IMPERATORE E SIGNORI IN LUNIGIANA NELLA PRIMA META’ DEL XIII SECOLO

Nascita di Federico II a Jesi, in una tenda secondfo una fantasiosa tradizione dovuta a Ricordano Malispini

Unica clavis et ianua, unica chiave e porta: la celeberrima definizione, dedicata a Pontremoli e al vicino passo della Cisa, ripetuta da numerosi studiosi e attualmente presente in decine di siti internet di enti locali lunigianesi, si deve a un imperatore e in particolare a Federico II; proprio l’imperatore che, insieme al suo primo ministro Pier della Vigna, è stato il trait d’union di questo nostro lungo convegno itinerante tra Emilia e Toscana. La frase risale al dicembre 1247 e quindi al periodo finale del dominio imperiale, quando Federico non solo aveva alle spalle una lunga e ripetuta frequentazione della fascia nord appenninica, ma cominciava anche ad accusare gravi difficoltà nel mantenimento del suo programma di governo nell’Italia centro settentrionale (1).  I termini che si incontrano nel brano in questione sono quindi assai espressivi: chiariscono a tutti quale fosse l’alto grado di consapevolezza raggiunto dall’imperatore riguardo alla problematicità e all’importanza strategica di questa micro regione all’interno della sua strategia di dominio. Eccone la traduzione: «In mancanza di altri percorsi, rimane (Pontremoli) l’unica chiave e porta che può essere chiusa in fronte ai nostri fedeli, impedendo loro il transito e la ritirata. Dato che la città, da poco recuperata, ha mutato parte [..] si deve aiutare militarmente gli uomini appositamente riuniti per il recupero della città stessa e la difesa del castello, impegnando efficacemente intelligenza e forza nella pacificazione della strada della Lunigiana»(2).

Sono parole che regalano molti spunti. In primo luogo palesano l’importanza del valico che congiungeva e unisce ancora la Lunigiana al territorio parmense, la Toscana all’Emilia. In seconda istanza ci trasmettono una visione peculiare del tratto lunigianese della Francigena e della Lunigiana stessa: l’arteria emerge infatti non come un reticolo di strade gravitanti attorno a un tronco principale di lunga percorrenza, ma come segmento unico e obbligato che, nell’ottica imperiale, deve essere pacificato e sgombro da ostacoli. Analogamente il territorio viene percepito come spazio unitario, dotato di identità e caratteristiche proprie. Infine – terza e ultima osservazione – viene considerato strategico per il dominio della strada e del territorio ad essa connesso il controllo di un peculiare potere locale: non i Malaspina, non il vescovo, non le famiglie signorili del territorio, ma una città, o quasi città, Pontremoli (3).

Su questi punti appena elencati si incentrerà la mia breve relazione, il cui tema – Imperatore e signori nella Lunigiana della prima metà del XIII secolo – meriterebbe certamente uno studio ben più approfondito di quello che sono riuscita a realizzare in vista di questo incontro. Quello che intendo qui proporre non è quindi un discorso organico sulla Lunigiana all’epoca di Federico II – l’ultimo e insuperato lo si deve a Gioacchino Volpe  (4)  – ma una serie di osservazioni su alcuni aspetti del rapporto tra imperatore, signori, vescovo e territorio nella prima metà del Duecento.

L’importanza del valico del Monte Bardone, ora Cisa, fu probabilmente presente a un enorme numero di viaggiatori medievali, pellegrini e mercanti in primo luogo (5).

 Ma furono gli imperatori – in particolare gli Svevi – a percepirla in maniera particolarmente acuta, per il rilievo militare e quindi politico che il valico rivestì all’interno della strategia di dominio da loro perseguita. Tale centralità della Francigena lunigianese nella politica italiana degli Svevi ha influenzato notevolmente, e anche lievemente falsato, la storiografia dedicata alla Lunigiana stessa e ai suoi signori (6).

 Lo ha fatto perché proprio i ripetuti passaggi degli imperatori hanno lasciato sul campo un patrimonio documentario cospicuo e contemporaneamente peculiare, dettato da circostanze in un certo senso eccezionali. Mi riferisco soprattutto ai privilegi, che gli imperatori rilasciarono ai grandi vassalli, alle famiglie signorili, al vescovo, ai piccoli borghi come alle grandi città vicine per garantirsi l’apertura e la sicurezza del passo(7).

Ma non dimentico anche i cronisti del XII e XIII secolo – piacentini, parmensi e genovesi – che scrissero della Lunigiana e delle sue strade quasi esclusivamente in occasione dei passaggi imperiali e delle lotte legate alla loro politica (8).

 Il Codice Pelavicino stesso – ossia il liber iurium del vescovo-conte di Luni (9)  – può essere preso come esemplificativo delle tracce documentarie lasciate in Lunigiana dal transito degli imperatori. Nella forma e nel contenuto attuali il Codice si deve al vescovo Enrico da Fucecchio (1273-1292) e quindi la sua redazione definitiva è posteriore al regno di Federico II; tuttavia non si deve dimenticare che il primo nucleo del codice, il Liber qui vocatur magister, dove si raccolsero inizialmente gli atti attestanti proprietà, diritti e redditi dell’episcopato di Luni, venne fatto compilare da Uberto Pallavicino, vicario di Federico II in Lunigiana(10).

Il moltiplicarsi della documentazione relativa a questa microregione nei momenti di passaggio degli Svevi, e in particolare di Federico II, deve renderci estremamente cauti nell’analisi delle fonti superstiti. Il rischio è infatti quello di adagiarsi su una visione della storia lunigianese semplificata e appiattita, gravitante principalmente sulla strada e sulle dinamiche politico-militari che la ebbero come oggetto del contendere. Per evitarlo il primo passo è quello di cercare di comprendere correttamente la rilevanza della Francigena e della Lunigiana nella politica imperiale.

Se si guarda all’insieme degli spostamenti e alla durata delle residenze attuati dall’imperatore e dai suoi più diretti collaboratori per tutta la durata del regno, la Lunigiana non spicca per importanza (11). Dopo un primo e rapido passaggio nel 1226 (12) e dopo il transito del suo elefante e di vari dromedari e leopardi nel 1235 (13), fu solo nel decennio 1239-1249 che Federico II frequentò con una certa assiduità gli spazi lunigianesi e intraprese azioni mirate e rilevanti nell’area appenninica a cavallo tra Lombardia, Emilia, Toscana e Liguria (14).

In dettaglio l’imperatore soggiornò in Lunigiana nell’inverno del 1239: l’11 dicembre era a Pontremoli dove si impadronì del castello e delle fortificazioni circostanti. Qui prese prigionieri una sessantina d’uomini e si fece portare in catene il vescovo di Luni, esautorandolo così di fatto dai suoi poteri giurisdizionali sul comitatus lunensis. L’amministrazione civile vacante fu affidata infatti al marchese Uberto Pallavicino, che divenne in quell’occasione vicario imperiale in Lunexana et Pontremulensi (15). Il 15 l’imperatore si trovava già a Sarzana e il 22 era a Pisa (16), dove diede mandato a Riccardo de Pulcaro e Riccardo de Montenegro di approntare alcune spedizioni dirette in Lunigiana (17).

In particolare stabilì che le galee pisane, che aveva appena inviato a Napoli cariche di prigionieri lombardi, fossero qui svuotate, nuovamente riempite di frumento e rispedite fino a Sarzana in terra Lunesana al fine di approvvigionare i presidi di quella regione per sei mesi, ovviamente sotto la supervisione del suonuovo vicario Uberto Pallavicino. Oltre al frumento, le navi dovevano portare a Sarzana anche 200 armati di origine pugliese da adibire alla custodia dei presidi lunigianesi per 3 mesi (18).

Negli anni immediatamente successivi, mentre l’imperatore si muoveva lungo la penisola, la Lunigiana divenne teatro di numerose azioni militari.

Nell’estate del 1241 Uberto Pallavicino punì la ribellione di Pontremoli con la distruzione di parte delle fortificazioni e contemporaneamente invase a più riprese il dominio genovese della riviera orientale, mentre il vicario di Lombardia Marino da Eboli interveniva contro Genova a settentrione e a occidente 19. Il fronte lunigianese era nutrito: ne facevano parte oltre allo stesso Pallavicino, i marchesi Malaspina, Pisa e vari signori e comunità della Riviera, della Lunigiana e della Garfagnana (20).

La lotta continuò senza grandi variazioni anche nei due anni successivi, più o meno sui medesimi fronti (21). Pontremoli seguitò ad essere un presidio non facile da controllare, mentre Sarzana meritò nell’agosto del 1244 un rafforzamento della protezione imperiale in funzione antivescovile (22). Il pericolo rappresentato dalla oscillante fedeltà di Pontremoli, già chiaro a Federico nel 1239, divenne tuttavia palese dopo il suo passaggio nel borgo del 1247, quando gli si ribellarono Federico e Bernabò Malaspina. In quell’occasione l’imperatore fu costretto a muoversi insieme al Pallavicino – all’epoca sacri imperii in Lunisiana, Versilia, Garfagnana et partibus convicinis vicarium generalem (23) – tra i due versanti di Monte Bardone: contro Berceto in Val di Taro e contro Filattiera in Lunigiana. Fu probabilmente in quell’occasione che il sovrano descrisse l’insediamento di Pontremoli come unica clavis etianua, il dominio della quale consentiva il blocco delle armate dall’una odall’altra parte del valico (24)..

La centralità e l’importanza del passaggio e del tratto lunigianese della Francigena non vennero meno nei due anni successivi, dato che, nel 1249 Federico affidò a Pisa l’olim provinciam Lunisiane e, così facendo. tolse di fatto a Sarzana la posizione autonoma e privilegiata mantenuta nei vent’anni precedenti (25). Esentò tuttavia dal passaggio di competenze il castello di Pontremoli e i beni di Corrado Malaspina, che l’imperatore riservò al demanio regio (26).

La primavera del 1249 vide l’ultimo transito di Federico II in Lunigiana recante al proprio fianco l’ex braccio destro Pier della Vigna, incatenato e forse anche accecato (27). Pochi mesi dopo Pontremoli passò alla parte antimperiale (28).

Come si è visto, la presenza e l’azione di Federico II in Lunigiana può essere ridotta a un solo decennio: importante e intenso, ma comunque breve. Di questo periodo è utile enucleare alcune peculiarità:

1) le relazioni tra l’imperatore e le famiglie signorili del territorio;

2) il rapporto tra l’imperatore e il vescovo;

3) il ruolo degli insediamenti maggiori all’interno della politica imperiale.

Iniziamo col primo punto. Sia che si guardi al periodo 1239-1249, sia chesi allarghi lo sguardo all’intero trentennato del dominio federiciano, si nota in entrambi i casi l’estrema sporadicità dei privilegi rilasciati dal sovrano alle famiglie e agli enti territoriali lunigianesi. Ne contiamo infatti cinque di cui solo due destinati a compagini familiari: ai Malaspina (1220) e ai da Vezzano (1238) (29); gli altri vennero dati a Pontremoli (1226) e a Sarzana (1226, 1244) (30). Nel complesso si tratta di un piccolo pugno di diplomi assolutamente non paragonabile agli otto emanati da Federico Barbarossa nel secolo precedente nei confronti dei poteri locali lunigianesi (31). Non si tratta solo di una questione meramente numerica: l’analisi interna e comparata dei diplomi ne impoverisce infatti ulteriormente il significato. Quello indirizzato ai Malaspina è scarsamente rilevante, sia perché si tratta di una semplice conferma del privilegio a suo tempo elargito a Obizzo Malaspina da Federico Barbarossa (32), sia perché venne chiesto e ottenuto dai marchesi praticamente all’indomani dell’incoronazione. Gli altri diplomi di fatto nulla aggiunsero alle precedenti concessioni fatte dal Barbarossa ai medesimi destinatari, con la sola eccezione di quelli indirizzati a Sarzana, il cui passaggio sotto la protezione imperiale – confermato nel 1226 e ulteriormente ribadito nel 1244 – ebbe una chiara valenza antivescovile (33). Coerentemente all’appoggio dato alla “quasi-città” di Sarzana a danno del vescovo di Luni, nessun diploma venne concesso al prelato (34), che invece era stato beneficiato ripetutamente da Federico I, il quale gli aveva addirittura concesso il comitatus di Luni (35).

Se uniamo la povertà e la qualità di questo corpus di documenti alla peculiarità degli itinerari imperiali e dei suoi soggiorni lunigianesi, ricaviamo un dato a mio avviso interessante, ossia che non vi è stato un rapporto particolarmente stretto né tra l’imperatore e i Malaspina, né tra l’imperatore e le famiglie signorili del territorio.

Sui Malaspina, e in particolare sulla oscillante fedeltà all’impero dei vari membri della famiglia, rimando a quanto scrive Roberto Ricci in questo stesso volume. Mi preme in questa sede far notare solo alcuni aspetti. Inizialmente, e per gran parte del regno di Federico II, Corrado e Opizzo Malaspina – capostipiti dei due rami dello Spino Secco e dello Spino Fiorito – sembrano molto vicini all’imperatore. Nel 1220 – come già detto – ottennero la conferma di possedimenti e diritti all’indomani della incoronazione imperiale; nel 1226 Corrado accompagnò Federico attraverso il passo (36). Tra 1220 e 1226 Corrado e Opizzo coadiuvarono Federico partecipando alla sua curia, seguendo la sua corte itinerante nel nord e centro Italia, facendo da testimoni ai suoi atti. Furono infatti al suo fianco a Monterosi (Corrado e Opizzo, 1220), Capua (Corrado, 1222), Pontremoli (Corrado, 1226) e Oramala (Opizzo, 1238) (37).

Da questa data in poi la loro attività si spostò dal piano per così dire politico a quello militare, piano che tuttavia è un po’ più complicato da seguire. È complicato perché l’esercito misto della compagine imperiale, mobilitato dal 1238 in poi, non venne mai comandato dai Malaspina, né il settore che agì tra Liguria e Lombardia (guidato del marchese Manfredo Lancia), né il settore attivo nell’area tosco-emiliana (facente capo a Uberto Pallavicino). In genere i Malaspina – a meno a quanto si può intuire dalla lettura degli Annali Piacentini Ghibellini – militarono nella compagine guidata dal Lancia, ma solo sporadicamente la loro presenza viene attestata con chiarezza. Più di frequente le cronache riportano frasi come la seguente: «Nel frattempo il marchese Lancia, vicario dell’imperatore, insieme ai Pavesi, ai Vercellesi, ai Novaresi, ai Tortonesi, agli Astigiani, ai Cremaschi e ai marchesi portavano la distruzione nel distretto di Alessandria» (38). In quel marchesi, per riferimenti interni e incrociati che la fonte consente, abbiamo buone probabilità di riconoscere i Malaspina. Ma gli Annali li nominano in prima persona raramente, quando si staccano dal grosso delle truppe o quando tradiscono il proprio sovrano (39).

Da quanto emerge nelle cronache, quindi, i Malaspina appoggiarono le campagne dell’imperatore, ma non con un ruolo di primo piano: a loro non furono nfatti affidati particolari incarichi né militari né amministrativi e di conseguenza non furono nemmeno concessi particolari privilegi. In sostanza Federico non riconobbe in questi grandi vassalli punti di appoggio validi e affidabili; preferì invece scegliere i suoi collaboratori più stretti seguendo tutta un’altra strada, privilegiando legami famigliari e personali che lo portarono in genere a trascurare le famiglie profondamente radicate nel territorio (40). Alla posizione sussidiaria dei Malaspina entro l’enturage imperiale fa infatti da specchio l’assenza praticamente totale delle altre famiglie signorili locali, di quella “mezzana società feudale” che il Volpe individua come l’elemento sociale chiave della Lunigiana medievale.

I da Vezzano ad esempio ottennero dall’imperatore solo una conferma di quanto già ottenuto dal Barbarossa per il pedaggio su un tratto della Fancigena (41); i signori di Versilia e Garfagnana riuscirono a strappare un diploma di conferma solo grazie all’intercessione del vicario Uberto Pallavicino (42).

Appare coerente a questa linea di esclusione della società locale la scelta di far presidiare le fortificazioni lunigianesi da armati provenienti dalla Puglia e non da milites o pedites delle famiglie signorili del territorio.

Si deve inoltre osservare che i Malaspina non militarono nella compagine più propriamente lunigianese, ma in quella lombardo-ligure. Questo a mio avviso è interessante perché se leggiamo la Storia della Lunigiana feudale del Branchi, un testo purtroppo ancora imprescindibile per ridisegnare le dinamiche politico-patrimoniali della famiglia – vediamo spiegata la celebre divisione dei rami del 1221 con la scelta di spostare il cuore del potere malaspiniano dal Tortonese alla Lunigiana al fine di sottrarsi alle ormai vincenti politiche espansionistiche di Genova e di Piacenza (43). In sostanza per il Branchi – ma non ricordo altre interpretazioni difformi – la svolta determinante per la famiglia, segnata dalla celebre divisione patrimoniale tra Corrado e Obizzo, fu determinata dalla scelta di abbandonare il Tortonese e l’asse Piacenza-Genova in seguito al cedimento della famiglia e del suo mondo feudale all’aggressivo e vincente universo cittadino. La separazione patrimoniale sarebbe quindi stata un riflesso della débâcle dei Malaspina nei confronti della città e avrebbe avuto come conseguenza diretta il rifugiarsi della famiglia negli scarsamente urbanizzati spazi lunigianesi (44).

A mio opinabile giudizio non pare che le fonti dicano questo. Non ho ancora condotto una rilettura complessiva dei celebri documenti del 1221, ma esaminando proprio le relazioni tra i Malaspina e Federico II ci si accorge – a mio avviso – che nella prima metà del Duecento il Tortonese era ancora il cuore del loro dominio, che le relazioni col Piacentino e Genova erano ancora importanti e intense, e che il cedimento – se proprio vogliamo entrare nella logica del contrasto tra mondo signorile e città, oggi superata – nei confronti del mondo urbano intervenne caso mai dopo e non prima della stagione federiciana. Non è qui il caso di elencare i documenti che lo proverebbero, perché il tema meriterebbe ben altro studio; mi limito a ricordare – solo a titolo d’esempio – che nell’aprile 1229 Obizzo Malaspina e suo zio Corrado siglarono un’importante concordia e un’alleanza militare con Piacenza, da cui emerge il ruolo chiave ancora ricoperto dai Marchesi nel controllo dell’Appennino, la posizione paritaria nei confronti della città emiliana, oltre che l’esistenza di una strategia militare comune e concorde nei confronti di Pontremoli (45). Utile mi pare ricordare anche che nel marzo 1238 Federico II sostò un mese intero ad Oramala, la celebre corte malaspiniana del tortonese, il luogo che fino ad allora era stato il cuore del dominio dei Malaspina, che aveva ospitato numerosi trovatori provenzali (46). Si deve inoltre osservare che il sostantivo usato dagli Annali Piacentini per tutta la prima metà del Duecento è indicativo: marchionibus, i marchesi, Corrado e Obizzo, insieme a fianco dell’imperatore nonostante l’avvenuta separazione dei beni familiari.

L’unione dei due rami e la strategia familiare comune sono quindi ancora evidenti nel periodo federiciano, come si percepisce dalle cronache e da altra documentazione coeva. Si trattò di un’unità che manifestò vistosi scricchiolii solo nella parte finale del regno di Federico e a mio giudizio proprio in conseguenza delle difficoltà militari e della perturbazione portata dall’imperatore all’intricato gioco di equilibri, scontri, incontri e alleanze che caratterizzava il territorio appenninico prima dei suoi passaggi.

Passiamo ora all’altro grande potere signorile della Lunigiana medievale: il vescovo.

Non è il caso di soffermarsi più di tanto perché rimane ancora valido, a mio avviso, il quadro disegnato da Gioacchino Volpe dei rapporti tra il vescovo Guglielmo e la città di Sarzana alla metà del Duecento 47. Basti qui ricordare che Federico II non ebbe alcun rapporto col prelato lunense fino al settembre 1238, quando Guglielmo si recò presso di lui a Brescia e testimoniò nel privilegio di conferma rilasciato dall’imperatore ai da Vezzano (48). Il tentativo di avvicinamento non ebbe presumibilmente alcun successo dato che nel dicembre dell’anno successivo il prelato venne condotto in catene a Pontremoli e qui esautorato di ogni potere giurisdizionale sulla Lunigiana.

È probabile, anche se non certo, che tale prigionia sia stata di breve durata: lo proverebbero (ma il condizionale è d’obbligo) due documenti. Il primo testimonia la presenza a Pisa sia dell’imperatore che del vescovo di Luni il 23 dicembre 1239. In quell’occasione Federico II avrebbe dichiarato di aver preso alcune fortificazioni lunigianesi “in custodia” dal vescovo riservandone comunque al relato il possesso. Il documento tuttavia è in copia, sebbene autentica, e data al 1268: contenuto, data e forma ne consigliano quindi un uso prudente (49). Il secondo atto è una permuta dell’agosto 1240 fatta dal vescovo a Bedizzano presso Carrara, che attesta quindi una minima attività del prelato, esclusivamente come possessore, nel suo territorio (50).

Guglielmo probabilmente venne fatto ancora una volta prigioniero nel maggio 1241, quando la flotta imperiale attaccò il convoglio genovese che scortava a Roma cardinali e vescovi per il concilio indetto da Gregorio IX 51. Fu ancora probabilmente liberato, insieme agli altri, due anni dopo 52. In ogni caso non risulta più agire né nello spirituale né nel temporale dall’estate 1240 fino a dopo la morte dell’imperatore, che segnò per Guglielmo l’inizio di un periodo di faticosa ripresa e di recupero dei diritti giurisdizionali sulla bassa Lunigiana (53).

Solo nel 1260 infatti, dopo un lungo processo arbitrato dal cardinale Ottobuono Fieschi, il vescovo Guglielmo riuscì a vedere ratificata la sua giurisdizione su Sarzana (54). In quell’occasione il prelato addusse a sostegno delle sue ragioni non solo i privilegi emanati in suo favore da Federico Barbarossa, e quindi la sua giurisdizione in quanto comes, ma anche varie lettere e mandati di Federico II. In una lettera l’imperatore avrebbe disposto che fosse fatta un’inchiesta sui diritti dell’impero e del vescovo nei confronti del borgo di Sarzana, in una seconda sarebbe stata dichiarata una sorta di giurisdizione congiunta dell’imperatore e del vescovo sulla terra di quest’ultimo; infine Federico avrebbe ordinato al suo vicario di non intromettersi nella giurisdizione sulla terra del prelato (55). Purtroppo non sappiamo se e quando queste lettere furono effettivamente scritte. Curiosamente il Codice Pelavicino, iniziato da un vicario imperiale e completato da un vescovo alacremente impegnato nel recupero dei diritti dell’episcopato non ne tiene memoria alcuna. I contenuti, così riportati, contrasterebbero non poco sia con il ruolo di Uberto Pallavicino in Lunigiana, sia con i due privilegi elargiti dall’imperatore a Sarzana nel 1226 e 1244. In ogni caso, anche se autentiche, le lettere attesterebbero una relazione tutt’altro che tranquilla e lineare tra Federico e Guglielmo e un rigetto sostanziale dei diritti che il vescovo aveva acquisito dalla stessa autorità imperiale nel secolo precedente.

Sul contrasto col vescovo, infatti, – più che sul non-rapporto con le famiglie lunigianesi – si misura la differenza esistente tra i comportamenti di Federico Barbarossa e Federico II in Lunigiana in termini di strategia politica. Ricordiamo infatti, il Barbarossa vide nel prelato – anche se tardivamente – un punto d’appoggio importante per controllare il territorio, al punto da nominarlo comes lunensis. Giuridicamente, quindi, il vescovo era per l’impero un vassallo mperiale, conte del comitatus lunensis, ma né la qualifica né lo stesso distretto amministrativo ebbero alcun peso nella lucida e pragmatica politica di Federico II. Uberto Pallavicino, fu vicario, legato, mai comes. Nella documentazione federiciana il comitatus lunensis non compare mai: al suo posto – e questa è una novità di enorme portata – compare invece la Lunigiana in sè e per sè, individuata per la prima volta chiaramente come territorio dotato di una sua identità amministrativa.

I riferimenti sono innumerevoli e spiccano proprio per densità e importanza all’interno di una documentazione medievale che, nel suo complesso, assai raramente parla di questa microregione considerandola nel suo insieme (56). Uberto Pallavicino è infatti vicario in Lunexana et Pontremulensi (57), o in Lunexana et partibus convicinis (58) o in Lunisiana, Versilia, Garfagnana et partibus convicinis (59), o ancora capitaneum in Lunesana (60) , frumento e armati devono essere inviati in terra Lunesana o ad partes Lunesani (61), la Francigena è strata Lunesane (62).

La politica federiciana tesa al ripristino dell’autorità imperiale sulle città Regnum passò – com’è noto- anche attraverso la creazione di una nuova geografia politico amministrativa dello stesso, basata su grandi circoscrizioni a carattere sovrearegionale e regionale create a partire dal 1236 (63). La Lunigiana, fino ad allora praticamente inesistente dal punto di vista geopolitico, divenne improvvisamente una regione chiave per la strategia bellica federiciana, da controllare militarmente ma anche da amministrare. Lo si ricava non solo dalle attribuzioni del Pallavicino, o dai numerosi mandati Federico II, ma anche dal fatto che nel pieno infuriare della guerra sul fronte appenninico Uberto Pallavicino abbia considerato essenziale allo svolgimento del suo ruolo di vicario la raccolta degli atti relativi ai diritti del vescovo di Luni e la compilazione dell’omonimo codice. Nel preambolo del Codice Pelavicino si legge infatti:

Anno 1275, nel mese di maggio. Noi Enrico da Fucecchio, per misericordia divina vescovo lunense, abbiamo composto questo libricino, nel quale vi sono utti i redditi e i proventi dell’episcopato di Luni come [sono stati trascritti] nei libri, scritture, documenti e privilegi antichi e principalmente nel libro chiamato “Maestro”, che fu scritto dal nobiluomo signore Oberto Pelavicino, allora vicario ella provincia di Lunigiana, e in seguito dal venerabile padre Guglielmo vescovo Lunense, e da tutti gli altri sia chierici sia laici e principalmente dai vicari e consiglieri della Lunigiana in seguito istituiti e nei singoli anni approvato (64).

È un passo che, pur scritto a venticinque anni dalla morte dell’imperatore, fa emergere con chiarezza l’incisività delle riforme da lui operate e anche il perdurare dei loro effetti nel tempo. La Lunigiana di Federico II appare una realtà territoriale-amministrativa precisa, in cui il responsabile si è premurato di raccogliere e ordinare la documentazione più importante e in cui hanno operato vicari e consiglieri anche successivamente al vicario nominato da Federico (65).

Certo si deve essere consapevoli che la Lunigiana di Federico II fu una realtà creata a tavolino e calata dall’alto. Federico e i suoi abili collaboratori riconobbero la centralità strategica dell’area e intelligentemente tentarono di costruire su di questa un’entità politico-amministrativa, dandole così un’identità che tuttavia non aveva alcuna base stabile. Se confrontiamo la terminologia presente negli atti e nelle lettere emanati da Federico II con i testi contemporanei degli Annali Piacentini, o degli Annali Genovesi, o ancora della Cronica di Salimbene de Adam, scopriamo che il termine Lunigiana compare assai raramente. Quando compare indica quasi esclusivamente lo spazio geo-amministrativo affidato dall’imperatore a Uberto Pallavicino.

Fuori dalla formula imperiale la Lunigiana scompare dalle fonti e dalla storia, probabilmente proprio perché il fallimento del disegno federiciano la fece esistere sulla mappa del tempo solo per pochi anni.

La Provincia Lunesane di Federico II aveva due punti focali precisi che, come abbiamo visto, non erano né i Malaspina, né le famiglie signorili, né il vescovo, ma i borghi fortificati di Pontremoli e di Sarzana. Nel decennio di fuoco l’imperatore soggiornò praticamente solo in queste due “quasi città” e ad esse dedicò gran parte della sua attenzione. Pontremoli fu, fin dall’inizio, un insediamento difficile da controllare, stante la vicinanza di Parma e di Piacenza, la prossimità col valico e il non agevole rapporto con i Malaspina. Da qui la necessità di un dominio militare più stringente e diretto operato con armati provenienti dalle Puglie. Sarzana fu invece assai fedele a Federico e ne ottenne in cambio un’autonomia giurisdizionale totalmente in contrasto con i privilegi legalmente vantati dal vescovo di Luni. Fu per Sarzana, come racconta magistralmente Gioacchino Volpe, una magnifica occasione di crescita e di riscatto, non completamente soffocata, ma certamente rallentata, dal fallimento del disegno imperiale.

Concludo dicendo che il sistema di equilibrio dinamico tra le comunità, il vescovo e i signori lunigianesi che ebbe pieno vigore tra XII e XIII secolo, come sappiamo dagli studi di Mario Nobili66, fu effettivamente perturbato da Federico II. Tale perturbazione ebbe per oggetto soprattutto le comunità medio grandi, in particolare i nuclei insediativi maggiori, che forse proprio in questo periodo colsero e persero lo slancio utile a fare il salto di qualità, a diventare cioè città, assorbendo o affrancandosi dai poteri signorili della Lunigiana.

