
Per offrire un contributo allo studio dell’emigrazione agli inizi del Novecento ci vengono in soccorso diversi manoscritti conservati presso l’Archivio della Curia Vescovile di Pontremoli che risalgono al 1913 (1).
In quell’anno la Curia fece compilare ai parroci un questionario dal titolo “Quesiti circa l’emigrazione nella Diocesi di Pontremoli, costituito da ben 41 punti interrogativi.
Il questionario, in base a quanto si può desumere da una tabella riepilogativa (2), è stato inviato ai titolari delle 128 parrocchie della Diocesi (3), tuttavia, pur essendo noti i dati statistici di quasi tutti i paesi, risultano essere tornati alla Curia solo 55 prospetti, questi ultimi compilati in ogni dovizia di particolari (4).
Le numerose domande possono essere raggruppate per sezioni di interesse così da effettuare, tramite confronto, alcune riflessioni sulla condizione degli emigranti in quegli anni.
Dal punto di vista delle statistiche viene preso in considerazione il rapporto tra il numero di emigranti ed il numero delle anime della parrocchia, nonché la media dell’ultimo quinquennio e vengono fornite informazioni sulla emigrazione perpetua e temporanea. I religiosi si preoccupano anche di avere notizie sulla partenza delle famiglie ed in particolare dei fanciulli e delle donne: nel questionario si chiede esplicitamente se partono uomini, donne anche non parenti e se partono donne sole.
Si chiede “in quali lavori principalmente si occupano gli emigrati della parrocchia”, quali siano “le cause principali della emigrazione in parrocchia” e si vuol conoscere quali siano le aree di emigrazione, chi indirizzi gli emigranti “per scegliere il luogo e per fare il viaggio” nonché se questi hanno “appoggio nei luoghi ove si recano”.
Non mancano domande relative al rapporto tra il parroco e gli emigrati, per conoscere se “prima che partano si fa qualche funzione religiosa”, oppure se “si fa per essi qualche istruzione, predicazione” o se viene dato loro “qualche buon libro”. Non viene trascurato neppure il tempo di permanenza in Italia (emigrazione interna) o all’estero (emigrazione esterna).
Si chiede se “nelle famiglie lasciate dagli emigranti sono avvenuto scandali” o se “se ne possono temere “, c’è poi un quesito relativo all’”identità”, ovvero si chiede se gli emigranti, tornando in patria, “portano gli attestati di battesimo, cresima e matrimonio celebrati altrove”.
Gli ultimi quesiti cercano di far luce sui “danni” che causerebbe l’emigrazione “alla fede e alla morale della parrocchia”. Si domanda se gli emigrati tornati in patria riprendono a praticare tutti i doveri religiosi, se portano in parrocchia le “teorie sovversive” o se costituiscono associazioni avverse alla religione.
Nella parte finale si richiede ai parroci di essere propositivi con queste due domande: “per ovviare ai mali dell’emigrazione che risente la parrocchia, avrebbe il parroco qualche buona proposta?” ed ancora “avrebbe proposte per l’emigrazione in genere?”.
Analizzando i dati emerge in modo evidente come nelle aree del Mulazzese e del Bagnonese il fenomeno “emigrazione “ fosse particolarmente sentito.
Studiando la tabella riepilogativa ed effettuando la percentuale tra emigranti ed anime della parrocchia (6), la comunità parrocchiale più segnata dalla emigrazione sembra essere Parana (76%), seguita da Montereggio (60%), Castagnetoli (54,5%) e Mulazzo (50%).
Per quel che riguarda le partenze vi sono casi diversi nella Diocesi. Se, ad esempio, il parroco di Montereggio annota che partono circa 50 famiglie intere e tiene a specificare “partono uomini e donne cioè marito e moglie con figli loro”, il parroco di Fivizzano si esprime così: “partono anche non parentie qualche donna sola, però in numero scarso”. Il Parroco di Cotto “ mi si dice che nel passato è partita qualche donna sola”; quello di Dobbiana “due donne sono partite sole”.

Per quanto riguarda i fanciulli, nella maggior parte dei casi, quando partono, vengono accompagnati o affidati a qualche anziano, vanno coi genitori o coi parenti. I fanciulli di Filetto alcune volte partono a gruppi, “condotti da ambulanti di Mulazzo”.
In particolare i ragazzi che lasciano la Lunigiana vengono occupati come “garzoni nei lavori ferroviari e nelle costruzioni di edifizi”, oppure, come “garzoni di botteghe, di gelati e rosticcerie, bibite”; talvolta sono avviati al mestiere di venditori ambulanti e non è difficile vederli vendere oggetti di chincaglieria o “libri”, oppure applicati “ai lavori nei quali sono occupati i genitori, massime industriali, saponerie ecc.” o in ferrovie e miniere. Osserva il parroco di Castevoli di Mulazzo: “ In tenera età frequentano la scuola. Adulti venditori di chincaglieria, vini e commestibili e chi coltiva la terra”. E quello di Fivizzano “ i fanciulli fanno i garzoni di bottega o i manuali alle fabbriche; le fanciulle le donne di servizio”.
