
Vi è stato un tempo in cui non esisteva il trekking, né quale termine conosciuto ai più, né quale pratica più o meno sportiva.
Semplicemente, si camminava per andare da un luogo all’altro, uno spostamento fisico dettato da un obiettivo specifico. In questi trasferimenti, ma stiamo parlando di un tempo non più lontano di 40-50 anni fa, era del tutto normale vedere le persone in movimento attraversare campi, boschi, strade con una cesta in mano o a spalla, con bastoni.
Erano considerati oggetti di uso normale, oggi sostituiti da più tecnici zainetti con mille tasche e da racchette ergonomiche.
Forse in Lunigiana, terra di grandi distanze, di boschi e campi, non vi è abitazione – nella quale sia presente una persona anziana – senza una di quelle ceste in legno, in qualche modo misterioso intrecciate, o di un bastone che ha percorso innumerevoli volte il tragitto intorno casa. E, di sicuro, non vi è abitazione senza almeno il ricordo di tali oggetti, magari depositati da qualche parte in soffitta o in cantina.

Ceste e canestri, panieri e corbelli, sporte e gerle, nomi diversi per indicare pratici contenitori destinati a riempirsi, secondo le stagioni, di funghi e castagne, more o lamponi, fragoline, noci cadute dall’albero oppure mele furtivamente raccolte lungo il percorso. Ma anche di guzzarnia per il risotto, il finocchietto selvatico, la borragine e l’ortica per il ripieno dei ravioli. A volte, per anime più sensibili, semplici fiori di campo.
Insomma, tutto ciò che si incontrava durante il tragitto e che i boschi di Lunigiana hanno sempre offerto in gran quantità.
Il bastone, poi, tranne che alle persone più anziane o con difficoltà di deambulazione, non serviva tanto per appoggiarvisi, non esisteva il concetto di camminata assistita; serviva per allontanare le vipere, per frugare sotto le foglie dei castagni, per farsi strada tra le felci, per tenere a bada i rovi.
Se i bastoni e le ceste non hanno più mercato, ciò non vuol dire che sia andata del tutto persa la capacità di realizzare, a mano!, questi oggetti.
A Montereggio, nell’Antica Osteria sita nella piazza del paese, sono tuttora in vendita cesti e bastoni, abilmente creati da Ermanno Biagi, seguendo un procedimento antico, intriso di cultura popolare e, per quanto possa apparire incredibile, legato alle fasi lunari, in sintonia con i quattro elementi fondamentali: terra, fuoco, acqua e aria. Ermanno, difatti, è solito non raccogliere il materiale necessario nella settimana successiva l’inizio della luna piena, perché altrimenti il legno si baca e diventa meno resistente.

Fondamentale per la realizzazione dei bastoni e delle ceste è la scelta del legno, castagni giovani tra i due e i tre anni, della giusta lunghezza, privi di nodi che possano alterare la buona riuscita dell’opera; castagni di media collina, con netta aspirazione all’elevazione.
Particolarmente complessa l’opera di realizzazione delle ceste, a prescindere dalla loro dimensione e forma.
Il legno viene prima passato nel fuoco per renderlo più malleabile e consentire di ricavarne delle lunghe listarelle; queste vengono poi messe a bagno per alcuni giorni, in modo che si imbevano d’acqua e siano più flessibili e maneggevoli.
Ermanno procede poi alla definitiva realizzazione disponendo e intrecciando le strisce, in modo da creare la base del cesto.
La fase più delicata è proprio questa, nel momento in cui si realizzano le pareti perché il legno subisce una torsione di 90°, passando dal piano orizzontale a quello verticale.
L’operazione riprende poi la sua scorrevolezza dopo aver posizionato le prime due-tre listarelle sulle pareti verticali, fino a che non si tratta di “chiudere” il tutto, utilizzando strisce ancora più sottili.
A questo punto, l’inserimento del manico centrale o di quelli laterali, la pulizia e la verniciatura appaiono mere operazioni di routine, quasi un gioco da ragazzi.

Ma tra queste ultime fasi si inserisce il quarto elemento fondamentale, l’azione dell’aria, che impone a Ermanno una fase di attesa, nella quale il legno deve essere messo a seccare, al chiuso, in zona ventilata.
Per realizzare i bastoni, invece, Ermanno si è impadronito delle tradizionali tecniche di lavorazione, migliorandone l’aspetto tecnico e costruendo uno strumento di sua invenzione, che facilita la piegatura del legno e che gli conferisce la caratteristica ansa per l’impugnatura.
Anche qui il fuoco facilita l’operazione di piegatura; il legno piegato va poi tenuto in forma, perché il legno conserva la memoria della sua tendenza a crescere dritto, verso l’alto.
Il bastone si fa seccare, si pulisce, si completa ed è pronto per l’uso.
A raccontarlo così, a vederlo fare, sembra anche semplice, ma le tecniche antiche, la sensibilità nella lavorazione non si acquisiscono se non con l’applicazione continua, checonsente di impadronirsi dei segreti dell’antico mestiere.
Un patrimonio di conoscenze, di saperi tradizionali che scorrono davanti ai nostri occhicon la malinconica consapevolezza che, a lungo andare, andranno perdute in maniera irrimediabile.
Forse proprio per questo, quei bastoni e quelle ceste appaiono i muti testimoni di untempo che sta andando inesorabilmente a scomparire.
Un tempo che, per quanto possibile, va prolungato, tramandato, fermato nella memoria, se non anche nella trasmissione ad altre generazioni delle tecniche di lavorazione.
Giulio Cesare Cipolletta, Cesti e bastoni, tratto da Almanacco Pontremolese 2013, edito e curato da Centro Lunigianese di Studi Giuridici