
Agli inizi del XVII secolo, Pontremoli era un borgo collinare di non grosse dimensioni, il cui territorio comprendeva la parte settentrionale della Lunigiana: avendo come confini naturali la catena Appenninica, a nord, e i torrenti Caprio e Teglia, a sud.
Il centro abitato era sorto su di una collinetta, nel punto di confluenza tra il fiume Magra e il suo affluente, il torrente Verde, là dove le asperità montane lasciavano il posto a degradanti colline, che circondavano il borgo da ogni lato (ad eccezione della parte meridionale).
Pontremoli dall’alto dominava la via Francigena (o Francesca) che, prima di entrare in territorio emiliano, lambiva le mura del borgo, controllando, in tal modo, il transito commerciale che confluiva in questa arteria stradale, e che, dall’alto Tirreno, era diretto alle città del Nord Italia.
A poche miglia dal borgo, il valico appenninico della Cisa consentiva un rapido accesso verso l’area padana.
La memorialistica, infatti, non tarderà a riconoscere a Pontremoli il ruolo di « porta per la quale si entra in Toscana » (*), per chi pro-veniva dalle città del nord.
Nel secondo e terzo decennio del XVI secolo, il borgo venne concesso in feudo, da Carlo V. a Sinibaldo Fieschi, membro di una delle più potenti famiglie genovesi, distintasi per l’appoggio fornito alle armate imperiali (*).
Ma non trascorse neppure un ventennio dall’investitura, allorché, nell’ottobre del 1547, la fallita congiura che i Fieschi intentarono contro l’oligarchia senatoria della Repubblica di Genova costò loro la definitiva rovina. Il feudo di recente costituzione passò, così, sotto la diretta giurisdizione delle Magistrature centrali del Ducato di Milano.
L’intervento dei Magistrati milanesi si protrasse per quasi un secolo, fino al 1647, anno in cui, a seguito di un intenso processo di svendita di vasti territori del Ducato di Milano, in atto per reperire nuovo denaro liquido per le casse dello Stato, avvenne la prima cessione di Pon-tremoli, da parte della monarchia spagnola, a favore della Repubblica di Genova.
Ma la presenza genovese nel borgo non andò oltre il 1650; proprio perché il 25 Marzo di quello stesso anno, Pontremoli restò definitivamente venduto al Granduca di Toscana.
Di questo borgo collinare ai piedi l’Appennino Tosco-Emiliano, divenuto dominio mediceo in Lunigiana, noi abbiamo inteso delineare le linee della sua economia, nella seconda metà del XVII secolo.
Al riguardo, ci siamo serviti, in primo luogo, dei protocolli notarili, contenuti nel locale Archivio notarile.
Strada facendo si sono aggiunte le carte formanti l’Archivio privato Dosi-Delfini, e l’Estimo della comunità, compilato in epoca spagnola, nel 1635.
Dalle fonti notarili, ci è apparsa nella sua reale consistenza la dipendenza economica della campagna pontremolese dal borgo.
Già questi primi elementi richiamavano alla mente la tematica gramsciana del rapporto città-campagna.
Il problema di fondo che ci siamo posti è stato quello di verificare in quali termini fosse avvenuta un’accumulazione monetaria, quali classi sociali all’interno del borgo detenessero i capitali, e come questi venissero, in seguito, investiti.
In primo luogo si è cercato di cogliere il ruolo avuto dalla terra nell’economia complessiva del borgo.
Abbiamo svolto la nostra ricerca tenendo conto, soprattutto, dei rapporti di produzione nel contado pontremolese. E’ una scelta, la nostra che risente molto della svolta che, sotto un certo aspetto, G. Giorgetti ha impresso agli studi di storia dell’agricoltura, nel nostro paese.
Ponendo l’accento sui rapporti di produzione, visti nella loro veste giuridica: i contratti agrari, noi abbiamo cercato di conoscere non solo le relazioni contrattuali tra proprietari e contadini, ma anche le forme economiche che regolarono la vita nel contado di Pontremoli.
In particolare, il tipo di documentazione studiata, ci ha consentito di delineare molti aspetti dei rapporti di produzione, proprio perché « dei rapporti di produzione i contratti agrari esprimono gli aspetti essenziali e riflettono le principali caratteristiche ».
Parimenti essi « riflettono i rapporti di proprietà fondiaria, l’eventuale unione del godimento di essa con lo sfruttamento collettivo di beni pubblici o con gli usi civici, il grado di concentrazione del monopolio fondiario e la sua forza di pressione, la qualità e la quantità degli investimenti incorporati nella terra o il carattere latifondistico di questa, la separazione totale o parziale del contadino dalla proprietà, la presenza abituale e meno di scorte nelle mani del proprietario secondo fini mera-mente assistenziali oppure imprenditoriali e capitalistici ».
Appurata la limitata struttura della proprietà terriera, sia essa oppidana che rurale (e la cronica arretratezza dell’agricoltura, i cui prodotti risulteranno, il più delle volte, insufficienti per il fabbisogno alimentare del borgo e dei villaggi); ci siamo orientati alla ricerca di quelle che potevano essere le fonti da cui proveniva la ricchezza reale dei principali oppidani. Dalla terra non si traevano capitali, nella terra non venivano investiti capitali.
All’interno della struttura sociale del borgo si distinguevano oltre settanta avvocati e ventiquattro notai: un numero elevato se si pensa che la popolazione complessiva (di Pontremoli) non superava le 2mila 500 anime.
Abbiamo individuato, quindi, negli avvocati e nei notai i maggiori detentori di capitali. Si rileva come la nostra analisi non si è rivolta alla conoscenza della formazione intellettuale del dottorato e del notariato, o della loro egemonia politica nelle Magistrature interne, o del loro prestigio sociale. Qui abbiamo inteso soltanto cogliere e sottolineare l’importanza delle professioni: quella giuridica e notarile, come principali fonti di reddito.
Soprattutto l’emigrazione intellettuale degli avvocati di Pontremoli, che venivano chiamati ad occupare importanti cariche nei Tribunali civili e criminali di Firenze, Genova, Lucca, Parma, ha rappresentato una fonte importante di ricchezza.
Dopo alcuni anni di esercizio professionale all’estero, quasi tutti rientravano nel borgo, investendo in prestiti usurari i capitali accu-mulati.
Solo di sfuggita si parlerà qui di seguito delle corporazioni artigiane e della struttura socio-economica del borgo nel suo complesso. Va subito precisato che questa non è dimenticanza, né tanto meno trascuratezza, da parte nostra.
Le corporazioni, a Pontremoli, sembrano aver avuto uno sviluppo limitato, tanto che negli Statuti del 1571 se ne fa solo qualche accenno: come a voler ricordare la loro scarsa rilevanza; mentre interi capitoli erano dedicati ai giuristi e ai notai.
Esisteva, però, «l’Università de mercanti e bottegari di Pontremoli», che avrà una notevole funzione nella seconda metà del XVII secolo, dato che attuerà tutta una serie di investimenti commerciali.
Quella di Pontremoli appare, comunque, una struttura socio economica diversificata, anche se mancarono le corporazioni artigiane; data la presenza di avvocati, notai, bottegai e mercanti.
Necessariamente, per svolgere una adeguata analisi di tutti i movimenti monetari, in atto dal 1650 al 1700, ci siamo valsi dell’uso di categorie economiche, scelte non a caso, ma sulla base delle indicazioni dei rogiti notarili. Indicazioni che ci hanno spinto ad esaminare il ruolo avuto dal capitale usurario e dal capitale commerciale.
Nella seconda metà del XVII secolo, seppur in proporzioni molto più ridotte rispetto a quanto accadeva negli Stati regionali (19) della penisola italiana, anche a Pontremoli si verificò una generalizzata immobilizzazione di capitali: diretti verso i prestiti ad usura o verso l’acqui-sto di beni fondiari su cui gravavano ipoteche. Il capitale commerciale negli ultimi decenni del XVII secolo acquisterà una particolare funzione, nel quadro complessivo dell’economia del borgo.
Non nascondiamo il fatto che le classi rurali appaiono solo in maniera indiretta, e si delineano ai nostri occhi solo quando vengono in contatto con gli oppidani, detentori di capitali.
Molti fenomeni monetari, forse, (formazione dei redditi, prestiti ad usura) non sono stati adeguatamente quantificati; anche se chiara appare la linea di tendenza del capitale pontremolese.
A conclusione di queste brevi note introduttive vogliamo porre l’accento su quelli che possono essere i tratti salienti di questa ricerca economico-sociale.
Dall’inizio alla fine, il materiale archivistico preso in esame ci ha non poco condizionati nelle nostre conclusioni; tanto che abbiamo inseguito a lungo una metodologia capace di sciogliere molti nodi.
Siamo approdati alle conclusioni qui contenute, senza dimenticare le parole che Friedrich Engels pronunciò nella lettera a Paul Ernst, il 5 Giugno 1890: « Il metodo materialistico si trasforma nel suo contrario qualora si voglia usarlo, negli studi storici, non come filo conduttore, ma come un calco perfetto su cui ritagliare i singoli fatti » .
Dall’Introduzione al volume