toccare con mano. Il campanone suona a festa, rinasce la vita, torna il sorriso, brilla il sole della libertà, pulsa il cuore in un gesto di amoree di perdono.

La guerra di Liberazione, palestra delle più alte virtù umane è finita: ci conservi fratelli e uniti; ai giovani ricordi quanto sangue e sacrifici è costata, insegni che senza libertà non si è uomini.

La democrazia della piazza che urla, insulta, minaccia e si abbandona alla violenza, non è la prima democrazia dei popoli civili, è la democrazia delle tribù selvagge.

Si può anche distruggere la capanna quando si è murata una casa, si può dare al cane il pane di segale quando sulla tavola crocchia quello di grano. Sarebbe però da stolti distruggere quando non  c’è più nulla  che subentri al mezzo eliminato. Il fiume che scende dalla sorgente non può arrestarsi a metà, deve proseguire verso il mare.

Ricordiamo il monito di Calamandrei per i nostri Caduti:”Morti per sempre se  sono morti invano”. Ecco quindi il dovere di tutti di non abbandonare la strada che ha contribuito a costruire la Resisternza, perché “la libertà è come la salute: si capisce quanto sia preziosa quando la si è perduta (Siniawski).

Bruno Ghelfi, CERVARA – storia di un paese, Tip. Artigianelli – Pontremoli, 1978

Prefazione dell’Autore

 Non tutto il contenuto è stato attinto da fonti sicure, cioè da documenti: una parte proviene da tradizioni tramandate in loco; è possibile, quindi, che ci siano anche particolari frutto di fantasia. Ma del passato, che conosciamo solo per sentito dire, è bene che nulla si perda, anche se certe verità sono dolorose farle rivivere. La storia non deve essere fatta di inganni e sotterfugi. Queste brevi note non vogliono mettere ridicolo modi di vita, ma documentare  in quale stato di abbandono erano tenute le popolazioni montane dagli amministratori di allora; la dura vita, i sacrifici, le privazioni dei nostri padri, la loro serenità nell’affrontarli e sopportarli.

Il raffronto ieri-oggi conferma che qualcosa è cambiato, a dispetto di chi si ostina, ancora, a dire che nulla è cambiato in questo trentennio.

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