MEMORIE STORICHE DELLA CITTA’ DI PONTREMOLI

Bernardino Campi (1656-1716), il maggiore dei cronisti pontremolesi, ha avuto una fortuna di scrittore veramente singolare: più conosciuto per alcune ingenuità o insufficienze critiche, che per la validità del suo impegno e l’importanza dei risultati conseguiti.

In vita non riuscì a pubblicare nessuna delle sue opere, nonostante le approvazioni ricevute per le Memorie e i Successi memorabili di Lunigiana; ma alla sua produzione, rimasta manoscritta, sempre si sono riferiti, come fonte primaria, gli storici di Pontremoli (Giovanni Sforza, Manfredo Giuliani, Pietro Ferrari).

Il Campi non mancava di cultura né di validi interessi storiografici. Per ogni affermazione ricercava una « autorità » che la sanzionasse: un filosofo antico, uno storico, un documento. Le sue letture andavano dai classici agli scrittori ecclesiastici; ma insistevano, soprattutto, sui cronisti e gli storici (Ottone di Frisinga, il Guicciardini, Leandro Alberti, Francesco Alunno, Flavio Biondo, Paolo Giovio). Di significato particolare è la sua attenzione agli scritti e alla metodologia di Onofrio Panvinio, Carlo Sigonio, Vincenzo Borghini, Cesare Baronio. L’erudizione e la ricerca del documento sono aspetti essenziali anche nel lavoro del Campi, che ha di mira la storia di Pontremoli e, in secondo luogo, quella di tutta la Lunigiana. Di qui nascono le ricerche e le puntuali consultazioni degli storici di altre città, che ebbero modo di inserire vicende pontremolesi nelle loro opere: il fiorentino Giovanni Villani, i genovesi Agostino Giustiniani e Uberto Foglietta, il milanese Bernardino Corio, il cremonese Antonio Campi, il piacentino Pietro Maria Campi, il parmense Bonaventura Angeli, Filippo di Commynes, Jacopo Filippo Bergomense. Una cultura, in complesso, ed una erudizione non comuni, anche se di orizzonti e di respiro limitati, al servizio di un ideale, che ne costituisce la molla costante e la vibrazione più avvertibile: l’esaltazione di Pontremoli, alla fine del ‘600 non ancora proclamata città, e nemmeno sede vescovile, ma già sentita degna di figurare fra le più « cospicue » città d’Italia « per antichità, nobiltà, ricchezze e virtù ». Certo, Bernardino Campi non è così sprovveduto da non rispettare, al di là delle considerazioni affettive, le dimensioni reali della « sua » città; e come non pretende di descrivere « l’ampiezza di una Milano, o le amene delizie di una Napoli, o le bellezze di una Firenze, o la magnificenza di una Genova », sa anche far suo l’avvertimento di Ennodio da Pavia a un eccessivo esaltatore di Como: « Comum  per stylum vestrum melius est legere quam videre ».

C’è nel Campi, pur se a livello critico scarsamente elaborata, l’adesione ai principi essenziali della storiografia seicentesca: l’interesse per la precettistica, nel quale confluisce anche la sua esperienza morale di frate cappuccino, e la necessità di instaurare un rapporto di verità tra storico e lettore.

Già il sarzanese Agostino Mascardi, nell’Arte istorica del 1636, aveva concluso alla necessità di esporre la verità « senza passione e riguardo » e, nello stesso tempo, alla necessità di porre come fine di un’opera storica l’ « apprendere la prudenza”  Il Campi ne continua l’insegnamento; e come si propone « l’uffizio di leale e veridico istorico, qual è di narrare libero e schiettamente le occorrenze de’ fatti e dire la verità », così, nel contempo, si pone per scopo principale » l’invito ai giovani pontremolesi ad emulare la « gloria » e la « virtù » dei padri.

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Bernardino Cantpi, frate cappuccino del convento di Pontremoli, si chiamava, al battesimo, Clemente Antonio, ed era il primogenito del giureconsulto Bartolomeo Campi e di Gentile Parasacchi.