Enrica Salvatori, Imperatore e Signori in Lunigiana nella prima metà del XIII secolo, In Pier delle Vigne in catene da Borgo San Donnino alla Lunigiana medioevale. Itinerario alla ricerca d’identità storica, economica e culturale di un territorio, Sarzana, 2006

 1)  Sulla politica di Federico II diretta alle città del regno italico si veda R. DAVIDSOHN, Storia di Firenze, Firenze 1956-1968 (traduzione italiana dell’edizione tedesca Berlin 1896-1927, volume II, parte I pp. 207-534; E. KANTOROWICZ, Federico II imperatore, Milano 1940 (traduzione italiana dell’ed. tedesca del 1931, ultima edizione italiana Milano 2001); Politica e cultura nell’Italia di Federico II, a cura di S. GENSINI, Pisa 1986; D. ABULAFIA, Federico II. Un imperatore medievale, Torino 1990 (traduzione italiana dell’edizione inglese London 1988), in particolare i capitoli 8°-12°; Federico II e le città italiane, a cura di P. TOUBERT e A. PARAVICINI Bagliani, Palermo 1994, in particolare M. RONZANI, Pisa e la Toscana, alle pp. 65-84; Federico II. Convegno dell’Istituto Storico Italo Germanico di Roma nell’VIII centenario della nascita, ed. A. ESCH e N. KAMP, Tubingen 1996.

2) «[..] tamquam deficientibus aliis viarum passagiis inde superest unica clavis et ianua que nostris fidelibus reserare potest et claudere transitum et regressum. Cum igitur villa ipsa sicut nuper accepimus a fidei nostre servitiis deviantes [..] ad recuperationem ville predicte et defensionem huiusmodi castri congregatis viribus potenter et celeriter succurratis sic super hiis pacificatione strate Lunisane studium efficax et robur et animos exercentes» (Historia diplomatica Friderici secundi sive Constitutiones, privilegia, mandata, instrumenta quae supersunt istius imperatoris et filiorum ejus: accedunt epistolae Papam et documenta varia collegit ad fidem chartarum et codicemrecensuit juxta seriem annorum disposuit et notis illustravit, ed. J. L. A. HUILLARD-BRÉHOLLES, Parisiis 1852-1861, VI, n. 1, pp. 497-498). Il concetto di Pontremoli «chiave e porta» della Lunigiana, elaborato da Federico II, ebbe grande successo nell’entourage imperiale, come dimostrano le relazioni degli ambasciatori di Arrigo VII su Pontremoli (Constitutiones et acta pubblica imperatorum et regum inde ab a. MCCXCVIII usque ad a. MCCXIII (1298-1313), Monumenta Germanial Historica Leges, IV, a cura di J. SCHWALM, Hannoveral 1906-1908, nn. 961-962.

3)  Sulle «quasi-città» si legga G. CHITTOLINI, «Quasi-città». Borghi e terre in area lombarda nel tardo medioevo, in Idem, Città, comunità e feudi negli stati dell’Italia centro-settentrionale (secoli XIV-XVI), Milano 1996, pp. 85-104.

4)  G. VOLPE, Lunigiana medievale Firenze 1923, poi in IDEM, Toscana medievale, Massa Marittima, Volterra, Sarzana, Firenze 1963, pp. 313-354.

5)  Sul tratto lunigianese della Francigena e la rete stradale della Lunigiana medievale si veda: G. SFORZA, La strada di Luni dal cronista Fra Salimbene, in «Giornale Storico e Letterario della Liguria», 2 (1901), pp. 446-450; A. C. AMBROSI, Itinerari della Lunigiana medievale, Massa Carrara 1967; T. MANNONI, Insediamenti e viabilità tra Magra e Vara in base ai dati archeologici, in «Quaderni del centro studi lunensi», 2 (1977), pp. 35-42; G. R. COPPEDÉ, Le vie di comunicazione nell’estrema Liguria Orientale e nella Lunigiana Occidentale nell’età moderna e contemporanea, in «Annali della Facoltà di Scienze Politiche», 8-10 (1980-1982), pp. 181-252; F. OPLL, L’attenzione del potere per un grande transito sovraregionale: il monte Bardone nel XII secolo, in «Quaderni Storici», n.s. 61 (1986), pp. 57-75; A. C. AMBROSI, Sulla via dei pellegrini in Lunigiana e sul porto di s. Maurizio, in Il pellegrinaggio medievale per Roma e Santiago e Compostela. Itinerari in Val di Magra, Aulla 1992, pp. 33-67; La via francigena dalla Toscana a Sarzana attraverso il territorio di Massa Carrara: luoghi, figure e fatti. Atti della giornata di studi, Modena – Massa 1997; R. RICCI, Dinamiche civili e religiose tra i due crinali. Viabilità, signorie territoriali, presenze ecclesiatiche e flussi economici nel medioevo centrale (XI-XIII secolo), in L’Appennino: un crinale che univa ed unirà? Atti del convegno, volume, Castelnuovo ne’ Monti 1999, pp. 75-91; E. SALVATORI, La Francigena nella Lunigiana medievale: una strada da percorrere?, in Studi sull’Emilia occidentale nel Medioevo, cura di R. GRECI, Bologna 2001, pp. 177-203; EADEM, Tra malandrini e caravanserragli: ’economia della Lunigiana medievale alla luce di alcune recenti pubblicazioni, in «Bollettino Storico Pisano», LXX (2001), pp. 311-322; EADEM, Presenze ospedaliere in Lunigiana, in iviera di Levante tra Emilia e Toscana: un crocevia per l’ordine di San Giovanni. Atti del convegno, Genova 2001, pp. 189-222.

6) Si veda in proposito OPLL, L’attenzione del potere cit.; IDEM, Le vie dell’Imperatore. iflessioni sull’interpretazione storica dell’itinerario, in Itinerari medievali e identità europea. Atti del congresso internazionale, a cura di R. Greci, Bologna 2000, pp. 75-96; SALVATORI, La Francigena nella Lunigiana medievale, cit.

7) Cfr. nota precedente e anche G. PETTI BALBI, I feudatari di Federico tra Liguria e Lunigiana, in il Barbarossa e i suoi alleati liguri-piemontesi, a cura di C. Bergaglio, Gavi 1987, pp. 66-82.

8) Mi riferisco in particolare agli Annales Parmenses maiores, in Monumenta Germaniae storica Scriptores, XVIII, ed. G. H. Pertz, Hannover, 1863, pp. 664-790; Annales Placentini Gibellini Ibidem pp. 457-581; Annales Placentini Guelfi, ibidem pp. 411-457; Annali genovesi di Caffaro de’ suoi continuatori dal MXCIX al MCCXCIII, vol. 3°: Dal 1225 al 1250, a cura di C. IMPERIALE DI SANT’ANGELO, Roma 1923; Chronicon Parmense ab anno MXXXVIII usque ad annum CCCIX, a cura di G. Bonazzi, Rerum Italicarum Scriptores, 2ª ed., IX/9, Città di Castello 1902-1904, pp. 1-259.

9) M. LUPO GENTILE, Il regesto del codice Pelavicino, in «Atti della Società Ligure di Storia Patria», XLIV (1912).

10) Sul Codice Pelavicino si veda Ibidem pp. VII-XII; G. SFORZA, Enrico, vescovo di Luni, e il Codice Pelavicino dell’Archivio Capitolare di Sarzana, in «Archivio Storico Italiano», s. 5ª, XIII

(1894), pp. 81-88; U. MAZZINI, Correzioni critiche di alcune date del Regesto del Codice Pelavicino, Genova 1914; G. PISTARINO, Gli scrittori del Codice Lunense (Pelavicino), in «Bollettino Ligustico», IX (1957), pp. 3-20; IDEM, Il Codice Pelavicino, Il Registrum Vetus e gli antichi statuti di Sarzana e Sarzanello, in «Giornale Storico della Lunigiana», X (1959), pp. 81-91; IDEM, Per una nuova edizione del Codice Pelavicino, in Alle origini della Lunigiana moderna. Settimo centenario della redazione del Codice Pelavicino (1287-1987). Atti del convegno, La Spezia 1990, pp. 9-18. Si deve purtroppo rilevare che tutti gli studiosi che si sono occupati del codice hanno trascurato lo studio del nucleo originario dovuto a Uberto Pallavicino e hanno dedicato la loro attenzione quasi esclusivamente all’opera di Enrico da Fucecchio, per il quale si veda . PODESTÀ, I vescovi di Luni dall’anno 895 al 1289. Studi sul Codice Pelavicino nell’Archivio Capitolare di Sarzana, in «Atti e Memorie della Reale Deputazione di Storia Patria per le Province Modenesi», s. 6ª, (1895). A mio giudizio invece il Codice Pelavicino meriterebbe un’analisi attenta che rivalorizzasse e spiegasse anche la porzione federiciana della raccolta.

11)  C. BRUHL, L’itinerario italiano dell’imperatore, in Federico II e le città italiane cit., pp. 34-47.

12) Annales Placentini Gibellini cit. p. 469; IOHANNIS CODAGNELLI, Annales Placentini, in Monumenta Germaniae Historica Scriptores rerum germanicarum in usum scholarum, XXIII, ed. O.OLDER-EGGER, Hannoverae-Lipsiae 1901, p. 83.

13) Annales Placentini Gibellini cit. p. 470; SALIMBENE DE ADAM, Cronica, ed. G. SCALIA, Turnhout 1998-1999, I, p. 131.

14)  DAVIDSOHN, Storia di Firenze cit. pp. 345-524; P. CAMMAROSANO, La Toscana nella politica di Federico II, in Federico II cit., pp. 361-380.

15) Annales Placentini Gibellini cit., p. 482-483: «accepit fortitudines Pontremuli et plura eorum castella guarnire fecit. Et accipiens de melioribus Pontremuli LX ossides, fecit eos ducere post se. Preterea episcopum Lune vincolatum ducere fecit post se; constituens Ubertum marchionem Pellavicinum suum vicarium in Lunexana et Pontremulensi». Sul Pallavicino si vedano E. NASALLI ROCCA, La posizione territoriale e politica degli Obertenghi, Pallavicino, Malaspina,Estensi, nei secoli XII e XIII, in «Rivista Araldica», LVIII (1960), pp. 249-261; IDEM, La posizione politica dei Pallavicino dall’età dei Comuni a quella delle Signorie, in «Archivio Storico delle Province Parmensi», s. 4ª, 20 (1968), pp. 65-113 e 23 (1971), pp. 135-153; C. SOLINAI, Nelle terre dei Pallavicino, Busseto 1989; C. BEVILACQUA, Uberto Pallavicino “il Grande”, il signore della Val di Mozzola, in Idee su un Medioevo Parmense volume, Parma 2004, pp. 15-22.

16) Annales Placentini Gibellini cit., pp. 482-483; Historia diplomatica Friderici secundi cit.,V, pp.554-598; a Pisa è attestato il 22 dello stesso mese (Ibidem, pp. 598-599).

17)  Ibidem, pp. 640-642: «De imperiali mandato scripsit G. de Tocco: Fredericus etc. R. de Pulcaro etc. Fidelitati tue precipiendo mandamus quatenus venientibus Neapolim galeis nostris et galeis Pisanis, quas simul cum Lombardis prisonibus destinamus, loquaris cum H. Abbate fidele nostro et statuas cum Pisanis magistris galearum ipsarum ad melius forum quod poteris ad utilitatem curie nostre, et omnes ipsas galeas Pisanas studeas onerare frumento nostro, et statuas aliquem discretum et fidelem virum qui veniat cum galeis ipsis et frumento usque Sarzanum in terra Lunesanam, de quo frumento nostro idem prepositus per te muniat castra nostra que tenemus in territorio Pontis Tremuli et terra Lunesane in manibus nostris pro sex mensibus; residuum verum vendat ibidem prout melius poterit ad utilitatem curie nostre et de pecunia qua de ipso frumento percipiet solidebit CC servientes pro duobus mensibus, ad rationem de quatuor tarenis auri per mensem cuilibet eorundem, et quos de Terra Laboris fideles et idoneos per nostras litteras evocamus, quas super hoc ad R. de Montenigro iustitiarium Terre Laboris fidelem nostrum trasmictimus; qui servientes venient cum eisdem galeis Pisanis, que cum nostro frumento redibunt. Tu vero super hys bene complendis studium habeas et diligentem laborem ut de mandato nostro per te bene completo tuam diligentiam commendemus.Significabis autem illi quem mictes super frumento quod servientes CC Terre Laboris solidabit pro II mensibus, quos per R. de Montenigro iustituarium Terre Laboris ipsos pro uno mense solidari mandamus. Iniungas etiam ei et statuas quod de videnda servientibus ipsis provideat quousque ad locum pervenerint supradictum, ubi castra nostra sunt sita eorum custodie deputandam. Datum apud Pisas, XXVII decembris, XIII indictionis. Item: Fredericus etc. R. de Montenegro, iustitiario Terre Laboris etc. Fidelitati cum velimus habere de iustitiariatu tuo CC servientes decenter armatos pro custodia castrorum nostrorum, que habemus in partibus Pontistremuli et terra Lunesana, qui fideles sint, de fidelium nostrorum genere orti, et consanguineos habeant fratres seu filios in regione ipsa Terre Laboris, fidelitati tue precipiendo mandamus quatenus receptis licteris sine mora ipsos CC servientes de iustitiariatu tuo studeas invenire, solidans eos pro mense uno ad rationem de tarenis quatuor auri per mensem; et ipsos omnes sine mora mictas cum galeis Pisanis quas Riccardus de Pulcaro fidelis noster mictet oneratas frumento nostro, iuxta mandatum nostrum, quos eodem modo faciemus in antea solidari, qui per castra nostra predicta distribuentur per U. Pellavicinum ordinatum nostrum capitaneum in Lunesana ad custodiam eorundem, cui ipsos facies presentari. Tu vero super servientibus ipsius bonis et idoneis inveniendis, solidandis, et mictemdis cum galeis predictis, talem sollicitudinem habeas ut mandato nostro plene completo tuam diligentiam  commendemus. Significabis autem R. de Pulcaro mensen quo solidabis servientes ipsos qui debet mictere nuntium specialem cum frumento nostro in predictis galeis, qui eosdem servientes debebit pro duobus aliis mensibus solidare, ut in numero mensium et solidis ipsis dandis nostra curia non fraudetur . Datum apud Pisas, XXVII decembris, XIII indictionis».

18) Federico non si sentiva sicuro delle recenti acquisizioni lunigianesi, infatti richiese che fossero presidiate da propri uomini a lui fedeli e di origine meridionale: «qui fideles sint, de fidelium mostrorum genere orti, et consanguineos habeant fratres seu filios in regione ipsa Terre Laboris» (Ibidem). Tali mandati furono reiterati più volte nel corso dell’anno seguente perché la spedizione incontrò concrete difficoltà di attuazione, in primo luogo economiche. Federico giunse infatti anche ad alzare il “soldo” degli armati, da 4 tareni per mese a un quarto e infine a un terzo d’oncia:(Ibidem, p. 886 e 916-917).

19) Annales Placentini Gibellini cit., p. 485.

20) Ibidem, p. 485; Annali di Caffaro cit., III, pp. 111-123; Historia diplomatica Friderici secundi cit.,V, pp. 1108-1110. Si veda anche E. SALVATORI e A. CASAVECCHIA, La storia e la pietra,Riomaggiore 2002, pp. 17-21.

21) Annali di Caffaro cit., III, pp. 123-131; Annales Placentini Gibellini cit., p. 487.

22) De rebus Pontremulensibus ex antiquioribus chronicis a Joanne Maria de Ferrariis, vulgo ser Marione, excerpta, in G. SFORZA, Memorie e documenti per servire alla storia di Pontremoli, Lucca 1887, III, pp. 17-18; Il ‘Registrum Vetus’ del Comune di Sarzana, a cura di G. PISTARINO, Sarzana, 1965, n. 3; Acta imperii inedita saeculi XIII. Urkunden und Briefe zur Geschicthte des Kaiserreichs und des Königreichs Sicilien in den Jahren 1198-1273, ed. E. WINCKELMANN, Innsbruck, 1880-1885, II, p. 89.

23) Acta imperii inedita cit., p. 37-39.

24) Il passaggio è attestato dagli Annales Placentini Gibellini cit., p. 494. Il controllo di Pontremoli e la sconfitta dei Malaspina ribelli gli consentì, secondo l’annalista, di liberare la via per Sarzana: «Unde operta fuit via euntibus et redeuntibus in Sarzanam»; per le considerazioni di Federico su Pontremoli supra nota 2. Federico Malaspina era figlio di Corrado detto l’Antico, capostipite dello Spino Secco. Bernabò era invece figlio di Opizzo, capostipite dello Spino Fiorito. A questa data la divisione dei sue rami si era già consumata. Per la geneaolgia dei Malaspina sono ancora punti di riferimento E. BRANCHI, Storia della Lunigiana feudale, 3 v.,Pistoia 1897-1899 e P. LITTA, Famiglie celebri italiane. Malaspina, Milano 1852. La bibliografia dedicata a questa famiglia è tuttavia assai vasta. Rimando in proposito a E. SALVATORI,Tra la corte e la strada: antichi studi e nuove prospettive di ricerca sui Malaspina (secc. XIIXIV), in Territori e spazi politici. Dalla Marca di Tuscia alla Toscana comunale, a cura di G.Petralia, Pisa in corso di stampa.

25) Non a caso Sarzana si affretta nel 1249 a cercare un accordo comune di Pisa (Il ‘Registrum Vetus’ del Comune di Sarzana cit., n. 26); un patto venne poi siglato nel 1255 (Ibidem, n. 27)

26) Acta imperii inedita cit., I, 358-359.

27) Si legga a questo proposito il saggio di Fabrizio Franceschini in questo stesso volume.

28) Annales Placentini Gibellini cit., pp. 498-499.

29) Rispettivamente: Historia diplomatica Friderici secundi cit., II, 2 additamenta, pp. 914-918;Il ‘Registrum Vetus’ del Comune di Sarzana cit., n. 9.

30 )SFORZA, Memorie e documenti cit. pp. 287-288; Historia diplomatica Friderici secundi cit., II, 2, pp. 667-668 e Acta imperii inedita cit., II, p. 89.

31) Per i quali OPLL, L’attenzione del potere cit. E Salvatori, La Francigena nella Lunigiana medievale cit.

32) Die Urkunden Friedrichs I, ed. H. APPELT et alii, Monumenta Germaniae Historica, Diplomata X/2, Hannoverae 1979, n. 463.

33) Vale in proposito quanto detto dal VOLPE, Lunigiana medievale cit., pp. 423-470.

34) Non è un vero e proprio diploma il documento del 23 dicembre 1239 in cui Federico II dichiara di prendere in custodia dal vescovo di Luni le torri che la chiesa lunense aveva a Ponzanello,Fosdinovo e Vezzano (Il regesto del Codice Pelavicino cit. n. 501). Su questo documento si veda però oltre.

35) Già preannunziata nel 1162 nel diploma elargito dal Barbarossa ai Pisani, l’elevazione a comes del prelato lunense si concretizza solo nel 1183, quando Federico gli conferì e gli confermò il comitatum lunensem cum omni integritate honoris sui, il ripatico dei porti di Luni e di Ameglia e il pedaggio sulla via Francigena (1162 aprile 6, Die Urkunden Friedrichs I cit., n. 356; 1183 iugno 30, Costanza, Ibidem X/4, Hannoverae 1990, n. 851). Sul dominio del vescovo di Luni si legga R. PAVONI, La signoria del vescovo di Luni, in Alle origini cit., pp. 29-59 e A. BALDINI, Il titolo comitale del vescovo di Luni, Ibidem, pp. 91-100.). Un secondo privilegio venne emanato nel 1185 (Il regesto del Codice Pelavicino cit., n. 21).

36) Malignamente però l’autore degli Annali Piacentini Ghibellini – che racconta l’episodio – disegna un imperatore sospettoso e prudente nei confronti del Malaspina. Forse memore del tradimento giocato dal nonno di Corrado, Opizzo, al suo avo Barbarossa, l’imperatore preferì infatti farsi accogliere a Pontremoli dai Pisani. «Qui timens marchionum nequitiam, Pisanorum bi expectavit miliciam, cum qua profectus est Pisis» (Annales Placentini Gibellini cit., p. 469).

37) Rispettivamente: A. GROSSI, Il ‘Liber iurium’ del Comune di Lodi, Roma-Lodi 2004, n. 3; Acta imperii inedita cit., II, pp. 13-14; I Libri Iurium della Repubblica di Genova I/2, ed. D. PUNCUH,Roma 1996, n. 288; Annales Placentini Gibellini cit., p. 478.

39 I Malaspina sono nominati per i seguenti episodi: quando Corrado aiutò Federico a passare per Monte Bardone (Ibidem. p. 469), quando l’imperatore sostò a Oramala (Ibidem. p. 478),quando i Malaspina passarono di campo nel 1246 (Ibidem. p. 493) e nel 1247 (Ibidem. p. 494) e per poche altre operazioni militari (Ibidem. pp. 482, 483, 492).

40) E. VOLTMER, Personaggi attorno all’imperatore: consiglieri e militari collaboratori e nemici di Federico II, in Politica e cultura cit., pp. 71-93.

41) Il ‘Registrum Vetus’ del Comune di Sarzana cit., n. 9.

42) Acta imperii inedita cit., II, pp. 37-39.

43) BRANCHI, Storia della Lunigiana feudale cit. vol. I; U. DORINI, Un grande feudatario del Trecento. Spinetta Malaspina, Firenze 1940, pp. 13-15.

44) Ibidem. Il tema del contrasto irriducibile tra mondo feudale e mondo urbano, maturato tra XII e XIII secolo e conclusosi con la vittoria del secondo è tipico della storiografia medievistica tra Otto e Novecento In proposito I. CERVELLI, Gioacchino Volpe Napoli 1977; G. ROSSETTI, Gli storici nella civiltà cittadina italiana, in Il ruolo della storia e degli storici nelle civiltà. Atti del convegno (Macerata, 12-14 settembre 1979), Messina 1982, pp. 165-190; G. SERGI, L’idea di Medioevo, in Storia Medievale, Roma 1998, pp. 3-42.

45) Il Registrum Magnum del Comune di Piacenza, a cura di E. Falcone e R. Peveri, III, Milano 1986, n. 746.

46) Si veda in proposito E. SALVATORI, Les Malaspina: bandits de grands chemins ou champions u raffinement courtois? Quelques considérations sur une cour qui a ouvert ses portes aux roubadours (XIIème – XIIIème siècles), in Les élites lettrées, Montpellier in corso di stampa e  CAITI-RUSSO, Les trobadours et la cour des Malaspina, Montpellier 2005.

47) VOLPE, Lunigiana feudale cit., p. 423-470.

48) Il ‘Registrum Vetus’ del Comune di Sarzana cit., n. 9.

49) «Fredericus Dei gratia Romanorum imperator semper augustus, Iherusalem et Sicilie rex, venerabili episcopo Lunensi, fideli suo, gratiam suam et bonam voluntatem. Cum ad mandatum nostrum specialiter tibi factum custodia domorum et turrium quas tenebas in Vezano, Ponzanello et Fosdenova, curie nostre assignaveris, et ipse domus et turres sint in nostri manibus iam recepte, promittimus tibi, quod custodiam ipsarum domorum et turrium tantum tenebimus, reservatis tibi possessione vel quasi iurium iurisdictionis, redditum et aliarum quarumlibet rationum tuarum et proprietate de domibus et turribus ispis, promittentes tibi eas restituere,quam primum de presenti guerra Lombardie fuerimus expediti» (Il regesto del Codice Pelavicino cit., n. 501). Una seconda edizione è da tempo in preparazione da parte di Geo Pistarino e collaboratori. I microfilm del Codice, a suo tempo fatti, risultano ora irreperibili e la lettura diretta del testo, date le sue condizioni, è per ora sconsigliata.

50) Il regesto del Codice Pelavicino cit., nn. 352. Si veda oltre la nota 53.

51)  Annales Placentini Gibellini cit. p. 484; DAVIDSOHN, Storia di Firenze cit., p. 379.

52)  Annales Placentini Gibellini cit. p. 486.

53) L’ultimo documento in cui appare il vescovo è una permuta dell’agosto 1240 fatta a Bedizzano presso Carrara. Vi sono poi due atti del maggio 1240 che però vedono agire solo il suo procuratore, come del resto nel lodo del 1251 (Il regesto del Codice Pelavicino cit., nn. 352, 548,549, 408). I documenti editi nel regesto ai nn. 470 e 59 contengono palesi errori e sono quindi inattendibili. In una sentenza arbitrale del 1260 pronunciata dal cardinale Ottobono Fieschi viene così descritta la prima parte dell’episcopato di Guglielmo: «Predictam iurisdictionem exercuit Lunensis episcopus per treginta et tres annos, tercius vero de tringinta uno et IIII de viginti et octo deponit. Facta computatione temporis de quo deponunt et decucto ex eo temporte vel illo quo Lunensis episcopus per quondam Fridericum imperatorem secundum fuit carceri mancipatus, cum igitur episcopus pro se habeat tempus triginta annorum et amplius et prescriptio triennalis non tantum bone fidei cum titulo possessores sed fures et predones et possessores male fidei tueatur, quam lun. ep. verum titulum habeat [..]». (Il regesto del Codice Pelavicino cit.,n. 39). La lettura, stante il testo sgrammaticato, non è facile. Suggerisco, ma con molti dubbi,questa interpretazione: il vescovo di Luni all’atto del processo sarebbe stato in cattedra da 33 anni, e quindi dal 1227. Tuttavia perse temporaneamente i suoi diritti per un terzo dell’anno 1258 (1227+31), per un quarto dell’anno 1255 (1227+28) – per ragioni a noi sconosciute- e per un lasso di tempo non specificato quando fu prigioniero dell’imperatore. Questo periodo di vacanza tuttavia non superò i tre anni.

54) Ibidem.

55) Ibidem: «[..] coadunantibus quibusdam litteris quonam imperatoris Friderici secundi in quarum primis idem imperator inquisitionem mandavit fieri de iure suo quam episcopo lunense in burgo Sarzane. In aliis licteris iurisdictio imperatoris et episcopi in terra ipsius episcopi declaratur. In reliquis idem imperator vicario suo mandavit quod non intromitteret se de iurisdictione in terra lunensis episcopi contra declarationem iam factam».

56) Tra le poche attestazioni del temine “Lunigiana” ricordiamo la Lunexana del patto tra i Malaspina e Piacenza del 1141 (Il Registrum Magnum cit, I Milano 1984, n. 153) e i celebri, e mai veramente spiegati, treguani Lunesane del 1172 (Monumenta Historiae Patriae Chartarum II, Torino 1853, coll.1033-34; Codice diplomatico della Repubblica di Genova, a cura di C. IMPERIALE DI SANT’ANGELO, Roma 1936-1942, II, pp. 158-160). Si legga comunque G. PISTARINO, La Lunigiana storica, «Memorie dell’Accademia Lunigianese di Scienze e Lettere ‘G. Capellini’», LIV-LVI (1984-1986), pp. 3-22.

57) Annales Placentini Gibellini cit., pp. 482-483.

58) Historia diplomatica Friderici secundi cit., V, pp. 1108-1110.

59) Acta imperii inedita cit., II, pp. 37-39.

60) Historia diplomatica Friderici secundi cit., V pp. 640-642.

61) Ibidem, pp. 640-642 e 916-917.

62) Ibidem VI, pp. 497-498.

63) A. ZORZI, La giustizia imperiale nell’Italia comunale, in Federico II e le città italiane cit., pp.85-103.

64) «In Dei nomine amen. Anno Domini millesimo CCLXXV, mense madii. Nos Henricus de Fichelo, miseratione divina Lunensis episcopus, libellum istum composuimus in quo sunt omnes redditus et proventus episcopatus Lunensis, prout in antiquis libris, scripturis et instrumentis et privilegiis et precipue in libro que vocatur Magister, qui fuit editus a nobili viro domino Oberto Pelavicino, tunc vicario province Lunisane, et postmodum per venerabilem patrem Guillelmum, episcopum Lunensem, et per omnes tam clericos quam laycos et precipue per vicarios et consiliarios provincie Lunisane successive institutos annis singulis approbatus; et vocatur Registrum seu Magister secundum quod antiquitus et usque ad hec tempora vocebatur. Alla fine del Liber Magister (c. XL) si legge invece: Iste liber vocatur Magister, compositus et factus tempore domini Uberti Pelavisini. Generalis vicarii in provincia Lunisana, de mandato et auctoritate ipsius, in quo nichil est additum vel diminutum nisi ut in ipso libri antiquo continetur. Bona fide est scriptus et completus per predictum magistrum Egidium». (PISTARINO, Gli scrittori del Codice Lunense (Pelavicino) cit.

65 )Vicari in Lunigiana successivi ad Uberto, e probabilmente nominati da Pisa, sono attestati anche in un documento del 1268 (Il regesto del Codice Pelavicino cit., n. 501).

66) M. NOBILI, Famiglie signorili di Lunigiana fra Vescovi e Marchesi (secoli XII e XIII), in I ceti dirigenti dell’età comunale nei secoli XII e XIII. Atti del convegno (Firenze, 14-15 dicembre 1979, Pisa 1982, pp. 233-265; IDEM, Signorie e comunità nella Lunigiana orientale fra XII e XIII secolo, in Alle origini della Lunigiana moderna cit., pp. 63-90; IDEM, I signori di Buggiano in Lunigiana, in Signori e feudatari nella Valdinievole dal X al XII secolo. Atti del convegno, Buggiano 1992, pp. 133-155; IDEM, Il termine capitanei in due documenti lunigianesi degli inizi dei secoli XII e XIII, in La vassallità maggiore nel Regno Italico: l’ordo feudale dei capitanei (secoli XI-XII). Atti del convegno, a cura di A. CASTAGNETTI, Verona 2001, pp. 285-299.

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