In merito alle cause dell’emigrazione, il parroco di Traverde non ha dubbi: “la miseria personificata”.
Per usare le parole del parroco di Riccò di Tresana: “le cause principali dell’emigrazione in parrocchia sono miseria, cari i viveri e mancanza di lavoro”. Espressione questa condivisa da tutti i parroci anche se esistono risposte più articolate. Ad esempio il parroco di Caprio di Filattiera si esprime così: “Il poco amore all’agricoltura, lo scarso reddito dei campi di fronte al guadagno che fanno fuori dove si trattano anche meglio”. E quello di Careola presso Pontremoli: “L’amore straordinario al denaro e il desiderio di crearsi una posizione per quanto possibile indipendente”. Gli abitanti di Collegnago di Fivizzano hanno esigenze particolari: “E’ una popolazione di scalpellini. La maggior parte vanno ove è lavoro”. Prezioso il giudizio del parroco di Gabbiana di Bagnone: “ Le cause sono pei giovani il vivere agiato, il lusso, il divertimento: per lo più di famiglia i più partono pel bisogno; altri per arricchire”.
Le aree di emigrazione sono le più disparate. Dalla Lunigiana si parte il Carrarese, per la Liguria, per la Lombardia, per il Parmigiano, per il Piemonte e per la Maremma.
Ricca è la documentazione sulle aree di emigrazione all’estero. I paesi europei mete preferite dagli emigranti lunigianesi sono la Francia, la Svizzera, l’Inghilterra e la Germania; meta molto ambita è l’America ma si emigra anche in Africa e in Australia.
In linea di massima molti degli emigranti sono appoggiati da amici, conoscenti, compaesani e parenti, che si trovano già nei luoghi di emigrazione, ma non sempre è così; in alcuni casi si rimettono agli “Agenti di Emigrazione” o si affidano agli “Agenti delle Compagnie di Navigazione”(8).
In questi paesi in cui gli emigranti “partono alla spicciolata” in genere non si fanno funzioni religiose prima della partenza. In alcuni tuttavia “si fanno scoperte della Madonna”, in altri i partenti “fanno scoprire Santa Croce”, o “ fanno cantare la messa”, in altri ancora fanno celebrare una messa o qualche funzione o “i parenti prossimi generalmente fanno celebrare la Santa Messa e scoprire la Madonna possibilmente il giorno d’imbarco”.
Non mancano i buoni consigli e qualche libro indicato dal parroco, come Il Manuale di Filotea o La Dottrina Nuova; si donano “libri” ed “oggetti sacri” e si predica “specialmente contro la bestemmia”.
I tempi di permanenza nei luoghi di emigrazione variano da parrocchia a parrocchia, da area ad area e da persona a persona. Per quanto concerne l’emigrazione interna il linea di massima si parla di alcuni mesi (lavori stagionali) sino ad un anno (con rientro, in alcuni casi, per le feste patronali) , tuttavia c’è anche chi permane nei paesi di emigrazione talvolta anche due o tre anni e fino a otto o dieci anni.
All’estero la permanenza può variare da 1 a 10 anni con parentesi particolari, “chi 23, chi 24 anni e chi perpetuo”.
I lavori nei quali si destreggiano gli emigranti lunigianesi sono i più disparati.
Troviamo lunigianesi nelle miniere (soprattutto dell’America del Nord) e negli scavi dei minerali, pronti ad estrarre ferro, a lavorare nelle miniere del carbone e nelle fonderie.
Non mancano occupati nelle cave, in particolare quelle di pietra: scalpellini (9) della Lunigiana orientale che modellano la materia prima come veri artisti. Altri lavorano nelle segherie di legnami o come boscaioli (10) in America.
Vi sono pure carrettonai, molti manovali, muratori, addetti alla costruzione di strade, case, acquedotti, nonché alla costruzione di navi, così come occupati nelle gallerie e nei lavori ferroviari (soprattutto in Svizzera) nelle officine e nelle fabbriche.
Vi sono agricoltori, moltissimi contadini e braccianti (in molti diretti nell’America del Sud) , nonché uomini dediti alla pastorizia. Non mancano venditori di “gelati, confetture, dolci” o occupati in “gelaterie, rosticcerie di pesci e patate” a Londra e in Scozia.
Alcuni lavorano a Parigi e in America presso “fabbriche di pelli per cuoi, cappelli, piume, fiori”. Molti girano il mondo come merciai ambulanti in Lombardia o in Francia o si occupano della “rivendita di chincaglierie”.
Ci sono anche quelli che “si danno a qualunque lavoro pur di prendere buone giornate”, quelli che sono occupati in parte come garzoni, impiegati e piccoli commercianti e quelli che partono per andare “al servizio di padroni”.
Non mancano nemmeno le annotazioni circa qualche parrocchiano che va a “mendicare” o il giudizio su alcuni che “fanno il cosiddetto mestiere di bancarotta”.
Per quel che riguarda gli “scandali”, in linea di massima i parroci rispondono che non se ne sono mai registrati; tuttavia vi sono pure eccezioni: “in cinque anni uno solo” o “rarissime volte”; del resto “nelle famiglie lasciate dagli emigrati non poche volte sono avvenuti scandali e qualcuno si può anche temere”. Ma c’è anche qualche sacerdote che rassicura: “scandali veri e propri no, quantunque voci di poco buona fama circolino a carico di qualche buona sposa”.
Il fatto di cronaca più evidente sembra essere accaduto a Camporaghena. Scrive il parroco: “Si sono dovuti deplorare due o tre scandali: i primi due senza strascico si sono eliminati; il terzo più grave è successo di fresco:_ una moglie chiamata dal marito in America si accompagna con un paesano che faceva seco il viaggio; ma appena giunti a destinazione dovevano subito separarsi perché la moglie, un’inglese, di questo individuo lo faceva arrestare”.
Una quindicina di compilatori del questionario non riscontra danni dell’emigrazione alla fede ed alla morale in parrocchia. Secondo altri “l’emigrazione se è di utile materiale, cagiona però il malcostume, il turpiloqui e l’indebolimento della fede”, porta “la bestemmia”, “infedeltà coniugali e dimenticanza della famiglia”, “in alcuni giorni lusso eccessivo e amore al gioco, divertimenti, balli….”. In molti paesi si riscontra l’indifferenza o “abbandono delle pratiche religiose e miscredenza”, inoltre “l’emigrazione rende i giovani scialacquoni ed insubordinati” e importa persino “canzoni oscene”. Dal punt<o di vista della fede, secondo alcuni l’emigrazione porta “l’indifferentismo e l’ateismo pratico, causato dalla setta degli Evangelisti a cui si ascrivono in America” e “qualche principio protestante”.
Nella maggior parte dei casi i parroci sembrano non dover temere teorie sovversive Particolari, tuttavia non ovunque è così. In qualche caso si segnala che gli emigranti portano “qualche idea di socialismo” o “idee luterane”.
Da incorniciare la riflessione di un parroco secondo il quale quanti rientrano non portano teorie sovversive ma, anche se fosse, “ non hanno tempo ne volontà di spargerle perché urge l’appetito”.
Per quanto riguarda l’associazionismo, il parroco di Mulazzo segnala che “ è stata costituita una laica Pubblica Assistenza, ma ciò è prodotto di quelli che stanno a casa; vi fanno parte eprò alcuni emigrati”, mentre quello di Soliera rassicura “vi ha solo la società di Mutuo Soccorso ma non avversa, essendo io stesso socio onorario”.
Il questionario si chiude con la sollecitazione ai parroci di avanzare proposte; eccone alcune.
- Don Giulio Maestri (Buzzò di Albareto) “Bisognerebbe dar lavoro il più possibile ed allo scopo interessarsi presso il Comune, provincia e Stato per costruire strade ecc…..formare cooperative di lavoro ecc……Le Banche cosiddette Cattoliche invece di ristagnare i loro profitti in fondi di riserva dovrebbero impiantare qualche industria di generi di vera necessità che per lo più vengono a caro prezzo dall’estero, come filati, bottoni, fecole, destrine, giuocattoli ecc…, ma: Vox clamantis in deserto!”
- Don Giulio Rossi (Careola di Pontremoli): l’emigrazione bisognerebbe “disciplinarla e regolarla più che sia possibile e vedere che nei centri ove si recano non restino completamente abbandonati a se stessi.
- Don Luigi Moscatelli (Montale di Comano): proporrei l’istituzione di un’Unione Diocesana per gli emigranti, la quale ai propri rappresentanti nelle singole parrocchie fornisse direttive e mezzi onde potersi occupare efficacemente degli emigranti prima, durante e dopo l’emigrazione stessa”
- Don Gustavo Tonelli (Riccò di Tresana) “Per ovviare ai mali della emigrazione che risente la parrocchia vi sarebbe da impedir questa col persuadere i proprietari dei terreni a far lavorare continuamente le proprie terre, e non potendo trattenere gli emigranti, tenere per essi ogni anno una predicazione speciale perché almeno si mantengano buoni e virtuosi. Per la emigrazione in genere sarebbero necessarie grandi Associazioni Cattoliche capaci di indirizzare i nostri lavoratori in posti non solo vicini ma in lavorazioni cattoliche”.
- Don V. Nicolosi(Vico di Bagnone): “In certi luoghi, come nelle miniere di California e del Colorado, vi sono dai 30 ai 40 mila operai italiani. In alcune di queste miniere non si vede mai un sacerdote; in altre si celebra una semplice messa (a pagamento per chi vuole ascoltarla) in qualche festa. Sarebbe bene che le Autorità Ecclesiastiche d’Italia si mettessero in relazione con quelle di quei posti al fine di provvedere perché nelle dette miniere si stabilissero dei sacerdoti che, con la diffusione di buoni giornali e di buone letture, con la costituzione di buone società e specialmente con frequenti conferenze tenessero vivo il sentimento religioso fra gli operai, ai quali tendono tanti lacci la cattiva stampa e le società sovversive. E ciò stesso dovrebbe farsi in altri posti, dove gli operai affluiscono in gran numero”.
Marco Angella, L’emigrazione lunigianese nei questionari della diocesi di Pontremoli del 1913, in Quaderni dell’emigrazione toscana n. 3, edito dalla Giunta Regione Toscana, Pagnini Martinelli Editori.
1) Cfr. Archivio della Curia Vescovile dl Pontremoli. Statistica. Seminari. Opere assistenza. Annuari (diocesano. cattolico, pontificio. statistico della Chiesa). Emigranti (1913). “Ufficio Migranti”. Si ringrazia sentitamente Mons. Gino Farfarana per la disponibilità mostrata.
2) Cfr. Archivio della Curia Vescovile di Pontremoli. cit. La cartella “Ufficio Migranti” contiene, oltre a numerosi prospetti, un’interessante tabella riepilogativa manoscritta. datata 1913. nella quale compaiono i dati di quasi tutte le 128 parrocchie, ovvero numero delle anime. il numero degli emigrati ed. in alcuni casi, il numero degli emigranti temporanei e perpetui.
3) Sul numero delle parrocchie della Diocesi, variato spesso nel corso degli ultimi due secoli, cfr. N. Zucchi Castellini. Circostanze che precedettero, accompagnarono, seguirono l’erezione della Diocesi di Pontremoli, in “La Diocesi di Pontremoli” Tipografie Riunite Parma Donati 1989, pp. 5-24. in particolare p. 22.
4) I 55 prospetti presi m considerazione recano in calce la firma dei rispettivi parroci nonché la data. che oscilla dal mese di febbraio al mese di maggio del 1913.
Sostanzialmente i dati in nostro possesso riguardano. seguendo l’ordine alfabetico, le parrocchie di Agnino, Bagnone, Buzzò. Camporaghena, Canossa, Caprio. Careola, Castagnetoli, Castevoli (.San Martino), Ceserano, Colla, Collecchia, Collegnago, Collesino, Corvarola, Cotto, Debicò, Dobbiana. Filetto, Fivizzano, Gabbiana, Gigliana, Gotra, Magliano (San Martino). Malgrate, Mochignano, Mocrone. Mommio. Moncigoli, Montale. Montereggio. Mulazzo (San Martino), Offiano (Santa Maria Assunta), Orturano. Pastina, Pieve di Bagnone, Pognana. Posara. Regnano, Reusa, Riccò di Tresana, Rometta, Sassalbo, Scorcetoli (S. Andrea), Serravalle, Soliera, .Spicciano, Traverde. Terenzano e Turlago, Turano, Valdena (Santa Maria). Vendaso, Verrucola (Santa Margherita), Vico, Villafranca (San Giovanni e San Nicolò).
5) Sulla condizione delle donne cfr. C. Rapetti, Donne ed emigrazione. in “Almanacco Pontremolese 1988”, anno X, Editore Pacini, Pisa 1988, ottobre.
6) La percentuale è stata effettuata prendendo in considerazione le risposte alle domande: Quante anime fa la parrocchia? E Quanto emigranti ha?
7) Sulla vocazione dei librai di Montereggio cfr. G.B. Martinelli, Origine e sviluppo dell’attività dei librai pontremolesi, Tipografia Artigianelli, Pontremoli, 1973
8) per avere notizie su agenti e subagenti delle compagnie di navigazione cfr. R. Boggi “La Merica”, in Alemanacco, cit.
9) Sulla abilità degli scalpellini lunigianesi cfr. C. Rapetti, Scalpellini, in “Almanacco”, cit.
10) Cfr. R. Boggi, Boscaioli, in Almanacco, cit.