La famiglia Campi o Del Campo, originaria di Lecco (o della Valsassina, secondo alcune carte pontremolesi), si era stabilita a Pontremoli nella seconda metà del secolo XIV.

Gerardo Del Campo, il primo esponente della famiglia di cui .si abbia notizia in Pontremoli, aveva una casa nella parrocchia di S. Colombano (incorporata, nel ‘700, nel palazzo Pavesi). Alle origini, una famiglia di modeste condizioni economiche, ma in continua ascesa sociale (in documenti del 1417 e 1420 è ricordato il notaio Giovanni Domenico Del Campo; nel 1513 Giovanni Del Campo è ministro dei conventuali toscani), fino a raggiungere qualità nobiliari. imparentandosi con le più nobili famiglie pontremolesi (i Trincadini, i Belmesseri, i Maraffi, i Vallisneri, gli Zucchi, i Parasacchi, i Noceti) e costruendosi una propria cappella nella Chiesa di S. Francesco (1488). Falso, ma significativo di un costume sociale, è un diploma imperiate del 1168 costruito per un Gerardo Del Campo.

L’estimo del 1508 — il primo dopo l’incendio del 1495 — mostra la famiglia Campi distinta ormai in più rami nelle parrocchie di S. Colombano e di S. Cristina, come gli Gnocchi e i Pellati, che provengono dallo stesso gruppo familiare. Già sufficientemente provvisti di beni, quei Campi; già ammessi nella cerchia delle ”famiglie di Consiglio”, depositarie delle superstiti autonomie de!l’antico Comune; già con ambizioni araldiche, per alcune generazioni saranno ancora una famiglia di giureconsulti e di ecclesiastici. Nella loro linea mascolina si estingueranno nel 1776 per la morte di Giovanni di Carlo, canonico del capitolo detla Collegiata di S.Maria Assunta “ (Nicola Zucchi-Castellini).

Il giureconsulto Bartolomeo Campi, padre di Bernardino, seguendo la tradizione ormai consolidata degli intellettuali pontremolesi alternò il soggiorno a Pontremoli con l’incarico di giudice nello  Stato di Milano e in quello degli Estensi e dei Farnese; ma Pontremoli nacquero i suoi sette figli, e a Pontremoli vissero, imparentandosi con le famiglie più in vista- Il primogenito Clemente Antonio, nato il 23 novembre 1656 (*), divenne cappuccino nel 1677 col nome di Bernardino; e “se è più noto come indagatore di patrie memorie”, fu anche “predicatore valente” , come testimoniano le manoscritte Prediche e panegirici e il Quaresimale, e si segnalò per l’esemplarità della vita e per il fervore religioso “ (Pietro Ferrari).

Nella biblioteca de! convento dei Cappuccini di Pontremoli ebbe occasione di formarsi una vasta cultura storica, integrata dalla diretta visione del materiale d’archivio esistente in Pontremoli e arrivò a compiere un’opera di riorganizzazione, rimasta fondamentale per gli studi storici locali.  La lettura di “ molti manoscritti” di “persone impiegate in negozi e cariche di gran rilievo” gli dette l’entusiasmo per continuare in lavoro difficile di ricerca contro coloro che, “giacendo nell’ozio, si prendono per trastullo i! criticare e deridere l’altrui virtuose fatiche “. Da una attività instancabile, sorretta da un vivo impegno etico-civile, nacquero le opere del cappuccino: le Memorie storiche, i Successi memorabili di Lunigiana, gli Annales, il Centone di memorie,le Cognizioni di molti parentati, nepotismi et antichità di casa Campi: lavoro imponente, compiuto fino alla morte, sopraggiunta in Pontremoli  all’età di 60 anni, il 4 dicembre 1716 (**).

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Nelle Memorie storiche il Campi si propose di « riferire gli avvenimenti degni di memoria », che potessero « essere d’onore e decoro alla sua patria » (***). L’esaltazione di Pontremoli è, in realtà, la molla segreta della sua lunga ricerca, che si concluse con l’esplicita richiesta di attribuire al borgo il titolo di « città ». Il mito della « nobiltà » di Pontremoli, espresso dal Campi e da Marzio Venturini nel primo ‘700, veniva incontro alle necessità di espansione economica dei mercanti pontremolesi dei secoli XVII e XVIII e imponeva ai cronisti dell’epoca una visione ottimistica della complessa storia pontremolese, recuperando e facendo proprio, con ingenuità acritica, il mito di Apua, creato nel sec. XV per dare a Pontremoli una antichità favolosa, come quella di altre città italiane, non esclusa Roma. Il Campi accetta la falsificazione di Annio da Viterbo e Curzio Inghirami di una « città antichissima », fondata dall’etrusco Apim alla confluenza tra Magra e Verde; e da questo primo errore è portato a commetterne altri: la confusione tra fatti storici e fatti mitologici; la fondazione leggendaria del « Borgo Vecchio » e del « Bambarone »; la distruzione gotica di Apua e la ricostruzione di Pontremoli nel secolo V; l’incredibile antichità delle chiese pontremolesi; la confusione tra istituti medioevali e formazioni nuove di epoca comunale.

Ma sono errori nati da ingenuità critica, non da consapevole volontà di ingannare: « io non trovo alcuno che dica il contrario », scrive a proposito dell’esistenza di Apua; oppure, dopo il racconto del voto di un sacerdote di Luni, scampato alla morte per l’invasione dei Normanni, che dona un calice alla chiesa di San  Maurizio a Bracelli, si noti il commento:  « Mi basti lo aver qui arrecato l’antica tradizione di quel luogo »; e si pensi all’errata lettura della data su una campana della chiesa parrocchiale di Zeri — il 402 invece del 1402 — da cui si evidenziano l’ansia di sapere dello scrittore e il desiderio di confermare l’antichità di Pontremoli.

Il fatto è che il Campi, fin dalle prime pagine, rivela la sua intenzione encomiastica nella partecipazione affettiva alle lotte dei Liguri apuani contro Roma, fino al loro trasferimento nel Sannio e alla fondazione della colonia romana di Luni (177 a.C.); e dai liguri apuani— « popoli indomiti, duri all’obbedienza, guerrieri, vogliosi ed usi alle scorrerie » e dai coloni romani trae spunto per esaltare i fondatori di Pontremoli, attribuendo loro una antica « nobiltà » di origine.

Al cronista subentra lo storico, quando si indaga « perché Pontremoli città abbia lasciato l’antico nome di Apua e di dove gli venga questa denominazione di Pontremoli », e quando si discute, se « i pontremolesi siano veramente gli antichi popoli apuani Il Campi, rifiutata come « mero capriccio » l’opinione del Villani, che vede il nome di Pontremoli derivare da Apua, per difficoltà di pronunzia, attraverso le forme intermedie di Apuante e Appontremoli, e ritenuta « opinione da sprezzarsi » quella di chi scopre in Pont-rem-oli il « fiume che divide le antiche altezze » di Toscana e Liguria, ritiene opinione « più comune e probabile » che il nome derivi alla città da un ponte di legno « e, per conseguenza, tremulo »; ma conosce anche la derivazione del nome Pontremoli da « ponte di Remoto », già avanzata dal Magini e dallo scozzese Tommaso Dempster e rinnovata, recente112ente, da Luigi Antiga.

Che i pontremolesi siano gli antichi apuani, per il Campi sarebbe confermato dal fatto che Pontremoli si trova dove fu l’antica Apua; ma i pontremolesi non seguirono sempre la fierezza dogli antichi — e il problema si sposta sul piano etico-civile — dal momento che persero la libertà politica per opera di città e principi forestieri, che « di padroni liberi e assoluti gli hanno resi sudditi », facendo loro dimenticare la « cieca audacia » con cui, nel 1105, s’opposero all’imperatore Enrico V e, nel 1167, a Federico Barbarossa.

A partire dal secolo XI e, soprattutto, dal 1495, le notizie riferite dal Campi diventano più sicure e precise per la possibilità di attingere al materiale di archivio.

Le lotte con le città vicine e con i Malaspina, i privilegi imperiali, le lotte interne tra guelfi e ghibellini. il sorgere e il tramonto del libero Comune, le lotte tra « borghesi » e « rurali », l’avvento delle varie signorie — i Fieschi, Castruccio Antelminelli, i Rossi, gli Scaligeri, i Visconti e gli Sforza, i Noceti, Luigi XII e Carlo V, il governo spagnolo-milanese ——, la vendita della città alla repubblica di Genova nel 1647 e al Granducato Toscano nel 1550, la difesa dell’autonomia, le discordie per i confini, l’estimo generale dei terreni, la storia religiosa trovano nel Campi un cronista attento e partecipe, che, al di là dei fatti politici e istituzionali, annota anche gli avvenimenti che toccano da vicino la vita della gente: la fame, la peste, la guerra, il “malgoverno, il passaggio devastatore degli eserciti sulla via della Cisa, la siccità o l’eccesso di pioggia, la rapina dei funzionari e dei profittatori, le condizioni economiche e sanitarie.

ln risalto, tuttavia, sono gli aspetti positivi della storia di Pontremoli: l’attaccamento dei cittadini al bene della propria patria; il fiorire delle pubbliche scuole; la creazione e l’attività di un  collegio di 24 notai « nazionali”; lo studio del diritto e della medicina; l’eccellenza e la fama egli intellettuali pontremolesi, giureconsulti ed ecclesiastici, gran parte de’ quali servirono ne’ tribunali tutti i potentati d’Italia, appresso de’ quali dimostrarono il loro valore e diedero saggio della loro incorrotta giustizia”; l’espansione commerciale, favorita dalla posizione geografica; la « nobiltà incorrotta »; mercanti, che « trafficano nelle prime piazze d’Europa una feconda attività artigianale e agricola; il rinnovamento edilizio tra sei e settecento.

Su queste basi il Campi avanza la richiesta di attribuire a Pontremoli il titolo di città, nonostante la mancanza della sede episcopale: « Quante città si ritrovano in Francia ed in Germania, senza vescovi, assai più nobili, più grandi e più civili di molte d’Italia, che hanno vescovo. e del regno di Napoli, che hanno arcivescovo? Non essendo adunque in Pontremoli la cattedra episcopale, non per attesto deve restar privo del titolo di città, poiché, se si lodano le città per il sito, per il clima, per l’abbondanza delle acque, per le colline, per le pianure, per il numero dei villaggi, per l’ampiezza del territorio, per la nobiltà e copia de’ cittadini, in nessuna di queste cose è Pontremoli inferiore alle altre città ». Era. questa, l’aspirazione, che aveva nutrito le lunghe ricerche del Campi e animava la gente di Pontremoli del secolo XVIII: un’aspirazione destinata a diventare realtà soltanto il 1° agosto 1778, quando il granduca Pietro Leopoldo dichiarava Pontremoli « città nobile » e la elevava a sede vescovile, oltre 50 anni dopo la morte del cappuccino.

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Le Memorie, dedicate dall’autore alla Madonna e già presentate all’approvazione ecclesiastica secondo i decreti di papa Urbano VIII, non furono stampate; furono, anzi, sottoposte dallo stesso Bernardino Campi a continua revisione, con aggiunte e varianti e attenzioni anche stilistiche. Il linguaggio risente di letture latine e concede poco spazio, nella sua essenzialità, agli sperimentalismi della prosa barocca.

Le vicende narrate si arrestano al 1651, poco dopo l’acquisto di Pontremoli ad opera del granduca Ferdinando Il; ma non mancano accenni a fatti posteriori, e le ultime pagine presentano la realtà economico-sociale, urbanistica e amministrativa della Pontremoli fine 600 e all’inizio del 700, Nella traduzione latina delle Memorie, che si conosce col titolo di Annales, gli avvenimenti sono narrati fino al 1716, ultimo anno di vita dell’autore.

La tradizione manoscritta delle Memorie risente dei modi della composizione. Molte varianti, nelle copie pervenuteci, sono dovute, « più che a libertà di trascrizione », all’esistenza di due o più successive stesure. Giovanni Sforza, nel 1887, citava le copie possedute dal pontremolese Eleonoro Uggeri, dal pontremolese Sartori e dal sarzanese Alessandro Magni-Griffi. Copie si trovano presso raccolte e biblioteche private (a Pontremoli presso il marchese Giancarlo Dosi-Delfini e presso il dott. Ottorino Buttini; a Castiglione del Terziere presso il prof. Loris Jacopo Bononi) e si tratta, per lo più, di trascrizioni ottocentesche. Per la presente edizione — la prima a stampa — testo base è stato il manoscritto settecentesco posseduto da Nicola Zucchi-Castellini, già appartenente a Carlo Campi (1670-1758), fratello minore di Bernardino, e già raccolto in volume, con altri manoscritti, da Stefano Zucchi-Castellini (1746-1833). Nelle note, tuttavia, si sono indicate le aggiunte e le varianti più significative del manoscritto Bocconi, conservato nella biblioteca del Seminario di Pontremoli: un manoscritto ottocentesco, che Luigi Bocconi acquistò dagli eredi di Carlo Parasacchi.

VASCO BIANCHI, Bernardino Campi: tra cronaca e storia, Presentazione al volume

(*)  L’atto di battesimo. redatto da don Francesco Bologna, si conserva nel Liber Baptizatorum parochiae S. Cristinae ab anno 1622 usque ad 1683:

Anno Domini 1656, die 26 novembris- Franciscus Bononius baptizavi infantem die 23 dicti mensis natum, ex D- Bartholomeo Campo et D. Gentila eius uxore; et illi impositum est nomen Clementis Antonii.  Patrini D. Aurelius Marachius  et D. Olympia Campa “(foglio 66, n- 606).

(**) “Bernardinus a Pontremulo. Genuensis Prosinciae concionator, regularis observantiae integritate et orationis studio nemini secundus,  ideoque ad conventuum praefecturas saepe assumptus, obiit in dominio Pontremuli 1716 » (Bernardo da Bologna, Bibliotheca scriptorum ordinis minorum cappuccinorum, Venetiis. 1747). Si veda: Giovanni Sforza, Memorie e documenti per servire alla storia di Pontremoli, III, Lucca, Giusti, 1887 (Bologna, Forni, 1971), pp. 6.3-64, Francesco Saverio Molfino, Cappuccini liguri scrittori e artisti, Genova, 1909, p. 21; Francesco Saverio Molfino, I Cappuccini genovesi, IV ed., Genova, 1973; Pietro Ferrari, Bernardino Campi da Pontremoli, in Corriere Apuano, 6 maggio 1926; Pietro Ferrari, La Chiesa e il convento di S. Francesco di Pontremoli, Mulazzo, Rosi, 1974, pp. 278-279 (1a ed., Pontremoli, 1926). Il Campi fu sepolto nella cappella di S. Felice, oggi di S. Francesco, nella chiesa dei Cappuccini a Pontremoli (Felice da Mareto, I Cappuccini a Pontremoli, Parma, 1968, p. 42).

(***)  Titolo completo dell’opera: « Memorie istoriche nelle quali, secondo la serie degli anni e più antichi ed autentici scrittori, si contengono l’origine e successi memorabili della antica città d’Apua, oggi Pontremoli, con le famiglie ed uomini insigni, che in virtù e dignità quivi fiorirono, raccolte da fra Bernardino Campi da Pontremoli, predicatore cappuccino ».

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