Il canto di Giovanni Pascoli

Tra i “Carmina ruralia” di Giovanni Pascoli vi è “Castanea”; sono esametri latini dedicati al frutto più tipico dell’autunno, alle nostre latitudini. L’origine della parola viene dalla radice armena “kask” e i greci chiamarono “Castanea” una città della Magnesia.
Le pratiche della raccolta si riferiscono alla Garfagnana, dove il poeta viveva, ma sono le stesse della contigua Lunigiana.
Si parla di “metato”, un lucchesismo che corrisponde alla nostra “grà” e a “Iaqueata cella” nell’aulico latino del poeta professore.
Ecco alcuni passi dal carmen pascoliano: “le castagne hanno un colore allegro“, paragonabile al mantello dei cavalli più belli e alle chiome delle ragazze. Tutti si levano col giorno per la raccolta e, mentre faticano, dialogano con canti ispirati all’amore e che risuonano nelle valli.
“Ogni famiglia ha il suo metato con la sua impalcatura di garelle che siano ben diritte: e non così rade che ti possa venire giù, perché ci sia troppo largo, quello che ci metterai sopra – e di arrivarci rampicandoti sulla scala ti darà modo la piccola finestra – né così accoste e strette fra loro che il fumo penetrante e il vapore non trovino più via d’uscita. Questa impalcatura i ragazzi la colmano delle castagne raccolte. Da terra fumano i ciocchi e a fuoco lento si consumano.
Ma ai ciocchi nei metati non si dà fuoco prima che, inginocchiati, non si siano dette e ridette le preghiere; perché tu, o San Lorenzo, vegli benigno sul metato e di notte e di giorno, e non permetta, tu che l’hai provato, che il fuoco distrugga la speranza di aver da mangiare…
Ora i ciocchi in silenzio bruciano di notte e di giorno, ora siamo avanti con l’inverno, tutte le selve si seccano e i monti sembrano coperti di rossastra ruggine.
Appena il nonno si è accorto che le castagne ciottolano nel fragile guscio, fissa la notte per la picchiatura. La massaia prepara ben fornita di vivande la tavola, tira fuori dalla chiusa dispensa il vinello schietto serbato a posta, e il vicinato son tutti lì pronti: mettono le castagne nei sacchi e le picchiano sul ceppo: picchia e ripicchia, risuona di colpi l’incudine di quercia. Poi passano le castagne alle ragazze che le ventolino per bene, finché la pula affiori nella bassoia e le castagne restino in fondo.
Picchiano forte gli uomini come quando a gran colpi si spacca la legna, le ragazze bassoiano, come battessero col piede sulla ghiaia; e volta a volta, è uso, si riposan cantando: “Se tu fossi una rosa e io fossi un fiore/purché fosse, lo sai, non mi dorrebbe:/dentro d’un vaso insieme si starebbe”. Così canta il giovane; e la ragazza che si riposa perché ha pieno il cesto: “Te lo giurai che ti dimenticavo/se la pioggia gocciasse nera nera/e quando si levasse il sole a sera!”… Così ragazze e giovanotti cantano; e il canto allieva la fatica come, per piccolo che sia, il vinello ridà forza.
Ora, o contadino, le tue castagne seccate le prenda il mulino, e tu, mugnaio, frangile con le tue macine; prendi sassi e dacci farina. E la massaia la spenga, sia che voglia allestire il castagnaccio – lo sparge tutto di foglie di rosmarino e unto d’olio lo fa colorire in forno – o chiuda fra i testi infuocati i sottili necci che sotto il dente scricchiolano come carta, o sia che fumi sul tardello la polenta appena levata dal capace paiolo.
Ma intanto l’acqua batte rumorosa i castagni già rossi; la tramontana la scaccia, la pioggia ma porta il freddo. E’ arrivato l’inverno: pulite, voi piccoli, delle foglie cadute le selve e dentro portatene piene le grine. D’ora innanzi la vitella non potrà godere di un letto migliore. Presto, ragazzi, prima che la candida neve faccia tutt’uno della terra e del cielo togliendo via tutti i colori, e bianchi gelino i monti in quel bianco spolverio farinoso. Allora la pia madre pone sul fuoco un tronco d’albero dalla corteccia rugosa, lo rincalza di fascine, e ci fa un pieno di foglie secche, e ricopre tutto di tritume, e accende scoppiettante il fuoco. Poi attacca alla catena annerita il tremulo paiolo e non ci leva gli occhi di su fintanto che con la mano sinistra, cauta, non ha fatto cader giù via via la dolce farina mentre nella destra tiene il mestolo. Guardano in silenzio il babbo e i ragazzi. Oh, che disgrazia se sui monti coperti di gelo mancano i castagni!
Da una pianta sola hanno tutto: la pula, il mangiare, le foglie, le fascine, i ciocchi; una pianta sola leva di dosso la fame ed il freddo.
Cada pure nel silenzio della notte la neve: già il fuoco salta e scoppietta. Strida pure nella notte il vento: il paiolo già brontola.
E ai ragazzi che gli stanno li attorno, gravemente il babbo dice: “Ragazzi miei, molta neve, molte castagne”.
Il Corriere Apuano, 23.10.1999