BIAGI LUIGI

Un campo di prigionia tedesco – immagine tratta dal sito LEbi.

Luigi nasce a Careola il 20 agosto 1923 da Geremia e Luigia Lazzerini. Frequenta la scuola elementare fino alla terza classe, compatibilmente con le esigenze familiari, per poi aiutare i genitori nei lavori agricoli.

Il 13 gennaio 1943 viene chiamato alle armi e assegnato al Deposito del 56º Reggimento Fanteria di Mestre. Completato l’addestramento, il 9 maggio 1943 viene aggregato al 6º Battaglione Mitraglieri, mobilitato e inviato sul fronte croato, in un territorio in stato di guerra.

Sono le ultime, drammatiche settimane del regime fascista. La guerra volge ormai al peggio: l’Africa è perduta, la campagna di Russia si è conclusa con una sanguinosa e disastrosa ritirata, e il 10 luglio 1943 gli Alleati sbarcano in Sicilia. Il re rimuove Mussolini, ormai stanco e demoralizzato, e affida al generale Badoglio il compito, segreto, di trattare la resa con gli angloamericani. L’armistizio viene annunciato l’8 settembre 1943.

Questo evento getta l’esercito italiano nel caos. I tedeschi, fino ad allora alleati, diventano improvvisamente nemici. Il governo, però, non ha la forza né il coraggio di dichiarare ufficialmente guerra alla Germania. Il re, Badoglio e lo stato maggiore militare abbandonano Roma, rifugiandosi a Brindisi, lasciando le truppe senza ordini e in balìa degli eventi.

I soldati italiani devono decidere da soli: accettare di continuare a combattere al fianco dei tedeschi oppure rifiutarsi, con il rischio di arresto e deportazione. Circa 200.000 scelgono di aderire alla Wehrmacht, mentre molti riescono a fuggire approfittando del disordine generale. Tuttavia, ben 650.000 soldati, rimasti fedeli al giuramento prestato all’Italia, vengono fatti prigionieri e deportati in Germania. Luigi è tra questi.

Il 12 settembre 1943 viene catturato, caricato su un carro merci piombato, in condizioni igieniche disastrose. Durante il lungo viaggio riceve un solo pasto al giorno, una minestra di verdure.

Dopo giorni di viaggio, Luigi raggiunge Hennigsdorf, nel Brandeburgo, a nord-ovest di Berlino. Qui viene internato presso uno stabilimento siderurgico della Hennigsdorfer Elektrostahlwerke GmbH (HES), destinato alla produzione di acciaio e laminati per l’industria bellica tedesca.

Le condizioni di vita sono durissime: cibo scarso, alloggi inadeguati, malattie diffuse. Le giornate iniziano all’alba, con qualsiasi condizione climatica, e il lavoro si protrae per 12-14 ore. È prevista una sola sosta per il pranzo, anch’esso composto da una brodaglia di verdure, poco nutriente e insufficiente.

A peggiorare la situazione c’è la decisione di Hitler di non riconoscere ai soldati italiani lo status di prigionieri di guerra, classificandoli invece come Internati Militari Italiani (I.M.I.), privandoli così delle tutele previste dalla Convenzione di Ginevra del 1929.

I prigionieri subiscono continue pressioni per aderire alla Wehrmacht, con promesse di pasti migliori e condizioni meno dure. Solo pochi cedono.

Lo stabilimento di Hennigsdorf, essendo un sito industriale strategico, viene colpito più volte dai bombardamenti alleati, causando numerose vittime anche tra i prigionieri.

L’8 maggio 1945 il campo viene finalmente liberato dalle truppe sovietiche. Ma per Luigi il rientro in Italia non è immediato: le infrastrutture distrutte e la complessa situazione politica rallentano il rimpatrio. Solo il 20 settembre 1945 riesce a tornare a casa.

Potrà infine riabbracciare i suoi cari, cominciando lentamente a sanare le ferite del corpo e dell’anima, provate da due anni di prigionia e duro lavoro.

Per la compilazione dell’articolo ci si è avvalsi della consultazione del Foglio Matricolare conservato presso l’Archivio di Stato di Massa e del sito LEbi.

Rispondi

Scopri di più da MUSEO VIRTUALE DELLA VITA RURALE E DELLA MEMORIA DELL'ALTA LUNIGIANA

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere