
Una volta rimasi colpito dall’affermazione di un anziano, tra l’altro poco praticante, abitante nel Pontremolese, il quale sosteneva energicamente come non fosse un comportamento “normale” quello tenuto dalla nuora, nativa di un’altra nazione, di non essere andata a visitare la chiesa del paese. Questa affermazione, secondo me, esprime molto bene e in maniera evidente il ruolo assunto dall’edificio “chiesa” nell’ambiente culturale europeo, espressione e frutto di quanto scriveva il cronista medievale Rodolfo il Glabro all’inizio dell’anno Mille: “Pareva che la terra stessa, come scrollandosi e liberandosi della vecchiaia, si rivestisse tutta di un candido manto di chiese”. Era il tempo della nascita della Civiltà cristiana medievale in cui si trovano gran parte di quelle radici cristiane che hanno originato l’Europa e la sua cultura, come ricordava Giovanni Paolo II. Da quel momento, sempre più, nel corso dei secoli, le chiese, dalle cattedrali ai piccoli oratori rurali, hanno contrassegnato il paesaggio e lo spazio pubblico europeo, capaci di comunicare i valori della popolazione locale e i “saperi” di chi ha contribuito nel tempo a costruire lo “spiritus loci”.
Non c’è borgo, villaggio o quartiere, piccolo o grande, dove sia arrivato il messaggio cristiano in cui non vi sia una chiesa, indicando con tale termine l’edificio “di pietre” nel quale si radunano i fedeli della comunità cristiana locale. Non si deve dimenticare che la chiesa più grande della città viene ancora oggi chiamata “Duomo” dal latino “domus“, casa, in piena sintonia con quel denominare l’edificio cristiano in cui si riunivano le prime comunità di fedeli “domus ecclesiae“, casa della chiesa, cioè casa dell’assemblea del popolo di Dio, evidenziando proprio la funzione dell’edificio chiesa in senso più funzionale che sacrale.
Nei territori cristiani la chiesa con il suo campanile non è semplice simbolo di una religione ma è il centro attorno a cui e in cui si svolge, o meglio sarebbe corretto dire, svolgeva la vita di un paese, inteso come un gruppo di persone unito da vincoli identitari formatosi nel tempo, l'”universitas” nel linguaggio giuridico medievale: la chiesa era il “cuore” di un paese tanto che in essa o davanti ad essa si riunivano in assemblea i suoi abitanti. ln particolare nella chiesa parrocchiale ricevendo il Battesimo “si nasceva” entrando così a far parte della comunità/paese, partecipando all’Eucarestia e sposandosi in essa “si era” comunità/paese, celebrandovi Ie esequie “si moriva” in essa e trovandovi sepoltura “si rimaneva” in essa in attesa della resurrezione. Nell’edificio chiesa era evidente la teologia cattolica della comunione dei vivi e dei morti: in essa la Chiesa “trionfante” (Dio e i Santi) si incontrava con la Chiesa “peregrinante o militante”(i fedeli) e con la Chiesa “purgante” (i defunti). Così nell’edificio chiesa si creava l’unità tra il Cielo, i vivi e i morti, concretizzandosi davvero il detto: “Terribilis est locus iste: hic domus Dei est,et porta coeli:et vocabitur aula Dei” (E’ degno di sacro timore questo luogo: questa è la casa di Dio e la porta del cielo: e sarà chiamata tempio di Dio), come recita l’Introito della dedicazione di una chiesa.
Se si tiene conto che nel passato la popolazione di un paese o di un villaggio coincideva con la stessa comunità cristiana locale (oggi non più così), si capisce ancora di più come la chiesa fosse il “cuore” di un centro abitato: luogo di affetti, di ricordi, di incontri e di scontri, luogo in cui si sperimentava e si acquisiva identità e in cui si era educati al vivere. Inoltre la chiesa, anche quella di un piccolo paese, doveva essere “bella e ricca” perché, come scriveva Pirandello, un tempo “pensavano che la casa del Signore, almeno quella, se la loro è così squallida e nuda, la casa del Signore dev’essere bella e ricca e luminosa”.

In realtà, sebbene nella chiesa non scorra più, come un tempo, la vita, essa rimane ancora oggi il cuore “sacro”, religioso e civile, di un paese o di un quartiere perché ne esprime l’identità più profonda. Essa è un luogo di memoria e di storia, un luogo “nostro”: essa parla di noi, parla a noi e a noi dona quella serenità propria del sentirci a casa.
Così è anche per Pontremoli. Le chiese di Pontremoli sono una delle apparenti contradizioni che rendono affascinante questa cittadina e costituiscono autentici “scrigni” di tesori di fede, di arte e di storia. La loro presenza testimonia e riassume tutta una storia che intreccia e confonde la storia religiosa con quella civile di Pontremoli.
L’alto numero di chiese trova la sua principale motivazione nel fatto che Pontremoli, durante il Medioevo, è stata “chiave” e “porta” delle comunicazioni tra il nord Italia e la Toscana: infatti fu “oppidum” medievale dalle “altissime torri” nonché borgo mercantile, situato in mezzo ad un ventaglio di verdi vallate solcate dai capricciosi corsi d’acqua accompagnati da strade storiche convergenti in esso. Questo suo essere confluenza di corsi d’acqua, di strade, di uomini e di idee ha determinato che importanti Ordini religiosi (Benedettini, Francescani) e Istituzioni militari-cavalleresche-ospitaliere (Cavalieri di S. Giovanni o di Malta, Cavalieri di S. Giacomo d’Altopascio o del Tau, Canonici Regolari agostiniani di S. Antonio di Vienne) si siano insediati in Pontremoli edificando ospedali e conventi con annesse cappelle e offrendo ospitalità a pellegrini, soldati e viandanti in transito per le nostre terre. Dal XV al XVII secolo l’arrivo di altri Ordini religiosi (Agostiniani, Cappuccini e Carmelitani) comportò la costruzione di nuovi Conventi con le rispettive chiese, mentre antiche Istituzioni — come gli Ospedali di S. Antonio “a Cazzaguerra infra” e dei Cavalieri di S. Giacomo d’Altopascio venivano sostituite da nuovi Monasteri femminili di clausura (Rocchettine di S. Antonio Abate e Agostiniane di S. Giacomo d’Altopascio).
Nel corso dei secoli un’altra “radice” delle chiese pontremolesi fu l’erezione di Istituzioni laicali, come la Confraternita della Misericordia (già di S. Lorenzo) o la Confraternita della Beata Vergine del Ponte, le quali disponevano di prestigiosi oratori grazie ai lasciti dei confratelli e alle copiose elemosine.
Fino al 1786, nel lungo borgo in cui Medioevo e Barocco ormai convivevano, ben sei erano le chiese parrocchiali attorno a cui coesistevano sei chiese conventuali e diversi oratori di Confraternite. Così la presenza in Pontremoli non di una chiesa ma di più chiese, di natura diversa per origine e per diritti, manifesta il forte elemento identitario di questo borgo-ponte cioè il suo essere “diviso”: la chiesa rappresentava in concreto un’identità specifica di una porzione, “vicinia” o quartiere, di quell”‘interminabile e unica strada che ha nome Pontremoli” (L. Campolonghi). Su di essa si affacciavano le seguenti chiese parrocchiali: partendo “d’an sima”, la chiesa di S. Nicolò, antica dipendenza dell’Abbazia di Aulla, la chiesa di S. Geminiano, “cappella” dalle origini “private” testimonianza del consorzio precomunale adalbertengo, le chiese dei S.S. Giovanni e Colombano e di S. Cristina di origini monastiche, la chiesa di S. Giacomo del Campo, appartenente al Capitolo di Luni e, arrivando “an funda“, la chiesa di S. Pietro “de conflentu“, prioria in origine dell’Abbazia di Brugnato poi dell’omonima Diocesi. Al centro del percorso, sulla grande piazza divisa dal 1322 dalla Cortina di Cazzaguerra, sorge il Duomo, l’oratorio di S Maria del Popolo voluto dalla Comunità nel 1630 nel luogo dove era la chiesa gerosolomitana di S. Maria di Piazza, scrigno di una preziosa statua che, rivestita, incarnò il titolo di Madonna del Popolo: un oratorio divenuto Insigne Collegiata e Parrocchia nel 1721 e poi Cattedrale della nuova Diocesi nel 1787, ma che fin dalle origini era e continua ad essere la vera “domus” (casa) di ogni Pontremolese.

Anche in Pontremoli la chiesa era luogo d’ “incontri” più che la piazza, soprattutto il luogo dove gli sguardi s’incrociavano nei giorni delle feste, dei lutti e delle devozioni: sguardi curiosi, sguardi pronti alle critiche, sguardi maligni, sguardi invidiosi che “davano il malocchio”, sguardi civettuoli tra ragazzi e ragazze adolescenti e non solo. Per evitare questi sguardi, come ricorda il Campi, S. Bernardino da Siena di passaggio a Pontremoli intorno al 1430, predicando la quaresima, “introdusse quivi in tempo della predica il separare con una tela gli huomini dalle donne”.
La chiesa era anche luogo in cui potevano divampare scontri, liti, “quistioni”, non solo tra i laici, ma anche tra i preti. Nel 1539, ad esempio, essendosi radunato tutto il popolo pontremolese, “burgenses” e “rurales”, nella chiesa della SS. Annunziata per iniziarvi la processione del Corpus Domini, mentre stava arrivando il commissario Vincenzo Fieschi con il suo vicario Antonio Gandolfi, dalla moltitudine si levò un grido: “Signore Comissario li preti fano questione insieme”. La “questione” era su chi avesse il diritto di portare il SS. Sacramento.
Tanti potrebbero essere gli esempi tratti dai documenti del passato capaci di evidenziare come le chiese fossero luogo in cui scorreva una buona parte della vita di Pontremoli manifestando il suo carattere identitario per eccellenza, cioè il suo essere divisa. In questo rimangono esemplari le parole del Campolonghi. Esse ricordano quella che era, alla fine dell’800, ma che in realtà continua tutt’oggi nonostante le parrocchie siano sempre più deserte, “la politica pontremolese” cioè la “rivalità di parrocchie dovuta non si sa bene a quali motivi, ma forse soltanto all’istintivo bisogno degli uomini di azzuffarsi fra di loro anche senza motivo” così da essere a volte “impossibile a quei di Pontremoli di sopra <<d’an Sima Puntremal» (San Nicolò e San Geminiano) l’accesso a Pontremoli di sotto, o <<d’an funda Puntremal» (San Pietro e San Giacomo) e viceversa. Per fortuna che c’eran di mezzo le parrocchie di San Colombano e di Santa Cristina a far da cuscinetto! ma ahimè! Accadeva spesso che anche San Colombano s’alleava con San Geminiano, e Santa Cristina si stringeva a San Giacomo, e via discorrendo”.
Paolo Lapi, La chiesa, memoria dell’identità di un paese: il caso delle chiese di Pontremoli”, tratto da Almanacco Pontremolese 2023, edito e curato da Centro Lunigianese di Studi Giuridici